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L’Invasione degli Oltre-Hitler

Posted in A volte ritornano, Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , on 18 maggio 2014 by Sendivogius

Il Capo politico

Dopo lunga gestazione, i frutti della grande costipazione berlusconiana sono alfine giunti a maturazione, pronti per la germinazione generale. the wave canyonCome era facilmente prevedibile, l’immane bolo fecale, nella sua rappresa concentrazione, non si è esaurito con la regressione senile del suo insano portatore; cresciuto a dismisura, il rilascio è stato fragoroso ed incontenibile in un’unica onda marrone, che tutto sommerge sotto una coltre oscura dove tutti i pagliacci si tingono di bruno.
SturmabteilungenThe Wave movieComunque vada, le prossime elezioni europee saranno un disastro: cospargeremo la sonnolenta aula brussellese di deiezioni come mai s’era visto prima, nella più grande esportazione di massa che la storia elettorale ricordi. Giusto per tenere alta la reputazione di cui gli italioti già godono ampiamente fuori dal letamaio patrio.
Segaioli di SayaCos’altro aggiungere per definire una manica di populisti rabbiosi e imbonitori d’accatto, che si contendono orde di queruli citrulli a colpi di bonus e lancio di dentiere, mille euro per tutti e redditi garantiti fuori da ogni copertura?!? Al confronto, Cetto La Qualunque sembra un grande statista, consacrato a sobrietà e competenza!
Cetto La QualunqueNel magma catodico, inflazionato da cialtroni allo sbaraglio, in un’alternanza di strampalate fanfaronate e deliri psichiatrici, tutti legati assieme appassionatamente dal vuoto cosmico che li contraddistingue, spicca per chiassosità demagogica, sedizioni controllate, rodomontate neo-golpiste, virulenza intestinale e promesse di linciaggio, il gran revival Anni ’20 tornati di gran moda…

Grillo «Dicono che io sono Hitler. Ma io non sono Hitler… Io sono oltre Hitler!
Il nostro populismo è la più alta espressione della politica!
[…] La Digos è tutta con noi, la Dia è tutta con noi, i Carabinieri pure. Noi facciamo un appello, non date più la scorta a questa gente. Non ce la fanno più a scortare quella gente al supermercato o al festival. Loro sono noi!
[…] I primi giorni in cui andremo al governo abbiamo il dovere e il diritto di fare un processo pubblico a questa gente. Sui giornalisti, sui politici sugli imprenditori che hanno rovinato questo paese. Faremo un’indagine per vedere come hanno usato i nostri soldi. Faremo un processo pubblico, caso per caso, sulla rete. Daremo un verdetto virtuale. Almeno il diritto di uno sputo virtuale ce l’avremo

  Beppe Grillo (17/05/14)

E così via ragliando, tra uno sputo e l’altro. In concreto, non una proposta dotata di un qualche senso; non un’iniziativa che non sia mera buffonata coreografica, per esibizionismi a ritorno mediatico; non uno straccio di idea degna di questo nome, foss’anche mezza.
Non vale nemmeno la pena perdere tempo a confutare un simile delirio, foriero di una grave psicosi allucinatoria. Ma invece di tirarlo giù dal palco e accompagnarlo al più vicino centro di igiene mentale per una TSO d’urgenza, la folla applaude e osanna l’ennesimo buffone che volle farsi duce, mentre discetta di potenziali linciaggi, tribunali speciali, rastrellamenti di massa e processi sommari, putsch e pronunciamientos polizieschi, invocando guerre civili nella promessa dell’apocalisse. E frattanto che blatera di decrescite felici, inneggia al tracollo del Paese.
Il Cappellaio Matto Dopo il bastone, con le solite promesse di sangue, ovviamente segue la carota… rigorosamente in TV dove la mente del movimento riesce a bofonchiare qualcosa, senza dire assolutamente nulla in mezzora di monologo autoreferenziale, con tutta l’autorevolezza e l’incisività di un peto disperso nell’incommensurabilità dello spazio, rimettendo ogni decisione ai pretoriani della sua guardia digitale: inquietante fenomeno di braccia sottratte alla masturbazione compulsiva.
Per non farci mancare proprio nulla, gli aspiranti führer si litigano pure la paternità della prossima “Marcia su Roma” tra l’attempato Capo politico ed il Papi della Patria, mentre un Salvinix precocemente imbolsito organizza raid di stampo neo-squadrista davanti al portone di casa dei suoi nemici politici, da processare in effige.
Com’è noto, il sonno della Ragione genera ‘mostri’ (e incubi, e soprattutto succubi), ma bisogna pur sempre avere un cervello per poter essere in grado di riconoscerli.
Fuhrer Vader by Dafter PunkLa maggior parte dei popoli, e massimamente gli europei, non sono attrezzati per il superamento degli stati di crisi in stress prolungati. E ciò avviene a prescindere dal livello di sviluppo di una società complessa: la caccia alle streghe raggiunse il suo apice in pieno Rinascimento; il cosiddetto “secolo dei Lumi” fu attraversato da una serie quasi ininterrotta di guerre per i motivi più futili. Lo straordinario periodo di sviluppo scientifico, prosperità, e sperimentazione culturale, che caratterizzò l’inizio ‘900 e che non per niente è conosciuto come Belle Epoque, si concluse nell’immane mattanza della prima guerra mondiale. La Germania, il paese più socialmente avanzato e tecnologicamente all’avanguardia, nell’Europa degli anni ’30, si gettò fideisticamente e con entusiasmo tra le braccia dei nazisti…
Gli italiani non sembrano attrezzati meglio. E certo non rifulgono per doti particolari. Dunque perché stupirci dell’involuzione in corso, frutto di una vera e propria regressione antropologica?
Let's MoveE se la (peggior) risposta ad una simile deriva è rimessa ad un ciarliero Signor Cretinetti che, spacciando con ampio ritardo le amerikanate più Don Buroritrite, e già insulse di proprio, come delle dirompenti novità fresche d’importazione, scimmiotta O’Banana fuori tempo massimo e imita minchiate elettorali degne di un remake di “Vacanze in America”, col ritorno di Don Buro, allora si ha davvero la misura di quanto la situazione sia drammaticamente senza speranza.

