Archivio per Camillo Berneri

Good Luck & Good Night

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 12 marzo 2014 by Sendivogius

The Red Moon PreachersMarco Tullio Cicerone, che ora ottimo retore e pessimo politico, considerava l’arte oratoria come la capacità di padroneggiare il potere della parola e con essa dominare l’immaginario del pubblico, determinandone le emozioni a proprio piacimento e vantaggio.
Consapevole che demagogia, finzione e mimica, ne costituiscono i corollari fondamentali, l’intrigante avvocato di Arpino arrivò a prendere lezioni di recitazione da attori teatrali, per allenare la favella e affinare la propria abilità. Sicché, con la modestia che lo contraddistingueva, al culmine della sua carriera, Cicerone si considerava l’oratore perfetto e sintesi vivente dell’arte in questione, tanto da perderci la testa…
Ovviamente, l’ars dicendi, lungi dall’estinguersi con la dipartita del vanaglorioso ciociaro, nel tempo si evolve, muta pelle, si arricchisce di nuovi strumenti che ne esaltano la potenza e ne estendono la portata oltre le anguste piazze del foro o i palchi estemporanei dei comizi… In epoca contemporanea, per dire, ci sarebbe da chiedersi cosa sarebbero stati un Hitler, un Churchill o un Roosevelt, senza il potere onnipervasivo della radio.

«L’uomo politico è anzitutto “oratore”. L’oratore è l’artista della parola. L’uomo politico non è soltanto questo: egli è l’attore della parola. Oratore è colui che domina il pubblico; oratore politico colui che si serve della propria arte per dominare il pubblico.»

  Camillo Berneri
“Della demagogia oratoria”
(Almanacco libertario, 1935)

Attualmente, convogliata nei circuiti mediali del grande circo televisivo, con le sue cacofonie indistinte di urlatori catodici, telepredicatori e apocalittici da salotto, l’antica arte ha perso fronzoli ed allori, per tracimare nel “facilismo retorico” che sempre si accompagna alla facondia tribunizia di politicastri con aspirazioni da presunto ‘statista’ e ben più mediocri ambizioni.
CatilinaIn fondo, l’Italia è sempre stata patria di inesauribili cazzari, per un paese inguaribilmente malato di ‘ducismo’: quello paternalistico e arraffone dei Re Travicello. Dagli imbonitori da fiera ai giggioni da avanspettacolo, ha sempre contrapposto soluzioni minime a grandi problemi, nella prevalenza del cialtrone travestito da decisionista di successo. Per questo siamo passati da un fenomeno fuori competizione alla sua copia ringiovanita e ancora crinita, in perfetta sintonia di amorosi sensi, per un’overdose di proclami, annunci, promesse, nella fanfaronesca faciloneria del Bambino Matteo, perso tra le esplosioni pirotecniche ed i crepitii dei suoi fuochi d’artificio, e quanto mai ansioso di sembrare ‘grande’ nella piccineria dei suoi semplicismi.
Perché lo strombazzante neo-premier Renzi riscuote tanto successo di pubblico e di critica presso una stampa più prona che pronta?

«Perché è prestante, perché ha eloquenza fascinatrice e resistente, ma soprattutto perché la sua psicologia somiglia sinceramente a quella del popolo: ottimista, semplicista, facilona, ricca più d’immagini che di idee, e di forme più che di cose»

Il fenomeno d’arresto e d’involuzione;
l’ottimismo ferriano e le sue conseguenze
Critica Sociale (1908)

Sono le parole di Giovanni Zibordi, socialista riformista di inizio ‘900, che ovviamente non si riferiva al Giamburrasca fiorentino ma allo scoppiettante Enrico Ferri che da socialista rivoluzionario si riciclò fascista.
Del resto, Anna Kuliscioff aveva già liquidato il personaggio con poche sferzanti parole:

«Il gran cialtrone non ha né cultura solida né ingegno. È un vanesio, che non vive che dell’approvazione pubblica, se gli manca questa non è più niente»

Evidentemente il genius ferriano è destinato a rivivere dilatato su scala nazionale, in sembianze fiorentine, mentre il Rottamatore (o “Riciclatore” di impresentabili?) si accinge a smantellare il Senato così come ci si disfa di un paio di scarpe rotte, sacrificando l’antichissima istituzione ai furori qualunquisti del momento. E per di più lo fa mentre si appresta a varare una legge elettorale che mortifica i più elementari criteri di rappresentanza democratica, dopo aver boicottato la parità di genere e riesumato la salma del Pornonano, improvvidamente elevato a compagno di merende (costituzionali).
E siccome nel grande villaggio di Borgo Citrullo non ci facciamo mancare proprio nulla, ci si è concessi pure la parentesi delirante del grullismo militante, insufflato dai rutti etilici di uno psicopatico barbuto che si crede il “dio” di una religione privata, mentre la sua setta si consuma in purghe staliniane e atti di contrizione interna, con l’inquisizione degli apostati del moVimento proprietario a marchio registrato.
moebiusNell’estetica plastificata del suo riduzionismo minimalista, il verbo si è fatto carne (e sangue.. e merda!), per essere consegnato agli appetiti della massa, quantificata in consistenza elettorale, e da questa consumata agevolmente, nell’ansia di piacere e di piacersi e più in fretta spendere i crediti di un consenso effimero, fondato sull’effetto temporaneo… sul coup de théâtre in teatrini politici a conduzione variabile per identico copione, col quale si celebrano i fasti dell’approssimazione. È il trionfo dello slogan, meglio se calzato d’infilata con sparate crescenti di colpi caricati a salve, dove il rumore ed il fumo delle cannonate in bianco copre la vacua inconsistenza del nulla.

«Se la grandezza dell’oratore fosse tutta nei gesti, nella voce, nel giuoco delle sue espressioni, l’ars oratoria non sarebbe che una branca dell’arte teatrale.
L’eloquenza di Mussolini è ricca di immagini, e le immagini sono nei discorsi ciò che gli aggettivi sono negli scritti. Più il pensiero è solido e l’espressione potente ed immediata, meno aggettivi ed immagini si incontrano nel discorso, che non è altro che prosa parlata. Il grande oratore è il Molière della parola, colui che crea i suoi discorsi e li pronuncia con arte, mentre l’oratore comune tesse con bei gesti e belle frasi, e con una sua mimica, un velo ricco di riflessi che però si ridurrà ad uno straccio quando non ci sarà più il suo tessitore ad agitarlo.
Dell’eloquenza di Mussolini come di quella di Gladstone non resterà che un’eco rumorosa. La vera eloquenza è quella della fonte perenne; quella del tribuno è una voce che muore appena tace: come quella del cantante.
Mussolini è dunque un grande tribuno. Gustave Le Bon ha detto: “Conoscere l’arte d’impressionare la immaginazione delle folle, significa conoscere l’arte di governare”. Ciò è vero psicologicamente, ma è falso storicamente poiché i grandi tribuni han saputo portare le folle all’esaltazione, condurle ove essi volevano condurle, ma il potere conquistato con la sola parola è sempre stato un pallone presto sgonfiatosi sull’abisso.»

