Archivio per Cesare Pambianchi

Quelle strane coincidenze…

Posted in A volte ritornano, Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 ottobre 2012 by Sendivogius

Se c’è una cosa che col tempo abbiamo imparato ad apprezzare in Antonio Di Pietro, è lo straordinario intuito col quale seleziona i suoi candidati e lo conduce inesorabilmente a scegliere le persone sbagliate. In questo, pare che disponga di un talento tutto particolare, raffinato negli anni attraverso la pratica reiterata.
 Non sappiamo come andrà a finire (né ce ne potrebbe fregar di meno) la deprimente vicenda di Vincenzo Maruccio: l’enfant prodige alla Regione Lazio, lanciato in una carriera fulminante che sembrava aver bruciato tutte le tappe e conclusa nel peggiore dei modi.
Sarebbe piuttosto curioso conoscere i requisiti di valutazione, con i quali vengono scremati certi curricula. Sembra trattarsi di un problema comune a tutti i partiti (e ora ‘movimenti’) di natura proprietaria, dove il giudizio del ‘Capo’, prima ancora di essere insindacabile, è soprattutto insondabile.
Personaggi come Maruccio non vengono su dal nulla. Meno che mai in un paese immobile e gerontocratico come l’Italia, dove si diventa maggiorenni a cinquant’anni e si vive una seconda giovinezza a settanta. Un Paese dove dietro al rampantismo di ogni ‘giovane di successo’ c’è sempre un vecchio mentore, con le opportune entrature nei salotti giusti ed i fili del burattino in mano…
A 23 anni, fresco di laurea in giurisprudenza, conseguita presso la cattolicissima università LUMSA, il misconosciuto Vincenzino è già “dirigente” nazionale dell’Italia dei Valori.
Non ancora trentunenne, viene nominato Assessore alla Regione Lazio con delega alla Tutela dei Consumatori ed alla Semplificazione Amministrativa (13/02/09) nella giunta regionale di Piero Marrazzo, su indicazione diretta del partito per volontà di Antonio Di Pietro. Superfluo dire che il giovane avvocato calabrese non solo non è stato eletto, ma nemmeno si è presentato alle elezioni regionali (del Lazio). Tempo pochi mesi, viene promosso “Assessore ai Lavori Pubblici ed alle Infrastrutture”. Si tratta di un incarico delicatissimo, che richiederebbe un minimo di esperienza, in considerazione del mare di squali in cui si deve nuotare. Tanto per dire, è il periodo in cui Angelo Balducci, ricopre il ruolo di Presidente generale del Consiglio Superiore per i Lavori Pubblici, dopo essere stato Direttore Generale del Servizio Integrato Infrastrutture del Lazio, e dal 2006 Commissario Straordinario per i mondiali di nuoto “Roma 2009”.
Nel 2010, cambio di giunta regionale. Vincenzo Maruccio, coi suoi 8.000 voti, è il primo degli eletti in quota IdV. Diventa capogruppo dell’Italia dei Valori nel Consiglio Regionale del Lazio, tesoriere unico del partito e membro della Commissione Bilancio alla regione, quindi segretario generale dell’IdV per il Lazio, prima del catastrofico epilogo: indagato per peculato, sospettato di riciclaggio, costretto alle immediate dimissioni dal partito.

Dimmi con chi vai e ti dirò che sei
 Negli anni gloriosi della sua attività politica, l’on. Maruccio si distingue per una indefessa attività contro i furbetti di tutte le cricche. In concreto, di fatti se ne vedono assai pochini; in compenso, le parole e le promesse abbondano, con un premio alle buone intenzioni. Poi certo c’è l’immancabile discrepanza tra ciò che si predica e quello che si pratica, nell’incolmabile separazione tra pensiero e azione…
In merito alla scandalosa gestione dei fondi regionali per le spese di partito [QUI], alla fine di settembre ’12, quando finalmente si decide di correre ai ripari e chiudere le porte a stalle ormai vuote, il solerte Vincenzino rilascia insieme al suo collega Claudio Bucci una dichiarazione congiunta:

Accogliamo con grande piacere la proposta del presidente Abbruzzese, in merito ai tagli da operare sulle spese del consiglio regionale del Lazio. Si tratta di un atto di responsabilità nei confronti dei cittadini della regioni su cui, inevitabilmente, grava la spesa regionale.

Mario Abbruzzese (PdL) è il presidente dell’assemblea regionale, che ha moltiplicato i pani ed i pesci elevando a dismisura i rimborsi spese ed i finanziamenti pubblici ai partiti (da 500.000 a 15 milioni di euro), tramite un contestatissimo emendamento, introdotto in fretta e furia nelle legge di bilancio regionale del 2010.
Peccato che l’accoppiata moralizzatrice dei (porta)valori abbia ritenuto superfluo ricordare come l’aumento dei fondi sia passato anche grazie al voto favorevole di Vincenzo Maruccio (membro della Commissione Bilancio) ed il consigliere Claudio Bucci (membro dell’Ufficio di Presidenza), nonostante la direttiva ufficiale dell’IdV fosse quella di votare NO.
Claudio Bucci è un ex Forza Italia, transitato per le imperscrutabili vie della politica all’Italia dei Valori. Per rendere l’idea del personaggio, è uno che da almeno cinque anni riutilizza sempre la stessa foto, evidentemente buona per tutte le occasioni… Questioni di coerenza!

