Archivio per Banca Mondiale

LA GUERRA DELL’ACQUA

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 novembre 2008 by Sendivogius

 

PRIVATIZZAZIONE :

Come ti rubo la vita…

 

drop Un’economia fattasi troppo astratta per tenersi in piedi sottrae liquidità all’economia reale. Tutto ciò che era gratis, perché ritenuto socialmente utile, per non dire spettante di diritto, sarà messo in vendita. Servono liquidi da immettere sul mercato finanziario. La scuola, dalle elementari all’università, il pubblico impiego, l’elevazione dell’età pensionabile, il passaggio dal lavoro sicuro al precariato (accompagnato da opportuni slogan che esaltino la “flessibilità”) diventano oggetti di risparmio monetario, perché la finanza possa ripartire.

(“Il crack della finanza spiegato al popolo 2/2” di Valerio Evangelisti  – pubblicato il 30/10/08 su carmillaonline.com)

La Crisi economica globale incombe. Molti i responsabili ma nessun colpevole (as usual). E mentre i singoli governi sono chiamati a drenare le ultime risorse fiscali, nel tentativo di sanare i guasti di un Turbo-Capitalismo marcio e famelico, gli eredi dei Chicago Boys intonano il loro ennesimo peana neo-liberista: esternalizzare, valorizzare, privatizzare.

Una sola ideologia universale: massimizzazione dei profitti; mercificazione dell’esistente; azzeramento dei diritti, sostituiti da elargizioni “compassionevoli”.

Il mercato vive di sogni indotti, ma si nutre di risorse primarie. Non esistono beni essenziali o diritti inalienabili. Tutto può avere un prezzo e come tale essere venduto. In questa prospettiva, ogni cosa che abbia un valore d’uso possiede inevitabilmente un valore di mercato. E l’acqua, specialmente l’acqua potabile, non fa eccezione. Alla stregua di un qualsiasi prodotto, può essere negoziabile, standardizzabile, e quindi commercializzabile, destrutturata in commodities e prezzata come una qualunque merce in vendita.

Esistono i casi estremi, come in Cile, dove (col patrocinio del gen. Pinochet, grande amico della signora Thatcher) i Chigago Boys sono riusciti a privatizzare perfino i fiumi. E poi Bolivia, Argentina, Uruguay… A dimostrazione che solo le dittature ed i regimi autoritari hanno i requisiti essenziali per applicare, a livello ottimale, le (non) teorie di Milton Friedman e dei suoi discepoli, che col loro ricettario economico hanno avvelenato il continente latinoamericano, prima di essere spazzati via quasi ovunque dal vento delle nuove revoluciones libertadoras.

In Europa, si inizia a parlare di privatizzazione delle acque nel 1989, durante il governo di Margaret Thatcher, quando nella sua furia ultraliberista la Lady di Ferro pose nelle mani dei privati anche l’approvvigionamento idrico dei sudditi di Sua Maestà britannica. Il servizio è stato appaltato ad una società australiana che, per ripianare i presunti costi di investimento, ha triplicato le tariffe. Da allora, la corsa all’acqua, “l’oro blu”, da parte delle grandi corporations non si è mai fermata. Il mercato idrico internazionale è diventato appannaggio esclusivo di pochi colossi senza scrupoli.

 “La mercificazione dell’acqua segue molte strade. Una è la concessione a privati dello sfruttamento di sorgenti, pozzi, acquedotti e canali. In Messico, le riforme per aprire questo tipo di mercato trovano qualche resistenza perché la Costituzione stabilisce che la gestione dell’acqua è riservata allo stato. Ciò significa che, almeno in teoria, questa non è una merce come le altre e che può essere oggetto di concessioni solo per un tempo limitato. Le difficoltà legali si aggirano grazie a una parola magica: “decentralizzazione”. Magica e ingannevole giacché nei fatti “decentralizzare” ha voluto dire consegnare i sistemi idraulici ai governi locali con l’unico obiettivo di aprire il passo alle privatizzazioni.

L’altra via della mercificazione è quella del consumo d’acqua in bottiglia, che dappertutto è una truffa colossale, visto che da nessuna parte gli imbottigliatori usano acqua di fonte, ma pongono il proprio sigillo all’acqua della rete pubblica. Il Messico è sempre stato un gran consumatore di bibite a base di cola e ora è il secondo consumatore pro capite d’acqua imbottigliata, preceduto solamente dall’Italia.”