 Camillo Berneri
 “Della demagogia oratoria”
(Almanacco libertario, 1935)

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DISTRAZIONI DI MASSA

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 novembre 2013 by Sendivogius

Jean-Léon Gérôme - Phryne svelata (1861)

È desolante constatare, se ancora ce ne fosse bisogno, come i deserti delle democrazie mediatiche siano costantemente abbacinati dagli abbagli di non-notizie, centrifugate nella poltiglia indistinta di una generalizzazione piagata dalla massima approssimazione… L’importante è impressionare, scuotere l’attenzione nel sensazionalismo dell’attimo; giammai approfondire e razionalmente ponderare.
E fu così che in un brutto giorno d’autunno l’italiota medio, dal fondo del suo salottino misero-borghese, scoprì l’esistenza delle baby-prostitute e delle porno-lolite che arrotondano la paghetta avita con ben più consistenti marchette mercenarie. Piaga antica come l’umanità e universalmente diffusa, della prostituzione minorile parlava ampiamente (per dire) anche il Satyricon di Petronio: testo che nei licei seri ancora si legge, o si traduce direttamente dal latino.
In Giappone, vengono chiamate Enkou shōjo e la pratica si accompagna spesso allo squallido fenomeno conosciuto col nome di Enjo kōsai
Dalle nostre parti, ne ha scritto diffusamente Alberto Moravia in uno dei suoi romanzi più duri: La vita interiore, guarda caso ambientato negli ambienti pariolini della Roma bene.
Il Porco In tempi più recenti, il pubblico meretricio delle prostitute bambine, consumato nell’indifferenza generale lungo i viali metropolitani, si è trasferito direttamente nelle dimore imperiali del Papi della Patria ed eletto a pratica ordinaria, tra gare di burlesque e cene eleganti con la partecipazione straordinaria della nipote marocchina dell’egiziano Moubarak.
Ovviamente, a destare scandalo è un fattaccio di cronaca cittadina da usare come stura per un allarmismo ipocrita, dietro il quale si cela però una morbosità malsana, per alimentare le paranoie di genitori già patologicamente iperansiogeni, divorati dai sensi di colpa di peter pan assenti.

Fabio Fabbi - Mercato delle schiave

Le altre non-notizie del momento sono tutte all’insegna del medesimo squallore, applicato al deprimente grigiore politico del tempo presente: la non-decadenza del Pornonano; le non-dimissioni del Guardasigilli; le non-proposte di un non-partito, che si rianima a colpi di fake e tra le esibizioni di rutto libero del “capo politico”, per camuffare un’incompetenza imbarazzante…
E in tal senso, l’ennesima boutade pentastellata circa il sedicente “reddito di cittadinanza” è già sfrecciata via come una cometa in disfacimento, per ricadere subito nel dimenticatoio dell’idiozia, ridotta qual’è a buffonata mediatica, dissolvendosi nei fumi della sua pretenziosa inconsistenza tra declamazioni trionfali ed effimeri scoppi di mortaretti.
È un avvicendarsi di imbonitori e venditori sul palco della ribalta, al grande incanto delle proposte irrealizzabili: dal presidente operaio e un milione di posti di lavoro, a mille euro per tutti! Anzi no: 600… 800… 400… è un asta al ribasso, ora al rilancio!
Superato il dramma, resta la farsa.
Tutto si sussegue alla stregua dei trucchi da baraccone di un prestigiatore impazzito, che dal suo cilindro magico non fa altro che tirare fuori, coniglietti, tortorelle e mazzi di fiori a getto continuo, tentando invano di impressionare un pubblico sempre più annoiato e distratto.
Camillo BerneriIn tempi di agonia politica, l’agone appartiene agli attori travestiti da tribuni ed ai venditori camuffati da moralisti… Un vecchio vizio tipicamente italiano, che anarchici preveggenti come Camillo Berneri conoscevamo bene e sapevano riconoscere dietro le pratiche della “demagogia oratoria”:

«A forza di seminare sciocchezze a piene manciate, a forza di provocare diarree di entusiasmo senza pensiero, a forza di lanciare delle trovate da ciarlatani invece che delle idee nette e ferme, siamo giunti al fascismo. E non abbiamo ancora imparato che pochissimo, nonostante che la lezione sia stata disgustevole di olio di ricino, dura di manganello, lacrimante sangue e sghignazzante con tutti i denti, come la morte sghignazza. Oh, che ci vuole agli Italiani per stomacarli?
[…] Il predicatore, sia tonsurato sia ateo, sia fascista sia giacobino, è facondo sempre ma non mai eloquente. La facondia permette di parlare a lungo ed elegantemente senza esporre idee che non siano dei luoghi comuni.
[…] Il facondo senza eloquenza è il tribuno volgare. Prato ondante al vento della parola, la folla accoglie il fondiccio di torbidumi ideologici, si compiace delle cascatelle di metafora più o meno barocche, si meraviglia della fluidità dell’eloquio, si lascia impaniare dalle civetterie del gesto e dei toni. Ma finito il discorso-spettacolo, non rimane, nei cervelli, che qualche vaga immagine fumosa
di tutti quei razzi e di tutte quelle girandole. Alla domanda dell’assente: “Che cosa ha detto?” non vi è altra risposta: “Ha parlato bene”, che altra risposta non è possibile

 Camillo Berneri
da L’Adunata dei Refrattari
(28/03/1936)

Domani è un altro giorno, con un nuovo palinsesto da riempire…

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Bagno di Sangue

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf, Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 febbraio 2013 by Sendivogius

CARRIE - Lo sguardo di Satana

In uno dei suoi film più significativi, Nanni Moretti, esasperato dalla terrificante sequenza di idiomatismi della sua intervistatrice, la congeda a schiaffoni (“ma come parla?!?”). Perché le parole sono importanti.

“Chi parla male, pensa male e vive male.
Bisogna trovare le parole giuste:
le parole sono importanti!”

