Archivio per Borghesia

S-CATENATEVI!

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , on 11 novembre 2017 by Sendivogius

Sulla cosiddetta “questione meridionale” sono stati versati fiumi di inchiostro. Non c’è autore, nella tradizione intellettuale più nobile del pensiero italiano… fosse essa di estrazione socialista, liberale, cattolica, anarchica, riformista… che non vi si sia soffermato sopra almeno una volta, con toni ora vibratamente appassionati, ora asetticamente clinici, più spesso critici e sdegnati. Lontanissmi da certo piagnonismo neo-borbonico, che nel suo revisionimo nostalgico e populisteggiante millanta di paradisi perduti, sotto l’illuminata amministrazione di Re Bomba.
Antonio Gramsci e Gaetano Salvemini, insieme alle concause storiche ed economiche, individuano i mali in apparenza atavici del Mezzogiorno d’Italia, nell’assenza di una vera classe intellettuale, dietro una piccola borghesia parassitaria ed impiegatizia, totalmente priva di qualsiasi senso civico (se non di etica) e reale spessore culturale, per un ceto ‘dirigente’, o aspirante tale. Una compagine sociale che Salvemini (da meridionale) non esita a definire “delinquente e putrefatto“, che vivacchia all’ombra del notabilato locale e prospera al servizio degli interessi dei grandi latifondisti e dell’aristocrazia agraria. Soprattutto, critica con ferocia quello che oggi verrebbe chiamato “cetomediume”. Dileggia la tendenza all’autocommiserazione assolutoria della piccola borghesia parassita ed oziosa che scrive sui giornali e piange sulle miserie proprie, credendole in buona fede miserie di tutta l’Italia meridionale. E ne demolisce impietosamente le velleità “intellettuali”, che altro non sono se non superficie per l’acquisizione di status sociale, volto al conseguimento di potere e prebende pubbliche…

«Le sue caratteristiche psicologiche fondamentali sono la vuotaggine, la vigliaccheria, il nessun senso di dignità.
[…] Avvezzi, fino dai primi anni, a sentir magnificare la “raccomandazione” come il solo mezzo per andare avanti nella scuola, nel tribunale, nella banca, nel municipio, a Roma, essi non vedono nella vita se non un gioco di protezioni, uno scontrarsi di influenze più o meno efficaci, un prevalere di simpatie o di antipatie capricciose. Per essi non esiste nessuna scala di valori morali obiettivi. Il merito consiste nell’avere un protettore potente.
[…] Andate un pomeriggio d’estate in uno di quei circoli di civili, in cui si raccoglie il fior fiore della poltroneria paesana; ascoltate per qualche ora conversare quella gente corpulenta, dagli occhi spenti, dalla voce fessa, mezzo sbracata, grossolana e volgare nelle parole e negli atti, badate alle scempiaggini, ai non sensi, alle irrealtà di cui sono infarciti i discorsi. E abbiate il coraggio di dire che i meridionali sono intelligenti!»

Gaetano Salvemini
“La piccola borghesia intellettuale nel Mezzogiorno d’Italia”
La Voce (16/03/1911)

 E nel criticarne i vizi lo fa con un giudizio durissimo che, a guardare certe escrescenze dell’oggi, vale benissimo per il presente, nell’intreccio di interessi che ne implica la propagazione persistente nel tempo. Mutabile nella forma, ma sostanzialmente uguale nella sostanza.

«La cosa peggiore è che la piccola borghesia fornisce alla nostra vita politica e amministrativa del Mezzogiorno e del paese, ma anche dei partiti, buona parte del personale politico che fa le leggi e che ci governa.
[…] Gli impiegati non devono badare a servire il pubblico, quanto a trottar di qua e di là per conto della clientela che li ha nominati; favorir questo, taglieggiar quello, fare ostruzionismo a quell’altro, finché non abbia messo giudizio e garantire che voterà ammodo. L’appaltatore può dispensarsi dal fare i lavori appaltati, purché sia sempre pronto a dividere gli utili col sindaco, contribuisca alle spese elettorali, e tenga d’occhio i suoi dipendenti nel gran giorno elettorale. Le rendite della congregazione di carità spariscono in sussidi ai galoppini elettorali, mentre i poveri veri restano a denti asciutti. Le Casse di Risparmio e le banche popolari sono svaligiati, i monti frumentari si volatilizzano

Gaetano Salvemini
“La piccola borghesia intellettuale nel Mezzogiorno d’Italia”
La Voce (16/03/1911)

E intanto sono trascorsi cento anni dall’invettiva di Salvemini, che su certi “rappresentanti” aveva le idee chiarissime…

«I deputati meridionali facevano consistere il loro ufficio nel fare raccomandazioni e procurar favori agli elettori, e per essi una croce di cavaliere aveva più importanza che un trattato di commercio o un progetto di legge per le pensioni.
[…] La vita pubblica si riduce ad una serie continua di strisciamenti vicendevoli, di mercimoni, di servilismi di tutti verso tutti. L’origine dei deputati meridionali sta tutta in questa condizione di cose, la quale è intollerabile per tutti

Gaetano Salvemini
Riepilogo, in “Movimento socialista e questione meridionale”
Feltrinelli (Milano, 1968)

Lungi dall’essere risolto, il bubbone è andato sempre più ingrossandosi nel corso dei decenni, senza ben sapere come incidere l’enorme cisti purulenta. Oggi ci si sofferma massimamente sul fenomeno mafioso, inteso soprattutto nella sua dimensione criminale, ma si preferisce spesso sorvolare sul substrato sociale, e finanche culturale, che ne alimenta la resilienza ad ogni effettiva operazione di contrasto, ridotta a mero contenimento, nella reiterazione di un fenomeno dalla ramificazioni trasversali. Poi certo c’è pure chi in tempi recenti ha sostenuto come con la mafia sia necessario convivere… Oppure, quell’altro tizio barbuto che tempo addietro è andato sbraitando per un pugno di voti, assurdità come questa: “la mafia non ha mai strangolato nessuno”..!

E allora capisci perché il problema sembri inestirpabile, nelle distorsioni che contraddistinguono certi tipi di approccio ‘dialettico’.
Oramai dovremmo esserci abituati. Però che diamine! Per quanto uno possa essere cinicamente smaliziato, è difficile contenere il ribrezzo verso l’immancabile pletora di personaggi improponibili, e francamente ributtanti, che le recenti elezioni siciliane hanno portato alla ribalta nazionale come da immonda consuetudine. Perché (forse) non saranno mafiosi, ma in presenza di anticorpi sani una qualche crisi di rigetto una società civile con un minimo di valori ideali (o di semplice senso della decenza) dovrebbe produrla… Perché questi “signori delle tessere”, con le loro cosche elettorali a carattere ereditario, le loro rendite fondate sul voto di scambio, i loro codazzi di clientes e la claque petulante, che ad ogni elezioni fanno incetta di consensi, facendo del saccheggio della “cosa pubblica” uno strumento di potere personale e feudale, qualcuno (troppi) li votano, salvo lamentarsene un istante dopo e poi liquidare lo scempio in boutade macchiettistica di una presunta peculiarità isolana, secondo una vulgata fin troppo indulgente.
Insomma, dinanzi ad una roba simile, è difficile rimanere inerti. Perché una persona sana all’occorrenza si indigna. Non porta in trionfo simili cialtroni all’uscita dal tribunale, che di Masaniello improvvisati questo Paese ne ha avuti fin troppi.

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Il Re della Giungla

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 15 aprile 2014 by Sendivogius

Le avventure di Tarzan

Cercare di penetrare il pensiero di Grillo è come effettuare una rettoscopia a mani nude e pensare di riuscire a trarne qualcosa di buono. Perché solo un avanzo di fogna di tal fatta, per giunta applaudito dalla platea pagante delle sue scimmie urlatrici, poteva parafrasare le parole di Primo Levi e ridurre una tragedia umana e personale a strumento propagandistico. Completamente incapace di percepirne il senso, ne stravolge il messaggio, senza cogliere minimamente l’abnormità della manipolazione, funzionale alle sue squallide mitologie distopiche da psicopatico gravemente dissociato dalla realtà e, soprattutto, da ogni forma di decenza.

Nessuno è più pericoloso di un uomo privo di idee, il giorno che ne troverà una gli darà alla testa come il vino ad un astemio.”

  Gilbert Keith Chesterton
Eretici” (1905)

Tutto è stuprato e ricondotto all’appagamento del narcisismo ipertrofico del Deretano del MoVimento: il contenitore costruito a propria misura, del quale amplifica i peti alla stregua di un megafono, mentre stacca i biglietti e conta i soldi vendendo spettacoli per comizi.