Vincenzo Maruccio sembra invece più fedele al primo amore. In concomitanza con la ascesa politica, entra nello studio dell’avv. Sergio Scicchitano, esperto in diritto societario e in particolare nel ramo fallimentare.
Calabrese pure lui (è nato a Isca sullo Ionio il 17/09/1955), Scicchitano è stato avvocato personale di Antonio Di Pietro e costituisce un pezzo pregiato dell’Italia dei Valori. Dopo aver tentato invano la carriera politica, senza riuscire mai ad essere eletto, si consola occupando ininterrottamente tutta una serie di incarichi amministrativi, preferibilmente in aziende a controllo pubblico, sotto i buoni auspici del partito.

Soprattutto, l’avv. Scicchitano è una presenza fissa nei collegi arbitrali, incaricati delle liquidazioni fallimentari per conto del Tribunale di Roma. Si tratta di incarichi eccezionalmente retribuiti e di solito appannaggio di una ‘casta’ di burocrati, ben inserita nei gangli della pubblica amministrazione. Una fonte di spesa che incide notevolmente sulle finanze dello Stato e mai lontanamente presa in considerazione dalle “riforme epocali” dei tecnocrati montiani, che tutto tagliano (ai redditi minimi) ma nulla tolgono agli appannaggi esclusivi di ‘classe’ (la loro). A suo tempo, ne parlò persino un accorato articolo del Corriere della Sera: QUI.
Per conto della IdV, è Presidente nazionale di Garanzia e, in quanto preposto all’Ufficio Esecutivo regionale, è l’uomo che sceglie e predispone la lista dei candidati da presentare alle elezioni nel Lazio.
Nel 2001 l’ex sindaco di Roma, Walter Veltroni, lo nomina Presidente della Commissione anti-usura per conto della “Federazione internazionale dei diritti dell’uomo” (?).
Nel 2002 diventa Delegato per la tutela dei Diritti dei Consumatori e degli Utenti, nell’ambito della quale si occupa anche di nuove tecnologie digitali e banda larga. Interpellato sulla pessima copertura ADSL della capitale d’Italia, a fronte di tariffe troppo care, l’avv. Scicchitano concentra le sue preoccupazioni sul “rischio del tecnoautismo e la dipendenza da web”, focalizzando subito l’attenzione sui veri problemi, insiti nell’occulta minaccia di un internet veloce e accessibile a tutti.
Nel Luglio del 2006, Antonio Di Pietro, all’epoca titolare del dicastero per i Lavori Pubblici nel Governo Prodi, se lo porta con sé al ministero e lo nomina consigliere d’amministrazione dell’ANAS, dove rimane per tre anni.
Contemporaneamente (Aprile 2006) Sergio Scicchitano è anche presidente della LazioService: controllata pubblica e società tuttofare che si occupa dei servizi regionali e inserimento lavorativo (portierato e servizi ausiliari). In pratica si tratta di un carrozzone clientelare di collocamento politico, istituita dalla giunta Storace nel 2001 e mantenuta da tutte le amministrazioni successive, lievitando fino a 1.400 dipendenti con mansioni tutt’altro che definite.
Le fortune dell’avv. Scicchitano conoscono una brusca battuta d’arresto nel Giugno 2011, quando suo malgrado viene costretto alle dimissioni, in occasione dello scandalo che coinvolge alcuni dei più ‘blasonati’ nomi dell’imprenditoria capitolina e che ruota attorno alla maxi truffa dell’ex presidente della Confcommercio di Roma: il commercialista Cesare Pambianchi [QUI]

Cesare Pambianchi, insieme al suo sodale Carlo Mazzieri, è accusato di aver messo insieme un’associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio ed all’evasione fiscale, attraverso il diffuso giochino dei falsi rimborsi sui crediti IVA e la costituzione di società cartiera alla base della collaudata “truffa carosello” (che trovate anche QUI), sottraendo al Fisco qualcosa come 600 milioni di euro.
Tra le società che sembrerebbero coinvolte nella maxi-evasione ci sono anche vari marchi storici dell’arredamento come la Emmelunga e la Emmecinque, società del gruppo Aiazzone a sua volta risucchiato in un gigantesco crack:

Il rilancio del marchio e la nuova caduta

«Nel 2008 il marchio “Aiazzone” viene totalmente rilevato dall’industriale pugliese Renato Semeraro, che, insieme a Mete SpA della famiglia Borsano (Gian Mauro Borsano), “resuscitano” il marchio aprendo dapprima alcuni punti vendita nelle province di Torino e Milano, poi convertendo a insegna Aiazzone nel corso del 2009 la rete PerSempre Arredamenti e una parte della rete Emmelunga (acquistata nel 2009), con una presenza in gran parte delle regioni italiane.
Il 2009 e il 2010 sono anche caratterizzati da grossi problemi economici, finanziari, fiscali e da insurrezioni sindacali, dovute alla nuova gestione delle due famiglie (Borsano e Semeraro riunite nella società B&S S.p.A.).
Nel luglio 2010 Emmelunga e Aiazzone, marchi detenuti da B&S, Holding dell’Arredamento, Emmedue ed Emmecinque, vengono ceduti in affitto alla società torinese Panmedia.
Nel 2011 Emmelunga ed Aiazzone attraversano una grave situazione finanziaria tanto da non riuscire a rispettare i contratti di vendita con i clienti e non riuscendo ad onorare gli emolumenti ai dipendenti.
Dal marzo del 2011 il mobilificio, le cui filiali risultano chiuse “per inventario sino a nuova comunicazione”, ha smesso di effettuare consegne e ne è stata presentata istanza di fallimento da parte di fornitori e clienti. La procura di Torino apre contestualmente un’inchiesta; viene iscritto nel registro degli indagati anche il legale della B&S (l’ipotesi di reato è truffa). 
Al 21 marzo 2011 anche il sito aiazzone.it risultava non più raggiungibile.
Il 28 marzo 2011 Gian Mauro Borsano, Renato Semeraro e Giuseppe Gallo sono stati arrestati dalla Guardia di Finanza su mandato del gip Giovanni De Donato, in seguito alla richiesta dei pm Francesco Ciardi e Maria Francesca Loy della Procura della Repubblica di Roma, accusati di bancarotta distruttiva, fraudolenta e documentale, riciclaggio, sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, falsa presentazione di documentazione per accedere al concordato preventivo.
Borsano, Semeraro e Gallo avrebbero usato le società del Gruppo B&S (indebitate con il fisco per decine di milioni di euro) per effettuare fittizie cessioni di immobili e partecipazioni societarie, prelievi in contanti ed emissioni di fatture false a beneficio di nuove società appositamente costituite. In seguito, gli stessi indagati avrebbero ceduto in modo fraudolento la rappresentanza delle società del gruppo B&S ormai in crisi e svuotate di ogni bene, a trasferire, tramite un prestanome, la rappresentanza delle società in Bulgaria da cui sarebbe derivata la conseguente cancellazione dal registro delle imprese italiano per evitare la procedura difallimento avanzata dai creditori. Inoltre gli arrestati avrebbero presentato a tre diversi tribunali competenti per conto di alcune società del Gruppo, l’ammissione al concordato preventivo, allo scopo di evitare il fallimento, fornendo garanzie patrimoniali inesistenti e presentando carte false. Infine, per diversi anni, risulterebbero non versate imposte per alcune decine di milioni di euro, l’occultamento o la distruzione dei libri contabili delle aziende coinvolte. L’inchiesta, che conta un altro gruppo di indagati, non è ancora conclusa. Successivamente si è proceduto all’arresto dei protagonisti.
Il 2 Giugno del 2011 all’incirca duecento persone, con un centinaio di automezzi, scassinano un magazzino di mobili di Aiazzone, portandosi via tutto, smontando perfino parti dell’edificio. Si pensa che molti di coloro che l’hanno svuotato fossero clienti che avevano pagato merce che non hanno mai ricevuto oppure dipendenti che hanno mesi di stipendi arretrati. L’assalto è avvenuto nel magazzino Aiazzone di Pognano, dove già dal mese precedente si verificavano dei furti saltuari. Le duecento persone (soprattutto immigrati che vivono nei paesi intorno, ma anche qualche decina di bergamaschi) si sono date appuntamento alla stessa ora e sono arrivati sul posto con auto, furgoni, camioncini, anche qualche tir (alcuni di qualche noto corriere ma con il logo coperto da teli), hanno forzato la serratura e poi hanno cominciato a caricare tutto quello che hanno trovato.»

Curatore fallimentare della holding del Gruppo Aiazzone è (avete indovinato!) l’avv. Sergio Scicchitano il quale, minacciando querele contro tutto il mondo, improvvisamente si dimette da tutti gli incarichi, con una curiosa excusatio non petita:

«Non ho mai ricevuto alcun provvedimento di custodia cautelare. Sono stato coinvolto per una banale contestazione sulla mancata dichiarazione di un compenso relativo a una prestazione professionale, in merito alla quale ho fornito ampi chiarimenti documentali. Resto a disposizione per dare tutto il mio supporto per chiarire la mia posizione. Sono totalmente estraneo a qualunque tipo di “cricca”, non ho mai fatto l’imprenditore, essendo ciò incompatibile con la mia professione di avvocato, e non ho mai avuto rapporti professionali con Cesare Pambianchi e Carlo Mazzieri. Sono certo di dimostrare la mia estraneità

Nelle fattispecie, all’avv. Scicchitano viene contestata l’emissione di 6 fatture da 140.000 euro ciascuna, prodotte tra il Giugno ed il Nov. 2008 per conto della Società MINORal fine di evadere le imposte sul reddito e sull’IVA”. Come tengono a precisare i magistrati inquirenti.

«Non solo. Secondo gli atti depositati dalla Procura l’ex tesoriere dell’Idv, che sarà presto ascoltato dai pm dell’inchiesta su Maruccio, avrebbe versato sul conto corrente della madre di Scicchitano assegni per un importo complessivo di 1 milione e 100mila euro. Successivamente una cifra molto vicina, 1 milione e 52 mila euro, il 12 maggio 2010 è stata versato dalla donna su un altro conto “appositamente acceso” in favore del figlio.»