Palombella rossa (1989)

Oggi, dinanzi alla crisi neo-weimariana di partiti con scarso o nessun appeal, ci ritroviamo nuovamente a discettare sulla discesa in campo dell’ennesimo miliardario, che arringa le folle con invettive da bar sport e metafore bellicose dalle gocciolature grandguignolesche.
Il Giullare - di William Merritt ChasePer gli strani ricorsi della storia, inconsapevoli se ci tocchi di vivere in sorte la farsa o la tragedia, a segnare lo zeitgeist di un tempo imperfetto è la staffetta tra il monarca che si fece buffone ed il giullare che volle farsi re, a ruoli interscambiabili, nell’imprescindibilità del cialtrone come figura immanente della politica italiana e per il sollazzo della plebe plaudente.
Dopo lunghi anni trascorsi a bandire ed esorcizzare ogni forma di dissenso organizzato, dopo la remissione sociale di una generazione dimenticata prima ancora che “perduta” (difficile smarrire qualcosa che non si è mai cercato), di rancore da parte di chi ansioso più che altro di omologarsi al “sistema” se ne è sentito respinto, di rabbia sopita e sempre inespressa, gli italiani hanno finalmente riscoperto il gusto per la “protesta”, che nella Penisola ha sempre assunto di preferenza le forme delle recriminazione, erroneamente scambiata per ‘rivoluzione’…
In un’altra crisi altrettanto devastante (quella del 1929), Camillo Berneri, che evidentemente conosceva bene la malapianta del populismo, ebbe a dire con la lucidità che ne contraddistingueva le analisi:

La rivolta non sarà morale. Sarà lo scoppio di un generale malcontento egoistico, di una esasperazione di ventri vuoti.

Attualmente, in Italia il meglio che la protesta ha saputo produrre è Beppe Grillo e la sua alba dorata a cinque stelle: specchio di una nazione, in grado di dirla lunga sul livello di maturità democratica e coscienza civile di un popolo che, con ogni evidenza, non riesce proprio ad affrancarsi dal mito del demiurgo risolutore e dalle pagliacciate ad effetto nella fiera dell’arcitaliano. Attilio RegoloE per fortuna che al fianco del profeta ha preso posizione anche Adriano Celentano! Adesso sì che siamo davvero in una botte di ferro (proprio come quella di Attilio Regolo).
Capita così che un’ordinaria campagna elettorale (la più scialba e vuota che si sia mai vista!) diventi un “bagno di sangue”, ignorando evidentemente il significato del termine, con parlamenti da bombardare e rastrellamenti da fare, per galvanizzare le scalcinate sturmtruppen alla “terza guerra mondiale”.
Mai come oggi è stato facile inveire contro i partiti. Oggettivamente sono indifendibili. Di questi si può ormai dire di tutto e di peggio. Ma una protesta è destinata ad essere senza futuro, se è priva di idee concrete. E non è che il Paese si può fermare, fintanto che gli ensiferi se ne facciano venire qualcuna su suggerimento del misterioso “Staff” ed elaborazione della Casaleggio Associati.
Se è semplicissimo criticare e denigrare i programmi dei partiti in lizza, si dimentica però che ciò è possibile per il semplice motivo che le proposte e l’offerta elettorale è arcinota e dunque confutabile.
Per questo possiamo rigettare le ricette monetariste di un Monti, arenato nell’indecenza della sua arroganza accademica.
Rifiutare l’inconsistenza dell’elusivo partitone bersaniano che nella sua “Carta di intenti” riesce a non pronunciare quasi mai la parola ‘sinistra’, ma ha la disarmante onestà intellettuale di vendere anima e culo “per un accordo di legislatura con le forze del centro moderato” (pag.8), con esplicita ammissione, a prescindere da qualunque sia il risultato elettorale:

«I democratici e i progressisti s’impegnano altresì a promuovere un “patto di legislatura” con forze liberali, moderate e di Centro, d’ispirazione costituzionale ed europeista, sulla base di una responsabilità comune di fronte al passaggio storico, unico ed eccezionale, che l’Italia e l’Europa dovranno affrontare nei prossimi anni.»
 (pag.14)