Fin dalla nascita, il mercato globale dell’acqua ha presentato caratteristiche singolari giacché è sempre stato controllato da un pugno di giganti europei che esibiscono attitudini depredatrici simili o anche peggiori a quelle dei concorrenti nordamericani. Le imprese più grandi sono Veolia, Suez, e Vivendi Universal. Sono francesi e insieme si spartiscono il 80% del mercato mondiale dell’acqua Per giustificare il loro operato esse diffondono l’idea che di fronte all’inefficienza generalizzata delle istituzioni pubbliche, è meglio optare per l’impresa privata che è ‘dinamica’, ‘produttiva’ e ‘onesta’.

(Tratto da: “La guerra dell’acqua” di A. Mannucci – ecplanet.com)

Alessio Mannucci dedica un lungo reportage sulla gestione dell’acqua e sui paradossi della privatizzazione. Vale la pena di riportare il caso grottesco, ai limiti del demenziale, avvenuto nella città di Aguas Calientes in Messico.

Nel 1993, “il servizio pubblico d’acqua potabile, captazione e trattamento delle acque residue” di Aguas Calientes viene dato in concessione ai privati: un consorzio idrico al quale partecipa anche la francese Compagnie Générale des Eaux, una sussisidiaria della Vivendi.

Le autorità giustificarono la privatizzazione con il cattivo stato del servizio (ma questo non migliorò). Gli unici effetti visibili furono il repentino aumento delle tariffe e la sospensione della fornitura nei casi di morosità, una pratica fino allora quasi sconosciuta. Secondo la compagnia, quello era l’unico modo per frenare il consumo stimolando il risparmio e limitando così lo sperpero. L’impresa passò, malgrado ciò, per molteplici disavventure finanziarie accumulando debiti. Con la svalutazione della moneta nel 1994, questi diventarono pressoché ingestibili. Per evitare la bancarotta e la sospensione del servizio, la giunta municipale dovette apportare grandi dosi di capitale pubblico (mostrando ancora una volta come i grandi monopoli privatizzano i ricavi, ma socializzano le perdite). Il colmo: nel 1996 il contratto originale fu modificato per favorire ancor più l’impresa, ampliando a 30 anni la durata della concessione e rendendo tuttavia più flessibili i suoi obblighi, esimendola dall’investire nella costruzione di infrastrutture.”

A volte la “guerra dell’acqua” assume le dimensioni di una lotta titanica, dove piccoli David riescono ad aver ragione dei Golia delle multinazionali…

 

cochabamba-rivolta-dellacquaBOLIVIA. La rivolta di Cochabamba. Nel 1999 il col. Hugo Banzer Suarez, presidente-dittatore, “ebbe la felice idea di privatizzare l’acqua nel dipartimento di Cochabamba”. Fu così che l’acquedotto cittadino fu dato in concessione, insieme ai servizi idrici e fognari di La Paz e di El Alto. Arrampicata sulle Ande, a 2500 m. di altezza, con i suoi 1.800.000 abitanti, Cochabamba è la terza città della Bolivia. Nel settembre 1999 viene firmato dalle autorità municipali un contratto con l’unico concorrente in gara per l’appalto: il consorzio Aguas de Tunari. Si tratta di un complicato groviglio societario a scatole cinesi, con la partecipazione congiunta di grosse holding multinazionali. Il consorzio è ufficialmente guidato da una off shore con sede alle Isole Cayman, la IWL (International Water Limited), che detiene il 55% del pacchetto azionario. Ma la IWL è in realtà una controllata alla pari della statunitense BECHTEL (molto legata a Dick Cheney) e dell’italianissima EDISON che a sua volta possiede l’altro 50% delle azioni IWL.

E qui viene il bello: l’Edison è della TDE, mentre la Tde appartiene per il 50% alla francese WGRM e per il restante 50% alla AEM e cioè l’Azienda energetica di Milano, che per il 43.26% appartiene al Comune. Da quando sono state privatizzate, le municipalizzate anche in Italia pensano a fare operazioni di compravendita dei pacchetti azionari di altre imprese, acquisendo il controllo di aziende che producono disastri in giro per il mondo come nel caso della Bolivia.

Il resto delle azioni è in mano alla spagnola ABENGOA (25%) e… della Banca Mondiale: grande regista dell’operazione, nella triplice veste di ideologo delle privatizzazioni, in nome del sacro Verbo monetarista (l’unico credo consentito), finanziatore dell’impresa e azionista del consorzio privato.