Matteo Renzi - Amerikanate

 “Springtime for Hitler
  di Alessandra Daniele
  (04/05/2014)

Springtime for Hitler «Quanto vale numericamente il voto antisemita in Italia? Parecchio a quel che sembra, perché in molti gli stanno dando la caccia. Scaricare tutta la colpa della bancarotta italiana sui tedeschi non basta più, quindi si ricorre a un classico: gli ebrei. Non direttamente, almeno non all’inizio. Si comincia con una battuta sulla Shoah. In questa campagna elettorale si sono fatte più battute sulla Shoah che sulla Boschi, e in un paese sessista come l’Italia è un record.
Poi quando qualcuno legittimamente s’incazza, si dice: “ma questi ebrei, quanto sono permalosi. Ma di cosa si lamentano? Hanno le banche, hanno i giornali. Controllano l’economia”.
Poi naturalmente si smentisce con indignazione, dichiarandosi fraintesi, strumentalizzati. E magari “grandi amici del popolo ebraico”. Ecco un problema che molti hanno in comune col popolo ebraico: avere degli amici di merda.
L’antisemitismo in Italia ha radici antiche, che risalgono a prima del cristianesimo, e millenni di egemonia culturale vaticana non hanno certo migliorato le cose, come non lo hanno fatto decenni di sistematica rimozione della Memoria collettiva, di Revisionismo storico, letterario, linguistico, semantico, giuridico.
Il fatto che Berlusconi ai servizi sociali sia stato assegnato al reparto malati di Alzheimer è profondamente metaforico.
Se c’è un paese negazionista oggi è proprio l’Italia, per ignoranza e ur-fascismo cronico. Il paese dei polpettoni televisivi e cartacei sui ”fascisti buoni”, che ancora si crogiola nell’illusione degli “italiani brava gente”, perlopiù innocenti e ignari delle persecuzioni.
L’Italia che tracanna avidamente le peggiori stronzate complottiste sugli ebrei mutanti ninja che dominano il mondo dai sotterranei steampunk della piramide di Cheope, ma diventa diffidente di fronte all’evidenza storica documentata, e pensa che leggi razziali, rastrellamenti effettuati dai fascisti, e campi di concentramento e transito verso Auschwitz istituiti dalla Repubblica Sociale siano calunnie inventate dai comunisti.
I “ragazzi di Salò” hanno sistematicamente collaborato alla Shoah, e non sono certo stati gli unici italiani a farlo.
E oggi l’Italia è fra i paesi più destronzi dell Unione Europea, come questa primavera elettorale continua a dimostrare in modo ogni giorno più sguaiato, disgustoso e inquietante.
In testa ai sondaggi, il cazzaro che sta azzerando i residui diritti dei lavoratori col PrecariAct promette di svuotare la Costituzione d’ogni presidio antifascista istituito contro l’endemica deriva autoritaria d’un paese sempre in cerca di Uomini della Provvidenza.
Un paio di vecchi miliardari livorosi e dispotici si contende il secondo posto a colpi di complottismo e battute sulla Shoah.
L’unica formazione vagamente di sinistra, la lista Tsipras, non ha né origini autoctone, né speranze di raggiungere il quorum, ferma su percentuali inferiori persino a quelle miserrime degli avanzi berlusconiani di Alfano e Meloni, dei rimasugli Montiani, e della residuale Lega millenarista di Salvini, ancora indecisa se a scatenare la zombie apocalypse sarà prima l’Ebola, o l’Euro.
Per quanto grottesco, il fascismo in Italia diventa ogni giorno più virulento.
Ed è questa l’epidemia che dovrebbe preoccuparci

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La Dignità del Lavoro

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 maggio 2014 by Sendivogius

Zolfataro nelle miniere dell'agrigentino (Anni '50)

Zolfataro nelle miniere dell’agrigentino (Anni ’50)

Lavorare stanca. Per questo, quando l’occupazione crolla e l’economia langue, la massima preoccupazione è smantellare le ultime impalcature che stabilizzano coloro che un lavoro ancora ce l’hanno, compensando lo scambio con qualche donativo, graziosamente elargito dal gabinetto rivoluzionario di salute pubblica attualmente al governo.
Vecchio cazzone Per tutti gli altri, sono previsti incentivi crescenti alla fiera dell’incanto elettorale dove, in un’escalation incontrollata di castronerie a getto continuo, vince il cialtrone che più grossa la spara: dalle dentiere gratis per tutti (vecchio cavallo di battaglia del Pornonano tra i suoi coetanei), al veterinario garantito per accalappiare il voto canaro.
Cane panato - Specialità della casaPerché una cazzata tira l’altra ed in campagna elettorale una promessa non si nega a nessuno, che il pagliaccio ride e il pubblico si diverte.
Sul fronte del lavoro, la battaglia è persa da tempo. Perché se c’è chi cerca disperatamente di salvaguardare il proprio impiego o conquistarne uno, è anche vero che esiste una nutrita pletora di gggente la cui principale occupazione è lamentare l’assenza di lavoro, pregando però di non trovarlo mai. Infatti è molto meglio eccitare la propria fantasia, baloccandosi all’idea di mille euro al mese, al grido di “reddito di cittadinanza” (ad importo variabile secondo la sparata di turno) che poi, così come concepito dai suoi chiassosi ostensori, altro non è se non una variante moderna delle antiche leggi frumentarie. Presupposto teorico giusto, applicazione pratica all’insegna della peggior demagogia.
coerenza di grilloSe lo specialista in materia è sicuramente il noto strillone barbuto con la permanente in testa e con la coerenza di una vecchia baldracca che discetti di fedeltà coniugale, la pretesa è piuttosto radicata in coloro che non hanno mai lavorato e non hanno alcuna intenzione di cominciare, fintanto troveranno chi li mantiene. E infatti, come non perde occasione di latrare il tribuno delle apocalisse prossime venture (e sempre rinviate):

Dobbiamo prepararci a milioni di disoccupati. Se non ci prepariamo con un reddito di cittadinanza, avremo una guerra civile in questo Paese. E le giovani generazioni non devono più starci sotto il ricatto del lavoro.”