Del M5S invece si ignora tutto, dal programma reale agli obiettivi, dai Whocandidati alle proposte. Non male per chi a parole predica la massima trasparenza. Ammantato dall’alone catartico del Nuovo (la formula di successo che in Italia ci ha regalato prima il fascismo, poi il leghismo ed il berlusconismo) è un pacchetto a scatola chiusa, che si accetta per mistero L'Urlo del Merdonedella fede, impermeabile com’è ad ogni verifica sul concreto. A meno che non si intendano davvero come proposte alternative e anti-sistema i frizzi, i lazzi, e le scemenze di un saltimbanco che strepita e gigioneggia, sproloquiando su di un palco.
Del fenomeno Grillo non ci dilungheremo oltre, avendone già parlato in abbondanza (per esempio QUI, ma anche QUI e QUI).
Si possono (e si devono) disprezzare le televendite elettorali del Pornonano, finte come i suoi capelli; schifarne le promesse, false come il fondotinta che ne colora il volto cadaverico.
Ma la strombazzata restituzione dell’IMU, con tanto di lettera patacca, in perfetto stile Cetto La Qualunque, non è molto diversa da quella del Grullo a cinque stelle, che fanfaroneggia di “sussidio di cittadinanza” promettendo a tutti gli italiani 1.000 euro al mese. A occhio, è una cifra ricompresa tra i 35 ed i 40 miliardi di euro all’anno. Al confronto, pare un’inezia quanto incassato in un anno di IMU, peraltro da cancellare senza spiegare come compensare. E sempre ammesso che i beneficiari del sussidio siano ‘solo’ tre milioni di persone. E di fanfaluca in fanfaluca assicura che reperirà un simile importo dai rimborsi elettorali.
Certo. E Cicciolina è vergine!
DON'T SAY BULLSHITS! - Ergo Proxy Render by Margoth64In fondo, l’obiettivo del guru ligure e dei suoi adepti in estasi è semplice: prendere il controllo della nave e buttare a mare tutti coloro che attualmente ed in passato sono stati sulla plancia di comando. Senza distinzioni. Non importa l’ordine e grado, le responsabilità e le mansioni. Canada mutiny on Hudson's ship - antique-print-c1880Dal comandante all’ultimo degli ufficiali, dal cartografo al radiotelefonista, vanno tutti scagliati fuoribordo, per il semplice fatto di essere stati lì nella sala di regia. Per Grillo e la sua folla osannante sono tutti Schettino, nessuno escluso. E poco importa se i mozzi ora al comando nulla sanno di navigazione e strumentazione di bordo, mentre il vascello se ne va allegramente alla deriva, senza che alcuno si preoccupi di stabilire una rotta né scegliere una destinazione, perché prima o poi da qualche parte arriverà.
La nave dei folliGrillo riempie la piazza e tanto basta. Fa tendenza. E la “protesta” è liquida nella finzione scenica di chi scambia la coreografia per mobilitazione, nella rassicurante anomia collettiva. Due battute, applausi, e tutti a casa, contenti di cotanto impegno per il “cambiamento”.
Se le piazze fossero l’esclusivo metro di misura della democrazia, e fosse sufficiente riempirle per amministrare al meglio un Paese, allora tanto valeva tenerci gli inventori delle “adunate oceaniche”
La folla saluta il duce a Piazza VeneziaSe i sondaggi fossero una scienza esatta (e non lo sono), sarebbe facile tracciare una mappa dei flussi di consenso al bacino potenzialmente eterogeneo dei “cinque stelle”, mentre tutti piazzano la propria bandierina nella grande enclave degli ‘indecisi’… Nonostante tutto, il PD non flette, mentre il SEL di Vendola perde consensi a favore della lista di Ingroia. Quindi, se la matematica non è (ancora) un’opinione, il sedicente M5S attinge il grosso dei suoi consensi tra l’ex elettorato dipietrista. E soprattutto da quello leghista e burlusconiano (già democristiano e fascista), oggi certamente molto indignato contro quel ‘sistema’ e quella ‘politica’ che, causa crisi economica, ha smesso di elargire prebende dispensando assunzioni e favori. Nella flagranza dei loro piccoli egoismi provinciali, rivogliono indietro i “soldi”, che non sono sottratti in senso lato alla comunità tutta ma a se stessi. Per questo amano tanto fare i conti in tasca alla “casta”, che ebbra di ricchezze sembra essersi dimenticata di loro.
A buon ragione, si obietterà su come il M5S prenda voti anche a sinistra… Ovviamente. Ogni parrocchia ha i suoi preti spretati.
Sembra che al dotto Gianroberto Casaleggio piacciano i francesismi dei monarchi inglesi, in omaggio alla tradizione degli ordini cavallereschi (honni soit qui mal y pense). Ebbene, gliene regaliamo uno…
Edoardo I In merito a certe perdite, nel 1296, un vecchio re, Edoardo I Plantageneto, informato della defezione degli scozzesi che giammai avrebbero voluto sottostare ai voleri della Corona inglese, preferendo la frusta dei rozzi lords di puro sangue highlander, senza preoccuparsene troppo chiosò sprezzante: Bon bisoigne fait que de merde se delivre.”
È superfluo ricordare come William Wallace che aveva guidato la defezione, di lì a pochi anni finirà squartato vivo sul patibolo a Londra, tra gli sghignazzi divertiti della più infima plebaglia.
Né destra né sinistra, il Grillismo è una religione e come tale richiede verità di fede. Il bisogno di un “nemico”, la denuncia di complotti inesistenti, il vittimismo da finte persecuzioni… tutto fa brodo nella costruzione mitopoietica di una proiezione tutta personale. La “casta”, i “partiti”, le “larve della politica”, il “parlamento”, sono un obiettivo perfetto da dare in pasto alle masse che chiedono idee semplici e bersagli facili. Pronte a bersi ogni panzana, anche la più assurda purché ben confezionata e, soprattutto, urlata.
L'amante pelosoPeccato che nel momento in cui si varca la fatidica soglia di Montecitorio, le distinzioni si elidano fino a scomparire ed il predatore si trasformi in preda per gli appetiti convulsi della folla aizzata a comando, ai cui occhi sono “tutti uguali” a prescindere. Ma, almeno per ora, il nemico è chiaro…

Parlamento «Si pensi di quali pietosi elementi siano composti, in generale, i cosiddetti “programmi di partito”, e come di tempo in tempo vengano spolverati e rimessi alla moda! E’ necessario porre sotto la lente d’ingrandimento i motivi essenziali delle “commissioni per il programma” dei partiti, per bene intendere il valore di questi aborti programmatici. Una sola preoccupazione spinge a costruire programmi nuovi o a modificare quelli che già esistono: la preoccupazione dell’esito delle prossime elezioni. Non appena nella testa di questi giullari del parlamentarismo balena il sospetto che l’amato popolo voglia ribellarsi e sgusciare dalle stanghe del vecchio carro del partito, essi danno una mano di vernice al timone. Allora vengono gli astronomi e gli astrologhi del partito, i cosiddetti “esperti” e “competenti”, per lo più vecchi parlamentari che, ricchi di esperienze politiche, rammentano casi analoghi in cui la massa finì col perdere la pazienza, e che sentono avvicinarsi di nuovo una minaccia dello stesso genere. E costoro ricorrono alle vecchie ricette, formano una “commissione”, spiegano gli umori del buon popolo, scrutano gli articoli dei giornali e fiutano gli umori delle masse per conoscere che cosa queste vogliano e sperino, e di che cosa abbiano orrore. Ogni gruppo professionale, e perfino ogni ceto d’impiegati viene esattamente studiato, e ne sono indagati i più segreti desideri. Di regola, in questi casi diventano maturi per l’indagine anche “i soliti paroloni” della pericolosa opposizione e non di rado, con grande meraviglia di coloro che per primi li inventarono e li diffusero, quei paroloni entrano a far parte del tesoro scientifico dei vecchi partiti, come se ciò fosse la cosa più naturale del mondo.
Scatola di tonno(…) Ogni mattina, il signor rappresentante del popolo si reca alla sede del Parlamento; se non vi entra, almeno si porta fino all’anticamera dove è esposto l’elenco dei presenti. Ivi, pieno di zelo per il servizio della nazione, iscrive il suo nome e, per questi continui debilitanti sforzi, riceve in compenso un ben guadagnato indennizzo. Dopo quattro anni, o nelle settimane critiche in cui si fa sempre più vicino lo scioglimento della Camera, una spinta irresistibile invade questi signori. Come la larva non può far altro che trasformarsi in maggiolino, così questi bruchi parlamentari lasciano la grande serra comune ed, alati, svolazzano fuori, verso il caro popolo. Di nuovo parlano agli elettori, raccontano dell’enorme lavoro compiuto e della perfida ostinazione del altri; ma la massa ignorante, talvolta invece di applaudire li copre di parole grossolane, getta loro in faccia grida di odio. Se l’ingratitudine del popolo raggiunge un certo grado, c’è un solo rimedio: bisogna rimettere a nuovo lo splendore del partito, migliorare il programma; la commissione, rinnovata, ritorna in vita e l’imbroglio ricomincia.
(…) Quindi, se oggi al nostro movimento viene fatto, da parte soprattutto dei cosiddetti ministri nazionali borghesi, ed anche del centro cattolico lo spiritoso rimprovero di tendere ad una “rivoluzione”, a questo politicantismo da burla si può dare una sola risposta: “Si, noi cerchiamo di ricuperare ciò che voi, nella vostra criminale stoltezza, avete perduto”.»