Paolo Broccacci
La Repubblica
(13/10/2012)

Sulla vicenda, e senza troppi peli sulla lingua, ci vanno giù in modo particolarmente duro i cronisti di Okroma.it, quotidiano on line, estrapolando dagli atti dell’inchiesta in corso, senza alcun beneficio del dubbio.
Noi ci limitiamo unicamente a riportare testuale:

«“Al fine di evadere le imposte, avvalendosi delle fatture false per operazioni insistenti emesse dalla società Minor spa, indicava nelle prescritte dichiarazioni annuali passivi fittizi per un importo di un milione e 120mila euro oltre Iva”. Il tutto, fino a ottobre 2009. Che più o meno è il periodo in cui incassò la nomina alla presidenza di Lazio Service (fino al 2012). Scrivono i pm che Sergio Scicchitano, “avvocato di successo del foro romano” come si legge nel suo curriculum istituzionale, avrebbe favorito con un sistema di false fatturazioni un pagamento in nero, sotto forma di immobile, effettuato dalla Citiesse allo studio Mazzieri&Pambianchi.
Un’operazione complessa, con decine e decine di assegni di importo “sotto soglia”, cioè da dodicimila euro (per sfuggire al controllo antiriciclaggio), che alla fine sarebbe servita a ristrutturare la società del gruppo Di Veroli. Un’operazione talmente irregolare che per nasconderla meglio Scicchitano decise persino di far transitare i soldi sul conto personale di sua madre, anche se per pochissimo tempo. E negli ambienti si parla pure di una certa predisposizione dell’avvocato per operazioni siffatte: Scicchitano ha già posto in essere negli anni precedenti per ulteriori 2 milioni e trecentomila euro con altre società dello studio Mazzieri&Pambianchi, denominate Delta e Libra, anch’esse trasferite in Bulgaria, su cui si sta ancora indagando

“Sergio Scicchitano, l’uomo delle false fatturazioni”
 di Massimo Martinelli
 15 giugno 2011 – OkRoma.it

 Tanto per dire, nell’inchiesta è coinvolto anche Norberto Spinucci, ex tesoriere regionale (Lazio) dell’Italia dei Valori, sospettato di aver preso parte alla frode fiscale e contribuito alle operazioni di riciclaggio.
Più che altro, nel caso dell’avv. Scicchitano sono gli inconvenienti nei quali si incorre quando si gestiscono decine di fallimenti aziendali, dalla Cirio alla Federconsorzi: un incredibile bubbone di eredità fascista, che si trascina da mezzo secolo risucchiando risorse e ricchezze.
L’avv. Scicchitano è stato, naturalmente, anche liquidatore fallimentare della Federconsorzi su incarico del Ministero delle Attività Agricole. L’attività giudiziale del professionista è stata omaggiata da un rovente articolo su Panorama.itCertamente, si tratta dei frutti perversi di malelingue invidiose e intrise di veleno.

La Profana Trinità
 Dove c’è Vincenzo Maruccio, c’è Sergio Scicchitano (suo protettore e mentore). E dove c’è l’avv. Scicchitano di solito non manca Oscar Tortosa.
In circolazione da almeno trent’anni di indefessa attività, Oscar Tortosa è un antico protagonista della politica istituzionalizzata all’ombra del Campidoglio.
Classe 1942, laureato in Sociologia, un impiego come funzionario USL (il nome antico delle attuali “aziende sanitarie”), nasce socialista ma confluisce presto nei ranghi dei socialdemocratici, entrando a far parte del Comitato centrale del PSDI nel 1969. Nel 1982 diventa Assessore al Tecnologico nella giunta tutta di sinistra del sindaco comunista Ugo Vetere.
Ci dura poco, perché nell’agosto del 1985, convertito a più moderati fumi, confluisce con tutto il PSDI nella nuova giunta del democristiano Nicola Signorello, esponente di spicco della corrente andreottiana, denunciando il fallimento dell’area laica e socialista. Giusto il tempo per ottenere un nuovo incarico come assessore al Decentramento.
Quindi transita nella catastrofica giunta di Pietro Giubilo (1988-1989): creatura personale di Vittorio Sbardella (soprannominato Pompeo Magno, ma comunemente conosciuto come Lo Squalo). Giubilo è ricordato come uno dei peggiori sindaci che la città abbia mai avuto (dopo Alemanno), attualmente riciclato nelle fila dell’UDC che l’ha prontamente ricollocato con un incarico dirigenziale alla Regione Lazio.
Nel maggio 1988 Oscar Tortosa ritorna agli antichi amori socialisti, aderisce al “movimento di unità socialista” in seno al PSDI, confluendo con armi e bagagli nel PSI craxiano:

Confluiamo nel PSI, convinti dalla scelta di Craxi nella strada del socialismo riformista.