  (Bari, 06/05/2014)

Perché il nocciolo del problema è proprio il Lavoro, ovvero l’idea di dover lavorare per vivere (un ricatto!) e non la mancanza del medesimo o la difesa della dignità del lavoratore.
Concetti sconosciuti e soprattutto incomprensibili per un rentier miliardario che blatera dei soldi degli altri e incassa le royalties dai diritti di copyright, con la sua platea di parassiti al guinzaglio e in attesa della pappa miracolosa nel Bengodi dei citrulli 5 stelle.
Ci sarebbe infatti da chiedere, perché mai uno dovrebbe alzarsi la mattina prima dell’alba, imbottigliarsi nel traffico, chiudersi una decina di ore in fabbrica o in ufficio, per un migliaio di euro al mese, quando può ricevere la stessa cifra restando comodamente a casa e dormendo fino a mezzogiorno. E perché mai il resto del Paese dovrebbe continuare a lavorare e pagare le tasse, per mantenere a sbafo una simile massa di indisponenti nullafacenti.
I tre porcelliniAl confronto, gli 80 euri mensili millantati dal Bambino Matteo sono quanto di più serio e credibile si sia mai visto negli ultimi 30 anni. Infatti ricordano le vecchie regalie democristiane a puntello clientelare per la costruzione del consenso. La distribuzione, estesa a pioggia, strizza l’occhio ai ceti medi a reddito fisso che costituiscono il bacino elettorale di riferimento. Riguarderà (se ci sarà) la maggior parte dei lavoratori dipendenti, ma non tutti. Infatti ne sono esclusi i più poveri: quelli che guadagnano meno di 8.000 euro all’anno; ovverosia “precari”, “atipici” e “parasubordinati” che però potranno godere delle gioie della flessibilità a scadenza indeterminata, grazie all’imposizione del Jobs Act scritto sotto la dettatura dei giuslavoristi bocconiani di confindustria..
Il provvedimento difetta in coperture, ma ciò vale bene una messa in cambio del suffragio. A maggior ragione che, dall’altra parte, il Capo politico il problema delle compensazioni non se lo pone proprio.

Beppe Grillo a mare

Probabilmente inciderà poco o per nulla sul rilancio dei consumi, se per reperire le risorse della restitutio poi si aumenteranno per l’ennesima volta le accise sugli idrocarburi o si smantellarà ulteriormente la Sanità pubblica e prestazioni sociali, derogando al privato servizi indispensabili a costo di mercato.
Certo sarebbe stato più incisivo usare i fondi per intervenire sull’IRES e l’IRAP delle imprese in difficoltà, o premiando le aziende più virtuose che investono e rinnovano, piuttosto che delocalizzare e ricattare le proprie maestranze, in un dumping tutto al ribasso, pretendendo di pagare salari da 2 euro netti all’ora, come nel caso della scandalosa Electrolux.
Il Bambino Matteo  Sarebbe forse stato utile impiegare le risorse per porre un qualche rimedio alla catastrofe sociale degli “esodati”, opportunamente cancellati dal palinsesto informativo per non imbarazzare il nuovo “governo del fare” col suo ennesimo uomo della provvidenza.
Avrebbero potuto in parte alleviare l’emergenza abitativa, con misure mirate al calmieraggio dei canoni di locazione ed al reperimento alloggi…
Sono tutte misure che, a prescindere dalla loro utilità o meno, mancano però di un apprezzabile (e fondamentale) utilizzo politico a ritorno elettorale, non possono essere sbandierate su un foglio (meglio se a Porta a Porta), né immortalate con un semplice tweet.

cedolino

Non prevedono un apposito spazio, opportunamente evidenziato, in busta paga; non hanno una valenza apparentemente universale, nella loro erogazione ad cazzum. E muovono presuntivamente sulla convinzione (quantomai fondata) che gli italiani siano nella loro maggioranza un popolo di accattoni. O altro.

Non pensare al dinosauro
di Alessandra Daniele
(11/05/2014)

  ‘Noi siamo la speranza” – Matteo Renzi

godzilla«Il trailer del nuovo remake di Godzilla è interessante: si concentra su Bryan Cranston, e sui plotoni di eroiche redshirt pronte a sacrificarsi nell’ovviamente inutile ma nobile tentativo di salvare altre redshirt dall’ennesima apocalisse CGI. Il lucertolone mutante si intravede soltanto di sguincio, avvolto da cortine di nebbia, in pochi fotogrammi pseudo realistici stile found footage alla Cloverfield. Sembra quasi che gli autori si vergognino d’aver girato l’ennesimo Godzilla, e stiano cercando di vendercelo come un disaster movie serioso e documentaristico di forte impegno ecologista, con un intenso Bryan Cranston come protagonista assoluto. In realtà, sappiamo tutti benissimo di che film si tratti, e chi ne sia il vero protagonista. Lo dice il titolo stesso: Godzilla.
Un maldestro tentativo di mascheramento simile è in atto anche nella politica italiana. Il dinosauro nella stanza è l’inciucio permanente, le larghe intese a spese degli italiani, le stesse dei governi Monti e Letta. Sotto la cortina di fuffa della retorica nuovista renziana, niente è davvero cambiato.
Sono assolutamente identici il disprezzo per i diritti dei lavoratori, il classismo paternalista, l’idolatria per il mercato e l’astio per lo stato sociale, l’arrogante e denigratoria insofferenza per il dissenso, la ricattatoria propaganda truffaldina sul ”bene del paese”.
L’agenda Monti-BCE. Stavolta però si pretende di vendercela come l’Era dell’Acquario, cercando di nascondere il dinosauro mutante dietro il faccione di Metheo Renzi, il Berlusconi on speed, e i suoi petulanti slogan da motivatore di call center.
L’unica nota positiva del governo Renzi è che abbia finora mancato quasi tutte le scadenze del suo calendario cazzaro. C’è da augurarsi che continui a farlo, vista la carica reazionaria delle sue cosiddette riforme, mirate all’aumento rovinoso della precarietà del lavoro, e alla drastica riduzione della rappresentanza democratica.
Ed è facile immaginare a cosa miri l’annunciata riforma della Giustizia concordata col partito di Scajola, Berlusconi e Dell’Utri.
La sola promessa quasi mantenuta, e ossessivamente strombazzata da Renzi e dall’assordante onnipresente corte dei suoi queruli sicofanti, è il bonus elettorale di 80 € coi quali secondo loro si dovrebbe riuscire a rimediare da mangiare per due settimane. A meno che non abbia già razziato tutto Pina Picierno.
In realtà il bonus finirà divorato dagli aumenti delle tasse, ma convenientemente dopo le elezioni.
‘Noi siamo la speranza” dice Renzi del suo governo. Monicelli aveva proprio ragione: la speranza è una trappola inventata dai padroni.»