Non è Beppe Grillo che sbraita in uno dei suoi comizi, ma Adolf Hitler nel primo capitolo del Mein Kampf.
Adunata nazista allo stadio di NorimbergaE del resto, nei modi e nei toni, con l’isterico caporale di Braunau l’arruffapopolo ligure sembra condividere parecchio…

Se le parole sono importanti, non meno lo è la gestualità e l’uso del linguaggio.

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IL TRIELLO

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , on 17 aprile 2012 by Sendivogius

Cancellare del tutto i finanziamenti pubblici, destinati ai partiti sarebbe un errore drammatico […] che metterebbe la politica completamente nelle mani di lobbies, centri di potere e di interesse particolare“.
La formidabile dichiarazione è il frutto delle fatiche congiunte del Cenacolo dell’ABC: la profana trinità della politica apostolica e istituzionalizzata, secondo i dogmi di santa romana casta (non avrai altri partiti all’infuori dei nostri). E ci sarebbe da chiedere dove mai abbiano vissuto fino ad ora Alfano-Casini-Bersani, che con le loro infelicissime esternazioni rischiano di costituire (loro sì!) l’unico vero Triello dell’anti-politica.

La Centrale

«Non so se esista davvero una centrale dell’antipolitica, magari in uno scantinato con una botola segreta, dove una setta misteriosa organizzata complotti contro la democrazia. Se esistesse sul serio, però, alla prima riunione dovrebbe puntare su tre obiettivi.
Primo, spingere i parlamentari a mantenere stipendi record, auto blu e privilegi mentre impongono nuove tasse ai comuni cittadini.
Secondo, impedire che i partiti si riducano i “rimborsi elettorali” dopo che si è scoperto che hanno speso per le campagne elettorali solo il 25 per cento dei due miliardi e mezzo incassati dal 1994.
Terzo, lavorare segretamente per una riforma gattopardesca che tolga agli elettori anche il potere di decidere chi va al governo.
Dopodiché, essendosi accorta che i tre obiettivi sono già stati raggiunti da qualcun altro, la centrale chiuderebbe e la setta andrebbe al ristorante

  Sebastiano Messina
(14/04/2012)

La “Politica” è scienza troppo complessa per essere lasciata all’improvvisazione. Figuriamoci se può essere il trastullo personalistico di improvvisati tribuni di una plebe inguaribilmente sensibile ai richiami dei pifferai magici, nella sua eterna infatuazione per il caporione di turno.
Coerentemente, è l’arte prediletta di inetti e demagoghi di ogni risma. Meglio se urlanti.

«La storia politica d’Italia è storia piena di tribuni facondi. Dai Gracchi a Cicerone, da Cola da Rienzo a Masaniello, da Imbriani a Mussolini, l’Italia è stata giocata dalla facondia tribunizia. L’Italia è stata, e sarà ancora per molto tempo un teatro, in cui il tenore preferito è passato dalla scena al palco reale, quando non è stato linciato per qualche stecca per essere, poi, portato in trionfo, vivo o morto. Il dialogo con la folla non l’ha inventato Mussolini e nemmeno Giulietti, e nemmeno D’Annunzio. È roba da foro romano. Male antico, il nostro. Del quale bisogna guarire. Fino a quando padroni della piazza saranno i tribuni, il duce sarà immanente nella storia d’Italia.»

 Camillo Berneri
L’Adunata dei refrattari
(28 Marzo 1936)

E pur tuttavia pensare che l’esercizio della Politica sia possibile solo ed esclusivamente all’interno della forma partitica, nella pretesa che politica e democrazia e partiti politici costituiscano un’unica equazione, è un atto di presunzione che ben denota l’arroganza di una classe (psuedo) dirigente sempre più pletorica e concentrata nella propria preservazione auto-referenziale. nel vuoto esercizio della delega in bianco attraverso gli stanchi rituali della cosiddetta “democrazia rappresentativa”.
La “politica”, nell’antica accezione greca del termine πολιτεία, dovrebbe essere innanzitutto partecipazione alla sfera pubblica, per la definizione di bene comune tramite la condivisione delle responsabilità, nella consapevolezza dei propri diritti e doveri.
Soprattutto richiede maturità e sensibilità democratica.
Ce da chiedersi se, come italiani, ne siamo davvero provvisti invece di ricorrere ai facili lavacri del populismo auto-assolutorio, in concomitanza di ogni crisi, perpetrando intatti vizi e malcostumi.

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LA FARAONA

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 marzo 2012 by Sendivogius

Solo un paese intrinsecamente reazionario come l’Italia poteva passare dal fascismo populista dell’oclocrazia berlusconiana al direttorio tecnocratico di una destra elitaria da fine ‘800, con la benedizione di un ex comunista alla Presidenza della Repubblica e l’avvallo incondizionato dei principali partiti della (ex) opposizione: dai dorotei della UDC, a quello zombie in decomposizione chiamato PD… Sulla perniciosa inutilità del partito bestemmia è inutile infierire ancora, poiché l’operazione rasenterebbe la necrofilia, con vilipendio di cadavere. Di questo non-morto politico in passato avevamo già abbozzato una diagnosi terminale [QUI]; bisogna dire che col tempo la prognosi si è ulteriormente aggravata. Aggiungiamo che la dipartita di questo ibrido senza identità sarebbe la naturale conclusione di una imbarazzante agonia.