Tanto basta per riciclarlo nella successiva giunta ‘socialista’ dell’immarcescibile Franco Carraro (1987-1991), ottenendo stavolta la poltrona dell’assessorato al Commercio. Negli anni allegri della giunta Carraro, finisce sotto inchiesta per il mega-scandalo del consorzio Census
Nell’aprile del 1991 la giunta decide di censire l’immenso patrimonio immobiliare di proprietà del Comune, giacché l’Amministrazione non sa quanti e quali siano gli immobili in suo possesso (!). Il censimento viene affidato al consorzio privato Census (nel quale confluisce la Fisia, una compartecipata FIAT), per assegnazione diretta e senza alcuna gara d’appalto, alla modica cifra di 90 miliardi di lire più IVA (e siamo nel 1991!), nonostante altre imprese avessero dato la loro disponibilità per metà del prezzo.
Nell’aprile del 1993 (giusto due anni dopo) viene indagato per un presunto giro di tangenti all’ACEA (una delle principali municipalizzate), è condannato in primo grado e quindi prosciolto. A seguire con interesse le indagini dei magistrati romani, volte a stabilire un filo conduttore col filone milanese nell’ambito del finanziamento illecito al PSI, è il pm Antonio Di Pietro che in concomitanza coi primi arresti esterna tutto il suo entusiasmo [QUI].
Evidentemente, col tempo, il Tonino nazionale deve essersi ricreduto…
Con gli anni, Oscar Tortosa (e siamo entrati nel XXI secolo) diventa il discusso presidente dell’ex Opera Pia Asilo Savoia. Quindi riprende l’attività politica in qualità di “Responsabile per la Politica Interna” nel Movimento Nazionale Italia dei Diritti: un’entità federata con l’Italia dei Valori, della quale Tortosa diventa vice-segretario regionale per il Lazio, al fianco di Vincenzo Maruccio.
Ed il cerchio si chiude: Tortosa-Scicchitano-Maruccio, fino all’attuale scandalo dei fondi della regione Lazio, che per modalità ricorda molto il reato di reciclaggio: prelievi in contanti, triangolazioni di pagamenti su più conti correnti, con importi al di sotto della soglia di tracciabilità e quindi con passaggi difficili da ricostruire, causali inesistenti o volutamente ambigue, operazioni di giroconto tramite continui trasferimenti… Proprio come nella truffa di Pambianchi.

Insomma, tutto come da manuale. Niente da eccepire, fino a prova contraria, sull’onorata rispettabilità dei personaggi. Ma qualche diffidenza sarà pure lecita?

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Il Marcio su Roma

Posted in Roma mon amour with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 luglio 2012 by Sendivogius

La Roma di Alemanno non delude mai…
Sporca, corrotta, incattivita, abbrutita e incanaglita come non mai, la città fascistizzata del sindachetto barese sembra aver superato la fase del declino, per sprofondare in un degrado imbarazzante e senza soluzione, schiantata sotto il peso di un’incompetenza abissale e l’arroganza di un potere feudale. Era difficile condensare in un unico “gabinetto” (contiguo alle cloaca fascista e otturato per eccesso di deiezioni) il peggio del clientelismo democristiano, l’espressione più oscena del familismo allargato, il voto di scambio delle cosche elettorali, lo strapotere dei palazzinari romani con le varie cricche e camarille che prosperano nel sottobosco degli appalti pubblici, insieme al tronfio revanchismo di un nazifascismo di ritorno, impunito e coccolato da una destra istituzionalizzata che celebra i repubblichini di Salò nelle aule del Campidoglio, meglio se a braccetto coi rigurgiti clericali del nuovo sanfedismo.
È un campionario assortito del malaffare diffuso, che si accompagna ad una pletora insaziabile di praticoni senz’arte né parte, ma miracolati dalla giunta post-fascista. E ci sono pure i vecchi arnesi dello squadrismo missino coi reduci del terrorismo nero, opportunamente riciclati in cariche dirigenziali; i fascisti di Casa Pound, omaggiati con il regalo di interi palazzi e la concessione di tenute agricole in pieno parco naturale [QUI]. L’Occupazione non conforme di un palazzetto di 5 piani nello storico rione Esquilino è stata gentilmente regolarizzata dalla giunta Alemanno, che ha preventivato 12 milioni di euro per l’acquisto dell’immobile da donare agli squadristi del terzo millennio. D’altronde si tratta di un’Amministrazione che non si fa mancare nulla: preti pedofili promossi a “garante per la famiglia”… camorristi all’antiracket… ambigui figuri in odor di ‘ndrangheta posti alla gestione del nuovo Polo Tecnologico della Capitale [QUI]
 Raramente si era visto un simile bestiario dell’inciviltà politica, così boriosamente proteso nel suo anelito al peggio, per una serie di scandali e ruberie che sembra senza fine, passando per incompetenze macroscopiche ed il saccheggio indiscriminato delle aziende municipalizzate, per non parlare dell’exploit criminale con il record di omicidi per il controllo delle piazze dello spaccio. Non male per uno che aveva fatto della “sicurezza” il suo cavallo di battaglia (elettorale).
Eppoi ci sono i famigli di Casa Alemanno, come quell’Antonio Lucarelli, ex portavoce di Forza Nuova, divenuto capo della segreteria del sindaco e invischiato nello scandalo dei cosiddetti “punti verdi” [QUI]: la creazione di aiuole e giardini pagati a peso d’oro dal Campidoglio e gestiti in combutta con l’intraprendente Famiglia Mokbel, attiva su più fronti e della quale avevamo parlato in dettaglio QUI.
E non manca Cesare Pambianchi, già presidente della Confcommercio di Roma e del Lazio, travolto in un vorticoso giro di truffe e false fatturazioni, per una gigantesca frode fiscale [QUI].
Alla grande abbuffata non si sottraggono nemmeno i vigili urbani, un nutrito contingente dei quali è stato recentemente coinvolto in un’indagine per estorsione e mazzette [QUI].
L’impressione è quella di una metropoli occupata, tenuta in ostaggio da una voracissima banda di predoni in camicia nera, calati sulla greppia romana da ogni antro d’Italia, sopportati con rassegnazione e cinismo dal grosso della cittadinanza che fa spallucce con sufficienza.