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PANTA REI

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , on 21 novembre 2011 by Sendivogius

Questo non è un plagio, ma un omaggio.
Un omaggio ad una autrice sorprendente, dalla penna tagliente come rasoi intinti nel vetriolo. La sua bravura è pari soltanto alla riservatezza.
Più volte abbiamo dedicato i nostri modesti spazi all’arte di Alessandra Daniele, capace di frantumare i luoghi comuni del realismo fantastico, attraverso la perfetta conoscenza dei registri stilistici alla base di una buona narrativa (e massimamente di Fantascienza), i cui canoni reinterpreta liberamente e rielabora con originalità personalissima in racconti brevi e fulminanti. È la portatrice sana di un talento unico, immune agli schematismi dozzinali di una letteratura assemblata in serie per i circuiti commerciali.
Sotto molti aspetti, lo stile e la tecnica narrativa ricordano Fredric Brown: l’autore del famosissimo “Sentinella”.
Tuttavia, se la vocazione per gli intrecci a tema fantascientifico è evidente, Alessandra Daniele è anche e soprattutto una scrittrice ‘sociale’, in grado di affettare la realtà contemporanea con un’ironia spietata quanto incisiva…

 “Il Tao di Passalacqua
di Alessandra Daniele
[Carmilla on line – 21/11/2011]

 «In questo momento così difficile per il paese, abbiamo ricevuto una grande lezione da un anziano leader profondamente votato al suo ruolo: Calogero Passalacqua, reggente della cosca mafiosa di Carini, il cui personale motto è emerso dalle indagini: ”Bisogna comandare senza fare scruscio”, cioè rumore.
Questa lapidaria sentenza è ciò che meglio può spiegare l’attuale transizione politica italiana. Quel grottesco baraccone che è stato il regime di Berlusconi era troppo rumoroso, ecco la vera ragione della sua caduta. Non il malaffare sistematico, né il fascismo strutturale in sè, ma lo scruscio che facevano. La sguaiata arroganza, l’ignoranza ridicola, l’incessante sequela di puttanate, metaforiche e reali sono ciò che ha reso il Circo Berlusconi così impresentabile e inaffidabile agli occhi dei suoi referenti politico-economici, nazionali e internazionali, che hanno finito per scaricarlo, liberandosene come di una ciabatta che ha pestato una merda.
In parte l’abbiamo visto succedere in diretta Tv: le lagnanze della Marcegaglia, le litanie della CEI, le cazziate della BCE, gli sghignazzi della Merkel e di Sarkozy, Obama che passa oltre, schifato. Il Circo Berlusconi ha perso la piazza. Troppo rumore, troppi giocolieri cialtroni, troppe bestie puzzolenti, troppo sputtanamento, metaforico e reale. Tempo di sbaraccare.
Come si impara dal Tao dell’Acqua di Lao Tzu, il modo più efficace per dominare qualcuno è fargli credere di volerlo servire. L’acqua è fluida, senza forma, e scorre adattandosi agli argini, che la plasmano e apparentemente la controllano, ma come Lao Tzu ricorda, e ogni alluvionato tragicamente sperimenta , ”il fiume è il vero padrone della valle che attraversa”.
Oggi in Italia, dopo l’era dei domatori, è tornato il momento dei servitori dello Stato. I ”tecnici” senza volto che apparentemente si adattano alle necessità del paese, e scorrono quieti negli argini costituzionali, con appena un tenue sciabordio da lavastoviglie di marca.
Dopo un ventennio di strepito suino, tanto decoroso silenzio è stato accolto da milioni di italiani con un comprensibile, stordito sollievo, che li ha portati ad accontentarsi d’una Liberazione solo formiale, solo acustica. Di un Berlusconi sollevato dall’incarico, ma non per i piedi (o altra parte del corpo più o meno posticcia) non davvero cacciato, ma soltanto canziato, allontanato dalla ribalta, col patrimonio mediatico-finanziario ancora intatto, e libero di usarlo per dare del borseggiatore allo stesso governo che in parlamento deve sostenere.
L’attuale gestione infatti più che rimpiazzare la precedente, l’ha assimilata. L’esecutivo Monti è un monocolore la cui maggioranza comprende tutto il parlamento, da Berlusconi a Di Pietro, tranne la Lega (finora). È un vasto fiume che è già stato capace di inghiottire contemporaneamente quelli che sembravano gli opposti più inconciliabili della storia d’Italia, e assimilarli, riconducendoli a una matrice comune.
È il vero padrone della valle.
E da padrone si comporterà.»

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Monti Python

Posted in Business is Business, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 novembre 2011 by Sendivogius

