Archivio per Cesarismo

Hic sunt leopoldi

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 ottobre 2014 by Sendivogius

ZEE Cast by Alexiuss - Longing

«Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità, ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro

 Umberto Eco
“Costruire il nemico”
(15/05/2008)

Giulio Andreotti Il Divo Giulio, che della materia se ne intendeva, era solito dire il potere logora chi non ce l’ha. E possiamo soltanto immaginare i tormenti del Giovane Renzi, fintanto che non ha potuto ottenere l’agognato giocattolo e ritagliarsi un corona di carta stagnola.
RenzusconiArrogante, indisponente, sferzante.. il Bambino Matteo mostra finalmente il suo vero volto, senza più finzioni. Adesso che ha ultimato la muta e raggiunto la maggior età, manovra saldamente il bastone del potere, rivelandosi per ciò che in fondo è sempre stato… Un capriccioso caudillo peronista col gusto del comando e ambizioni sconfinate, che per puntellare un potere personalistico quanto mai precario ha bisogno di inventare ogni giorno dei nemici, contro i quali convogliare le proprie inadeguatezze. E pazienza se li sceglie tutti a “sinistra”, con alleanze spostate interamente a “destra”, mostrando un furore ideologico che va ben oltre la Thatcher, ed esibendo un disprezzo sconosciuto persino all’Amicone di Arcore nei suoi tempi migliori.
Gianni e Pinotto (EDOARDO BARALDI)Per intenderci, è quello che, ad eccezione del padronato di Confindustria con cui la sintonia invece è totale, non tratta con le parti sociali (che al massimo possono essere convocate per prendere ordini dai suoi tirapiedi senza delega), perché prima devono farsi eleggere in parlamento. Esattamente come ha fatto Matteo Renzi e la sua cricca di speculatori.
E questo perché le leggi si fanno in parlamento, non nei tavoli per le trattative.
Peccato che poi, ridotto il Senato ad un simulacro di non eletti, il Parlamento rimanga più che altro aperto pro forma, dal momento che al suo interno tra voti di fiducia, deleghe in bianco al governo, e contingentamento dei tempi di discussione in aula tramite l’abuso della “ghigliottina” (più pratico mettere bavagli che tagliar teste), ormai non si parla né si discute più di nulla. In compenso, si ubbidisce a tutto ciò che un Presidente del Consiglio, rigorosamente non eletto, impone in ‘agenda’ (la sua), ricorrendo ai servigi di una corte di nominati in null’altro scelti se non per fedeltà e dipendenza diretta con le sorti del Capo, a cui sono indissolubilmente legati.
Alla “Leopolda”, più che una stella è nato un ducetto. Di quelli piccoli piccoli, come i borghesi dei quali si circonda, per puntellare il culto della sua egocrazia personalistica.
The-Walking-Dead-Companion-TV-Show-Series-AnnouncedEd è morto un partito, imbarazzante come le sue iniziali in richiamo della bestemmia che è stato, per lasciare il posto al “partito della nazione”, a vocazione più egemonica che maggioritaria; coi suoi ras e le sue squadre di chierichetti d’assalto, transumati dalle stalle della provincia fiorentina alla greppia del potere romano, confermando un vecchio aforisma:

“Nessun partito politico è di sinistra dopo che ha assunto il potere.”
Guido Morselli
“Diario”
Adelphi (1988)

In quanto ai partiti della nazione, che nei casi più deleteri hanno l’inclinazione a degenerare in “partiti unici”, i precedenti non mancano e non sono dei migliori…
BalillaSinceramente non se ne sentiva la mancanza. Ma agli italiani piacciono. Che si tratti di una camicia nera, un distintivo cloisonne appuntato sul bavero, un tavolo prenotato negli scantinati della stazione di Firenze… li fa sentire importanti, alimenta in loro la presunzione di appartenere alla “razza padrona”. O quantomeno dona l’illusione di farsela amica, che poi sistemiamo tutto la famiglia!
Non esiste corte senza servi, né padrone senza cortigiani. E il machiavellismo del piccolo principe fiornentino non fa eccezione.
Il partito della nazione vive di assoluti e aspira alla totalità. Di riflesso, non ama la diversità; semmai la tollera, fintanto che è funzionale a mantenere l’illusione della pluralità al suo interno, purché le voci critiche siano anche impotenti e pronte ad allinearsi all’occorrenza.
I corpi sociali e le rappresentanze intermedie sono superflue. Se indipendenti, costituiscono un problema. E vengono vissute come un inutile impaccio, quando non speculari alla rappresentazione del potere ed alla costruzione del consenso nel e per il “partito” che si è fatto “nazione”; o meglio: a puntello del comitato d’affari che ne dirige il corso.
A maggior ragione, per tastare il polso della nazione basta un Capo, meglio se carismatico, che come gli antichi re taumaturghi instaura un rapporto diretto coi suoi sudditi, tramite il tocco salvifico della sua autorità.
renzi-berlusconi - opera di EDOARDO BARALDIOvviamente tutto il suo potere discende dal “popolo”, che non potendo essere consultato nella sua interezza può esprimersi solo attraverso il lavacro catartico delle elezioni, strutturate alla stregua di un plebiscito. Le votazioni sono concepite come ordalia elettorale a giustificazione trascendente di un esercizio personalizzato del potere, sempre più svincolato rispetto al primato della legge, o alla stessa architettura costituzionale da distruggere tassello dopo tassello con furia iconoclasta.
art 138In assenza di un consenso totale, ci si accontenta della maggioranza relativa, mistificata in investitura assoluta: 11 milioni di voti alle elezioni europee (Water Veltroni ne prese 13 milioni alle “politiche”. E perse), su una nazione di 60 milioni di abitanti, possono bastare.
In fondo, si tratta di un passaggio di consegne: la “sovranità del popolo” viene ceduta per delega (basta una crocetta su una scheda) a legittimazione di un potere esclusivo, accentrato nelle mani del nuovo sovrano, che lo esercita nelle forme che ritiene opportune, in deroga alle norme stesse e nella pretesa delle sue prerogative regali.
Spacciata per modernità al passo coi tempi di un mondo globalizzato, è in realtà una formula di potere antichissima; nelle sue varianti la si è chiamata oclocrazia, cesarismo (la definizione più appropriata), bonapartismo… ma tutte discendono da una medesima matrice: il feudalesimo.
Lo si può digitalizzare strusciando le dita unte sul display di un i-phone, cinguettando banalità via twitter e aggiornando il profilo facebook con la velocità di una connessione wi-fi, ma il risultato non cambia.
SELFIE-MAN (1)Col superamento dello “spirito delle leggi”, viene meno la divisione dei poteri e dunque dello “stato di diritto”. Semplicemente ci troviamo di fronte ad ‘altro’. Ma in fondo parliamo di Montesquieu: uno che per scrivere usava una piuma d’oca, attingendo l’inchiostro da un calamaio, facendosi luce con una candela di sego. E se si doveva fare un selfie, al massimo chiamava un ritrattista specializzato in bozzetti a carboncino su foglio di pergamena!
Altro che gettone telefonico e rullini fotografici!!