Il Piccolo Samuele
 Ad ennesima riprova che l’età anagrafica non fa la differenza, l’ultimo scandalo dell’infinita serie è l’arresto del promettente Samuele Piccolo, misconosciuto recordman delle preferenze (12.000 voti alle elezioni amministrative del 2008), nonché vicepresidente dell’assemblea capitolina e “delegato alla sicurezza”.  

Nella primavera del 2006, l’intera città viene tappezzata con migliaia di manifesti abusivi, col suo faccino pulito da putto sanfedista (è nato il 01/07/1981) con l’abitino stirato della prima comunione, mentre sorride dai piloni della tangenziale agli scoglionati quirites imbottigliati nel traffico.
Di lui non si sa praticamente nulla, a parte l’infinita minchioneria che trasuda dalle gigantografie nordcoreane che spuntano un po’ dovunque, rimandando al suo (pessimo) sito web attualmente offline. Nessuno lo conosce; nelle sezioni di AN (partito per il quale si candida) è un perfetto sconosciuto. Ma è ammanigliato con le parrocchie, bazzica il Vicariato, piace ai preti e tanto basta.
Diploma da ragioniere e nessuna esperienza, si presenta così:

Cattolico praticante, impegnato da anni nel volontariato in favore delle persone senza tetto e con gravi problemi sociali, sono stato per questi altri meriti insignito Cavalierato dall’Ambasciata Somala presso la Santa Sede. Convinto difensore dei diritti spesso violati dei piccoli e medi commercianti, sono Coordinatore Nazionale del Settore Cooperativo del Sindacato Siale. Promotore, e primo firmatario, della mozione per la realizzazione della Formula1 a Roma.

In concreto, a parte i titoli patacca, il giovanissimo Samuele è l’inventore della fondamentale “Festa dei Nonni”. Sempre sul tema, auto-pubblica la sua prima ed unica opera, “I Nonni”, con la casa editrice di famiglia: la misconosciuta Società Editrice Terzo Millennio che gestisce insieme al fratello Massimiliano (21/02/1976), grande regista della carriera di Samuele.
 Quella dei nonni non è una semplice fissazione… I vecchi (che annoverano una vasta mandria di rincoglioniti sentimentali) costituiscono infatti il suo grande bacino elettorale. E il buon Samuele, col suo libricino e una partita a scopone, batte tutti i centri anziani della Capitale in cerca di voti e di consensi. In sostanza, Samuele Piccolo ripropone una variante aggiornata del “conservatore compassionevole” in salsa italica, insieme agli immarcescibili “Dio, Nazione e Famiglia”. Insomma il tipico prodotto confezionato in oratorio: merce vecchia, ma con una domanda costante da parte di consumatori in cerca di sapori antichi. Del resto, la “famiglia” (ed in particolare la sua) riveste un ruolo importante nell’ascesa politica del giovanissimo Samuele, al quale si attribuisce l’appoggio dell’Opus Dei, Comunione e Liberazione, fino alle “Dame di San Vicenzo”. Gli vengono pure attribuite fantomatiche parentele col democristiano Flaminio Piccoli, in un alone (costruito) di mistero che contribuisce alla creazione del personaggio…

Claudio Cerasa, editorialista deIl Foglio, ed autore di un’attenta analisi sull’avvento di Alemanno e dei suoi lanzichenecchi, lo descrive così:

 Nel corso degli ultimi anni c’è un nome un po’ misterioso che rappresenta il più spregiudicato terminale offensivo dei rapporti tra Alemanno e alcune espressioni ecclesiali romane. Tra le decine di migliaia di manifesti che rivestirono per giorni e giorni i muri della Capitale, nella primavera del 2006 comparve in modo improvviso il nome di un politico di Alleanza nazionale di cui alcuni tra gli stessi militanti di AN ignoravano persino l’esistenza: Samuele Piccolo. All’inizio il suo volto sorridente campeggiava solo con il nome, il cognome e il sito web; poi anche con il simbolo del partito con cui si sarebbe presentato. Se l’obiettivo dell’oscuro candidato era quello di incuriosire i suoi elettori, colse nel segno. Ci si chiedeva: chi è questo Piccolo? Chi lo appoggia? Da dove viene? Quanti anni ha? La sua performance sarà strepitosa, ma nulla a che vedere con il successo di due anni dopo. Alle amministrative del 2008 risulterà essere il politico più votato in consiglio comunale (con 11.996 preferenze, seimila in più rispetto a quelle messe insieme nel 2006), superando di quattromila voti il secondo (ovvero Davide Boroni, 8332 preferenze) e ricevendo la nomina di vicepresidente del consiglio comunale e quella di responsabile alla Sicurezza. La macchina elettorale di Samuele Piccolo è molto organizzata: sia nel 2006 sia nel 2008 l’esponente di Alleanza nazionale ha dato vita a un comitato formato da centotrenta persone capace di affiggere migliaia di manifesti ogni notte, di distribuire alle fermate della metro centinaia di opuscoli con la storia della sua vita, di avere propri punti di riferimento diretti all’interno di moltissimi seggi romani, di portare diecimila persone in uno stadio della Capitale (il Palacavicchi: è successo nel corso di una manifestazione organizzata nell’aprile del 2006). Nel suo momento di massimo potere in consiglio comunale – e subito dopo aver formato una corrente ufficiale nel PdL romano (il Movimento popolare) – Piccolo, alla fine del 2008, ha attraversato una fase di forte tensione con il sindaco che, a seguito delle sue critiche per la gestione dell’AMA, gli ha ritirato la delega alla Sicurezza. Il bisticcio si è risolto qualche mese più tardi quando Alemanno ha offerto garanzie per il futuro a Piccolo (voleva un assessorato e non è escluso che al prossimo rimpasto lo ottenga) e quando il giovane consigliere ha accettato senza protestare un’altra delega: la promozione economica delle periferie. Il riappacificamento tra Piccolo e Alemanno è avvenuto però in coincidenza con un fatto preciso, ovvero l’assegnazione della selezione delle 544 persone che l’AMA avrebbe dovuto assumere a tempo indeterminato, a partire da metà maggio 2009, a una società di nome Centro Elis. L’associazione Centro Elis è famosa a Roma per la sua esperienza nel campo della formazione e della gestione delle risorse umane, ed è direttamente legata a un’istituzione fondata nel 1928 da san Josemaría Escrivá, alla quale Samuele Piccolo non ha mai smentito di essere vicino: l’Opus Dei. Tuttavia, la storia di Piccolo costituisce ancora oggi un mistero della politica romana: su di lui esiste un numero scarsissimo di informazioni, ma investigando un po’ qualcosa alla fine si scopre. Piccolo non ha mai fatto parte di alcuna corrente di Alleanza nazionale, non ha mai militato in alcun movimento giovanile (né di destra né di sinistra), professionalmente si occupa di marketing, è a capo del personale di un’azienda di consulenza romana (La Romanina Srl), è stato nominato cavaliere dall’ambasciata somala presso la Santa Sede, «per i meriti legati al suo impegno in ambito sociale», e gestisce con il fratello Massimiliano una casa editrice, Terzo millennio, che si occupa della diffusione della cultura popolare e di Vecchio impotente e Vecchie vacchelibri dedicati agli anziani. Inoltre, Piccolo dà ogni anno un sostanziale contributo per realizzare una festa molto famosa in collaborazione con il Vicariato e più volte patrocinata dall’attore Lino Banfi. Si tratta della Festa dei nonni. Sui nonni, infine, Samuele ha scritto anche un libro, edito dalla casa editrice di cui è proprietario, il cui titolo è, manco a dirlo, Nonni. «Tutto questo però non basta a spiegare la sua incredibile performance elettorale» racconta il consigliere provinciale e tesoriere del Pd alla Provincia di Roma Marco Palumbo. «Non basta il profilo della sua biografia, non basta la sua solidarietà con il mondo degli anziani, non basta il suo ambizioso programma elettorale (sgombero dei campi nomadi irregolari, riordino di quelli a norma di legge, agevolazioni per le aziende che si spostano in periferia). E non basta anche perché Piccolo è nato il primo luglio del 1981, e ciò significa che alle elezioni del 2008 aveva appena ventisette anni e, con tutta la buona volontà, un simile potere non si costruisce dal nulla.»

  Claudio Cerasa
 “La Presa di Roma
 Rizzoli, 2009

Il prodigioso Samuele Piccolo è ambizioso. Troppo. E, ad onor del vero, non piace al sindaco Alemanno ed ai suoi fedelissimi, che diffidano della sue intraprendenza eccessiva e dell’ambiguità del personaggio, pur guardando con avidità alla sua fondamentale dote di voti. Di conseguenza, cercheranno di osteggiarne l’ascesa in tutti i modi [QUI].
È pur vero che, a ben cercare, all’indomani dello strepitoso successo elettorale di Samuele Piccolo la rete già pullulava di illazioni e di rumores, da parte di coloro che il personaggio sembravano invece conoscerlo piuttosto bene…
Originario della periferia di Torre Maura, i Piccolo hanno il proprio feudo nella ex Circoscrizione VIII (l’attuale “Municipio delle Torri”): una delle poche zone di Roma, tradizionalmente schierate a destra, che ricomprende alcuni dei quartieri più difficili della città, sui quali troneggia la pessima nomea di Tor Bella Monaca.