Pertanto, escluso qualsiasi spessore di una qualche rilevanza ‘politica’, ogni categorizzazione patologica del personaggio e della sua canea al guinzaglio sarebbe superflua… Ci troviamo infatti dinanzi all’imbecille supremo, che trascende tutte le leggi della stupidità. È tesi, antitesi, e sintesi del cretino totale; un Fruttero ed un Lucentini non basterebbero per descrivere la prevalenza di un simile fenomeno da discarica, prima ancora che da baraccone.
Convinto com’è di essere il centro dell’universo, non si accorge di costituirne piuttosto un’escrescenza emorroidale, dimenticata nella più infima ed oscura periferia del cosmo.
Come altri istrioni prestati all’antipolitica prima di lui…

“..ha l’istinto del condottiero di ventura, la pregiudiziale che gli uomini devono seguire lui, il gusto per l’unanimità cortigiana. La sua politica verso i partiti ha la teatralità di tutti i deboli e ignora che i grandi statisti hanno sempre saputo dominare le differenze della realtà senza sopprimerle.
[…] Infatti per i nostri connazionali non i fatti contano ma l’enfasi di una dimostrazione ben riuscita in piazza e la voce grossa del fanatismo presuntuoso.

  Piero Gobetti
(30/10/1923)

braccino sempre teso Ovviamente, coerenza, linearità di pensiero e realismo critico, sono totalmente ininfluenti e tutto sommato inutili nel vuoto propositivo e nell’inconsistenza programmatica di una setta di perdigiorno reclutati nei bar (gente che ha superato il 30esimo anno con un c/v in bianco), laureati in fuffologia applicata o fuori corso da un paio di decadi, e dai quali provengono gli “attivisti” miracolati in parlamento con una ventina di voti on line ed auto-votati all’irrilevanza politica, che vegetano e strepitano nell’adorazione di “Beppe”. Come verità di fede, sono pronti a sostenere tutto ed il contrario di tutto, a seconda di come scroscia il Vate® la mattina sul Sacro Blog.
Il successo di una simile accozzaglia di contraddizioni senza senso è la dimostrazione provata di quanto Chesterton andava affermando sugli istinti dell’uomo comune…

“Non è che la gente che smette di credere alla politica non crede più a niente, crede a qualsiasi cosa”

In fondo, si tratta dei soliti avanzi di cetomediume arrabbiato, piccoli borghesi terrorizzati dalla prospettiva di sembrare poveri, ed i loro lagnosi rampolli dalle ambizioni frustrate ed il forcone di cartone…
Sono i degni eredi di quel popolo delle scimmie di cui già parlava Antonio Gramsci, in concomitanza con la crisi del parlamentarismo, e che andranno a gonfiare le fila del fascismo incipiente:

«La piccola borghesia si incrosta nell’istituto parlamentare: da organismo di controllo della borghesia capitalistica sulla Corona e sull’amministrazione pubblica, il Parlamento diviene una bottega di chiacchiere e di scandali, diviene un mezzo al parassitismo. Corrotto fino alle midolla, asservito completamente al potere governativo, il Parlamento perde ogni prestigio presso le masse popolari. Le masse popolari si persuadono che l’unico strumento di controllo e di opposizione agli arbitrii del potere amministrativo è l’azione diretta, è la pressione dall’esterno.
[…] Questa nuova tattica si attua nei modi e nelle forme consentiti a una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti…. con tutti i loro riflessi giornalistici, oratori, teatrali, piazzaioli durante la guerra, è come la proiezione nella realtà di una novella della giungla del Kipling: la novella del Bandar-Log, del popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della giungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica, tutto lo spirito rivoluzionario, tutta la sapienza di governo, ecc., ecc. Era avvenuto questo: la piccola borghesia, che si era asservita al potere governativo attraverso la corruzione parlamentare, muta la forma della sua prestazione d’opera, diventa antiparlamentare e cerca di corrompere la piazza.
[…] Ma ha anche dimostrato di essere fondamentalmente incapace a svolgere un qualsiasi compito storico: il popolo delle scimmie riempie la cronaca, non crea storia, lascia traccia nel giornale, non offre materiali per scrivere libri

  Antonio Gramsci
“Il Popolo delle Scimmie”
(02/01/1921)

Perché, passano i secoli, ma la giungla è vasta e sempre piena di Tarzan brizzolati con le loro tribù di macachi ammaestrati.

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IL POPOLO DEI QUALUNQUE

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 ottobre 2013 by Sendivogius

Il trionfo del populismo

Anno 1944, mentre infuria la seconda guerra mondiale, metà della Penisola italiana è ancora Mussolinisotto il tallone della dittatura nazifascista, e Benito Mussolini è il duce depotenziato di uno stato fantoccio al servizio di Hitler, nell’Italia liberata c’è già chi tuona contro i neonati partiti ed i “professionisti della politica”…
È un fatto che la libertà ritrovata e la restaurazione delle garanzie di diritto sciolgano sempre la favella agli opportunisti ed agli indignati dell’ultima ora che, con ogni evidenza, in ben altri frangenti non avevano avuto proprio nulla da obiettare o di che lamentarsi.
Sul vento mai sopito dell’antipolitica, l’istrione, il narciso egocentrico, trova sempre l’occasione per gonfiare le vele del malcontento popolare e dell’insoddisfazione diffusa, per trasformarle nell’energia propulsiva di movimenti a fortune variabili, con esistenze brevi e volubili come gli umori popolari dai quali attingono il proprio carburante elettorale. Perché come le mammelle avvizzite di una scrofa esamine, nella stragrande maggioranza dei casi, un “sistema” va bene fintanto che può elargire prebende a tutti, nutrendo la sue numerose ed avide cucciolate fino al prosciugamento. Ma si disprezza e si macella quando esaurisce le elargizioni. Allora, nella sua inutilità, diventa “casta” da rinnegare per generale autoassoluzione.
Guglielmo Giannini Nell’Italietta del dopoguerra queste istanze vengono riprese e in certo qual modo fatte proprie da Guglielmo Giannini, personaggio eclettico dalla personalità intraprendente. Di padre partenopeo e madre inglese, Giannini è a suo modo un artista ed un improvvisatore. Impresario, drammaturgo, commediografo, sceneggiatore, regista cinematografico, giornalista, scrittore… sperimenta generi diversi: dalla commedia teatrale, alla canzonetta popolare, passando per il genere poliziesco (proibitissimo sotto il fascismo), ai programmi radiofonici… il tutto reinterpretato in chiave conformista e all’insegna della massima leggerezza nel più totale disimpegno, onde riscuotere i successi di un pubblico di bocca buona e non incorrere in noie con la censura. Al regime fascista, Guglielmo Giannini si allinea per mera convenienza personale, ma con poca o nessuna convinzione ideologica. Cosa che gli permette di lavorare a Radio Tobruk ed ottenere i finanziamenti pubblici del Min.Cul.Pop.
La sua massima aspirazione è che non gli si rompa le scatole. Ne farà un paradigma di vita. Tuttavia, Giannini è destinato a legare il proprio nome ad un groviglio confuso di insofferenze e rivendicazioni astratte, demagogie spicciole e revanchismi protestatari; effimeri ma sempre fortunati, che verranno riassunti in un unico termine: qualunquismo.
L'Uomo QualunqueNell’inverno del ’44 nasce l’Uomo Qualunque (UQ): pubblicazione settimanale di satira, vagamente liberaleggiante, che guarda alla piccola borghesia impiegatizia e bottegara (che del fascismo fu l’ossatura) rimasta senza più riferimenti politici; strizza l’occhio ai nostalgici, pur prendendo formalmente le distanze dal regime, e trova nell’invettiva il suo punto di forza. L’Uomo Qualunque, di cui ovviamente Giannini è direttore e fondatore, è la sua creatura personale, l’altoparlante (oggi qualcuno direbbe “megafono”) col quale farsi interprete dei malumori della folla (la gente) e dei timori della borghesia (attualmente declinata come “ceto medio”), entrambe nobilitate per le loro meschinerie opportunistiche, la miseria morale e la pusillanimità attendista. Requisiti assurti a titolo di merito ed esibiti in trionfo, nell’eterna orgia auto-assolutoria che declina ogni responsabilità.
Comizio di GianniniA tal proposito, le giaculatorie che Giannini urla dalle paginette del suo giornalino seguono uno schema preciso e sono sostanzialmente concentrate contro le tasse e il fisco, lo Stato e la Politica ritratta come una massa informe di ladri e voltagabbana. Gli strumenti preferiti della sua prosa, che non disdegna le campagne diffamatorie e gli attacchi personali ai limiti dell’infamia, sono l’insulto ed il dileggio di questo o quel personaggio pubblico, reo di non incorrere nelle simpatie dello strambo Savonarola. Il suo pezzo forte consiste nella sistematica storpiatura dei nomi dei suoi avversari. Si tratta di una pratica di derivazione squisitamente fascistoide, ma destinata ad avere grande successo in certo giornalismo d’assalto, molto in voga nelle attuali redazioni anti-ka$ta.
Ovviamente, il bersaglio preferito di Giannini sono i “politici”, che chiama UPP (uomini politici professionali) e contro i quali spara nel mucchio senza alcuna distinzione, nella vacuità fumosa di un termine onnicomprensivo.