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EL DESCAMISADO

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 ottobre 2014 by Sendivogius

Juan Domingo PeronJuan Domingo Perón
Il presidente descamisado dell’Argentina

La prolifica tradizione dell’italico cialtronismo ci ha ormai abituato all’esposizione di una lunga galleria degli orrori, in cui continuano ad accumularsi i ritratti della nazione: dalle nature morte del vecchio partitume grigio-seppia, alle tinte vivaci dell’intramontabile demagogia qualunquista in sempre nuovi spruzzi di colore, dove gli imbrattatele sovrastano gli artisti.
Merda d'artistaConcentrata l’offerta in prodotti sostanzialmente uguali per confezione e per sostanza, venendo incontro alla domanda di consumatori più che omologati, la scelta elettorale si riduce nelle sue massime espressioni a prodotti equipollenti, nella prevalenza del partito liquido, ‘aperto’, e soprattutto informe (come una scarica di diarrea!), che si vorrebbe all’amerikana, con ben poche varianti a seconda delle esigenze di marketing.
Come risultato, la ruota degli esposti tra gli orfanelli prepotenti del post-ideologico è circoscritta alla girandola istrionica di gemelli diversi, ma tutti frutto dello stesso parto.
Tre galletti nel pollaioSono il padre, il figlio, e il santone senza spirito dell’anti-politica in polvere: tre partiti populisti per tre bolsi gaglioffi, attorniati dalle loro groupies in fregola per una poltrona in platea.
Come il gioco delle tre carte, si perde sempre.
three-cardsIn apparenza, compatte come può esserlo uno yogurt allungato, sono formazioni a scadenza ravvicinata e bassa digeribilità, con programma minimo e propaganda massima. La loro funzione è raccattare voti, drenando ogni palude disponibile, senza preoccuparsi troppo del filtraggio delle acque; in quanto comitati elettorali esistono e si sciolgono in funzione del capo politico. Vivono e scompaiono con lui. E pertanto risultano intercambiabili, a seconda delle necessità e della campagna acquisti.
In quanto contenitori vuoti di idee, sono come i bidoni indifferenziati della spazzatura: raccolgono tutto ciò che può tornare utile in termini di consensi; totalmente indifferenti alla puzza, smaltiscono qualsiasi rifiuto. E scambiano la compattazione scarti per formattazione selettiva.
pallonataChe si chiamino “partiti”, oppure “movimenti” come scelta semantica di ripiego e più appetibile sul mercato elettorale, la loro natura è quella propria del Fan-Club: fanno coreografia per le esibizioni del leader, gestiscono la prevendita dei biglietti per lo show, e in cambio acquisiscono parte dei diritti di copyright sullo smercio del merchandising promozionale (o un seggio in parlamento).
Se il maestro indiscusso del genere è stato il Pornonano, coi suoi club ForzaSilvio! ed i manipoli di papiminkia in adorazione dell’Unto, il modello ha toccato punte di successo estatico con le fangirls isteriche del Grullo sbavante. Tuttavia, il vero apice sembra essere stato raggiunto dalle inaspettate cheerleaders del signor lor, Renzi il mefitico, e delle algide madonnine che fluttuano tra una poltrona e l’altra, contro ogni “meritocrazia”, nel disciolto partito bestemmia ad uso del Capo.
Santa Maria ElenaIn questo, le divisioni in corso d’opera nel vecchio “partitone” costituiscono poco più che una lite condominiale, sull’uso degli spazi comuni e la scelta della tinteggiatura, per la salvaguardia della “Ditta” in liquidazione, ridotta a spaccio da caserma, con delega in bianco, per la vendita di prodotti avariati all’incanto.
Make your choiceSi tratta solo di una squallida pantomima ad uso interno: poliziotto buono e poliziotto cattivo, che si danno il cambio nella recita delle parti, alternando il bastone e la carota (con o senza vasellina). In realtà, a fattori inversi, la somma non cambia. Ed è altamente sotto la sufficienza.
Matteo Renzi All’atto pratico, superata la prova nel nove, non vi è nulla di davvero originale nel Renzismo di fuffa e di governo: decisionismo fanfarone di derivazione neo-cesarista e post-berlusconismo d’accatto, un po’ di blairismo fuori tempo massimo, obamite di facciata a plagio persistente dell’originale, larghe pennellate di vernissage di genere che poi è la faccia nascosta del sessismo…
Per il premier fast & furious, solo parti riciclate!
E lo fa accompagnandosi ai peggiori figuri, che più hanno funestato l’Italia negli ultimi trent’anni, senza provare alcuna ombra di imbarazzo o un minimo di disgusto. In questo e altro, le Laide Intese ed i “Patti del Nazareno” funzionano benissimo, per una esperienza di governo a prova di elezione. E di Costituzione, che infatti si cambia a colpi di fiducia, meglio se con potere di delega (e deroga).
Il suo non è nemmeno autoritarismo, ma bullismo istituzionale.
machomanSi aggiunga l’onnipresenzialismo con sovraesposizione mediatica: una mattina di queste solleverete la tavoletta del cesso e vi vedrete spuntare lo scoppiettante Telemaco, che cinguetta ottanta euro e quarantuno-per-cento! in training autogeno.
Leonardo SciasciaE si sorvoli sulle maniche di camicia perennemente arrotolate, e tanto cretinismo digitale che fa molto modernismo provinciale, con ampie spruzzate di luogocomunismo trasversale che piace tanto alla “gente”…
Di pochissime letture (meglio se confuse) e nessuno studio, la principale fonte d’ispirazione è la serie televisiva “House of Cards”, ovvero: la storia di un perfetto stronzo in politica, che vive il potere per il gusto del potere, nell’esercizio esclusivo del medesimo.