La ‘Aguas del Tunari’ viene registrata in Olanda, in quanto gli accordi bilaterali fra Olanda e Bolivia prevedono regole estremamente favorevoli alle multinazionali qualora venisse rescisso un contratto. Tra queste, vi è la possibilità per una multinazionale persino di chiedere il mancato lucro qualora un governo facesse delle scelte che danneggino l’impresa; addirittura anche qualora venissero introdotte norme a tutela dei diritti dei lavoratori o dell’ambiente.”

(Giuseppe De Marzo – Ass. A Sud)

In base al contratto, il consorzio “riceveva per trenta anni la concessione della captazione, trattamento e distribuzione dell’acqua nel territorio comunale. La concessione dava ad Aguas del Tunari il monopolio assoluto su ogni fonte d’acqua nella municipalità, inclusi i pozzi privati. (…) Nel giro di pochi mesi gli abitanti di Cochabamba vedono aumentare le tariffe del 300%, mentre le condizioni precarie delle reti idriche e fognarie non subiscono alcuna operazione di mantenimento o miglioramento. La spesa media dell’acqua arriva a toccare circa 12 dollari mensili, su un salario medio di 60 dollari. Le tariffe vengono adeguate al dollaro statunitense, costituendo una grave perdita del potere d’acquisto per una popolazione già in condizioni di estrema povertà. Gli alti costi richiesti per le connessioni domiciliari sono a carico degli utenti e l’accordo con Aguas del Tunari proibisce l’uso di fonti alternative naturali. (…) Vengono imposti l’obbligo di acquisto di permessi per accedere alla risorsa e addirittura un sistema di licenze per la raccolta dell’acqua piovana. Dopo un anno di gestione il 55% degli abitanti continua a non avere accesso all’acqua.

Al consorzio veniva altresì attribuito il potere di pignorare la casa e le proprietà del consumatore insolvente, arrivando a vietare (e nel caso confiscare e demolire) gli invasi e le cisterne per la raccolta dell’acqua piovana.

Nell’aprile del 2000 la misura è colma. Centinaia di migliaia di persone scendono in piazza e marciano a Cochabamba contro il governo, nonostante l’intervento della polizia che attua una brutale repressione con morti e feriti. Dal coordinamento delle azioni di opposizione nasce la “Coordinadora de defensa del agua y la vida” costituita da sindacati, contadini, ecologisti, operai, studenti, comitati di quartiere e gente comune, che assume come impegno centrale quello di impedire la privatizzazione dell’acqua nella città di Cochabamba. “I dirigenti della Coordinadora vengono arrestati durante le trattative con il governo, rinchiusi in una prigione al confine con il Brasile e accusati dal ministro dell’interno di finanziarsi con il narcotraffico.” Accusa naturalmente falsa. Dopo la sollevazione dell’intera cittadinanza e la creazione di una sorta di Comune autogestita, a democrazia diretta, “la vittoria è stata piena: il governo ha ripreso una proposta di legge popolare che sancisce il diritto all’acqua e la sua gestione pubblica. Il contratto con il consorzio privato è stato abrogato. La gestione idrica è andata a un’impresa in cui siedono rappresentanti del comune, i sindacati, le associazioni di quartiere.

(Ma.Fo; Il Manifesto” del 29/08/02)

Siccome il lupo perde il pelo ma non il vizio, nel gennaio 2005 una nuova rivolta popolare costringe alla ritirata le compagnie che speculano sull’acqua di El Alto e fanno affari sulla pelle dei suoi 800.000 abitanti.

BOLIVIA 2005. La seconda guerra dell’acqua. policia-y-campesinosOpportuno, a questo punto, un ritorno alla realtà che fatalmente ci riporta a una seconda guerra dell’acqua: combattuta, questa volta, nell’immenso labirinto di El Alto, città-satellite che da 4.000 metri incombe su La Paz, la capitale, aggrovigliata lì sotto come in un pozzo e quasi spettrale. Anche qui il motivo della contesa è l’ «Aguas del Illimani», consorzio idrico finanziato dal gruppo francese Suez, che deteneva il 55% delle azioni, mentre l’ 8% era nelle mani della Banca Mondiale e il resto in quelle di investitori sudamericani. La seconda guerra è scoppiata nel gennaio dell’ anno scorso, dopo che la «Aguas del Illimani» (anche qui il nome è quello di une delle più alte vette andine) aveva imposto forti aumenti delle tariffe e chiesto per l’allacciamento alla propria rete la cifra spropositata di 445 dollari, equivalenti a sei mesi dello stipendio base di un lavoratore. Ma la guerra è durata poco. Le organizzazioni di quartiere di El Alto hanno indetto uno sciopero generale e alla fine costretto il consorzio privato della Suez a rimettere il sistema idrico sotto il controllo pubblico: e, come a Cochabamba, il governo di La Paz ha cancellato il contratto dell’ «Aguas del Illimani». In un Paese dove il 34% di 8,6 milioni di boliviani vive con meno di due dollari al giorno, non era possibile tollerare che gli azionisti stranieri continuassero a lucrare sull’acqua.