D’altro lato, come in un ingiallito album di figurine d’antan, l’esecutivo Monti non si fa mancare nulla: banchieri, ammiragli, arcigni funzionari di polizia, un’agguerrita delegazione di baroni accademici, qualche arnese clericale e una folta rappresentanza di blasonati aristocratici dal sangue blu. Definirlo governo di “classe” è quasi un eufemismo e nella sua evidenza farebbe impallidire anche il più irriducibile dei marxisti.
Eppur tuttavia, le compassate cariatidi che affiancano il prof. Monti nella sua neo-giunta di salvezza nazionale sono in realtà figure opache, sostanzialmente irrilevanti. Oltre i temi economici, le iniziative dei singoli dicasteri sono praticamente inesistenti. E, nei fatti, il Governissimo sembra non andare oltre la soglia delle istituzioni bancarie e dei grandi interessi privati che apertamente rappresenta. La sua azione consiste nello svolgere diligentemente i compitini dettati dalle tecno-oligarchie di Strasburgo; proseguire come un rullo compressore nella demolizione delle politiche sociali, in atto da almeno trenta anni; correre ad incassare i complimenti degli euro-burocrati. Le eventuali voci critiche vanno ammutolite con lo spettro dell’apocalisse economica, opportunamente evocato e pompato da una stampa sostanzialmente omologata. Quando ciò non basta, il nuovo ‘messia’ può sempre fornire il calamaio alla penna giusta e, in alternanza con l’altro golden boy della finanza globalizzata prestato alla BCE, dettare il prossimo editoriale ai redattori del WSJ.
Parliamo naturalmente del ‘Wall Street Journal’:

«…ovvero TWMIP, “the world’s most important pubblication”, come si autodefinisce, beatamente ignaro di quanto sconosciuto questo allegro quotidiano neofascista sia alla maggioranza degli americani, per tacere degli svariati miliardi di persone che vivono nelle tenebre dove i bagliori sulfurei del giornalino di Wall Street non sono che vapori acquitrinosi dalle più remote marche del folle impero

Gore Vidal: “I nuovi teocrati”; pubblicato su The Nation il 21/07/1997.

Lungi dall’essere una struttura collegiale, il Governo Monti agisce però in splendida solitudine, con l’eccezione dell’intraprendente ministro Elsa Fornero: la spocchiosa professorina sabauda che pensa di “rieducare” il popolino dai suo vizi, per ricondurlo all’ortodossia dei mercati (finanziari).
Come il professorone, esperto in aumento dell’IVA e delle accise sui carburanti, abbia scoperto questo inquietante incrocio tra la Fata Turchina e Mary Poppins con l’elmetto resta un mistero. Si ha l’impressione di trovarsi dinanzi a personaggi surreali, usciti da un film di fantascienza degli anni ’50… o da una sessione di esami universitari… con la ministra che dispensa pagelline di merito, bacchetta gli alunni indisciplinati, e non ammette repliche ai suoi piani di battaglia. Più che un direttivo tecnico, sembra una giunta militare.
Impersonali, ingessati, ieratici, i ministri tecnici assomigliano ad una cucciolata aliena, particolarmente stagionata, da “invasione degli ultracorpi”. Conducono le trattative con le aborrite ‘parti sociali’, sfoggiando la stessa grazia diplomatica di un Klaatu in “Ultimatum alla Terra”.
 La trattativa sulla riforma del lavoro va chiusa in fretta, non oltre il 23 Marzo.
È già partito il countdown. Così Marione potrà bullarsi del risultato nella prossima trasferta asiatica.
 O mangiate questa minestra o saltate dalla finestra.
Evidentemente, la Fornero è convinta di parlare ancora dalla cattedra al ricevimento studenti.

«Noi proponiamo qualcosa e mi sono impegnata a che le risorse non vengano tolte dall’assistenza. Mi sembra che questo sia un buon impegno. Anzi avrei voluto sentire anche una piccola parola di apprezzamento per questo impegno, che vuol dire non togliere, non sottrarre risorse all’assistenza. Mi sembra una buona cosa. Ma non ho sentito neanche mezza parola di apprezzamento»

La ministra non spiega dove reperirà i fondi, per finanziare la riforma. Da pessima economista, si guarda bene dal fornire la copertura fiscale. Ma diamine! Ha dato la sua parola e mica vorrete metterla in dubbio?!? Firmate il contratto in bianco. E arriverà una paccata di soldi. Quanti e come non è dato saperlo. Un po’ come è avvenuto con la riforma delle pensioni: i risparmi dovevano servire a sostenere l’occupazione giovanile e consolidare la “solidarietà generazionale” (era da egoisti opporsi!)… Poi però i soldi sono andati a rifinanziare il fondo salva-banca e il pagamento degli interessi, alla faccia delle promesse originarie!
Ma la professoressa Fornero lamenta:

non ho sentito neanche una mezza parola di apprezzamento

Ehm.. signora Ministro?!?
Con licenza parlando….
Ma VAFFANCULO!!!

Per chi ha amato le serie animate dei robottoni giapponesi, questo artificiale ‘governo dei tecnici’ ricorda vagamente i Meganoidi [QUI] del mitico Daitarn 3.
In particolare, la strana coppia Monti-Fornero presenta inquietanti analogie con i due principali cattivoni della serie: Koros e Don Zauker.
 Koros, il glaciale comandante supremo dei meganoidi, che interpreta il volere dell’incomprensibile Don Zaucker e agisce per suo tramite.
Elsa Fornero, il ministro zelante che ci mette la faccia e porta avanti i piani segreti dell’imperscrutabile robo-Monti.
O, forse, più funzionale alla dimensione cibernetica del nuovo ministro allo smantellamento sociale, che rischia di far rimpiangere persino il suo predecessore Maurizio Sacconi e che è riuscito a stizzire persino il Gatto e la Volpe dei due sindacati gialli, è la figura del faraone. Per l’esattezza, la FARAONA.

«Ma io indurirò il cuore del faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nel paese d’Egitto. Il faraone non vi ascolterà e io porrò la mano contro l’Egitto e farò così uscire dal paese d’Egitto le mie schiere, il mio popolo degli Israeliti, con l’intervento di grandi castighi. Allora gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando stenderò la mano contro l’Egitto e farò uscire di mezzo a loro gli Israeliti!»

  Esodo 7,4-5

E il Faraone, com’è noto, dovette piegare la sua intransigenza a più miti consigli, dopo lo scatenamento delle bibliche “dieci piaghe”.
Bisogna dire che, per una compagine governativa che ha in orrore e demonizza le tensioni sociali, il risultato di certe iniziative sembra abbastanza scontato…

 «Il popolo italiano non è ancora un branco di schiavi, non è materia morta. Ma non è neppure un popolo uso a libertà e di libertà geloso. Non è l’asino paziente, ma non è il leone incatenato. La rivolta non sarà morale. Sarà lo scoppio di un generale malcontento egoistico, di un’esasperazione di ventri vuoti.»

  Camillo Berneri
  (1929)

Fedelmente al nuovo corso liberale, dobbiamo attenderci le cannonate di un prossimo Bava Beccaris?