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Chronica in advenienda

Posted in Kulturkampf, Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 luglio 2014 by Sendivogius

'The Murder of Caesar' by Karl von Piloty, 1865

Facciamo un nuovo giochino estivo, dalle velleità culturali ma senza pretese di sorta…
Pensate ai muli, ai porci, ai ronzini, e alle altre bestie che popolano la moderna fattoria degli animali, scalciando l’aria al vento nei recinti politici di Fuffolandia da un anno a questa parte.
Dite chi vi ricorda di più e trovate le differenze:

Médaille Bimillénaire d'Arles Caius Iulius Caesar Jules César par Vézien«Benché nemico irriducibile del senato, Cesare lo conservò, ma lo tenne in suo potere e lo trasformò da cima a fondo…. popolò il senato con uomini a lui devoti e, dopo averlo sopraffatto con il numero, riuscì a privarlo di ogni potere. Ottenne così non tanto una riserva di collaboratori, quanto una scuola di cortigiani, pronti a servirlo con sollecitudine come un gregge addomesticato.
[…] Le antiche istituzioni repubblicane, comizi, magistrature, senato e governatorati, che in apparenza esistono ancora, sono svuotati di ogni contenuto e sistemati sulla scena della storia come uno scenario illusorio. In realtà esiste un unico pensiero e un’unica volontà: quella di Cesare. Indifferente al sordo rancore dei nemici sconfitti, capaci soltanto di rifugiarsi in rimpianti sterili e incomunicabili, sdegnoso dei consigli di cui non sa che fare, nel pieno vigore delle forze e delle idee, chiede agli uomini di servirlo ed alle istituzioni di riprodurre e trasmettere la sua dominazione.
[…] L’adozione dei plebisciti e l’adozione dei senatoconsulti erano ormai soltanto semplici formalità; l’assemblea e la curia solo strumenti per votare le mozioni che il “gabinetto” di Cesare elaborava nell’ombra, dalla prima all’ultima riga, e che nessuno si sarebbe sognato di cambiare.
[…] Tutto veniva deciso prima fra lui ed i segretari.
[…] La vittoria di Cesare, che era stata la vittoria di un partito, determinò la scomparsa dei partiti. Se i partiti avevano effettivamente vanificato con la loro emulazione e poi dilaniato con le loro lotte la repubblica, di fronte alla nuova autocrazia non avevano più motivo di esistere. Cesare li eliminò: tra i nobili, servendosi dell’adesione sincera o ipocrita degli ultimi difensori della “libertà”; nella plebe, limitando volutamente il diritto di associazione; nell’opinione pubblica, con una propaganda libera da qualsiasi contraddizione

Jerome Carcopino
“Giulio Cesare”
Bompiani, 2011

Jerome Carcopino Questo è un classico della storiografia, pubblicato per la prima volta nel 1936 (un anno significativo..), anche se si occupa di fatti accaduti oltre duemila anni fa, si parla di crisi della Respublica romana, della trasformazione dello stato, di ‘riforme costituzionali’ e ‘cambiamenti epocali’…
Ovviamente, l’estratto non presuppone alcun confrono con Gaio Giulio Cesare, poiché i decisionisti da operetta che animano i teatrini di un piccolo paese non valgono nemmeno l’unghia del dito mignolo del piede di una figura ineguagliabile, scimmiottandone piuttosto l’ombra nei fumi della polvere. Questi più che altro ricordano le macchiette di Ettore Petrolini: da Gastone a Gigi er bullo.

Il Bullo Fiorentino
TANTO PE CANTÀ
«Matteo Renzi, oltre ad essere un personaggio molto colorito, è utile come “reagente” chimico per capire il popolo italiano.
Nell’attuale “mezzo del cammin di nostra vita” quest’uomo, a forza di capacità di comunicare e di demagogia, è arrivato a Palazzo Chigi. E al riguardo bisogna essere precisi. Non è che la demagogia sia una sua personale specialità: tutti i politici di successo, con più o meno buon gusto, sono demagoghi. Ma lui ha avuto un immenso successo per l’audacia, per la sfrontatezza, per la capacità di rilanciare senza badare alla posta. Gli altri – ad esempio il beneducato Enrico Letta – promettevano la fine della crisi e la ripresa, ma senza una data precisa ed anzi condendo la previsione con attenuazioni, condizionali e riserve. Renzi invece è uno spericolato giocatore di poker e batte qualunque rilancio con un rilancio ancora più alto. Gli altri promettono cose in un lontano futuro? Lui dice: “Il mese prossimo”. “Entro la tale data”. “Ci metto la faccia”. “Datemi del buffone se non mantengo la parola”. Altro che “contratto con gli italiani”, durata prevista una legislatura. E così, appena eletto, ha promesso una riforma al mese. A gennaio questo, a febbraio quest’altro, a marzo ancora una riforma e in aprile avremo cambiato l’Italia da così a così. E non si annunciavano riformette tanto per ridere: si parlava di giustizia, di Pubblica Amministrazione, di quei grandi nodi che decenni di politica non son riusciti a sciogliere.
renzi-letta-bennyNaturalmente non se n’è fatto niente. Ma l’immagine del personaggio non ne ha risentito. Il consenso sul suo nome rimane ampio e diffuso. Perché gli italiani, nonostante il loro scetticismo, hanno creduto quanto meno alla sua buona volontà. “Chissà – si sono detti – che il suo giovanile entusiasmo, accoppiato con la sua simpatica sprovvedutezza, non compia qualche miracolo”. Sono tanto affamati di speranza  che hanno votato per uno come Grillo che si è rivelato soprattutto uno specialista in parolacce. Perché non concedere dunque a lui di provarci? Dopo tutto è uno che almeno è riuscito a divenire giovanissimo sindaco di Firenze e ad impossessarsi del Pd.  Non farà il cento per cento di ciò che ha detto, forse non farà neanche il cinquanta, ma anche venti sarebbe meglio di niente.
NapoleoneLe esagerazioni di Renzi tuttavia non potevano non rivoltarglisi contro. Sconfitto, Napoleone passò da esiliato ad imperatore in cento giorni. Matteo, più umile, se ne era concessi centoventi, ma in capo a sei mesi non ha combinato niente. Ha dato soltanto dato ottanta euro a testa (nostri) ad alcuni lavoratori, non a tutti e non ai pensionati. Ed ora finalmente riconosce che nessuno può fare l’impossibile: va in Parlamento e parla solennemente di mille giorni per rinnovare l’Italia. E qui, senza contare i sei mesi che sono già passati, siamo quasi a nove volte di più del tempo annunciato ad inizio d’anno. Gli italiani gli perdoneranno anche questa?  Non avranno per caso l’impressione che stia chiedendo la licenza di non far niente e di rimanere lo stesso sulla poltrona di Capo del Governo?
È quello che vedremo. Certo, questo passare dalla promessa di  una serie di miracoli a ritmo di samba all’eternità di quasi tre anni è l’ammissione di una sconfitta. Si torna con i piedi sulla terra. Ci si inchina dinanzi al riverito pubblico e si confessa che i miracoli intravisti sono stati soltanto dei trucchi. E del resto, che cosa ci si aspettava da un prestigiatore?
Il fenomeno rimane comunque interessante. Se Renzi non fosse quell’eccellente attore, quel superlativo intrattenitore, quel geniale affabulatore che è, oggi sarebbe sommerso dai fischi e dai lazzi. Per immaginare quali, si pensi a Berlusconi che promette una grande riforma al mese per quattro mesi. La vicenda di Renzi dimostra però che noi italiani non siamo affatto guariti dall’idea che la politica, anzi la realtà, sia fatta di parole. Ed allora dovremmo smettere di irridere Mussolini. Con i suoi richiami alla romanità, con la sua volontà di fare di noi un popolo di guerrieri, o quanto meno di sportivi velleitari, ci rappresentava benissimo. L’uomo di Predappio ebbe successo perché, come cantavano Petrolini e Nino Manfredi, ci “arintontoniva de bucie”.
Noi siamo così scontenti della realtà da rifugiarci nel sogno e chiudiamo gli occhi per crederci. Presto, forse, le massaie porgeranno a Renzi i bambini perché li baci e i malati di scrofola perché li tocchi e li guarisca. Ma riusciremo a rimanere su queste nuvole per mille giorni ancora?»