  (Ettore Mo – “Corriere della Sera” del 15/01/06)

 

bottlesE in Italia?!? In Italia il Parlamento ha votato l’articolo 23bis, già inserito nel decreto 112 di Tremonti e convertito nella Legge 133/08, con votazione del 06/08/08. Naturalmente con l’immancabile appoggio dell’opposizione, PD in prima fila, nella persona del ministro-ombra Lanzillotta. Sempre pronti a scattare sull’attenti, quando gli allibratori del “Libero Mercato” reclamano la loro razione di carne fresca.

Così il governo Berlusconi ha sancito che in Italia l’acqua non sarà più un bene pubblico, ma una merce e dunque, sarà gestita da multinazionali internazionali (le stesse che già possiedono le acque minerali). Già a Latina la Veolia (multinazionale che gestisce l’acqua locale) ha deciso di aumentare le bollette del 300%. Ai consumatori che protestano, Veolia manda le sue squadre di vigilantes armati e Carabinieri per staccare i contatori.

(Maddalena Parolin, “Acqua in bocca”)

L’Art. 23-bis. della Legge n° 133 disciplina la materia in ambito dei Servizi pubblici locali di rilevanza economica. In tale norma si affermain via generale l’affidamento di tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica in materia di rifiuti, trasporti, energia elettrica e gas, nonché in materia di acqua” a soggetti privati.

Al comma 1 e 2 si può leggere:

 

1. Le disposizioni del presente articolo disciplinano l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, in applicazione della disciplina comunitaria e al fine di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale, nonché di garantire il diritto di tutti gli utenti alla universalità ed accessibilità dei servizi pubblici locali ed al livello essenziale delle prestazioni, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettere e) e m), della Costituzione, assicurando un adeguato livello di tutela degli utenti, secondo i principi di sussidiarietà, proporzionalità e leale cooperazione. Le disposizioni contenute nel presente articolo si applicano a tutti i servizi pubblici locali e prevalgono sulle relative discipline di settore con esse incompatibili.

 

2. Il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi del Trattato che istituisce la Comunità europea e dei principi generali relativi ai contratti pubblici e, in particolare, dei principi di economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento, mutuo riconoscimento, proporzionalità.

 

Scrive Paolo Rumiz in un ispirato articolo comparso su La Repubblica dell’11 novembre:

 “Non se n’ è accorto quasi nessuno: quel pezzo di carta obbliga i Comuni a mettere le loro reti sul mercato entro il 2010, e ciò anche quando i servizi funzionano perfettamente e i conti tornano. Articolo 23 bis, legge 133, firmata Tremonti. La stessa che privatizza mezza Italia e ha provocato la rivolta della scuola.

(…) Col 23 bis i Comuni perdono contemporaneamente una fonte di entrate e la sorveglianza sul territorio. Il federalismo si svuota di senso. Il rapporto con gli elettori diventa una burla. Lo scenario è inquietante: bollette fuori controllo, e i cittadini con solo un distante “call center” cui segnalare soprusi o disservizi. Insomma, l’ acqua come i telefonini: quando il credito si esaurisce, il collegamento cade. La storia parte da lontano, nel 2002, con una legge che obbliga i carrozzoni delle municipalizzate a snellirsi, diventare S.p.a. e lavorare con rigore. L’ Italia viene divisa in bacini idrici, i Comuni sono obbligati a consorziarsi e le bollette a includere tutti i costi, che non possono più scaricarsi sul resto delle tasse. Anche se i Comuni hanno mantenuto la maggioranza azionaria, nelle ex municipalizzate son potute entrare banche, industrie e società multinazionali. Ma quella che doveva essere una rivoluzione verso il meglio si è rivelata una delusione. Nessuno rifà gli acquedotti, le reti restano un colabrodo. Il privato funziona peggio del pubblico, parola di Mediobanca, che in un’ indagine recente dimostra che le due aziende pubbliche milanesi, Cap ed Mm hanno le reti migliori d’Italia e tariffe tra le più basse d’Europa. Col voto del 6 agosto si rompe l’ ultima diga. L’acqua cessa di essere diritto collettivo e diventa bisogno individuale, merce che ciascuno deve pagarsi. Questo spalanca scenari tutti italiani: per esempio i contatori regalati ai privati (banca, industria o chicchessia che incassano le bollette), e le reti idriche che restano in mano pubblica, con i costi del rifacimento a carico dei contribuenti. Insomma, la polpa ai primi e l’ osso ai secondi. Il peggio del peggio.