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TEATRINI

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 giugno 2011 by Sendivogius

Al principio degli anni ’90, lo scrittore Milan Kundera ebbe a dirne una buona quando, giocando sul significato di imagologia, strappò il neologismo alle fumose stanze della letteratura comparata, per applicare il termine nella definizione della nuova civiltà delle immagini, dominata dai sondaggi di opinione e dai meccanismi pubblicitari, segnando un punto di svolta:

«Le ideologie facevano parte della storia, mentre il domino della imagologia comincia là dove la storia finisce.
[…] Gli imagologhi creano sistemi di ideali e anti-ideali, sistemi che hanno breve durata e ognuno dei quali viene facilmente sostituito da un altro, ma che influenzano il nostro comportamento, le nostre opinioni politiche e il nostro gusto estetico
 (“L’Immortalità. Adelphi, 1990)

Secondo tale prospettiva, il sistema logico delle idee lascia il passo ad una “serie di immagini e di slogan suggestivi”, tramite la semplificazione estrema dei concetti.
Non per niente il termine, reinterpretato da Kundera, è strettamente connesso alla propaganda politica ed al mondo della pubblicità, influenzando convinzioni e tendenze:

«Usano non più di sessanta parole e si esprimono con frasi che non ne contengono mai più di quattro. I loro discorsi si basano su due o tre termini tecnici, ed esprimono uno al massimo due pensieri totalmente primitivi. Non provano la minima vergogna di se stessi e non hanno nessun complesso di inferiorità. Proprio in questo sta la prova del loro potere
 (“L’Immortalità”. Adelphi, 1990)

Il giudizio è interscambiabile e può essere applicato tanto ai pubblicitari, quanto ai politicanti di ogni colore. D’altronde, che la “politica” fosse sempre più simile ad una merce scadente da piazzare all’elettore-cliente da parte del politico-venditore, era una tendenza già evidente da tempo.
Smarrito ogni ideale insieme al crollo delle ideologie (tipico caso in cui il bambino viene buttato via insieme all’acqua sporca), la merce in offerta rischia di diventare avariata nella realtà sempre più rattrappita di un presente senza prospettive.

Svuotata di senso, nella perdita di sostanza, rimane dunque la ‘forma’ estemporaneizzata nella duttilità delle interpretazioni personali, sui palcoscenici variabili dell’interazione politica, intesa soprattutto come recita teatrale nella rotazione costante di siparietti a soggetto.
In assenza di specifiche competenze, nell’incapacità di programmare il futuro e di gestire il presente, non è un caso che il politico professionista, chiuso nella sua auto-referenzialità narcisistica, sia equiparabile ad un attore consumato che calca le scene, conquistando il pubblico con grandi rappresentazioni immaginifiche, suscitando e plasmando le emozioni degli spettatori, attraverso una finzione condivisa in sostituzione del reale. Ciò che conta è la realtà percepita e non quella effettiva, comunque reinterpretabile a seconda delle necessità cogenti nell’impellenza dell’immediato. Un professionista della politica, come il suo omologo teatrale, fonda il proprio successo sulla straordinarietà dell’interpretazione nell’eccezionalità del momento. Le situazioni ordinarie non sono infatti a loro congeniali. Senza effetti speciali, la recita sarebbe scadente in tutta la sua evidenza e il pubblico diserterebbe lo spettacolo, prendendo finalmente atto della mediocrità degli attori.
L’analogia delle due figure (attore e politico), insieme all’importanza della recita come prassi fondamentale dell’azione politica, costituiscono un tema ricorrente del pensiero critico…
Ben consapevole delle anomalie italiane, destinate a ripetersi nelle storia come in un ciclo vichiano, il grande filosofo libertario Camillo Berneri negli anni ’30 elaborò una descrizione calzante del fenomeno, destinata a sopravvivere al destinatario originario.
La lucidità analitica di Berneri è unica; l’eterodossia dei suoi scritti, nei quali si faceva beffe con estrema intelligenza di ogni dogmatismo ideologico, lo condusse ad una morte violenta ad opera di sicari stalinisti nella Barcellona del 1937.
Leggendo le opere di Berneri, è interessante constatare come certi personaggi della storia italiana siano destinati ad incarnare i requisiti fondamentali di un ideal-tipo dominante, in una imbarazzante similitudine comportamentale:

«Tutta la storia è là a dimostrare che gli uomini politici non fanno migliori previsioni – quando non ne fanno peggiori – degli uomini comuni. È assai raro che i fatti diano loro ragione. Avviene quasi sempre che essi si adattino, con molta abilità, a fatti mai immaginati, per dimostrare al pubblico d’essere stati i dominatori della situazione.
[…] L’immensa popolarità è il segno della grandezza politica: segno che avvicina l’uomo politico all’attore tragico e comico, alla danzatrice, al grande banchiere. L’uomo politico è un mostro che può riuscire ad imporsi grazie ad una sola qualità: la eloquenza o la verve giornalistica.
[…] Il “venditore ambulante” delle fiere non occupa un posto molto lontano da quello del grande parlamentare.
[…] L’uomo politico dunque è un virtuoso: è l’eroe del successo, “l’uomo del giorno”, “l’uomo pubblico”.
[…] Il libro tipico dell’uomo politico è l’autobiografia, il genere letterario dei grandi imbroglioni e delle ballerine. Si è detto che i grandi uomini sono “i sostantivi nella grammatica dell’umanità”: penso che si possa dire che gli uomini politici non ne siano che gli aggettivi. Dopo quanto ho detto, si vedrà che riconoscere in M. la… grandezza politica non è, da parte mia, un complimento

Naturalmente, la descrizione di Camillo Berneri non è rivolta all’attuale Papi della Nazione, ma si propone di delineare il ritratto di un altro di quegli uomini della Provvidenza, che ciclicamente fanno capolino nella storia italiana. Tali considerazioni sono raccolte in “Mussolini: psicologia di un dittatore”, successivamente rielaborata in “Mussolini grande attore” (1966). L’opera originale è del 1932, ma potrebbe benissimo essere dedicata al Pornocrate di Arcore, tanto forti sono le attinenze in una continuità ideale senza soluzione.
Mutato nomine, de te fabula narratur

«Non ha dato una sola linea personale alle direttive del proprio governo. Non ha fatto durante quasi dieci anni di potere che dei discorsi rimbombanti, al galoppo di sogni grandiosi. Ha inebriato la gioventù d’entusiasmo, senza nutrirla di idee. Ne ha lusingato l’orgoglio, senza dirle una parola di chiarezza e di orientamento.
[…] Arrivato al potere senza idee chiare, senza una solida cultura, con una preparazione politica essenzialmente giornalistica, Mussolini non era che un “personaggio”. Dovette cercare degli “autori” per recitare la commedia dell’uomo di Stato.»