«Che importa a noi dei vari upp più o meno personalmente probi e tutti egualmente e politicamente parassitari? Ciò che noi chiediamo, noi gente, noi Folla, noi enorme maggioranza della Comunità, noi padroni della Comunità e dello Stato, è che nessuno ci rompa i coglioni

 Guglielmo Giannini
“La folla. Seimila anni di lotta contro la tirannide”
 Editrice Faro
Roma, 1945.

U.Q. Il 27/12/1944 il direttore firma l’editoriale di apertura dove illustra le sue soluzioni e, senza falsi pudori, reclama un posto di governo per “un buon ragioniere”, sotto un titolo eloquente: IO.

«Questo giornale non è organo di nessun partito. Le vere forze politiche italiane non si sono ancora rivelate, come non si sono ancora rivelate le ben più importanti e decisive forze politiche europee. Non esistono partiti, ma programmi, ed anche abbozzi di programmi sui quali uomini volenterosi operano per formare dei partiti. Quei programmi son tutti affascinanti; le idee dalle quali nascono son tutte indubbiamente nobili; i propositi in cui si affermano e si concretano appariscono tutti indistintamente degni di lode. Libertà, giustizia, prosperità, sono generosamente promesse da tutti; e in teoria, non c’è che l’imbarazzo della scelta del più virtuoso fra tanti partiti tutti egualmente perfetti. In pratica assistiamo all’ignobile spettacolo di arrivismo spudorato, al brulicare d’una verminaia d’ambizioni, ad una rissa feroce per conquistare i posti di comando dai quali poter fare il proprio comodo ed i propri affari. Questa rissa, cui “L’Uomo Qualunque” non partecipa, si svolge tra gli uomini politici professionali che vivono di politica, che non sanno far altro che politica, e che per ragioni di pentola, hanno trasformato la politica in mestiere. Gli uomini politici professionali costituiscono un gruppetto d’una scarsa decina di migliaia di persone che tengono a soqquadro l’Italia litigando intorno a cinquecento posti di deputato, quasi altrettanti di senatore, circa mille altri cadreghini e canonicati diversi, che vanno da quello di primo ministro a quello di sindaco di centro importante, dell’incarico di ambasciatore alla sinecura di commissario più o meno straordinario

Giannini lusinga il suo orrido italiano medio, antropologicamente prevalente come i cretini che rappresenta, tramite una costante distorsione dei fatti e della realtà, giocando su un’ambiguità di fondo, che a tratti si fa ignobile quando parla della resistenza contro la dittatura fascista ed i valori del nascente Stato democratico.

«A causa della guerra fra questi diecimila uomini l’Italia non ha pace: perché alcuni di quei professionisti della politica potessero diventar ministri o altro, milioni d’italiani sono morti: ed altri moltissimi dovrebbero ancora morire perché un altro paio di dozzine di politicanti ottenga onori e prebende. La sproporzione è troppo forte. Da una parte 45 milioni di esseri umani, dall’altra 10000 vociatori, scrivitori, sfruttatori, Italiani inconsapevolmente rinuniti per salutare il duceiettatori. L’enorme massa dei primi non deve più soffrire per colpa ed a causa della infima minoranza dei secondi. […] Il fascismo, che ci ha oppressi per ventidue anni, era una minoranza. Lo abbiamo combattuto con la resistenza passiva e lo abbiamo logorato, tanto che è andato in frantumi al primo colpo serio che gli anglo-americani gli hanno vibrato. L’antifascismo e il fuoriuscitismo hanno fatto enormemente meno. Salvo la modesta aliquota di illusi e di sinceri che non manca mai in nessun movimento politico – non è mancata e non manca nemmeno al fascismo per cui c’è ancora qualcuno che combatte e si fa fucilare – antifascisti e fuoriusciti erano e sono costituiti da “uomini Assassinio dei fratelli Rossellipolitici professionali” avversari e nemici degli “uomini politici professionali” che costituivano il fascismo. Dalle prigioni, dai luoghi di confino, dai grandi alberghi o dalle povere soffitte in terra straniera, questa minoranza non ha fatto, contro il fascismo, che una parte infinitesimale di quanto ha voluto e saputo fare l’Uomo Qualunque rimasto sotto il concreto giogo della tirannide fascista. Ritornati alla vita pubblica d’Italia con la vittoria militare anglo-americana come le mosche tornano alla stalla sulle corna dei buoi, antifascismo e fuoriuscitismo pretendono, come il fascismo, il diritto di fare una epurazione, ossia di sopprimere u.p.p. concorrenti e chiunque altro sia d’impaccio o fastidio. Contestiamo rivendicazione e pretesa: il fascismo ha offeso e ferito tutta la massa degli italiani, non soltanto gli antifascisti e i fuoriusciti. Sono i 45 milioni di esseri umani che hanno il diritto di fare giustizia, non una o più numerosa quota parte dei 10.000 politicanti ansiosi di rifarsi delle delusioni subite e delle occasioni mancate.»

Se ci fosse bisogno di dirlo, i “politici” (gli upp) sono la causa assoluta di ogni male passato, presente e futuro. Da questi ci può salvare solo un “ragioniere”, con vincolo di mandato.

«Dal 1898, ossia da quasi mezzo secolo, nel nostro paese si vive una vita d’inferno a causa della gelosia di mestiere fra i politici di professione. Rivolte, attentati, scioperi, agitazioni, inflazione industriale, caro-vita, interventismo, crisi del dopo-guerra, speculazione sulla crisi, fascismo, aventinismo, fuoriuscitismo, dittatura, guerre per consolidare la dittatura, catastrofe per liberarcene, sono, per tutti gli italiani, conseguenze del rabbioso litigio di 10000 pettegoli. Siamo finalmente rovinati: che cos’altro vogliono da noi gli autori di tutti i mali? Che sopportiamo esperimenti, che altri pazzi provino sulle nostre carni le loro teorie per vedere se son buone o cattive come si trattasse di fare una sigaretta con le cicche, ché tanto, in caso di insuccesso, si possono fumare nella pipa? Noi non abbiamo bisogno che d’essere amministrati: e quindi ci occorrono degli amministratori, non dei politici. Ci vogliono strade, mezzi di trasporto, viveri, una moneta modesta ma seria, una politica rispettabile che ci renda sicuri dello scarso bene rimasto, e ci incoraggi a crearne dell’altro liberandoci dal timore di potere esserne spogliati da nuovi brigantaggi di stato-partito. Per fare questo basta un buon ragioniere: non occorrono né Bonomi né Croce né Selvaggi né Nenni né il pio Togliatti né l’accorto De Gasperi. Un buon ragioniere che entri in carica il primo di gennaio, che se ne vada al 31 di dicembre, che non sia rieleggibile per nessuna ragione. Siamo disposti a chiamarlo anche re o imperatore: a patto che cambi ogni anno e che, una volta scaduto dalla carica, non possa ritornarvi almeno per altri cinque.»

Amici di BepponeCon siffatto editoriale, il primo numero è un successone destinato a ripetersi e crescere ad ogni successiva pubblicazione. In varie città d’Italia iniziano a nascere gruppi che si definiscono Amici dell’Uomo qualunque, costituiti in un nascente movimento anti-partiti che ha uno slogan originale:

“né destra né sinistra, ma avanti”

Con simili incoraggianti premesse, dinanzi al “grido di dolore” che si leva alto dalla pancia profonda del Paese, Giannini inizia a pensare di scendere nell’agone politico.

“Basta con i partiti! Riprendiamoci il Paese!
Come vogliamo chiamare il movimento? Partito? Unione? Associazione? Lega? Società civile? In qual modo ci proponiamo di raggiungere l’obiettivo di vivere come ci pare senza che nessuno ci scocci l’anima?”