(…) Situazioni paradossali si moltiplicano. Sentite cos’ è accaduto a Firenze. Il Comune ha accettato di fare una campagna per il risparmio idrico e un anno dopo, di fronte a una diminuzione dei consumi, ecco che la Publiacqua manda agli utenti una lettera dove spiega che, causa della diminuita erogazione, si vede costretta ad alzare le tariffe per far quadrare i conti. Ovvio: il privato lo premia lo spreco, non il risparmio. L’ unica cosa certa sono i rincari: ad Aprilia in Lazio sono scattati aumenti del trecento per cento e un conseguente sciopero delle bollette che dura tuttora contro la società “Acqualatina”. Stessa cosa a Leonforte, provincia di Enna, paese di pensionati in bolletta. A Nola e Portici, nel retroterra napoletano, la società Gori ha quasi azzerato la pressione in alcuni condomini insolventi, senza avvertire il sindaco; e lavoratori della ditta hanno impedito ai partigiani dell’ acqua pubblica di tenere la loro assemblea. A Frosinone gli aumenti sono stati tali che il Comitato di vigilanza è dovuto intervenire e alzare la voce per ottenere la documentazione nei tempi previsti. Più o meno lo stesso a La Spezia, che ha le bollette più care d’ Italia. Per non parlare di Arezzo, dove la privatizzazione si sta rivelando un fallimento. L’ Acquedotto pugliese, dopo la privatizzazione, si è indebitato con banche estere finite nelle tempeste finanziarie globali. A Pescara, da quando è scattato il regime di S.p.a., s’ è scoperto un grave inquinamento industriale della falda e la magistratura ha fatto chiudere l’ impianto. A Ferrara il regime di privatizzazione è coinciso col trasferimento a Bologna del laboratorio di analisi, con conseguente allentamento dei controlli in una delle zone più a rischio d’ Italia, causa la falda avvelenata del Po.

(…) Dai 26 ambiti che hanno accettato la privatizzazione sono cresciuti intanto quattro colossi: l’Acea di Roma che ha comprato l’acqua toscana; l’Amga di Genova che s’ è alleata con la Smat di Torino e ha dato vita all’ Iride; la Hera di Bologna che cresce in tutta la Padania; la A2A nata dalla fusione dell’ Aem milanese e dell’ Asm bresciana. In tutte, una forte presenza di multinazionali come Veolia e Suez, banche, imprenditori italiani d’ assalto, e una gran voglia di crescere sul mercato”.

 (Paolo Rumiz in “Acqua S.p.A.” – La Repubblica, 14/11/08)

 

Ultimamente, per capire cosa sta succedendo in Italia, basta guardare al Sud America.

 

 

Altre fonti documentarie:

Corriere della Sera; La Repubblica; L’Unità; Il Manifesto; Consumo Critico.

ECplanet (www.ecplanet.com) Selvas.org Ass. A Sud (www.asud.net) – Unimondo.org – Terra Libera

Autori degli articoli consultati:

Maddalena Parolin; Alex Zanotelli; Giovanna Vitrano; Giuseppe de Marzo

 

WAR GAMES (Part 2) – I falchi di Bush

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 ottobre 2008 by Sendivogius

 

  I FALCHI DI BUSH

 

 “PNAC:

   Who is who

 

Lungi dall’essere un “normale” gruppo di pressione tra i tanti, il PNAC non si limita ad annoverare tra i suoi ranghi solo tecnocrati dell’amministrazione dipartimentale o del comparto militare. Al contrario, si pone come interlocutore privilegiato dell’Amministrazione di George W. Bush. Al PNAC hanno aderito, tra gli altri, personaggi di primo piano dello staff presidenziale, con importanti incarichi pubblici. Sarà il caso di fare qualche nome, sul quale vale la pena di soffermarsi: D. Cheney; D. Rumsfeld; J. Bush; W. Kristol; la famiglia Kagan al completo; R.Perle; R.Armitage; E.Abrams;  P. Wolfowitz ed il suo sodale L. Libby;