Ogni momento storico ha il suo personaggio di riferimento.
Seppellito provvisoriamente il grande statista di Arcore sotto due metri di cerone, in attesa della risurrezione con contorno di Maddalene piangenti e ladroni mai pentiti, tutti i riflettori e le aspettative sono ora rivolte verso il prof. Mario Monti, che avrà il compito più che gravoso di traghettare l’Italia fuori dal guano in cui il Pornocrate l’ha precipitata.
In attesa del lieto evento, si sprecano i fiumi di inchiostro per delineare la caratura del nuovo personaggio del giorno, tra le interpretazioni e le disamine più svariate sulla biografia del prof. Monti. Pertanto, l’etere potrà benissimo fare a meno del nostro più che superfluo contributo.
Sulla figura di super-Mario, in pirotecnica staffetta, si alternano panegirici agiografici e critiche serrate… I commentatori più intelligenti ricordano il suo ruolo organico nel mondo finanziario. Ironizzano sul paradosso di colui che dovrebbe salvare la situazione, applicando le ricette di chi la crisi l’ha creata, forse nella convinzione che abbia la stessa efficacia dei vaccini estrapolati dagli agenti virali alla base della malattia. E ne sottolineano la contraddizione implicita di una candidatura di ‘sistema’. A dire il vero più potenziale che sostanziale…
Si lamenta la prevalenza dei governi di tecnici sulla ‘Politica’ e la presunta “perdita di sovranità democratica”, ma si dimentica che ogni governo per essere tale deve reggersi necessariamente sul consenso di maggioranze parlamentari. Fino a prova contraria, la nostra Costituzione prevede che il “popolo” elegga i parlamenti e NON i governi, i quali ricevono la loro legittimazione dalle Camere. Ne consegue che ogni governo è ‘politico’ e dura fintanto che ha il sostegno in Parlamento, quale unico e vero “rappresentante della volontà popolare” per indiretta intermediazione.
 In realtà, questi sarebbero concetti basilari nella complessità dell’architettura costituzionale. Ma nelle reiterate semplificazioni della finzione berlusconiana (la cui nefasta eredità dovremo metabolizzare a lungo) si preferisce lanciare generiche invocazioni alla “Libertà” (concetto vacuo se privato di sostanza), lamentando la “perdita di democrazia” nell’illusione che i due concetti costituiscano un’equazione certa a prescindere. Una simile pretesa risulta quanto mai impropria per una compagine governativa, che ha convertito i timori di un Alexis de Tocqueville sul “dispotismo della maggioranza” in prassi ordinaria. D’altra parte, una democrazia politica mutua le sue maggioranze dal filtraggio delle preferenze collettive, secondo i meccanismi elettorali della rappresentanza indiretta per delega (in bianco). Nella fattispecie, il sistema elettorale italiano è quanto di meno rappresentativo possa esistere in termini di scelta. Le maggioranze elettorali che ne scaturiscono, lungi dall’essere espressione esplicita di una sedicente “volontà popolare”, sono il risultato di un compromesso tra interessi e aspirazioni divergenti, nell’impossibilità di rispettare la scelta originale dell’elettore. La questione era ben chiara fin dagli albori della democrazia, quando il Marchese de Condorcet elaborò il famoso “paradosso” che porta il suo nome e dal quale Kenneth Arrow strutturò il suo Teorema dell’Impossibilità nel 1951.
Ad ogni modo, qualora il prof. Monti fosse il robotico tecnocrate imposto dall’Europa, esautorando la ‘Politica’, bisognerebbe anche rammentare cosa quest’ultima è stata capace di esprimere nel corso dell’ultimo trentennio e tenere a mente di quale pasta siano fatti i politicanti nostrani, professionalizzati nella mortificazione delle competenze.
È altresì curioso che le principali rimostranze provengano da uno schieramento politico, imperniato sull’infallibilità del Führerprinzip, che ha fatto della forzatura costante delle regole, della commistione tra pubblico e privato in un abnorme conflitto di interessi, delle tutele corporative e dell’affarismo dilagante… lo strumento permanente della sua azione cogente.
Tuttavia, già dimentica dell’austero predecessore, la vulgata comune dei detrattori preferisce il ritratto di un Monti rappresentato come uno strumento (agente rettiliano?) della Finanza internazionale (ebraica?), intesa come un unico blocco di potere (occulto) impegnato a perseguire un articolato disegno di egemonia e controllo globale. Per l’occasione, non manca chi rispolvera l’antico complotto pluto-giudaico-massonico di fascistissima memoria, confezionato sempre in nuove varianti.
Dispiace constatare quanto, dopo la morte delle ideologie, come alternativa abbiano attecchito nell’immaginario di massa le demenziali panzane sul “signoraggio bancario”, saldamente innestate nel substrato d’accatto culturale di un cospirazionismo complottardo, che non va oltre i libracci di Dan Brown, pesca a man bassa dalle fortunate baggianate di Michael Baigent e Richard Leigh, e soprattutto ha eletto a verità di fede la pletora di deliri paranoici condensati nel fantomatico NWO.
La prova inconfutabile risiede nel fatto che Mario Monti sia l’uomo della famigerata Goldman Sachs, il cui board sembrerebbe controllare le principali istituzioni economiche e politiche su scala globale, tramite una serie di figure chiave piazzate tra i diversi schieramenti politici.
Che una delle più grandi banche d’affari del pianeta si serva di personaggi di comprovata esperienza per la gestione dei propri capitali ed investimenti finanziari, affidando a specialisti del settore (advisor) la revisione dei propri bilanci, è un fatto lapalissiano. Solitamente le grandi holding e le multinazionali non affidano la gestione contabile al figlio ragioniere del vicino di casa.
Non dovrebbe essere un concetto troppo difficile da capire, a meno che non si viva nel paese della nipote di Moubarak e delle cene (orge) eleganti.
L’apparente comunanza di interessi e di vedute, con una soluzione di continuità ideale di proposte e interventi di risanamento, non risiedono certo in un “complotto” d’ispirazione mistico-esoterica, ma nell’accettazione pressoché universale di una medesima matrice economica, convertita in ideologia dominante su base politica, che non prevede alternative né eterodossie in nome di un modello capitalistico che da prevalente è diventato dominante. È logico che istituzioni e governi conformino l’azione politica e le proprie linee guida a livello economico, in ossequio ad un unicum considerato imprescindibile. Attualmente, costituisce quel complesso dottrinario nelle teorie macro-economiche, chiamato neo-monetarismo. Ma era già conosciuto agli albori del XX secolo col nome di “capitale finanziario”.