Guglielmo Giannini 
“Grido di dolore”
“L’Uomo Qualunque”; Anno II, n.25
(08/08/1945)

Uomo-QualunqueIn anticipo sui tempi, organizza un suo “Staff” e, non disponendo di un blog, invita i suoi lettori a inviargli per iscritto consigli e suggerimenti per la scrittura di uno statuto. L’iniziativa culminerà nella fondazione del Fronte dell’Uomo Qualunque (07/11/1945), contraddistinto da una imbarazzante inconsistenza programmatica, fondata tutta sull’antipolitica, la vacuità delle rivendicazioni e le ambiguità ideologiche, nell’assoluta incapacità di costituire un gruppo dirigenziale. Giannini rasenta l’infantilismo, in un susseguirsi di contraddizioni e demagogia. tuttavia pensa in grande e coi primi successi elettorali si monta subito la testa:

«Il solo vero “partito di massa” esistente in Italia è l’Uomo Qualunque, stufo, stanco, sfiduciato dai politici professionali di qualsiasi colore. La borghesia, unica vittima del politicantismo di professione, che nessun partito difende, che nessun sindacato protegge, che tutti sfruttano, che per tutti paga con la vita e con le tasse, che forma la categoria più vasta e più forte, più intelligente e più ricca di risorse, e di capacità di lavoro, ridotta alla disperazione e messa con le spalle al muro, ha finalmente deciso di non lasciarsi uccidere, e solo schierandosi ha rivelato innanzitutto a se stessa la sua forza

G.Giannini
“Il Partito dei senza partito”
U.Q. (15/08/1945)

L’Uomo Qualunque comincia ad attrarre vecchi nostalgici, avanzi assortiti di cetomediume, e opportunisti di ogni risma, pescando voti a man bassa nel sottoproletariato urbano (a Roma e Napoli) e tra gli strati più reazionari della plebe meridionale. Nel Sud, alle elezioni del 1946, raggiunge punte del 20% ed oltre, soprattutto in Sicilia (25% a Palermo) ed in Puglia, per sgonfiarsi ancor più in fretta e scomparire in meno di due anni.
Il BuonsensoMa si tratta di un fiume carsico, che si nutre di mille rivoli diversi, pompato da un malcontento spesso indefinito ma sempre persistente nel sottobosco dell’italico provincialismo, geneticamente insofferente ai cambiamenti, appagato com’è della sua intrinseca mediocrità. Si alimenta di insofferenze contestatarie e luoghi comuni, in un miscuglio di istanze dalle matrici ideologiche sempre più diluite ma tutte tendenti al nero. Di tanto in tanto rifluisce all’esterno in pozze più o meno estese, scorrendo in parallelo alla fiumana di quello che già Gino Germani indicava come nazional-populismo: bacino nel quale spesso e volentieri confluisce, per gonfiarsi regolarmente ad ogni periodo di crisi.
Il populismo, comunque lo si declini, gioca sulle sfumature, predilige l’iperbole, e preme sulla sua carica anti-sistema in funzione messianica. E d’altronde il “messianismo” di cui si nutre è una forma primitivizzata e irrazionale di ducismo; dunque costituisce una variante del fascismo.
In proposito, Cvetan Todorov, semiologo francese di origine bulgara, pone l’attenzione su come populismo, ultraliberismo, e messianismo, siano ad oggi i nemici più pericolosi e subdoli (perché interni) che le democrazie occidentali abbiano mai affrontato.
Nella fattispecie, il populismo:

«E’ presente ogni volta che si pretende di trovare soluzioni semplici per problemi complessi, proponendo ricette miracolose all’attenzione distratta di chi non ha tempo per approfondire. Può essere sia di destra sia di sinistra, ma propone sempre soluzioni immediate che non tengono conto delle conseguenze a lungo termine. Preferisce semplificazioni e generalizzazioni, sfrutta la paura e l’insicurezza, fa appello al popolo, cortocircuitando le istituzioni. Ma la democrazia non è un’assemblea permanente né un sondaggio continuo.»

 Tzvetan Todorov
 “I nemici intimi della democrazia
Garzanti, 2012.

Nella persistenza sistemica della crisi attuale, questi tre elementi (populismo; ultraliberismo; messianesimo) se non contrastati con fermezza, possono provocare un cortocircuito permanente.

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Sommossa e Insurrezione

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , on 6 luglio 2013 by Sendivogius

1793

Il testo citato trae ispirazione dall’insurrezione parigina del 5 giugno 1832, narrata nell’ambito di quell’opera monumentale che furono “I Miserabili” di Victor Hugo, ma potrebbe benissimo essere riadattato alle convulsioni magmatiche in atto soprattutto nelle sponde meridionali del Mediterraneo…

Egitto - Piazza Tahrir

Il riferimento è soprattutto a quei sommovimenti indefiniti, entusiasticamente ribatezzati “primavere” dalle cancellerie occidentali e da una stampa tra le più conformiste e conservatrici d’Europa, che plaude entusiasticamente alle “rivoluzioni” altrui, ma celebra le sabbie (im)mobili della “pacificazione” in patria.
Victor HugoHugo smaltisce via, senza troppo indulgenze, la sbornia effimera della ‘sommossa’ e mette in guardia da coloro che con troppa facilità evocano apocalissi prossime venture, mentre si ammicca alla “ferocia degli italiani”; pregustando “la catastrofe economica”, come un avvoltoio appollaiato ai piedi del moribondo. Perché se “qualcuno si suicida”, qualcun altro si gode le vacanze in Costa Smeralda.

La superficie della questione.

Di che si compone una sommossa? Di nulla e di tutto.
Di una elettricità sprigionata a poco a poco, d’una fiamma scaturita d’improvviso, d’una forza vaga, d’un soffio che passa; quel soffio incontra teste che pensano, cervelli che meditano, anime che soffrono, passioni che ardono, miserie che urlano e porta tutto con sé.
Dove?
A caso. Attraverso lo stato, attraverso le leggi, attraverso la prosperità e l’insolenza altrui. Convinzioni offese, entusiasmi inaciditi, indignazioni commosse, istinti guerreschi compressi, coraggio giovanile esaltato, generose passioni, curiosità, desiderio del cambiamento, sete dell’inatteso…. gli odii vaghi, i rancori, i disappunti, ogni vanità che crede d’aver fallito il proprio destino; i disagi, i sogni tenebrosi, le ambizioni vacue; chiunque speri una via d’uscita da un crollo e, finalmente, più in basso di tutto, la moltitudine, fango che piglia fuoco, sono tutti elementi della sommossa.
Il più grande e l’infimo; esseri che vagabondano senza meta aspettando un’occasione, irregolari della vita, individui senza famiglia, vagabondi dei trivi, coloro che di notte dormono in un deserto di case, senz’altro tetto che le fredde nuvole del cielo, coloro che chiedono quotidianamente il pane al caso e non al lavoro, gli ignoti della miseria e del nulla, gli uomini dalle braccia nude e dai piedi nudi, appartengono alla sommossa.
Chiunque abbia nell’animo una segreta rivolta contro lo stato, la vita o la sorte confina colla sommossa e, non appena essa compare, incomincia a fremere ed a sentirsi sollevare dal turbine.
La sommossa è una specie di tromba dell’atmosfera sociale che si forma bruscamente in certe condizioni di temperatura e che, nel suo roteare, s’alza, corre, tuona, strappa, spiana, schiaccia, demolisce e sradica, trascinando le nature grandi e le meschine, l’uomo forte e lo spirito debole, il tronco d’albero e il filo di paglia.
Guai a colui che essa porta via con sé, come a colui che urta! Essa li schianta l’uno contro l’altro.
Essa comunica a coloro che afferra una straordinaria potenza; colma il primo venuto della forza degli eventi, fa di tutto un proiettile, trasforma in palla da cannone la pietra e in generale un facchino.
A dare ascolto a certi oracoli della politica subdola, dal punto di vista del potere un po’ di sommossa è desiderabile.
Sistema: la sommossa consolida quei governi che non riesce ad abbattere; mette alla prova l’esercito; concentra la borghesia; dà una stiratina ai muscoli della polizia; controlla la forza dell’ossatura sociale. È una ginnastica, quasi quasi, igienica; il potere si sente meglio dopo una sommossa, come l’uomo dopo una frizione.
[…] Quanto a noi, respingiamo questa parola troppo larga e per conseguenza troppo comoda, “le sommosse”. Tra movimento popolare e movimento popolare facciamo una distinzione.