È quasi imbarazzante abbozzare qui, in poche righe, una biografia di Dick Cheney (vicepresidente USA nell’era Bush): è difficile trovare qualcuno che si sia prodigato con tanto accanimento contro il genere umano. Originario del Wyoming, in politica da ben 6 legislature, Cheney è un mastodonte del conservatorismo a stelle e strisce: fervente anti-abortista, ha votato contro ogni finanziamento a tale pratica anche in caso di incesto o stupro. Cheney si è espresso anche contro il sostegno alla pubblica istruzione; contro le politiche di assistenza sanitaria; contro l’assistenza federale agli indigenti e persino contro la liberazione di Nelson Mandela, quando questi era detenuto in Sudafrica. Imboscato durante la guerra del Vietnam, l’elan guerriero di Cheney è però incontenibile quando a combattere ci manda gli altri: dalla guerra di Panama all’invasione dell’Iraq. Amministratore delegato del colosso petrolifero Halliburton, continua a fare affari nell’Iraq “liberato”, così come quando c’era Saddam (pecunia non olet).

Donald Rumsfeld, attuale segretario al Dipartimento della Difesa, ha svolto importanti incarichi nell’Amministrazione Nixon e in quella Ford. Si è opposto ad ogni trattato di disarmo, di controllo degli armamenti e riduzione dei missili balistici a testata nucleare (degli USA, s’intende!). È un guerrafondaio convinto e nel tempo libero si dedica all’amministrazione di numerose società multinazionali. Dopo la sconfitta elettorale dei repubblicani alle elezioni del novembre 2006. Rumsfeld è stato sacrificato come capro espiatorio per la disastrosa conduzione della guerra in Iraq e costretto alle dimissioni.

Paul Dundes Wolfowitz è un altro falco repubblicano, esperto in strategia militare e pianificazione economica, è stato il vice di Rumsfeld alla Difesa.

Wolfowitz, uno studioso, è il teorico che predica la fede nella superiorità etica e nel destino imperiale dell’America, da lui considerata l’erede dell’antica Roma”.

  (Ennio Caretto, I 4 falchi della Casa Bianca, in Sette, settimanale del Corriere della Sera, 10 ottobre 2002, pp.112-115).

È noto inoltre per le sue posizioni intransigenti e per l’incondizionato sostegno ad Israele, dove risiede parte della sua famiglia. A Wolfowitz si deve la postulazione di “quadri di strategia regionale” con particolare attenzione al Sud-Est Asiatico (dal 1986-1989 è stato ambasciatore in Indonesia) ed al Medio Oriente. Nel 2005 giunge ai vertici della Banca Mondiale.

Nel mondo islamico il nome di Wolfowitz riassume tutto ciò che è andato storto nella politica americana in Medio Oriente da almeno trent’anni. Allevato alla scuola intellettuale dei filosofi Leo Strauss ed Allan Bloom, membro di quel gruppo di ex radicali di sinistra “pentiti” durante gli anni della guerra fredda, Wolfowitz comincia a occuparsi del mondo arabo quando è ancora membro del partito democratico.

Nel 1977 lavorando al Pentagono sotto l’Amministrazione Carter si fa notare per un grintoso studio su “Radicalismo arabo e atteggiamenti anti-occidentali”, e per la sua precoce ossessione sull’Iraq.