Gianni Pardo
(25/06/2014)

Aureus Augusti  Tornando al precedente modello cesariano, in parallelo con le intenzioni che per fortuna sono destinate a restare tali, data la proverbiale cialtroneria degli attuali protagonisti, rimangono le analogie, le ambizioni assolutiste volte alla concentrazione dei poteri in un demiurgo salvifico, e soprattutto il “gregge addomesticato”, più che mai ansioso di sottomettersi ad un padrone e farsi cingere il collo con un guinzaglio d’oro. E se ieri era pronto a vendersi per una sportula o per l’investitura a qualche carica pubblica, oggi lo fa per una ricandidatura in parlamento o per la promessa di 80 euro, da infilare in una busta paga che non c’è più. A tanto ammonta il prezzo della democrazia in Italia. Più che da saldo, è una cifra da svendita fallimentare.

Ottanta Euri

Il problema è che l’Augustolo fiorentino, quello che volle farsi premier credendosi Cesare, in cassa non ha più neanche quelli di euro (per questo esistono le “privatizzazioni”). E, in concreto, sembra non andare oltre le raffiche di tweet, coi quali mitraglia l’etere nel vuoto di risultati, ma nell’esibizione di ciò che meglio riesce al Bullo di Firenze: chiacchiere e distintivo.
Renzi il ParaculoEcco perché ora preme più che mai per andare alle elezioni anticipate, dopo aver scatenato la guerra al Senato, cercando la prova di forza, e aver scientemente provocato la spaccatura con tutte le opposizioni che non siano quelle dell’Amico ritrovato di Arcore, negando ogni margine di trattativa vera, all’infuori delle pantomime con le quali va smargiassando in giro.

Silvio Berlusconi - Il ritorno del duce

Dimenticabilissime sono poi le farse in streaming; soprattutto l’ultima, dove si ricorda solo l’enorme culone del prossimo Rottamando, quanto mai inchiattonito, ad occupare l’intero schermo.
E le elezioni le vuole prima che diventi evidente l’entità del fallimento…
C’è il pareggio di bilancio che non è stato affatto rinviato al 2016 così come non ci è stata concessa alcuna flessibilità sul famigerato patto di stabilità, nonostante gli sconsolanti siparietti inscenati con fräulein Merkel a Bruxelles, in cambio della nomina di una vecchia cariatide liberista come Junker, e un falco ultra-rigorista come Katainen momentaneamente al posto di un altro flagello ambulante quale è stato Olli Rehn. Se il nostro Telemaco riservasse alla UE metà delle spacconate che ama esibire in patria, forse raccoglierebbe qualche crosta in più rispetto alle briciole finora ottenute con lo sputo. Talmente incisivo è il ruolo in Europa del Mediano che guida a fari spenti (ubriaco in autostrada e contromano), che non è nemmeno riuscito ad ottenere il coinvolgimento della pletorica ed inutilissima Frontex, dinanzi all’immane esodo di profughi dalla Libia.
Sul fronte economico le cose, se possibile, vanno persino peggio….
Il crollo verticale dei consumi e del potere d’acquisto delle famiglie italiane, con tutto quello che ne deriva circa il prolungarsi di una recessione che sembra senza fine.
Una stagnazione economica ormai strutturale e che, a dispetto di tutte le previsioni per una crescita che non c’è o quanto meno non si vede, sembra avviata a trasformarsi in una devastante depressione anche se si continua a negare l’evidenza.
Il collasso definitivo di ciò che ancora resta della siderurgia italiana, nella totale assenza di un qualunque piano industriale.
L’emorragia inarrestabile dei posti di lavoro, inghiottiti nei gorghi della crisi e la precarizzazione di massa degli ultimi assunti, sotto ricatto e senza garanzie, da parte di un padronato che ha espatriato i capitali ma non ha perso l’arroganza.
La probabile ineluttabilità di una manovra correttiva dall’importo ancora incerto, dai 10 ai 20 miliardi di euro (gli 80 euro di mancetta elettorale sono costati all’erario oltre 6 miliardi), che verrà ad affiancare alla legge di stabilità in autunno.
Finora, la principale preoccupazione della “Generazione Erasmus” al governo è la  fondamentale “riforma” del Senato. Repetita iuvant!
King is nakedPer questo Telemaco spinge per provocare la fine della legislatura, aprendo una crisi istituzionale al Senato. E ci prova prima che sia troppo tardi; prima possa essere evidente a tutti che il re è nudo nell’incapacità di coprire le vergogne. Peccato solo che, per quanto compiacente e protettivo, l’anziano ‘Ulisse’ sul Colle difficilmente stavolta correrà a togliergli le castagne dal fuoco. Non scioglierà mai le Camere durante il sacralizzato “semestre europeo” e meno che mai prima dell’approvazione della consueta legge finanziaria di fine anno. Riuscirà Telemaco da bravo democristiano a sopravvivere, galleggiando fino a primavera inoltrata, confidando nel letargo prolungato degli italiani?
usato sicuroConsiderando quello che in alternativa offre la piazza, forse sì. Specialmente se potrà continuare ad utilizzare lo spauracchio provvidenziale della Setta del Grullo, con le sue orde di inquietanti esaltati allo sbaraglio.

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TRANSFORMER ITALIA

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Hellraiser - Cubo di Le Marchand

Con l’asciuttezza che ne distingue la prosa e le analisi, gli storici anglosassoni definiscono il Trasformismo, come una pratica di governo per la formazione di coalizioni centriste a maggioranza variabile e mutualità di intenti nella loro fumosità ideologica.

Storia d'Italia «Il trasformismo è uno dei modi in cui può funzionare il sistema parlamentare, e questo tipo di permanente coalizione centrista tendeva indubbiamente a dare alla lotta politica un carattere meno polemico e più moderato. Ma di quando in quando anche taluni liberali erano costretti a riconoscere che…. l’assenza di aperte controversie aveva un effetto paralizzante e negativo.
[…] Il trasformismo venne attaccato e accusato di essere una degenerazione della prassi del compromesso…. che nascondeva l’assenza di convinzioni profonde.
[…] Depretis, Crispi, e lo stesso Giolitti ricorsero tutti uno dopo l’altro allo stesso metodo, e ciò con lo scopo preciso di impedire che potesse formarsi un’opposizione organizzata, in quanto in circostanze di emergenza il Presidente del Consiglio era così sempre in grado di allargare la schiera dei suoi sostenitori, grazie a una “combinazione” con alcuni dei dissidenti potenziali. Quest’assenza di una opposizione ben articolata ebbe talvolta effetti quanto mai negativi nella vita costituzionale italiana, come ad esempio la rapida successione di ministeri che ne risultava, dato che quella che sembrava una solida maggioranza si volatilizzava da un giorno all’altro

  Denis Mack Smith
 “Storia d’Italia
  Laterza, 1987.