«Il monetarismo, la UE lo ha elevato a dottrina centrale e indiscutibile addirittura per costituzione (costringendo a votare di nuovo chi si era espresso contro, fino a non fare votare per nulla la sua ultima riproposizione, il “Trattato di Lisbona”). I parlamenti sono stati esautorati delle loro prerogative attraverso limitazioni di mandato, o meccanismi di voto alterati sino a escludere opposizioni ostili alla filosofia di fondo. Ogni impegno è volto a impedire che i cittadini possano influire sulle scelte determinanti che li riguardano.
Naturalmente, l’effetto è più sensibile nelle fabbriche, la cellula autoritaria per eccellenza. Guai a ostacolare l’efficientismo dei padroni, salvo una trasmigrazione delle aziende. Si pisci di meno, si mangi di meno, si lavori fino allo sfinimento, dal giorno alla notte. Altrimenti produrremo (senza peraltro vendere) dove la forza-lavoro costa quasi un cazzo, e dove i diritti dei lavoratori confinano con quelli della prima rivoluzione industriale. Sindacati gialli, forti solo di una base di pensionati iscritti a forza per presentare la dichiarazione dei redditi, applaudono entusiasti. Due ipotesi alternative: o non hanno capito nulla, o hanno capito troppo e sono complici. Buona la seconda.
Ma come si fa, senza riuscire a vendere ciò che si è prodotto (per esempio automobili), a tenersi sul mercato? Il fatto è che il capitale finanziario ha finito col sovrapporsi al capitale reale. Hilferding lo aveva previsto, ma anche Marx lo aveva intuito (con la formula D-M-D: si rilegga il primo volume de Il Capitale per vedere cosa significa). La “M”, merce, è comunque uscita di scena. Paesi prosperi come l’Irlanda o la Spagna sono messi in un angolo, declassati da entità futili quali le agenzie di rating. Agenti fasulli e obbrobriosi, che solo una teoria forsennata come il monetarismo, privo di qualsiasi base scientifica (come aveva dimostrato il compianto Federico Caffè in Lezioni di politica economica, Bollati-Boringhieri, 1980), poteva formulare. Ebbene, proprio il monetarismo è la dottrina ufficiale dell’Unione Europea. Non conta quanto un Paese sia vitale e produttivo. Conta, per valutarlo, il suo indebitamento. Verso cosa? Verso un debito complessivo più grande. Tutti sono indebitati. Specialmente l’Africa, il continente più ricco di materie prime e di giacimenti. Guarda caso, sembra il più povero. I suoi abitanti fuggono al nord inseguiti dalla fame. Chi li perseguita? Una povertà naturale? No, il debito. Chi è ricco diventa povero, chi è povero diventa ricco. C’è qualcosa che non va.
Uno spettro si aggira per l’Europa e per il mondo: è un errore di calcolo. Non ha niente a che vedere con l’economia propriamente intesa, cioè con la ripartizione delle risorse tra gli appartenenti al genere umano, cercando di far sì che esistano beni per tutti. E’ una follia collettiva che va oltre le atrocità del capitalismo, cioè la versione moderna del rapporto tra padroni e schiavi. Siamo alla servitù delle cifre, si produca o no. Siamo servi di un registratore di cassa in mano altrui, che pare manipolato da un folle. Ma folle non è poi tanto. Sceglie quale classe colpire, per farla vittima delle sue bizzarre matematiche. E’ sempre la classe subalterna, quella dei salariati e degli stipendiati. Tutto si tocchi salvo i profitti e le rendite, essenziali ai fini dell’algebra astratta del regno della finzione economica. Dove chi non produce guadagna, chi produce soffre, chi sarebbe ricco è povero, chi è povero lo è per calcoli immateriali e per flussi di ricchezza inesistente fatti apposta per non beneficiarlo.
Il “debito pubblico” è un’astrazione legata a un’ideologia stupidissima, oggi l’unica insegnata nelle università – il “monetarismo”, più la sua variante volgare, la Supply Side Economy, cara a Reagan, alla Thatcher, a Pinochet – e il sistema, vergognoso, vi ha costruito sopra un intero edificio teorico.»

Valerio Evangelisti
“Economia metapolitica”
Carmilla on line – 04/01/04

 A proposito di “capitale finanziario”, alla vigilia dell’insediamento del Governo Monti, sarà il caso di ricordare un personaggio come Rudolf Hilferding: economista di estrazione marxista ed esponente di spicco della SPD tedesca, fu Ministro delle Finanze nella Repubblica di Weimar prima dell’avvento del nazismo. Su Hilferding potete leggere un’ottima monografia dello storico Lucio Villari: QUI.
Secondo Hilferding, il capitalismo industriale, fondato sui principi del libero scambio, è destinato ad essere sostituito integralmente dal capitalismo finanziario, in perfetta sinergia con gli organismi statali che ne diventano diretta espressione politica di tipo oligarchico.

«La caratteristica del Capitalismo “moderno” è data da quei processi di concentrazione che, da un lato, si manifestano nel “superamento della libera concorrenza”, mediante la formazione di cartelli e trust, e, dall’altro, in un rapporto sempre più stretto fra capitale bancario e capitale industriale. In forza di tale rapporto, il capitale assume […] la forma di capitale finanziario, che rappresenta la sua più alta e più astratta forma fenomenica. Lo schema mistico che vela in genere i rapporti capitalistici raggiunge qui il massimo della impenetrabilità»

Rudolf Hilferding
“Il capitale finanziario”
Feltrinelli, 1976

Hilferding collega la nascita del capitalismo finanziario alla vocazione imperialistica dello Stato-Nazione e la funzione del nazionalismo nella legittimazione ideologica dell’imperialismo predatorio. La sua opera principale è per l’appunto “Das Finanzkapital” (Il capitale finanziario) del 1909. Oggi è un saggio praticamente misconosciuto, ma ai tempi della sua pubblicazione riscosse un notevole interesse. Le dinamiche del nazionalismo imperialista catturarono l’attenzione di Lenin che, pur non perdendo occasione di denigrare Hilferding, lo cita in continuazione nel suo “L’Imperialismo” (1916), dopo aver saccheggiato a man bassa l’opera omonima di J.A.Hobson del quale ci eravamo già occupati QUI).
Il pensiero di Rudolf Hilferding, che non è esente da cantonate clamorose, contiene comunque presupposti più che attuali evidenziando il ruolo delle banche nella determinazione del capitale finaziario…

«Una parte sempre crescente del capitale dell’industria non appartiene agli industriali, che lo utilizzano. Essi riescono a disporne solo attraverso le banche, le quali, nei loro riguardi, rappresentano i proprietari del denaro. Gli istituti bancari devono d’altronde fissare nell’industria una parte sempre crescente dei loro capitali, trasformandosi quindi vieppiù in capitalisti industriali. Chiamo capitale finanziario quel capitale bancario, e cioè quel capitale sotto forma di denaro che viene, in tal modo, effettivamente trasformato in capitale industriale.
[…] Il capitale azionario viene svalutato, il che significa che gli utili vengono suddivisi su un capitale più ristretto. Nel caso poi che non vi sia alcun utile, viene raccolto nuovo capitale il quale, insieme a quello già posseduto e svalutato, riesce di nuovo a produrre un utile sufficiente. Va notato, a questo proposito che questo riassestamento e questa riorganizzazione hanno per le banche una duplice importanza: in primo luogo perché rappresentano affari vantaggiosi e, in secondo luogo, perché offrono loro l’occasione di assoggettare quelle società che si siano rivolte a loro per aiuti