Nel 1980 passa in area repubblicana, al Dipartimento di Stato arruola alcuni dei più radicali neocon, da Francis Fukuyama a Lewis Libby, e scavalca a destra il presidente Ronald Reagan contestando ogni tentativo di dialogo con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Negli anni Novanta è uno dei fondatori del Project for the New American Century, il think tank che elabora piani di politica estera per Dick Cheney e Donald Rumsfeld. Come sottosegretario alla Difesa nell’Amministrazione Bush, anima una “intelligence parallela” al servizio esclusivo del vicepresidente Cheney, l’Office of Special Plans (Osp), decisivo per costruire il teorema delle armi di distruzione di massa e preparare la guerra in Iraq. Anche nel suo nuovo mestiere alla World Bank, l’eminenza grigia di “Enduring Freedom” continua a eccitare le controversie. La Banca Mondiale, creata nel 1944 con gli accordi di Bretton Woods, per statuto deve offrire ai paesi del Terzo mondo “finanziamenti e assistenza per promuovere lo sviluppo ed eliminare la povertà”. Non sempre è all’altezza della sua missione. Uno degli effetti perversi delle sue politiche: per pagare gli interessi sui prestiti ricevuti dalla World Bank i paesi più poveri del pianeta trasferiscono ogni anno 1,7 miliardi di dollari ai paesi ricchi. Un Robin Hood alla rovescia. Sotto la gestione del suo predecessore, il banchiere-umanista James Wolfensohn, la World Bank cercò di reagire alle critiche e di incarnare una via progressista allo sviluppo, includendo nei suoi progetti l’impatto ambientale, lo studio delle diseguaglianze sociale, della condizione femminile, distanziandosi dal “gemello” neoliberista, il Fondo monetario internazionale. L’arrivo di Wolfowitz ai comandi della Banca Mondiale è stato interpretato come un golpe della destra americana per riprendere il controllo di un’istituzione che condiziona un centinaio di paesi del Terzo mondo. Dal suo insediamento il nuovo presidente si è distinto per una raffica di nomine di amici neocon ai piani alti della banca. In omaggio all’avversione di Bush per le istituzioni multilaterali, Wolfowitz ha anche annunciato spietati tagli al budget dell’istituzione.

  (La Repubblica, 30/01/2007)

Nel 2007, è stato costretto alle dimissioni per aver favorito la carriera della sua amante: la signora Shaha Riza, dirigente della stessa Banca Mondiale

Lewis Libby è stato capo dello staff di Cheney. Nell’ottobre 2005 è stato costretto alla dimissioni a seguito dello scandalo CIA-gate. Avvocato ed allievo prediletto di Wolfowitz, grazie all’appoggio del suo mentore ha occupato posti di responsabilità presso il Dipartimento di Stato ed al Pentagono, durante la presidenza Reagan e Bush. Come Wolfowitz, intrattiene stretti rapporti con il Likud israeliano, opponendosi strenuamente ad ogni concessione territoriale e politica nei confronti dei palestinesi.

Jeb Bush è il fratello dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Al tempo della contestata elezione presidenziale del 2001, Jeb era governatore della Florida ed è superfluo ricordare quanto lo sfoglio “taroccato” dei voti di questo Stato del Sud sia stato fondamentale per l’elezione di G.W. Bush. 

William Kristol è il direttore del PNAC e figlio del più noto Irving Kristol, intellettuale di spicco dell’Enterprise Institute, professore, editorialista ed editore.

Discendente da una famiglia di ebrei ultraortodossi di Brooklyn, Irving Kristol si distacca dalle tradizioni di famiglia distinguendosi in gioventù per le sue accese posizioni trozkiste, salvo approdare su lidi sempre più conservatori fino a diventare uno dei più importanti ideologi del pensiero Neo-Con.

Richard Perle ha un soprannome evocativo: “Il Principe delle Tenebre”. Insieme a Wolfowitz, è stato il principale architetto delle strategie politiche di Bush a sostegno dell’unilateralismo interventista e della guerra preventiva. Perle è la classica eminenza grigia, abituata ad agire in incognito, senza cariche ufficiali, ma con libero accesso nelle stanze del potere. È stato presidente del Defense Policy Board: (un organo consultivo in termini di difesa e armamenti presso il Pentagono), carica dalla quale si è dovuto dimettere per “conflitto d’interessi” (si vede che non vive in Italia!). Il nostro eroe aveva pensato bene di dirottare le commesse militari verso aziende amiche delle quali deteneva forti pacchetti azionari. Anche Perle, sul piano intellettuale fa riferimento all’American Enterprise Institute.

Attualmente, “Perle sembra in declino, ma c’è tempo: la merda resta a galla per questioni non di volume, quanto di peso specifico. Va detto poi che bisogna fare molta attenzione ad attaccare Perle: si rischia l’accusa di antisemitismo, come sottolinea Eric Alterman, columnist di The Nation. Alterman sottolinea i rapporti stretti che intercorrono tra Richard Perle e la destra israeliana”.

(http://www.kelebekler.com/caimani/05.htm).