Agostino DepretisStoricamente, il metodo si afferma nella seconda metà del XIX° secolo con l’insediamento del gabinetto governativo di Agostino Depretis, quando la contrapposizione, del tutto fittizia, in seno al blocco liberale nel Parlamento tra l’ala conservatrice (“Destra”) e quella progressista (“Sinistra”), si risolse con una serie omogenea di esecutivi di compromesso, fondati sullo scambio clientelare e la gestione condivisa del potere su base personalistica.

«Una volta al governo la Sinistra, che era salita al potere soltanto grazie all’aiuto di gruppi dissidenti della Destra, trovò che le riforme erano più difficili da attuare che da predicare. Il discorso inaugurale della Corona nel novembre del 1876 accennò una volta ancora al maggiore decentramento amministrativo, ma si trattava soltanto di parole. Depretis si sforzò in ogni modo di far apparire il suo ministero più progressista di quello precedente, ma in pratica non poté far molto di più che promettere di studiare possibili riforme future e di usare metodi meno autoritari nell’applicazione della legge. Neppure quest’ultima promessa fu mantenuta

  Denis Mack Smith
  “Storia d’Italia
  Laterza, 1987.

Ed è piuttosto illuminante ricordare come Agostino Depretis illustrò il nuovo corso ai propri elettori, in uno dei suoi celebri discorsi nel suo feudo elettorale di Stradella…

«I partiti politici non si debbono fossilizzare né cristallizzare. Ed eccovi quel che io diceva in questo stesso luogo l’8 Ottobre 1876:
[…] Io spero che le mie parole potranno facilitare quella concordia, quella faconda trasformazione dei partiti, quella unificazione delle parti liberali della Camera, che varranno a costituire quella tanto invocata e salda maggioranza, la quale ai nomi storici tante volte abusati e forse improvvidamente scelti dalla topografia dell’aula parlamentare, sostituisca per proprio segnacolo un’idea comprensiva, popolare, vecchia come il moto, come il moto sempre nuova, il progresso.”
Noi siamo, o signori, io aggiungeva, un Ministero di progressisti.
E lo siamo ancora, e se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?»

 Agostino Depretis
(08/10/1882)

Cronache marziane Istituito sotto i migliori auspici, il gabinetto Depretis fece del “trasformismo” una filosofia di governo, destinata ad avere successo e contribuendo non poco a sedimentare quella palude istituzionale, che spalancò le porte al fascismo in violenta polemica con le sabbie (im)mobili del “parlamentarismo” ed in aperta rottura con un sistema sostanzialmente sclerotizzato nella propria referenzialità.
Depretis, nel suo galleggiamento ministeriale, reseconfuse le questioni di principio e impossibile ogni chiarezza di pensiero, guardandosi bene:

«...dal formulare una politica ben definita che avrebbe potuto essere respinta da un voto contrario del parlamento e preferiva degli espedienti che potevano essere sconfessati in qualsiasi momento, semplicemente abbandonando al suo destino un ministro impopolare e rimaneggiando il ministero

  Denis Mack Smith
 “Storia d’Italia
 Laterza, 1987.

Concepito come una possibile soluzione alle pastoie del parlamentarismo italiano, con la rissosità congenita di una società profondamente frazionata, il “trasformismo” si è ben presto rivelato come parte integrante del problema.

«Nacque allora la formula definita del “trasformismo” che, presumibilmente concepita come strumento utile a garantire quella che oggi definiremmo “governabilità”, si risolse in un elemento di corruzione spicciola, di cooptazione interessata.
[…] La formula Depretis, peraltro, non poggiava soltanto su questa logica miserevole. La sostennero anche uomini come Marco Minghetti, conservatore, il quale, pur auspicando un sistema bipartitico, imperniato su una dialettica di contrapposte posizioni, riteneva preminente in quel momento assicurare all’Italia un governo stabile e – per avversione tanto all’estrema destra clericale, quanto alla sinistra radicale – avvicinò a Depretis molti deputati di orientamento conservatore. Anche questo elemento, come è ovvio, contribuì a stemperare gli originari propositi riformatori della Sinistra.
Alla morte di Agostino Depretis (1887) divenne presidente del Consiglio Francesco Crispi che, pur dichiarandosi in teoria nemico del trasformismo, fece largo ricorso a quel metodo. Se ne servì negli anni successivi anche Giolitti, ogni volta che in parlamento stava per formarsi un’opposizione organizzata

  Sergio Turone
 “Corrotti e corruttori
 Laterza, 1984

HELLBLAZERIn tempi più recenti, il sostanziale immobilismo, la cooptazione clientelare delle camarille locali, una corruzione endemica funzionale alla strutturazione del consenso, sono confluite nel cosiddetto “consociativismo” che è stata una variante moderna dell’originale trasformismo in evoluzione.
Date le sue peculiarità, non è un mistero come la pratica trasformistica, soprattutto nella sua componente consociativa, abbia costituito un aspetto constante del sistema politico italiano, alla base dell’egemonia democristiana nell’immanenza della sua longevità al potere. Lungi dall’essersi esaurito, oggi il fenomeno sembra più radicato che mai, incistato com’è tra il personalismo emergente dei nuovi caudillos populisti e la ricerca di un unanimismo totalizzante nella ridefinizione degli assetti di potere in atto…

«Il venir meno di ogni discriminante ideologica e programmatica fra i due maggiori schieramenti in campo (ossia la fine di quel sia pur imperfetto modello bipolare che aveva caratterizzato la scena parlamentare italiana nel primo ventennio postunitario) ebbe come effetti un visibile degrado del dibattito politico all’interno della ‘grande maggioranza’ costituzionale e il trasferimento delle funzioni proprie dell’opposizione a forze non pienamente legittimate (l’estrema radicale, repubblicana e poi socialista) oppure a gruppi eterogenei o marginali, pronti peraltro a rientrare alla prima occasione nel gioco delle combinazioni ministeriali.
[…] Il trasformismo non nasceva da una connaturata inclinazione al compromesso dei politici italiani, ma era il portato della debolezza originaria dello Stato unitario, della fragilità delle istituzioni e della cronica esiguità delle loro basi di consenso. Non era il prodotto di un carattere nazionale, ma la risposta, forse sbagliata, a un problema reale

  Giovanni Sabbatucci
 “Enciclopedia delle scienze sociali
 (1998)