È un modello speculare alla ciclicità delle crisi economiche e permette l’acquisizione di insperati margini di profitto, con specifiche conseguenze in ambito sociale:

«Il capitale finanziario è la risposta del modo di produzione capitalistico alla non mobilità del capitale reale (la concentrazione del capitale)
[…] Un conto è la concentrazione (riproduzione su scala allargata: accumulazione), un conto è la centralizzazione (semplice cambiamento nella distribuzione dei capitali già esistenti). La centralizzazione aumenta il processo di accumulazione, allarga la composizione tecnica del capitale e fa diminuire la domanda relativa di lavoro

Non esiste alcun complotto del Grande Capitale, trasmutato nei tentacoli della Finanza universale teleguidata da intelligenze aliene, ma un’idea… una precisa linea di pensiero… tradotta in modello universale, ma relativamente recente che prospera nell’ignoranza di plebi che concionano di “signoraggi” e “cospirazioni globali”.
Se ci perdonate l’ennesima citazione rubata:

«Bisognerebbe riscoprire Rudolf Hilferding, da cui Lenin attinse a piene mani, pur coprendolo di insulti per le prese di posizione contingenti dell’economista. Cosa sosteneva Hilferding, ne “Il capitale monopolistico”? Che il capitale astratto avrebbe progressivamente preso le redini dell’economia produttiva, fino ad assumerne il pieno controllo. Non con un atto di forza, bensì per reciproca complicità. I profitti reinvestiti nel settore finanziario, a scapito degli investimenti nella produzione di merci. Il monopolista e il banchiere che finiscono per essere una persona sola. Anzi, una non-persona: Monsieur Le Capital l’aveva chiamata Marx (e così l’avrebbe chiamata uno studioso lucidissimo, Marco Melotti, scomparso di recente).
Hilferding è stato tra i pochi, seri, continuatori di Marx, al di là di scelte politiche oggettivamente discutibili, e di soluzioni controverse (secondo lui, nazionalizzando le banche, un governo socialista avrebbe automaticamente assunto il controllo delle grandi imprese). Ciò che resta valido, nel suo ragionamento, è la denuncia della tendenza del capitalismo a farsi progressivamente più evanescente, a fondarsi su un sistema simbolico sempre più distante da ciò che crea ricchezza, e cioè il lavoro.
Perduto il referente concreto, si avrà un assetto instabile, soggetto a periodiche crisi (qui non è più Hilferding che parla, ma Marx in persona). Fino alle paradossali inversioni cui il capitalismo moderno ci ha abituati. Un’azienda è tanto più sana quanti più lavoratori espelle (sì, ma quanto consumeranno dopo gli espulsi? Quale domanda solleciterà gli investimenti?). Un’economia è tanto più solida quanto più comprime la spesa (meno servizi gratuiti, minore accesso a ciò che spetterebbe di diritto: salute, casa, scuola e altri capisaldi del vivere civile. Privatizzare il privatizzabile). Un paese è tanto più povero quanto più è ricco di risorse naturali.
Su tutto, lo spettro sempiterno di minacce diaboliche e impalpabili: il debito incombente, la stramaledetta inflazione, l’eccesso di moneta sui mercati, ecc. A suo tempo, da Keynes si passò a Milton Friedman, e a lui si ispirarono Ronald Reagan e Margaret Thatcher, più i loro devoti successori. Peccato che Friedman, e con lui gli economisti “supply siders”, mai abbiano messo assieme una dottrina organica dell’economia. Andavano a casaccio. I loro seguaci hanno messo (temporaneamente) in ginocchio il Cile e l’Argentina. Frutto dei loro esperimenti sono anche i polacchi che si offrono di pulirci i parabrezza ai semafori.
Per inciso, la non-dottrina di Friedman oggi è adottata dalla Banca Centrale Europea (l’ha inclusa anche nel progetto di Costituzione e nel patto di Lisbona) e dall’Occidente nel suo assieme. Se come teoria fa acqua, i suoi risvolti politico-sociali sono netti: smontare la classe operaia – o più in generale il proletariato – quale soggetto compatto, portatore di istanze collettive. Scinderla in individui costretti a contrattare individualmente, o a piccoli gruppi, la propria sopravvivenza. Abolire i contratti di lavoro nazionali, in modo da lasciare i soggetti deboli in balia di se stessi. Illuderli con lo specchietto di una falsa autonomia, in modo che l’azienda possa, all’occorrenza, liberarsene come facevano le antiche mongolfiere, quando staccavano e gettavano nel vuoto i sacchetti di sabbia per prendere il volo.
Un precario riesce con difficoltà a essere un soggetto antagonista: teme per il suo posto di lavoro. Idem per un falso “lavoratore autonomo”: difenderà la propria posizione individuale. Idem per un operaio o per un impiegato, circondato da un mare di precari e di disoccupati: nel timore di finire in quelle acque, accetterà ogni sorta di disciplina e di prepotenza. Peggiore di tutte è però la posizione del lavoratore subalterno che ha accettato di convertire in fondi azionari i propri risparmi o la propria pensione. Diventa oggettivamente parte marginale dell’economia astratta. Trepida per i soprassalti dei listini di borsa, che legge con fatica. Diversamente da un azionista vero, non può agire: deve solo subire. Voterà Berlusconi, l’unico che lo può salvare.
Ignora infatti cosa sia la politica dell’open mouth, della “bocca aperta”, teorizzata dai supply siders e adottata da Ronald Reagan. Lanciare sorrisi e messaggi ottimistici, dire bugie per rassicurare. Convincere tutti che la povertà del presente è ricchezza futura. Chiamare a una corsa in cui i cavalli migliori potranno vincere (traggo il paragone da “Martin Eden”, del compagno Jack London). I cavalli in corsa non si parlano tra loro. Alcuni cadono, altri si azzoppano. Uno solo vince, ma la vittoria vera è di chi lo cavalca. Attenzione a quanti vi parlano di ‘merito’: hanno in mente l’ippodromo. Sono i fantini.»