Richard Lee Armitage (vice-segretario di Stato dal 2001 al 2005) faccia simpatica e profilo inquietante. Sul personaggio è abbastanza esplicativo un intervento pubblicato in Carmilla:

Richard è una leggenda vivente. Faceva parte del gruppo che guidò l’Operazione Phoenix in Vietnam, un programma di “counter insurgency”, ideato da Ted Shakcley, “il fantasma biondo”, che “liquidò” una cifra compresa fra i 20.000 e i 40.000 civili vietnamiti, sospetti viet-cong.
Richard fu accusato di gestire il traffico di eroina dal “triangolo d’oro” attraverso una rete che andava dagli “hmong” ai “signori della guerra” vietnamiti e cambogiani, fino a Santo Traficante, mafioso americano. Richard se la cavò.

Richard fu sfiorato anche dall’Iran-Contras Affair. La fece franca, fino a diventare il consigliere dei militari pakistani nella guerra contro l’URSS in Afghanistan.

Richard riforniva di armi Bin Laden, attraverso l’I.S.I., il servizio segreto pakistano. Fu decorato per questo. Sia prima che dopo l’11 settembre incontrò in più occasioni il Generale Mahmoud Ahmad, principale sostenitore di Al Qaeda, poi licenziato da Musharaf, il presidente pakistano. Si sospetta che il generale fosse in contatto con Mohammed Atta, uno dei dirottatori dell’11 settembre.

Diventò Deputy Secretary of State con Colin Powell.

Coinvolto nello scandalo Valerie Plame, nel ruolo di “gola profonda” nella rivelazione ai giornali del nome di una agente “operativa” della C.I.A., ha abbandonato gli incarichi pubblici. E’ diventato un lobbista della L-3 Communications Corporation, una società che si occupa di difesa, sicurezza e, guarda caso, di intelligence”.

(www.carmillaonline.com/archives/2007/01/002102.html)

Elliott Abrams è un avvocato esperto in Affari Esteri. Come molti altri discepoli del pensiero straussiano, è anch’egli di religione ebraica (che sembra assumere una forte valenza identitaria nella successiva evoluzione politica) parte da posizioni di estrema sinistra (tanto da iscriversi alla Lega dei Giovani Socialisti durante in periodo universitario), prima della svolta ultra-conservatrice. Abrams ha ricoperto incarichi importanti nelle amministrazioni repubblicane: assistente speciale del Presidente e Senior Director al Consiglio di Sicurezza Nazionale per il Medio Oriente e gli Affari Nord-africani.

La carriera di Abrams comincia sotta la presidenza Reagan, nel 1980, prima come assistente del Segretario di Stato con delega ai Diritti Umani e successivamente come delegato agli Affari Centro-Americani. Incarichi svolti egregiamente. Abrams passa i successivi due anni a coprire, negare, ridimensionare le atrocità perpetrate dalle spietate dittature sostenute dagli USA (quelli che esportano la libertà) in Nicaragua, El Salvador, Guatemala, Honduras… In El Salvador, l’11 dicembre 1982 il Battaglione Atlacatl, addestrato da “consiglieri militari” statunitensi, trucida circa 900 campesinos nel villaggio di El Mozote, a scopo intimidatorio, in quanto sospetti sovversivi. Abrams mette a frutto la lezione di Strauss sull’Arte della Menzogna come pratica politica; per il nostro esperto in diritti umani la politica reaganiana in Salvador è stata “un’impresa favolosa”. Il resto del tempo lo trascorre foraggiando i Contras in Nicaragua con finanziamenti illeciti (scandalo Iran-Contra), dopo la caduta del  Somoza, il “nostro figlio di puttana” secondo Henry Kissinger. In tempi più recenti (2002) lo troviamo impegnato in Venezuela ad organizzare attentati contro Chavez.

Nel 1997, Abrams pubblica “Faith or Fear”, libro tramite il quale ammonisce gli ebrei americani del pericolo che un’assimilazione con la cultura americana, fortemente secolarizzata, costituisce nella progressiva perdita di identità.

Insieme a Richard Perle, per il Medio Oriente è per il sostegno incondizionato a Israele in favore di una strategia aggressiva e interventista in funzione anti-siriana. Se possibile, ha posizioni ancora più intransigenti di Libby. Naturalmente è stato un entusiasta promotore della guerra in Iraq, propugnatore dell’attacco all’Iran, e sostenitore dell’invasione del Libano nel 2006.

Lo sforzo più notevole di questo interessante “gruppo di lavoro” è la produzione di un rapporto tecnico-militare, conosciuto come “Rebuilding America’s Defences: Strategies, Forces And Resources For A New Century” (“Ricostruire le difese dell’America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo”)…