Oggi, ci si illude di superare il bipolarismo imperfetto, previa rottamazione della Costituzione repubblicana e revisione del principio maggioritario.
Le cosiddette “riforme”, più strumentali che strutturali, brandite come una clava dalla anomala maggioranza di governo nel solco di più laide intese, costituiscono il tassello evidente di un’anomalia costituzionale ancor prima che istituzionale, con un esecutivo che interviene pesantemente nel gioco parlamentare, facendosi promotore ancor più che garante di una revisione costituzionale da portare avanti a tempi contingentati e tappe forzate. E lo fa preordinando la ‘sua’ riforma, denigrando le voci critiche in seno alle istituzioni repubblicane, rimuovendo dalle commissioni i senatori non allineati (fatto senza precedenti). Impone quindi la propria “bozza” ad un Parlamento ed un Senato, ancorché supini, che subiscono l’iniziativa di un premier mai eletto in un esecutivo presidenziale, tenuto a Carl Schmittbattesimo palatino. Nel superamento dei vecchi schemi politici e di partito, il governo si attribuisce competenze che spettano alle Camere ed agisce esso stesso come un partito (della nazione), accentrando su di se i poteri e istituzionalizzando l’eccezione in virtù di un presunto principio di necessità. Vizio antico ma sempre presente.
L’iniziativa governativa più che integrare l’azione parlamentare, ne determina l’indirizzo e la sovrasta nella sua ipertrofia decisionale. Viste le finalità recondite, circa l’attivismo promozionale (e propagandistico) del governo, viene in mente una vecchia polemica gramsciana riconquistata ad insospettabile attualità:

Gramsci«Il governo ha infatti operato come un “partito”, si è posto al di sopra dei partiti non per armonizzarne gli interessi e l’attività nei quadri permanenti della vita e degli interessi statali nazionali, ma per disgregarli, per staccarli dalle grandi masse e avere “una forza di senza-partito legati al governo con vincoli paternalistici di tipo bonapartistico-cesareo”: cosí occorre analizzare le cosí dette ‘dittature’ di Depretis, Crispi, Giolitti e il fenomeno parlamentare del trasformismo

  Antonio Gramsci
 “Passato e Presente. Agitazione e propaganda
 Quaderno III (§119); Anno 1930.

JOHN McCORMICKAttualmente, il trasformismo centrista di matrice neo-consociativa sembra convivere con le impennate demagogiche di un populismo di ritorno, dal quale trae giustificazione e legittimazione quale necessario argine di contenimento, mentre la componente cesaristica ne diventa strumento indispensabile di governo, in qualità di catalizzatore del consenso personalizzato a dimensione di “leader”. Per disinnescare la carica eversiva della minaccia populista, il “cesarismo” ne assume in parte le istanze; le converte in alchimie di governo consacrate alla preservazione della ‘stabilità’ tramite l’adozione su polarità alternata e contraria di un populismo reazionario, ammantato da un’onnipervasività plebiscitaria, riadattando il sistema alle necessità congenite del leader ed al consolidamento della sua posizione di potere. Si tratta di iniezioni controllate, con inoculazione del veleno a piccole dosi in funzione immunizzante. La pratica si chiama “mitridatismo”. E peccato che le tossine così somministrate a lungo andare finiscano col distruggere l’organismo che s’intendeva preservare.
Per quanto mutevoli possano essere le sue forme, il Cesarismo continua ad essere declinato nella forma prevalente dell’istrione, che a quanto pare resta il figuro più amato dagli italiani, incentrando la sua preminenza sui legami emozionali.

Wien - Kunsthistorisches Museum - Gaius Julius Caesar«L’organizzazione politica del cesarismo si afferma sempre a seguito di un processo di deistituzionalizzazione delle organizzazioni e delle procedure politiche preesistenti. In altri termini, parleremo di cesarismo se, e solo se, la leadership individuale nasce sulle ceneri di un’organizzazione politica istituzionalizzata che è stata colpita da un processo di decadenza e di disorganizzazione.
Il cesarismo è un regime di transizione, intrinsecamente instabile. Sorge per fronteggiare uno stato di disorganizzazione e di crisi acute della comunità politica ed è destinato a lasciare il posto a forme diverse e più stabili di organizzazione del potere.
[…] Un regime politico di transizione, che sorge in risposta alla decadenza di istituzioni politiche preesistenti ed è fondato su un rapporto diretto – ove la componente emozionale (così come è descritta, ad esempio, da Freud) è preminente – fra un leader e gli appartenenti alla comunità politica, veicolato da tecniche plebiscitarie di organizzazione del consenso.
[…] Per usare termini schmittiani potremmo dire che il cesarismo è il regime dello “stato d’eccezione” in cui però l’assunzione di pieni poteri da parte del leader si sposa con un consenso plebiscitario, o semiplebiscitario, della comunità politica (delle sue componenti maggioritarie). In questa prospettiva si può spiegare facilmente anche la scarsa attenzione che la scienza politica presta ai fenomeni cesaristici. Trattandosi di regimi di transizione, i regimi cesaristici hanno una vita effimera. Essi sorgono in risposta a una crisi e si trasformano più o meno rapidamente in regimi diversi

 Angelo Panebianco
Enciclopedia delle scienze sociali
(1991)

Semmai, il problema della transizione risiede nella durata, che qui in Italia si esplica in parentesi prolungate da non prendere mai alla leggera…
Il vecchio che tornaPerché al di là dei toni trionfalistici, l’unanimismo plebiscitario, la piaggeria cortigiana ed i facili entusiasmi, l’attuale governo garantito dai “senza-partito” vincolati al premier da un legame “bonapartistico-cesarista” e dalle più alte Grillinoprotezioni dell’ermo Colle, costituisce nella sostanza una parentesi di transizione, volta ad essere superata in fretta non appena sarà chiaro il trucco delle tre carte al volgere della fine dei giochi, sbollita l’enfasi delle contro-riforme artificialmente pompata da un apparato mediatico più che compiacente. Un “regime cesaristico” si afferma sul disfacimento dei partiti e prosperano traendo alimento dal populismo che inevitabilmente si sprigiona dalla loro decomposizione, con ben pochi vantaggi per lo sviluppo civile e di una società pienamente democratica.