Secondo le malelingue, Piccolo si sarebbe assicurato cospicui pacchetti di voti regalando ricariche telefoniche ai pischelli di borgata e organizzando feste in discoteca, per concludere con l’assunzione di disperati nel call center di famiglia, o nelle loro cooperative di pulizie e facchinaggio.
Senza mezzi termini, c’è chi accusa (ed era il 2008) la famiglia Piccolo di comportarsi né più né meno come una “batteria” della mala romana e di ripulire i soldi per conto dell’inesauribile Clan dei Casamonica e dei loro omologhi Di Silvio. Prolifica famiglia di zingari stanziali di origine abruzzese, indissolubilmente alleati con il clan dei Di Silvio (al quale sono legati da un intreccio infinito di matrimoni), i Casamonica costituiscono un formidabile esercito di quasi mille persone, variamente imparentate tra di loro, più o meno impegnate in varie attività che vanno dall’usura alla ricettazione, dalle estorsioni al traffico di stupefacenti, dalle intimidazioni alle truffe. Si occupano inoltre di “recupero crediti” (chiamiamolo così)… un ‘servizio’ quest’ultimo che non disdegnano di mettere a disposizione per conto terzi, dietro congruo pagamento per il disturbo.
Dalle loro basi logistiche de La Romanina e del Tuscolano, di ‘Tor Bella’ e della Borghesiana, dopo l’atomizzazione della Banda della Magliana, controllano tutto il quadrante sud-orientale della città di Roma, spingendosi dai Castelli romani fino a Latina, senza mai pestare i piedi alle cosche calabresi e campane che operano sul Litorale.
Di concreto, a determinare l’indagine al gran completo sul clan Piccolo con l’arresto del patriarca Raffaele, insieme ai due fratelli Massimiliano e Samuele, c’é:

“Un flusso di denaro che confluisce in una gestione occulta. Si tratta di somme quantificabili in un importo mensile compreso tra 250mila e 350mila euro e che trovano una notevole corrispondenza con l’importo dell’IVA che le cooperative hanno nel tempo riaddebitato ai consorzi e alle società di livello superiore”

In pratica, è la classica ed amatissima frode sul recupero dei Crediti IVA, falsamente fatturati attraverso una lunga serie di triangolazioni fittizie tra società compiacenti (le famose “cartiere” della Truffa Carosello).
Secondo gli inquirenti che si occupano delle indagini, i Piccolo avrebbero organizzato un’associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale ed alla compravendita di voti in campagna elettorale, attraverso la costituzione di una struttura organizzata su tre livelli:

“Il primo livello è costituito da cooperative, prevalentemente costituite da stranieri, che mettono a disposizione forza lavoro. Il secondo livello è costituito dai cosiddetti consorzio-filtro, e un terzo livello costituito dai consorzi capofila. Il terzo livello acquista i lavori dai clienti finali e li affida ai consorzi filtro, i quali, a loro volta, li affidano alle cooperative di primo livello”

A loro volta, le diverse cooperative confluivano nella gestione separata ad opera di due consorzi: il Gruppo Servizi Generale ed il Gruppo Servizi Globali, il tutto finalizzato al finanziamento occulto dell’attività politica del giovane Samuele, che all’inizio del 2011 era già incappato nell’inchiesta sui “rimborsi d’oro”, ovvero i rimborsi per permessi da incarico pubblico. In pratica, il datore di lavoro che annovera tra i suoi dipendenti un politico di professione ha diritto ad essere rimborsato dall’amministrazione comunale dello stipendio, comunque erogato al dipendente assente in virtù della sua attività politica. È abitudine diffusa, tra i consiglieri circoscrizionali (pomposamente chiamati ‘municipali’) e comunali, farsi stipulare contratti di assunzione fittizia con imprenditori compiacenti; ottenere il rimborso; e spartirsi infine il malloppo, illecitamente percepito grazie alla falsa documentazione prodotta.
Il “Gruppo Servizi Generali” di Massimiliano Piccolo, subito dopo l’elezione nel 2008, si preoccupa di assumere Samuele Piccolo e Giorgio Ciardi. Quest’ultimo è consigliere di AN, ma rientra tra i protetti di Alfredo Antoniozzi, altro calabrese trapiantato a Roma, ex democristiano, tra i ras PdL capitolino.
A partire dal Settembre 2008, in pochi mesi, l’on. Ciardi percepisce dal “Gruppo Servizi Generali” dei fratelli Piccolo la bellezza di oltre 100.000 euro (22.326 euro di “stipendio” percepiti soltanto nel mese di Marzo 2009): soldi pubblici che vanno a pesare sul disastrato bilancio comunale.
Samuele Piccolo viene invece assunto alla CONSULIT Unipersonale: fantomatica srl di consulenza amministrativa e fiscale, situata a due passi da casa (tra Torre Nova e Tor Bella Monaca). Per conto della Consulit, Piccolo produce richieste di rimborso al Comune per quasi 170.000 euro. Il riepilogo in dettaglio dei rimborsi lo trovate QUI (al punto 15).
Poi certo c’è la cronaca attuale, con le spese pazze per le cene elettorali, i computer lanciati giù dalle finestre all’arrivo della Guardia di Finanza, l’elenco con oltre 8.000 nominativi di elettori con relativi dati e le annotazioni di saldo (“pagato”), i buchi nel muro dell’Agenzie delle Entrate per portarsi via i documenti sequestrati…
Non sappiamo come si concluderà l’inchiesta sull’affaire Piccolo (né ci interessa più di tanto). Comunque vada, se questo è il nuovo che avanza e l’impegno dei giovani in politica… Prepariamoci al peggio!

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