Valerio Evangelisti
Carmilla on line
(15/10/08)

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Il Re del Mondo

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , on 13 ottobre 2010 by Sendivogius


Il Cialis nuoce alla salute? L’abuso di Viagra può comportare disturbi psichici?
Un’overdose da Tadalafil incide sul comportamento?
La domanda nasconde molto più di un sospetto. E certo il dubbio si pone, almeno a giudicare dalle priapee giaculatorie del Papi della Patria in costante erezione declamatoria…
Racconta barzellette sugli ebrei, non avendo niente di meglio per intrattenere il codazzo dei paggetti in adorazione. Bestemmia in pubblico. Improvvisa storielle sconce. Millanta amori (mercenari) davanti alle ancelle della corte. Si auto-invita al compleanno di Putin, imbucandosi in ritardo alla festa dello Zar (quanto devono piacergli quelle dacie così discrete, isolate nella tundra…).
Quando lo si riesce a trascinare in Parlamento, almeno una volta all’anno, se non si appisola subito, gareggia con gli aedi di corte nella composizione dei peana da recitare a sua gloria imperitura. È un Narciso allo specchio che non si accorge come i suoi panegirici suggellino l’epitaffio di una mente disturbata, inesorabilmente tarata, nella riedizione perenne delle sue paranoie e delle sue ossessioni, con l’immancabile corollario di promesse…
Consultato dal fido Emilio Fede, l’oracolo vivente ha raccomandato di “lasciare spazio ai giovani”, poiché “di vecchi qui in Italia attivi ne basta uno solo…e sono io”. La sua è una missione che lo costringe a lavorare 11 ore al giorno… E, in effetti, si vede:

A prestare attenzione ai deliri che ne devastano la mente, il botulinato Chevalier du Hardcore, tra un trapianto di capelli ed un festino privato, avrebbe trovato il tempo per porre fine alla Guerra Fredda e garantito la pace mondiale. Esattamente nell’anno 2002 durante lo “storico” vertice di Pratica di Mare dove, nelle vesti di nano da cortile, il Gongolo brianzolo mostrava al mondo un saggio della propria minchioneria con la storiella di Romolo e Remolo.
È merito delle sue provvidenziali telefonate il riavvicinamento tra USA e Russia, di aver risolto la crisi georgiana nel 2008, e di aver convinto Obama a stanziare i 700 miliardi di dollari per il salvataggio delle banche statunitensi.
 Da Imperatore a Re del Mondo! È l’elogio estremo del piazzista che promuove sé stesso come unica merce: un bolso mascherone da museo delle cere, che ormai imbarazzerebbe persino il Circo Barnum.
Naturalmente non perde occasione per negare l’esistenza di una qualsivoglia recessione economica in Italia (una questione di “percezione”) e, di conseguenza, l’inutilità di ogni provvedimento volto al superamento di qualcosa che non esiste. L’economia va benissimo, l’occupazione è in piena espansione, i salari sono ottimi e abbondanti…
Tutto va bene madama la Marchesa, fintanto che dura l’illusione.
E ciononostante, esistono spiriti liberi dalla rara lucidità critica, in grado di percepire il degrado nella sua essenza più deleteria, senza mai lasciarsene contaminare.
È il caso di Alessandra Daniele: la riservatissima autrice degli eccezionali cammei al vetriolo che, dalle pagine di Carmilla, suggellano i frammenti infetti di un’epoca molesta.
Sono racconti brevi, fulminanti nello stile e nel messaggio; ai limiti del parossismo, a tratti surreali… Sono pietrate letterarie lanciate contro lo specchio dei tempi, in nome dell’ironia più dissacrante.
Una piccola selezione tanto per rimanere in tema:

 L’Impero del Sola
 di Alessandra Daniele
 22/03/2010 – Carmilla on line

Vostra Maestà Imperiale, c’è rimasto ancora qualche sparuto gazzettiere che si rifiuta di osannarvi.
– A morte.
– Maestà….non è possibile per il momento…
– Ma mi danno fastidio! – sbuffa l’Imperatore.
Il Ciambellano sembra mortificato.
– Avete ogni ragione, Maestà, ma avete anche un accordo col Pontefice: niente esecuzioni per motivi laici durante la Quaresima. Solo roghi di eretici, e chierichetti chiacchieroni.
– Non posso ancora decapitare i gazzettieri?…Beh, allora mozzategli la lingua.
– Anche alle donne?
– No!…Alle donne mozzate…- l’Imperatore esita – …sto cercando un pezzo del corpo femminile che non mi serve…
– Il cervello – sogghigna il Ciambellano .
– Non dire assurdità, le femmine non hanno il cervello!
Ridono.
– Come prosegue la stesura del Codice Unico delle Leggi Imperiali?
– Benissimo Maestà.
– Ma perché ci vuole tanto? Dev’essere composto d’un solo articolo: ”Sua Maestà Imperiale può fare quel cazzo che vuole, e nessun suddito gli deve rompere i coglioni”. Quanto ci mettono quegli amanuensi pipparoli a miniare questa semplice e incontrovertibile sentenza?
– Non è stato quello a richiedere tempo, bensì la distruzione totale e sistematica di ogni precedente codice, legge, decreto, regolamento, e contratto di convivenza civile. E’ stato un processo elaborato, ma ormai è praticamente concluso.
– Quella parola!…- L’Imperatore contorce il viso in una smorfia – Nessuno deve mai osare pronunciarla al mio cospetto!
– Quale?…Proc…oh, perdonatemi Maestà! – il Ciambellano si inchina fino a terra.
– Alzati – sbuffa l’Imperatore – in quella posizione davanti a me voglio vedere solo femmine, non sono mica il Pontefice!
Ride.
– A proposito, è arrivato il carico di bionde del lunedì?
Il Ciambellano si rialza – Certamente Maestà.
– Allora togliti dai coglioni, e mandamele, che ho altro da farmi leccare, oltre il culo! – Ride.
Il Ciambellano esce camminando all’indietro.
Appena fuori dalla stanza sbuffa, si toglie i paramenti colorati.
Si infila una gicca grigia.
Un uomo in doppiopetto gli si avvicina.
– Come sta il vecchio?
– Completamente andato.
– Bene. E’ esattamente così che ci serve.
L’uomo con la giacca grigia guarda l’orologio.
– Mandagli le solite puttane, io per oggi stacco.- Si infila il cappotto – E vedi che al posto del talk show che chiudiamo stasera, mandino in onda un film della Disney – sorride – voglio guardarlo coi miei figli.

La raccolta completa la trovate QUI.

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