«Man mano che i vecchi partiti da fiorentissimi sono diventati secchissimi (non parlo, com’è ovvio di quelli già defunti sotto le macerie di Tangentopoli), sono riemersi i caratteri di una società civile tradizionalmente avulsa dai meccanismi dell’associazionismo intermedio, mentre si è creata una voragine nel luogo del primitivo insediamento, un vuoto che può essere colmato d’un tratto da qualsiasi predicazione, poco importa se proveniente da demagoghi improvvisati, da corporazioni che invadono il campo della politica, o da partiti d’opinione, che sappia catturare il voto “emotivo”

  Mario Patrono
Maggioritario in erba – Legge elettorale e sistema politico nell’Italia che (non) cambia
Edizioni CEDAM
  Padova, 1999

In questa sua opera ‘minore’ di agevolissima lettura, Mario Patrono, costituzionalista di orientamento socialista ed esperto in Diritto pubblico comparato, coglieva con un ventennio d’anticipo i limiti intrinseci del maggioritario e le implicazioni sul sistema politico italiano, che col senno di poi si sono rivelate in buona parte esatte. A suo tempo il prof. Patrono, con tutte le riserve del caso, aveva posto la propria attenzione sulla “zoppìa del maggioritario in azione, sottolineando i limiti e le speranze già all’alba della sua adozione:

«..visto come il toccasana per guarire d’incanto il sistema politico italiano da tutti i mali che lo affliggevano: la corta durata dei governi, la fragilità della loro azione, la presenza di troppi partiti, la mancanza di ricambio al potere, la degenerazione della politica stessa, il maggioritario – alla prova dei fatti – sembra aver peggiorato piuttosto che migliorato lo stato delle cose, aggiungendo malanni nuovi a quelli preesistenti

Mario Patrono
 “Maggioritario in erba
(1995)

Considerati i soggetti politici attualmente in lizza secondo un’ottica tripartita, il parlamentarismo proporzionalista svolgerebbe una funzione ‘analgesica’, che per esempio un giurista del calibro di Hans Kelsen definiva di per se stessa “sedativa” nei sistemi conflittuali ad alta temperatura. E la stesura di una nuova legge elettorale è forse utile in tal senso, come migliore antidoto a prossime ed eventuali involuzioni nell’ambito dell’offerta politica, segnando una linea di demarcazione tra il rilancio della Politica ed il “commissariamento della Democrazia”, destinata ad essere strozzata dalla garrotta dei “governi tecnici”.

«Quale potrà essere l’esito finale di questo scontro tra chi vuole davvero il maggioritario, e perciò si adopera per valorizzarlo, e chi maneggia invece per affogarlo nella pozza di un sistema piegato ad avere tre poli in luogo dei “classici” di due, non è dato al momento sapere. Da una parte, a favore del bipolarismo gioca il terrore retrospettivo delle condizioni di un tempo, che l’inchiesta giudiziaria “Mani pulite” si vorrebbe aver chiuso per sempre. Ragiono nei termini di un riscatto morale dalla corruzione, e mi riferisco al dato inoppugnabile che il sistema elettorale maggioritario vi si oppone assai meglio della proporzionale, che al contrario la fomenta….
Ma è proprio qui che si nasconde la questione a cui è legata la possibilità dell’Italia di diventare una democrazia “funzionante”. È davvero il capitalismo italiano in grado, lo è davvero la società italiana di fare a meno della corruzione pur conservando la pace sociale e mantenere intatto il livello di benessere, al Nord come al Sud? Se la risposta è ‘no’, mille interessi leciti e illeciti, grandi e piccoli non tarderanno a far rivivere il passato. E la “Seconda Repubblica” rimarrà scritta nel libro dei sogni.
[…] Resta che le difficoltà e i pericoli di questa fase della vita politica si rivelano con chiarezza, non appena si guardi alla somma di incongruenze che vi albergano:
– un maggioritario in erba, parziale e indigesto per difetto di cultura;
– un bipolarismo precario che funziona male e che sono in molti, nel loro intimo, a non volere;
– una situazione politica confusa, fluida, miscelata, con maggioranze scarse;
una società che – dopo tanto discutere se fosse preferibile “rappresentarla” o piuttosto “governarla” – appare, per colmo di paradosso, né “rappresentata” né “governata”

  Mario Patrono
 “Maggioritario in erba
 (1995)

Pig and his girl by EastMonkey Alla prova dei fatti, possiamo dire che la risposta è stata ‘no’.
E la cosiddetta Terza Repubblica non è che si preannunci tanto meglio delle precedenti. Anzi!
In riferimento invece ai ‘governi tecnici’ (Ciampi e Amato), che hanno preceduto l’insediamento ventennale della pornocrazia berlusconiana, quanto di ‘meglio’ ha saputo incarnare lo spirito della “Seconda Repubblica”, così si esprimeva il prof. Patrono paventandone i rischi e le conseguenze future:

«Inoltre, e questo è forse il danno maggiore, si assiste ad una semiparalisi delle dinamiche istituzionali, che si manifesta con la presenza di un governo “tecnico”, che tiene il cartellone già da parecchi mesi. Il che sta provocando due conseguenze, l’una più grave dell’altra: un tentativo di nascondere dietro le contraddizioni in termini di una (presunta ma impensabile) “neutralità della politica” il fenomeno ben più allarmante di un oscuramento della politica, e ciò accade quando appunto la politica avrebbe dovuto ricevere dal maggioritario un rilancio in grande stile; ed un processo di commissariamento della democrazia, effetto e sintomo nel profondo della crisi che ha investito i partiti e le grandi organizzazioni sindacali, che fa dipendere le grandi scelte politiche da una cerchia di oligarchi senza investitura popolare: un processo che rischia, alla lunga, di aggravare il distacco tra i cittadini e il potere, nel momento stesso in cui il maggioritario è considerato dai suoi fautori (insieme al referendum e dopo di esso) il modo più genuino, immediato, ed anche più attraente di far partecipare il popolo, la “gente” alla vita politica.
OLIGARCHIAPer scrupolo osservo che questa fase…. rappresenta una miccia accesa sotto l’insieme delle libertà repubblicane: se non riusciamo a lasciarcela dietro alle spalle in tutta fretta, il rischio di un logoramento dello stesso contratto sociale diventa inevitabile

Mario Patrono
Maggioritario in erba – Legge elettorale e sistema politico nell’Italia che (non) cambia
Edizioni CEDAM
Padova, 1999

Praticamente, a decenni di distanza, siamo ritornati al bivio di partenza con una situazione sociale e culturale persino peggiore, e ancor più logorata, della matrice originaria…

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Il Nuovo Ordine

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 luglio 2010 by Sendivogius

Solitamente non uso la ‘prima persona singolare’, ma in questo caso farò un’eccezione…
In merito all’ultima pubblicazione
(“Il Sugo della Storia”), come spesso capita, ho ricevuto un’interessante commento da parte di Midhriel, autrice di un ottimo blog che seguo spesso e con particolare piacere:

 Proprio l’altro giorno parlavo con un amico che conosco dai tempi del liceo (praticamente *nta anni) e che ha una figlia ventenne come mio figlio. Mi diceva: “noi a vent’anni non eravamo così: gli effetti rincitrullenti della televisione si vedono!”.
Sono d’accordo con lui, fatte salve le debite eccezioni individuali. Per il resto, è vero sicuramente che l’italiano vuole ammantarsi di apparenze e nascondere il suo status reale, è vero che non si possono leggere le parole di Curzio Maltese senza un sussulto di indignazione, è vero anche che il popolo italiano ha una essenza da baciapile che lo rende servile e che queste sono probabilmente le ragioni per cui siamo nella situazione socio-politica attuale… tuttavia la lettura del tuo post mi ha richiamato anche scenari più complessi, che secondo me sono ben riassunti in un articolo di Furio Colombo sul Fatto Quotidiano:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/04/l%E2%80%99opposizione-sonnambula/36367/.