Insurrezione di Parigi

Il fondo della questione

Sommossa e insurrezione: sono due collere distinte, una delle quali ha torto, l’altra ragione. Negli stati democratici, i soli fondati sulla giustizia, capita talvolta che una fazione sia usurpatrice; allora la totalità si solleva e la necessaria rivendicazione del suo diritto può giungere fino all’uso delle armi. In tutte le questioni che fanno capo alla sovranità collettiva, la guerra della totalità contro la fazione è insurrezione, mentre l’attacco della fazione contro la totalità è sommossa.
[…] Ciò che il suffragio universale ha fatto nella sua libertà e nella sua sovranità, non può esser disfatto dalla piazza. Lo stesso accade nelle cose di pura civiltà: l’istinto delle masse, chiaroveggente ieri, può esser torbido domani.
[…] L’insurrezione è un accesso di furore della verità e le pietre che essa smuove gettano la scintilla del diritto, ma lasciano alla sommossa soltanto fango…. Quindi se l’insurrezione, in dati casi, può essere, come disse Lafayette, il più santo dei doveri, la sommossa può essere il più fatale dei delitti.
V’è pure qualche differenza nell’intensità del calore: spesso, l’insurrezione è un vulcano, la sommossa è un fuoco di paglia.
[…] Nei casi più generali, la sommossa proviene da un fatto materiale, mentre l’insurrezione è sempre un fenomeno morale. La sommossa è Masaniello, l’insurrezione è Spartaco; l’insurrezione confina collo spirito, la sommossa collo stomaco.
[…] Prima che il diritto si manifesti, v’è tumulto e schiuma. Sul principio l’insurrezione è sommossa così come il fiume e torrente e, di solito, fa capo a quell’oceano che è la rivoluzione; pure, talvolta, venuta da quei monti elevati che dominano l’orizzonte morale, la giustizia, la saggezza, la ragione e il diritto, fatta della più pura neve dell’ideale, dopo una lunga caduta di roccia in roccia, dopo aver riflesso il cielo nella sua trasparenza ed essersi ingrossata di cento affluenti nel maestoso incedere del trionfo, l’insurrezione si perde all’improvviso in qualche palude borghese, come il Reno in un pantano.
[…] Del resto, insurrezione o sommossa, il borghese propriamente detto ignora in che cosa la prima differisca dalla seconda; egli conosce pochissimo queste sfumature. Per lui, tutto è sedizione, ribellione pura e semplice, rivolta del mastino contro il padrone, tentativo di mordere, di abbaiare e ringhiare, da punire colla catena e colla cuccia; fino al giorno in cui la testa di cane, ingrandita ad un tratto, si abbozza vagamente nell’ombra col muso di leone.
Allora il borghese grida: “Viva il popolo!”

  Victor Hugo
“I Miserabili”
Garzanti, 1981.

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EVOLUTION

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 maggio 2013 by Sendivogius

Milo Manara - 'Evoluzione' (dettaglio)

Quanto può incidere una prolungata recessione economica sulla tenuta sociale di una Paese?
E, soprattutto, quanto a lungo può resistere un ordinamento democratico, schiacciato da una pressione perdurante che ne mette in crisi i criteri di rappresentatività e ne esaspera le componenti oligarchiche (sempre presenti), a tal punto da erodere quei presupposti di uguaglianza, in termini di opportunità e di benessere diffuso, essenziali alla sua stessa sopravvivenza?
Per comprendere i cambiamenti sociali alla base di una trasformazione (involuzione?) epocale, non avendo altri termini di paragone con una così ampia gamma di analogie storiche, a tutt’oggi e con tutte le varianti del caso, il riferimento più prossimo resta dunque la Grande Depressione del 1929, insieme a quell’omologo politico che fu la Repubblica di Weimar, pur con tutti i suoi distinguo.
Richard Loewenthal In questa prospettiva, vale la pena di riscoprire  l’analisi che Richard Löwenthal dedicò, nella metà degli anni ’30, alla crisi dei partiti politici ed alla trasformazione del parlamentarismo in una “democrazia d’interessi”, analizzando le congiunture sociali ed economiche che condussero alla nascita dei movimenti fascisti ed alla loro presa del potere, nell’ambito di un più profondo mutamento dell’organizzazione statale.
Poco conosciuto in Italia, Löwenthal è stato politologo, sociologo, pubblicista, esponente di spicco della SPD tedesca nel dopoguerra e professore di scienze politiche all’Università di Berlino, quindi anglofilo e atlantista. Comunista dissidente in opposizione ai diktat del Comintern, convinto anti-stalinista, laburista di formazione marxista, Richard Löwenthal (1908-1991) fu tra i pochi tedeschi ad opporsi attivamente al nazismo.

Nazisti

Nel 1935, sotto lo pseudonimo di Paul Sering, pubblica la sua personale interpretazione del fascismo sulla Rivista per il Socialismo (“Der Faschismus”, Zeitschrift für Sozialismus; Sett.-Ott.1935), ponendo l’attenzione sugli aspetti socio-economici e sulla progressiva trasformazione delle classi sociali, travolte dalla crisi economica e dal disfacimento del movimento operaio. Per Löwenthal il concetto di “classe” riveste un ruolo fondamentale; pertanto, in un’ottica tipicamente marxista, ne analizza le trasformazioni prendendo in considerazione le sue stratificazioni nell’ambito dell’evoluzione capitalista e della “differenziazione economica degli interessi” sociali. Allo stesso modo, prende in esame lo sviluppo e funzione dell’organizzazione di classe, in rapporto all’evoluzione dell’antico stato feudale in quella che Löwenthal chiama “democrazia di interessi”:

«La democrazia pienamente formata è una forma di organizzazione politico-sociale caratterizzata da organizzazioni di classe potentemente sviluppate e da un sistema di partiti determinato in maniera decisiva da queste organizzazioni.»

Speculare all’esistenza della democrazia rappresentativa, che ha nel parlamento il suo fulcro nella comunanza di interessi diversi, è lo sviluppo del sistema partitico, quale rappresentanza di “interessi chiaramente delimitati”, e che costituisce un’evoluzione positiva dell’antico “parlamento dei notabili”, come nel caso dell’Inghilterra:

«…i cui partiti non erano divisi da contrasti di interesse, ma da contrasti di tradizioni familiari e di cricche all’interno dello strato dominante, socialmente unitario […] A questo stadio, il contenuto dei processi parlamentari è formato dal contrasto fra le classi dominanti ed il loro apparato esecutivo, circa l’ammontare delle spese e della lotta di innumerevoli cricche e persone singole per i vantaggi individuali connessi con l’esercizio del potere politico: distribuzione dei posti, concessioni, facilitazioni fiscali, ecc. Questa situazione del parlamento corrisponde ad un basso livello delle funzioni economiche statali, e al livello organizzativo zero delle organizzazioni di classe e della politica sociale. Quando si supera questo stadio, ha inizio anche il mutamento del sistema partitico.
Il mutamento essenziale non consiste nella pura e semplice trasformazione in apparati di partito con influenza di massa. Questa trasformazione da partito di cricche in macchina di partito funzionante con un gran numero di politici di professione…»

…coincide secondo Löwenthal con l’introduzione del diritto di voto universale ed alla concentrazione del capitale in oligopoli e trusts economici organizzati, sotto protezione del potere politico o singoli esponenti di partito.

«Essa però non cambia nulla né per quanto riguarda la mancanza di contenuto sociale dei processi parlamentari, né per quanto riguarda la misura e il carattere della corruzione individuale nella vita pubblica.»

1919 - Corteo della SPD alla Porta di Brandeburgo per l'elezione di F.Ebert alla presidenza del Reich

Per Löwenthal/Sering, a fare la differenza sono i “partiti operai”. E in questo è evidente tutta l’impronta marxista dell’Autore che vede nel movimento operaista l’avanguardia rivoluzionaria per eccellenza, anche se:

«..quanto più vengono messi in primo piano i problemi dell’economia capitalista…. tanto più il partito operaio tende generalmente a diventare il partito rappresentante gli interessi riformisti e a trasformarsi in comitato parlamentare dei sindacati

In tempi normali, non pervasi da turbolenze sistemiche o crisi economiche, tale ordinamento tende, nonostante gli attriti, a funzionare secondo una meccanica strutturata, fondata sulla mediazione costante nell’equilibrio variabile delle istanze rappresentate:

«Lo Stato parlamentare, i cui partiti sono rappresentanti di interessi basati sulle organizzazioni di classe, rappresenta un forma finale caratteristica della democrazia. Ha il carattere di una grande stanza di decompressione degli interessi, nella quale vengono trattati i compromessi delle classi. La decisione politica è qui la risultanza degli interessi dei singoli, come avviene per la formazione dei prezzi sul libero mercato […] la distribuzione del prodotto sociale viene determinata in misura crescente non a secondo della forza economica dei singoli strati, ma a seconda del loro peso espresso politicamente

Il sistema, che sostanzialmente riproduce un immutato assetto di potere a tutela del capitale, nel quadro di una società prevalentemente borghese, entra in crisi con “l’acuirsi dei contrasti di classe” nella divergenza di funzioni tra il sistema burocratico, che con il potere esecutivo necessita di decisioni rapide e unitarie, insieme all’eccessiva preponderanza dell’elemento finanziario, contrapposti ad un parlamento in rappresentanza di interessi sempre più atomizzati e conflittuali. Contrasti che tendono ad esplodere in caso di contrazione economica, mettendo a rischio la tenuta di sistema. Sostanzialmente, in senso lato, ciò avviene tramite l’accresciuta mobilità dentro e fuori gli schieramenti della classe operaia in perdita di coesione, a cui va aggiunto il logoramento economico dei piccoli imprenditori, e l’accentuarsi della richiesta di prestazioni sociali da parte di fasce sempre più consistenti di popolazione attiva rimasta priva di reddito e coperture.
Fila ai forni del pane nella Germania del 1920A tal proposito, Richard Löwenthal elabora la particolare “congiuntura” da cui possono scaturire i movimenti totalitari (Parte III – La Congiuntura da cui nasce il fascismo). Se non fossero trascorsi 80 anni, in molte sue parti il brano sembra scritto oggi. Ovviamente, ogni riferimento a partiti (bestemmia) e moVimenti esistenti è puramente casuale.