Il nostro ‘eroe’ invece ha una cultura sostanzialmente “imprenditoriale”, con tutta l’amoralità primitiva di certo capitalismo cumulativo all’insegna della “roba”. Ma, tant’è, l’analisi calza… Nel corso degli anni il Signor B. ha avuto gli “autori” che di volta in volta hanno orientato la sua carriera di personaggio (attore e politico), suggerendogli in parte le battute del copione da recitare: Licio GelliBettino CraxiMarcello Dell’UtriGianni Letta… e da ultimo persino un Luigi Bisignani, tanto per citare alcuni dei nomi più importanti.

«Per il Presidente del Consiglio l’arte di governare era semplicemente un problema di polizia. Ripartì gli italiani in tre categorie: “Gli indifferenti che restano in casa loro ad attendere; coloro che simpatizzano con noi e che possono circolare; e gli italiani che sono nostri nemici e questi non circoleranno”.»

E, in tempi attuali, è dai pestaggi di massa del G-8 di Genova che la soluzione ottimale nella gestione del dissenso risiede nel controllo e, all’occorrenza, nella repressione poliziesca, attraverso l’ostracizzazione politica delle opposizioni sociali, alle quali è negato ogni diritto di rappresentanza in una finzione democratica speculare al mantenimento di nuovi interessi corporativi.

«Arrivato al potere, seppe assumere il suo ruolo apparente di deus ex machina. Lasciò alla alta burocrazia civile e militare il compito di studiare i problemi e di presentare le soluzioni che gli agenti degli industriali, dei banchieri e degli agrari modificavano a loro piacimento.
Si sa che una schiera di consiglieri lo rifornisce continuamente di progetti, informazioni, chiarimenti. Al momento utile, Mussolini non ha che da estrarre da una delle caselle della sua testa il progetto che occorre. La sua universalità tecnica non esiste. Egli ha solo una mentalità assimilatrice.»

 Rapportata alla situazione contemporanea, se i recenti accadimenti sfatano la mitologia decisionista che pervadeva la mistica di governo del grande statista brianzolo, è impressionante notare come la politica degli ultimi anni sia stata in buona parte eterodiretta (e con successo) dalle pressioni di gruppi di potere e camarille esterne ma collaterali, alle quali non è estranea l’azione sotterranea di faccendieri e network spionistico-militari… Ad esempio: Nicolò Pollari, Pio Pompa, la triade Mancini-Tavaroli-Cipriani. Poi c’è il sempiterno Luigi Bisignani: un millantatore ai limiti della mitomania, ascoltatissimo però nelle stanze governative, capace di direzionare le nomine nelle grandi partecipate di Stato, condizionare appalti, e fornire le linee guida nell’azione dei ministri.

Fanno sorridere inoltre le somiglianze, anche nella sfera caratteriale, che contraddistinguono i due personaggi (B. & M.):

«L’argomento su cui Mussolini non ha timore di ripetersi è quello del suo zelo come “servitore dello Stato”. Nella sua autobiografia si preoccupa di far rilevare che non va mai a teatro, per poter lavorare alla sera. Che abbia una grande resistenza al lavoro, non v’è dubbio, ma egli ha la mania di farsi passare per un lavoratore prodigioso. E ne racconta di grosse! […] Un’altra manìa di Mussolini è quella di stare sempre bene in salute …egli ha sempre simulato di crepare di salute. […] Una gran parte dei suoi sforzi è diretta a sostenere il mito della sua forza instancabile e della sua indipendenza creatrice.»

D’altra parte, l’attuale vuoto programmatico nella stagnazione dell’Esecutivo, che in Italia ha una solida tradizione radicata nella pratica tutta democristiana dei “governi balneari”, si nutre delle suggestioni pirotecniche dell’era berlusconiana, in straordinaria sinergia col suo precedente omologo littorio:

«È l’impotenza di un pensiero che si esalta nell’attualismo senza chiari orizzonti e senza bussola.
[…] Paganesimo e cattolicesimo, attaccamento al passato e futurismo, pacifismo e militarismo, sindacalismo e plutocrazia: tutto si mescola nella retorica di Mussolini. Egli non è che un genialoide. Il genio è la forza dell’atleta, l’ingegnosità del genialoide è la forza dell’epilettico. Il primo è lo splendore, la seconda soltanto il lampo di un breve momento di successo

Da questo punto di vista, è più calzante che mai la definizione che il repubblicano Giovanni Bovio formulò agli inizi del XX° secolo a proposito della figura del “genio”:

«È antico quanto la vanità; l’egoarchia gli è congenita, perchè non vede altro che sè; il paradosso gli è proprio, perchè non può produrre altro; ma si moltiplica ne’ tempi di più facile concorrenza agli onori e alla fama. Allora riesce più immediatamente funesto nella politica che nelle altre parti della vita. Non c’è altezza di ufficio e di potere a cui non si reputi pari; e non queta se nol tiene. Allora i popoli pagano.
Il genio nella direzione dello Stato muta i mezzi e resta saldo nel fine; il genialoide muta mezzi e fine, stimando accidentali tutte le forme di Stato, ed essenziale il suo dominio. Lo si vede quindi andar saltelloni dall’uno all’altro estremo, dalla licenza alla violenza, da Voltaire a Gesù, buttandovi in faccia tutti i paradossi politici, cioè: che la libertà costa ai popoli; che chi non muta si fossilizza; che l’espansione dello Stato è conquista; che una religione si rialza per decreto di Governo o iniziativa di classe; e via, alla svelta.»

Giovanni Bovio
Il genio. Un capitolo di psicologia
Edizioni Treves
Milano, 1900.

In tempi recenti, abbiamo parlato della funzione delle ‘masse’ nella strutturazione del potere, prendendo come spunto di riferimento gli studi di Gustave Le Bon sulla “Psicologia delle folle” [QUI]. A tal proposito, ci sembra giusto chiudere con una delle più amare osservazioni, poste in essere da Camillo Berneri, e destinata ad avverarsi in seguito con spirito profetico:

«Gustave Le Bon ha detto: “Conoscere l’arte d’impressionare la immaginazione delle folle, significa conoscere l’arte di governare”. Ciò è vero psicologicamente, ma è falso storicamente poichè i grandi tribuni han saputo portare le folle all’esaltazione, condurle ove essi volevano condurle, ma il potere conquistato con la sola parola è sempre stato un pallone presto sgonfiatosi sull’abisso.»

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