Grazie alla segnalazione di Midhriel, ho avuto modo di leggere un irrequieto editoriale di Furio Colombo, pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 04/07/2010, (QUI) che diversamente sarebbe sfuggito alla mia attenzione.
Inutile dire che la lettura dell’articolo, mi ha ispirato alcune considerazioni che riporto qui di seguito, in una risposta che desidero rendere maggiormente pubblica:

Non avendo il dono della divinazione, quando cerco di intuire il futuro dell’Italia guardo sempre all’Argentina di Juan Domingo Peron e soprattutto al successivo “Processo di Riorganizzazione nazionale”, che tanto ricorda il nostrano “Piano di Rinascita nazionale” redatto a cura della Loggia P-2 del venerabile Licio Gelli: organizzazione massonico-eversiva alla quale risulta iscritta una parte consistente  dell’attuale Governo Berlusconi, premier incluso.
E se ogni fenomeno storico resta unico ed irripetibile nel suo genere, certe analogie danno da pensare:

«In Argentina (1976-1983), la giunta prese il potere in un contesto di crisi politica e violenza sempre più aspra nel paese. Dopo la frattura in destra e sinistra del movimento peronista, i gruppi terroristici e paramilitari anticomunisti e di destra crearono un clima di instabilità ed insicurezza nel paese, a cui risposero le organizzazioni guerrigliere e sovversive clandestine di sinistra. L’inasprimento del clima ed il continuo innalzamento del livello dello scontro erano finalizzati a creare un terreno di paura ed insicurezza sul quale poi l’esercito avrebbe posto le basi della propria brutale autocrazia.
[…] La politica economica era finalizzata al contenimento dell’inflazione e all’incoraggiamento degli investimenti stranieri, tramite la privatizzazione delle industrie nazionali, l’abbassamento delle tasse sulla produzione industriale e la garanzia di manodopera a buon mercato. In conformità con quella che è la dottrina economica liberista statunitense, lo smantellamento dei sindacati e l’abolizione dei diritti civili e dei lavoratori, contribuì a garantire ampi margini di profitto alle aziende straniere, che accorsero numerose durante la dittatura. I salari furono congelati, e, nonostante la recessione e la crescita dell’inflazione, rimasero uguali, facendo precipitare il potere d’acquisto della maggior parte delle categorie lavorative. Nessuno poteva scioperare o organizzarsi in sindacati, poiché l’esercito interveniva puntualmente facendo sparire gli “scontenti”. Le aziende straniere e le alte gerarchie della dittatura si arricchirono a dismisura, mentre il paese ed i suoi lavoratori si impoverirono.»

La citazione  è tratta da Wikipedia solo per praticità di consultazione, ma sembra essere abbastanza eloquente…
Non per niente, circa un argentino su due è di origine italiana; la quasi totalità della giunta golpista era costituita da oriundi italiani
(Massera, Galtieri, Agosti, Viola, Lambruschini, Graffigna…). Persino il generale Peron pare fosse di origini sarde.
Personalmente, tornando all’attuale situazione italiana, non sento rumore di sciabole alle porte, e non credo che una eventuale svolta autoritaria possa essere puntellata da un improbabile potere militare. Per quanto, la “professionalizzazione delle F.A.” e l’evidente fascistizzazione delle forze di Polizia (Memento Genova) favorisce la creazione di una certa ‘disponibilità’ repressiva…
Quello che però mi sembra possibile, è la preparazione di un humus sempre più fertile, coltivato con tenacia nel corso dell’ultimo quindicennio, sul quale far germinare soluzioni extra-ordinarie. E, con la scusa di “eventi drammatici”, giustificare l’istituzionalizzazione allargata di uno “stato d’eccezione”: tra decreti-legge, procedure d’urgenza, ordinanze speciali, commissari straordinari
Al raggiungimento di un simile obiettivo è speculare l’apatia di massa, tramite il costante intorpidimento delle coscienze; complice anche un’informazione manipolata ed il continuo filtraggio delle notizie.
Il timore risiede nel progressivo instaurarsi di una sorta di
“Cesarismo tecnocratico-autoritario” (se così si può definire) fatto di potentati economico-finanziari, lobbies affaristiche (Mafia), e demagoghi politici che facciano da collante con una massa acritica, destrutturata in plebe questuante.
Un nuovo ordine che non elimina la ‘democrazia’ ma la depotenzia progressivamente; la svuota di sostanza, elimina le garanzie ed esautora gli organismi di controllo, lasciando in piedi strutture vuote ma funzionali al mantenimento di una finzione democratica, come ipocrita rassicurazione da usare all’estero. E in questo, l’esempio più calzante che mi viene in mente è la tarda 
Respublica romana, timocratica e oligarchica, con i suoi Comitia, fondati su clientele e voto di scambio, ed i suoi gruppi di pressione organizzati (collegia e sodalicia).
A mio personalissimo giudizio, queste pulsioni in Italia ci sono sempre state. Sono insite nel DNA di un atomizzato microcosmo piccolo-borghese; nel provincialismo endemico di un intero Paese; nel familismo amorale che come un tratto distintivo è impresso nel carattere nazionale. Diciamo che per ipocrisia, forse per un residuo di pudore, certe “pulsioni” non venivano esternate troppo in pubblico. E certamente non venivano rivendicate con orgoglio. In proposito, il berlusconismo ha compiuto una vera mutazione antropologica: è il trionfo del bifolco, dell’uomo qualunque, che non avendo altri meriti, finalmente liberato da ogni inibizione residuale, può esibire tutta la sua mediocrità elevata a pregio assoluto.
Sempre secondo me, l’argine si è rotto con la scomparsa di una qualsivoglia parvenza di Sinistra in Italia, fosse essa comunista, socialista, socialdemocratica, repubblicana e azionista, o anarchica e libertaria
Non solo la Sinistra non ha più alcuna cittadinanza politica, ma sembra che ogni sforzo sia proteso alla sua completa cancellazione anche all’interno della società in ogni suo ambito. In questo, il contributo del PD (l’incollocabile Partito Democratico) è stato davvero eccezionale ed irreversibile. Come ho già detto in passato, Veltroni & Co. sono riusciti a fare in un solo anno ciò che a Mussolini non era riuscito di realizzare in 20 anni di dittatura.
Penso che qualcosa di simile sia riuscito soltanto alla SPD nella Repubblica di Weimar… sappiamo bene chi è arrivato dopo…!

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