1. Gli interessi durante la crisi
[…] «In pochi anni, durante l’ultima crisi, la disoccupazione si è moltiplicata, senza che allo stesso tempo si avesse alcuna riduzione dell’apparato distributivo e amministrativo, così che la riduzione del numero degli occupati si è verificata quasi esclusivamente a spese di quelli che sono occupati produttivamente. Contemporaneamente è rapidamente aumentato lo strato dei ceti medi rovinati, ma non proletarizzati, così che il numero degli improduttivi è cresciuto ad un livello superiore alla media e ad un ritmo assai rapido. Nello stesso tempo si è avuto inevitabilmente un calo del ruolo produttivo di quello strato “misto” di impiegati e impiegati statali ed è aumentata la percentuale di settori produttivi stagnanti, bisognosi di sovvenzioni, e si è fatto più urgente il loro bisogno si sovvenzioni. Con ciò si è acuito il contrasto fra questi settori e quelli rimasti sani. Questo contrasto si è inasprito fino al punto di dare origine al dilemma: o superamento rapido e liberale della crisi, comportante la distruzione di milioni di entità economiche [posti di lavoro], oppure superamento della crisi nei tempi lunghi mediante sovvenzioni, evitando una catastrofe aperta. Il dilemma: pagare i debiti o cancellarli formava una parte di questo problema. In questo modo divenne anche più acuta la già accennata divisione trasversale durante la crisi. Le contraddizioni menzionate si riproducono nel rapporto delle economie nazionali e delle nazioni tra di loro. Le nazioni debitrici diventano insolventi. Lo smembramento del credito internazionale porta ad una contrazione abnorme del commercio estero e mondiale e quindi all’inasprimento delle tendenze autarchiche e nazionaliste, specialmente per quanto concerne i paesi debitori che, in linea di massima, sono anche quelli meno concorrenziali sul piano dell’economia mondiale e oberati da soverchianti pesi morti.
[…] Sia per il crescente numero degli improduttivi, e proprio di quelli la cui esistenza dipende dall’erario statale, sia per il crescente bisogno di sovvenzioni alla produzione, aumenta la percentuale della popolazione il cui interesse primario è, mediamente o immediatamente, quello di uno Stato efficiente.
[…] La concentrazione dinamica di tendenze generali di sviluppo su una situazione di breve durata e inasprita è la caratteristica di tutte le situazioni rivoluzionarie.»

2. Il sistema partitico durante la crisi
Manifesto elettorale della SPD per le elezioni presidenziali del 1932 […] «I partiti della grossa borghesia diventano visibilmente tali, con una evidenza che li priva a ritmo veloce della loro base di massa. Mentre all’interno della borghesia si accentuano le differenze tra profittatori e sovvenzionati,  fra creditori e debitori, i suoi partiti e le sue coalizioni vengono sottoposti a sempre nuove scissioni. I vari gruppi di piccoli produttori, qualora non lo abbiano già fatto prima, passano alla creazione di partiti separatisti a spese dei vecchi partiti borghesi. Nella classe operaia, a causa della netta differenziazione tra occupati e disoccupati, strati capaci di lotta e strati incapaci di lotta, interessati in primo luogo al livello salariale e alla conservazione del posto di lavoro, si acuiscono i contrasti che approfondiscono le fratture esistenti, minacciano di far saltare le organizzazioni unitarie e creano conflitti tra partiti e sindacati. Il risultato generale è innanzitutto che fra i numerosi partiti politici ogni peso diventa sempre più instabile, ogni compromesso sempre più difficile, senza che sorga una forza sufficientemente robusta.
[…] La capacità di azione di tutte le classi diminuisce con il regredire della produzione. Insieme diminuisce anche l’importanza delle organizzazioni create per l’azione di classe. La capacità di sciopero dei sindacati regredisce, gli industriali riuniti in cartelli violano le convenzioni dei prezzi, le cooperative di credito agricolo non sono più in grado di sostenere i loro membri. Con ciò cala la fiducia in queste organizzazioni e cala il numero dei loro aderenti. Le sole azioni economiche che crescono di numero sono durante la crisi sono le azioni dei consumatori e dei debitori: scioperi degli inquilini, sciopero dei contribuenti, aste deserte, ecc. Sul terreno della crisi delle organizzazioni di interessi dei partiti, che in tal modo vengono indeboliti e frantumati, si sviluppa però la tendenza a riporre tutte le speranza nello Stato e quindi nell’organizzazione puramente politica

3. La democrazia durante la crisi
i forconi dei nazisti «Quanto più si frantuma un sistema partitico, tanto più diventa difficile il raggiungimento di un compromesso. Il regresso della forza d’azione delle organizzazioni di classe non apporta in questo caso alcuna agevolazione, ma un ulteriore inasprimento: quanto minore è la capacità di azione economica immediata, tanto più intensi si fanno i tentativi dei partiti di realizzare i loro obiettivi esercitando una pressione sullo Stato e di conservare in tal modo la vacillante fiducia del loro iscritti. In questo modo viene sempre più messa in dubbio la capacità di funzionamento del sistema parlamentare. Questo avviene soprattutto dal punto di vista della borghesia, i cui partiti perdono rapidamente la loro base di massa e alla quale pertanto riesce sempre più difficile imporre per via parlamentare le sue rivendicazioni, che sono al tempo stesso le rivendicazioni per il superamento della crisi nel solo modo possibile del quadro capitalista. L’equilibrio tra gli indeboliti partiti borghesi, sempre più dilaniati dai contrasti interni tra sovvenzionatori e sovvenzionati, l’equilibrio tra i grandi blocchi di masse contrapposti diventa sempre più difficile ed il ruolo del potere esecutivo per assicurare questo equilibrio diventa sempre più importante. La labilità di questo regime rende impossibile la coerenza e l’unitarietà della politica economica e generale dello Stato proprio nel momento in cui essa acquista un’importanza vitale per delle masse sempre più numerose. La crisi dell’erario (un riflesso necessario della crisi economica degli Stati che attuano politiche di sovvenzione) si acuisce a causa delle oscillazioni politiche e si ripercuote immediatamente in un abbassamento del tenore di vita di tutti coloro che dipendono economicamente dallo Stato. Lo Stato viene quindi meno, proprio nel momento in cui la dipendenza delle masse dalle sue prestazioni è massima, e viene meno in questa misura proprio perché si tratta di uno Stato “economicamente democratico”, perché “è una congrega di profittatori” incapace di decisione. L’esigenza di uno Stato forte, economicamente giustificata, si muta nel grido “abbasso il parlamentarismo!”.
Con ciò, la democrazia entra definitivamente nella fase decisiva della crisi.»

Secondo Richard Löwenthal, in assenza di una svolta di tipo socialista, con l’indebolimento del movimento operaio e delle sue organizzazioni, la conseguenza è un accentramento del potere economico-politico in uno Stato sempre più autoritario, percepito dalle grandi masse di scontenti come un distributore di prebende e sovvenzioni, per la soddisfazione di esigenze primarie, a discapito di una reale promozione democratica e sociale.
Comizio di HitlerIn una simile frattura istituzionale si inseriscono i movimenti populistici e, spiccatamente, per Löwenthal, i partiti fascisti come elemento di rottura più evidente ed al contempo funzionale alla prosecuzione di uno statu quo a preservazione dei grandi interessi del capitale, facendo leva sui delusi della democrazia rappresentativa e del sistema parlamentare.
È un moto contrario e trasversale:

«..contro i sindacati industriali; dei debitori contro i creditori; dei disoccupati contro gli occupati, dei fautori dell’autarchia contro i fautori dell’economia mondiale. Tutto questo si attua in nuovo partito di massa, rivolto al solo potere politico: il partito fascista. Così si spiega anche come questo partito recluti i suoi aderenti in tutte le classi e come determinati ceti vi siano prevalenti e ne formino il nucleo, ceti che sono stati definiti con l’imbarazzato termine di “ceti medi”. La borghesia vi è rappresentata, ma si tratta della borghesia indebitata, bisognosa di sostegno; il ceto operaio vi è rappresentato, ma si tratta dei disoccupati permanenti, incapaci di lotta, concentrati in zone povere; vi affluisce la piccola borghesia urbana, ma quella andata in rovina; vi vengono inclusi i possidenti, ma sono quelli spossati dall’inflazione; vi si trovano ufficiali e intellettuali, ma si tratta di ufficiali congedati e intellettuali falliti. Questi sono i nuclei del movimento, che ha il carattere di una vera comunità popolare di falliti, e questo gli permette anche di estendersi, parallelamente alla crisi e ad di là di questi nuclei centrali, in tutte le classi, perché con tutte è socialmente concatenato.
[…] Si voleva uno Stato sotto una guida unitaria che ponesse fine al traffico degli interessi; uno Stato che intervenisse attivamente nella crisi e ponesse fine al liberalismo; uno Stato che liberasse l’economia nazionale dalle dipendenze economiche mondiali. Dicendo che “l’utilità pubblica viene prima dell’interesse individuale” venne proclamata la tutela dei bisognosi di sostegno contro la prassi capitalistica, dicendo “basta con la schiavitù degli interessi da pagare”…. la solidità della terra venne contrapposta all’asfalto delle grandi città. Tutto ciò venne presentato con la credibilità della disperazione, che la crisi produceva dappertutto e che dispensava i suoi sostenitori da ogni discussione razionale. A queste parole d’ordine si mescolavano elementi di una rivolta plebea contro il ceto dei burocrati specializzati e dei notabili, la quale diede al movimento vernice popolare, “democratica”, con la quale di fatto esso assolve singoli compiti rivoluzionario-borghesi.
[…] Le sue parole d’ordine economiche esprimono delle tendenze generali e non delle rivendicazioni concrete. Là dove i fascisti prima della vittoria vengono a trovarsi in situazioni in cui devono prendere posizione, assumono atteggiamenti puramente agitatori e procedono praticamente facendo una brutta figura dietro l’altra, senza risentirne il minimo danno. La loro agitazione di concentra completamente sulla fiducia nel futuro, nel capo, nella presa del potere e nel miracolo che ne seguirà. […] Il partito fascista non disse mai “Aiutatevi da soli!”. Disse sempre: “Dateci il potere!”. Questo è il nucleo di tutte le agitazioni fasciste.
[…] Il partito fascista si costruisce sulla disposizione dei suoi membri ad affidarsi ad una guida, dalla quale essi sperano di essere aiutati, una volta conquistato il potere statale.
[…] Un partito siffatto non può, per sua natura, avere una lunga esistenza come partito di massa senza combattere e vincere. Una volta superata la situazione di crisi gli viene a mancare la possibilità di guida delle masse. Le masse se ne allontanano e si rivolgono nuovamente alle organizzazioni che rappresentano i loro interessi e che corrispondono alla loro situazione nel processo produttivo.
[…] Proibendo tutti gli altri partiti si vuole mettere ordine nella congrega di interessi e sostituire ai compromessi la decisione del capo.»

Manifesto elettorale dello NSDAPDella disamina riportiamo gli aspetti più propriamente riconducibili alla prassi politica, sorvolando la componente militare e squadrista di una violenza istituzionalizzata che nei movimenti di natura fascista è tratto distintivo e imprescindibile, ma proprio per questo meglio conosciuto.
In merito all’organizzazione, alla composizione della dirigenza, ed al “movimento fascista”, Richard Löwenthal osserva:

«Lo sviluppo di questi metodi di lotta e di organizzazione richiede una casta dirigente nuova, libera dalle tradizioni dei partiti democratici e dalla routine parlamentare, senza scrupoli per quanto riguarda i mezzi. Per sua natura questa casta può venire reclutata soltanto tra i militanti senza occupazione e intellettuali falliti, quindi fra gli individui completamente sradicati, e non può nascere dalla componente borghese del movimento, i cui appartenenti, anche in condizioni di indebitamento e di disperazione, rimangono ancora legati a tradizioni di ogni genere. La difficoltà della borghesia di sottostare ad una casta dirigente di dilettanti e di “desperados” fa sì che questi ultimi, pur così direttamente interessati al rivolgimento fascista, restino, fino alla vittoria, quasi sempre fuori dal partito, organizzato in gruppi amici puramente borghesi.
Questa è la circostanza che dà al partito fascista un carattere decisamente plebeo. Gli appartenenti alla classe dominante vi sono scarsamente rappresentati e non hanno influenza in senso tecnico-politico

In virtù di ciò la base di un movimento fascista è molto più ampia e ramificata di quanto non lo sia il partito medesimo che, data la sua apparente poliedricità, può contare su un bacino diversificato di consensi in espansione:

«Dapprima a spese dei partiti borghesi e del ceto medio e poi, a poco a poco, anche a spese delle organizzazioni operaie che, nel loro cammino verso di esso, passano spesso attraverso una fase intermedia d’indifferenza. Il partito fascista diventa il grande blocco di massa del sistema parlamentare in disgregazione. Il blocco di massa contrapposto, appunto il movimento operaio, il pilastro di resistenza relativamente più forte, viene indebolito dal perdurare della crisi e spinto in contraddizioni interne, che presto hanno soltanto più per oggetto i metodi della ritirata.
[…] Fra i due blocchi di massa, cioè quella fascista in aumento e quello proletario in ritirata, si destreggia con vari metodi la cricca della grossa borghesia, che diventa sempre più debole, discorde al suo interno, sempre più appoggiata al potere esecutivo, e che tende ad escludere e a screditare il parlamento e ad isolarsi. Quanto più si acuiscono i suoi contrasti interni, soprattutto tra i fautori delle sovvenzioni e liberali, tanto più forte si fa la sua corsa ad accaparrarsi il favore del partito fascista; corsa nella quale l’ala reazionaria è naturalmente superiore. Alla fine chiama definitivamente e con successo in aiuto il partito fascista, il quale fa il suo ingresso al governo in coalizione con essa. In questa coalizione il partito fascista è di gran lunga, indipendentemente dalle intese intercorse, il partecipante più forte.»

Svastica

In quanto fuori dai giochi di potere tradizionali e dai tatticismi parlamentari, in quanto portatore di istanze dirompenti ed interessi trasversali, nell’analisi di Löwenthal, il partito fascista può presentarsi a buon gioco come elemento di rottura e discontinuità, denunciando i suoi alleati di coalizione come la causa dei progressi insufficienti. Quindi, in tal modo può rivendicare a sé l’avocazione di tutti i poteri, in rottura col “vecchio sistema”…

«A questo punto esso si impadronisce senza riserve dell’apparato statale, si libera da tutti i vincoli di coalizione e realizza il suo potere nella lotta di distruzione contro le organizzazioni di massa proletarie. Fatto questo, la proibizione generale di ogni partito e con la fine formale della coalizione sono soltanto le tappe ovvie del cammino verso lo Stato totalitario.
[…] La necessità di piegare rapidamente e in modo rivoluzionario tutte le resistenze richiede lo scatenamento dell’attività libera e non disciplinata delle sue masse di aderenti. Quando il sistema fascista è completato, questa ondata si ritira da sé, tanto più che questa forma di attività di massa non arriva nemmeno a creare delle proprie forme organizzative

outpostNon è un caso che l’azione politica (e militare) di ogni movimento di tipo fascista sia indirizzata prevalentemente contro la Sinistra e le sue organizzazioni, nonostante il fascismo attinga in parte dalla sua liturgia e dalle sue tematiche sociali, facendole proprie e mistificandole.
Si può dunque parlare di “rivoluzione fascista” i cui risultati tipici sono:

a) Una nuova forma più alta di organizzazione statale
b) Una nuova forma reazionaria di organizzazione sociale
c) Un crescente freno stabile allo sviluppo economico da parte delle forze reazionarie che si sono impadronite del potere statale.

Si tratta di una proposizione sicuramente superata dalla Storia, ma non per questo necessariamente non riproducibile in forme aggiornate ai tempi…
Mutato nomine de te fabula narratur.

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Editoria solidale

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 marzo 2012 by Sendivogius

È desolante sfogliare le pagine di quell’inutile spreco di cellulosa chiamata ‘libera editoria’, a paga privata e finanziamento pubblico, allineate nel loro conformismo salottiero mentre esercitano l’arte in cui più sono versati: la Laudatio Principis, nell’ansia perenne di chi non può vivere senza un padrone da servire (a tempo) e presentar la penna al posto del moschetto.
Sono gli alfieri sontuosi di un giornalismo prezzolato; le sentinelle degli establishment oligarchici trasversali nella difesa unitaria del proprio capitale, ripartito per potentati economici ed industriali ma scambiato per “ricchezza comune”.
Come nuovi Pangloss, sono convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili, traendo il meglio dalle miserie altrui, rigorosamente al sicuro nel proprio giardino protetto, mentre giocano alla platonica Repubblica dei Filosofi, nel loro candore liberale scambiato per immutabile legge di natura…

«Landini appartiene alla schiera di coloro che non accettano il mondo come è, ma vogliono cambiarlo: i rivoluzionari, insomma. Al centro del suo universo, quello in cui crede, campeggia il lavoratore, col pieno diritto, sacro e inviolabile, a un posto equamente retribuito, a una paga che gli consenta di mantenere se stesso e la sua famiglia, a una pensione quando non dovrà più lavorare. Questi sono i dati di partenza, i dati imprescindibili. La conseguenza è chiara (anche se un Landini non sente alcun bisogno di enunciarla in tutte lettere). Se il mondo in cui viviamo consente l’adempimento dei diritti di chi lavora, bene. Se non lo consente, dobbiamo cambiare il mondo in cui viviamo. Sempre vi sono stati nella storia uomini di varia specie, alcuni avventurieri, altri nobili d’animo, tutti ugualmente insoddisfatti del mondo in cui viviamo,e risoluti a cambiarlo: gli idealisti, i rivoluzionari

Il raffinato editoriale, che nella sua integrale inutilità siderale potete leggere QUI, è a firma di Piero Ottone, già storico direttore del Corriere della Sera passato a La Repubblica in un collaudato gioco delle parti, descrive bene l’estraniato appagamento di “classe” (se si può osare tanto) di certa borghesia illuminata, convinta che i diritti dei lavoratori siano privilegi ed i propri privilegi di censo invece diritti acquisiti per merito. “Borghesia” universalmente confluita con tutte le sue componenti nell’adorazione di Mario Monti, per ritrovata redenzione dopo il tramonto dell’Unto e bisunto, in un paese piccolo piccolo che non può vivere senza icone da santificare per la remissione del debito (pubblico). E non è un caso che il serissimo, contrito, professore bocconiano non perda occasione per ringraziare pubblicamente chi quella voragine contabile l’ha creata, alimentata, esasperata, tra orge e voraci cricche assortite, senza che dall’alto del Colle (oggi loquace più che mai) si levasse il benché minimo sospiro.

Certo il cambiamento di stile è evidente, siamo passati da un imbonitore da fiera ad un piazzista che va liquidando all’asta il patrimonio di famiglia nel gabbione delle serafiche tigri asiatiche. Rispetto al Pornonano, sobrietà ed educazione fanno però la differenza; fondamentale in una conferenza internazionale, mentre parla il presidente USA, rispondere al telefono per conversare con… Maurizio Cicchitto (!!) il craxiano piduista che mica può attendere.

È questa l’essenza del nuovo Salvatore, in nome dell’ortodossia dei mercati e nel solco della continuità: inflessibile legge del taglione per i piccoli peccatori, indulgenza plenaria per tutti gli altri senza pagare pegno. Punire (“rieducare”, come non manca di ricordare con razzistica supponenza la stampa anglosassone) i più per salvarne pochissimi; togliere ai poveri senza nulla levare ai ricchi.
Pertanto, nell’ineluttabile proletarizzazione dei ceti inferiori (ce lo chiedono i mercati), ogni eccezione si configura come un atto “rivoluzionario”. Va da sé che, nell’accezione chiaramente negativa che i nostri ‘liberali’ attribuiscono al termine, rivoluzionario è sinonimo di sovversivo.. bolscevico.. e (tanto per stare al passo coi tempi) terrorista. Per quanto, con il passaggio ad una destra ottocentesca, anche gli anarchici sono tornati molto di moda.
L’unica eccezione ammessa è la “rivoluzione liberale”, che sancisce il primato delle elite tecnocratiche (rigorosamente eterodirette da vari consigliori) sugli organismi di rappresentanza democratica e sulla declinazione delle prerogative parlamentari a vantaggio del governo ‘tecnico’, nel congelamento della ‘politica’, come non si stanca di esemplificare mirabilmente il sempiterno Paolo Mieli. Naturalmente, qualunque forma di democrazia diretta o movimentismo di base è stigmatizzato con orrore assoluto, quindi opportunamente biasimato sui giornali e manganellato nelle piazze, in quanto fastidioso elemento di disturbo nel ritrovato ordine naturale dei mercati egemoni. Su questo, il nuovo ministro di polizia, Anna Maria Cancellieri, è chiarissimo. Tuttavia, anche la lacrimosa Elsa Fornero (variante sabauda del chiagni e fotti), dinanzi al dissenso creatosi dinanzi alla sue ineludibili riforme, sembra auspicare una restrizione del diritto di sciopero, in un crescendo di eccezioni ‘tecniche’ all’ordinamento costituzionale che infatti si vuole rottamare.
Di fatto, si tratta di una sospensione sostanziale delle funzioni democratiche, tramite una loro rappresentazione cerimoniale, che ne preserva in apparenza la forma svuotata di senso, conforme alla volontà dei “mercati” e senza gli eccessi dei baccanali berlusconiani, all’insegna di una ipocrita concordia ordinum su intercessione presidenziale.
In tale prospettiva, com’era prevedibile, il governo Monti ha riacceso gli entusiasmi troppo a lungo sopiti dei rispettabili vegliardi istituzionalizzati di un liberalismo manieristico, cosmopolita, magari dalle venature progressiste, ma più spesso con barra rigorosamente al centro e inclinazione a destra, posti da sempre alla direzione girevole dei principali quotidiani nazionali.
Tuttavia, la ‘nobiltà’ per rifulgere ha bisogno della ‘miseria’… Anche i palazzi più sontuosi, tra stucchi dorati e corridoi marmorei, nascondono inevitabilmente le latrine per la servitù di infimo livello….
Pertanto, nel generale peana verso le magnifiche sorti progressive dei professori al governo, non potevano mancare per meri calcoli di bottega ideologica, senza alcuna idealità, le storiche baldracche della prostituzione a mezzo stampa che esaltano la funzione salvifica del “mercato”, travestite da vestali liberiste convertite al credo dell’efficienza tecnocratica.
È quasi curioso osservare i vari Ferrara, i Belpietro ed i Sallusti, che dal fondo dei loro osceni giornalini assistiti concionano di libero mercatomeritocraziacompetenzaprevalenza del Privato
Parliamo di gente che se davvero si ponesse in libera competizione sul mercato privato, in base ai risultati effettivi ed al ritorno economico della loro attività, avrebbe chiuso bottega da un pezzo!
 Il più imbarazzante è il sempreverde Giuliano Ferrara, liberista intransigente, ostensore del mercato libero e selvaggio…
Uno assunto in RAI, per sfacciata raccomandazione, con una trasmissione misconosciuta, che persiste nella messa in onda (catastrofica per i bilanci aziendali) unicamente per referenze politiche.
Uno che non perde occasione di dare lezioni di ultra-liberismo, invocando meritocrazia e concorrenza, ma che evidentemente reputa assai coerente incassare 3 milioni e mezzo di euro (per l’esattezza: € 3.441.668,78), grazie ai contributi pubblici per l’editoria, per la messa in stampa de Il Foglio. A proposito di taglio dei privilegi, L’Avanti! del latitante Lavitola nel 2010 ha incassato 2.530.640,81 di euro.
Un altro manipolo, assai convinto quando si parla di licenziamenti altrui e cacciata dei lavoratori in nome del risparmio e dell’efficienza produttiva, è la tripletta Belpietro-Feltri-Sallusti, che solitamente si passano il testimone nelle due imbarazzanti pubblicazioni fasciste, conosciute come Libero e Il Giornale. Scampoli di Ventennio. In particolare, quell’ossimoro giornalistico chiamato provocatoriamente “Libero”, tra il 2003 ed il 2009 ha beneficiato di finanziamenti pubblici per 40 milioni di euro, percepiti illegalmente, tramite la costituzione fittizia in cooperativa editoriale. È evidente che le esecrate cooperative, quando fanno comodo, piacciono assai ai sedicenti liberisti in rigorosa camicia nera d’ordinanza.
Questi sono solo i casi più lampanti, ma l’elenco è lungo. Naturalmente, questi non sono sprechi, non costituiscono privilegi e posizioni di rendita, ma solidi baluardi di libertà da mantenere ad oltranza e assolutamente da non tagliare. Meglio chiudere scuole ed ospedali per fare cassa. Meglio ribassare i salari per incentivare la concorrenza. Meglio tagliare i sussidi per i licenziamenti, che si vogliono facili e senza limiti.
Ad essere sinceri, il direttorio tecnico ha previsto una poderosa sforbiciata alla pubblica sovvenzione di questi parassiti di carta. A partire dal 2014. Il presidente Napolitano, solitamente così solerte ad offrire la sponda ad ogni diktat del Governo Monti, ha già espresso la propria netta contrarietà.
Non è dato da sapere la richiesta dei mercati in proposito; né risultano impellenze dall’Europa, che nel merito sembra aver esaurito le buste da lettera.

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