Archivio per Balcani

Medz Yeghern – Il Grande Male

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Remember

Lo storico britannico Arnold J. Toynbee, a cui si deve Arnold J. Toynbeel’introduzione della ponderosa relazione intitolata “The Treatment of Armenians in the Ottoman Empire” e meglio conosciuta come “Blue Book”, dove sono raccolte gran parte delle testimonianze sul genocidio degli Armeni e degli Assiro-Caldei, individuò nella “distruttività del nazionalismo moderno” il Grande Male dell’epoca, all’origine della febbre ideologica che sembrava consumare tra i fuochi della sua follia omicida popoli ed identità in un’orgia di massacri.
Il “Medz Yeghern” costituisce a suo modo la prima applicazione su scala nazionale di quell’ideologia eliminazionista (per fare propria la definizione di Daniel J. Goldhagen) che, innestandosi sul ceppo ben più antico degli odi etnici e del fanatismo religioso, si svilupperà nei grandi genocidi del XX secolo; i quali non costituiscono affatto una specificità esclusiva di determinate entità nazionali (meno che mai turche o tedesche).

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Interludio
1915 - pendaison à Constantinople d'un Arménien Il genocidio degli Armeni (e degli Assiro-Caldei e dei Greci del Ponto), ancorché contestato, implica aspetti particolari che nella portata delle sue dinamiche dimostrano essenzialmente come le attività di sterminio, pur avendo peculiarità universali, non presuppongano necessariamente l’esistenza di una struttura totalitaria né un’infallibile volontà organizzativa finalizzata alla distruzione, come fu per esempio nel caso del nazismo.
Fifth Regiment, Imperial Ottoman Cavalry, 1890s-1900s.La Turchia di inizio ‘900 era uno stato costituzionale, dittatoriale nella sostanza ma democratico nella forma, dotato di organi rappresentativi ed un proprio Parlamento che, per quanto limitato nei poteri ed epurato nella composizione, non fu mai sciolto nemmeno durante la disastrosa condotta della prima guerra mondiale e che per inciso non varò mai una legge organica, che legittimasse in modo esplicito le stragi e le espropriazioni forzate.
Soprattutto, i massacri furono alimentati con estrema facilità, in una spirale perversa di odio, vendette e ritorsioni, innescate dalle espulsioni di massa e lo sradicamento violento delle comunità turcofone e musulmane dai territori balcanici, oggetto di una pulizia etnica feroce da parte dei nuovi conquistatori ‘cristiani’. E delle quali loro malgrado fanno le spese gli Armeni e le altre comunità cristiane, presenti nei distretti orientali dell’Impero ottomano.
Vilayet armeniTra il 1880 ed il 1915, affluiscono in Anatolia milioni di profughi, che i Turchi chiamano Muhajir. Sono albanesi, bosniaci, bulgari, circassi della Cecenia, turcomanni e tatari della Crimea… tutti cittadini ottomani espropriati di ogni bene e cacciati via dalle loro case, che si riversano in massa nell’Impero del sultano in cerca di protezione ed asilo, e che vengono reinsediati nei distretti popolati dagli Armeni. L’eliminazione di una minoranza indesiderata comporta per il governo nazionalista l’opportunità di risolvere la “questione armena” e provvedere alla sistemazione dei nuovi arrivati, utilizzando i beni saccheggiati.
L'arrivo dei Muhajir a Istanbul nel 1912Lo sterminio degli Armeni, seppur condiviso e partecipato da gran parte della popolazione soprattutto nelle campagne, e massimamente i Muhajir, nella sua ferocia selvaggia non conobbe mai le forme proprie del razzismo biologico (come avvenne invece nel caso degli ebrei in Germania). Né era la diretta conseguenza di una produzione legislativa, volta alla massima discriminazione in attesa della “soluzione finale”.

Armenians_marched_by_Turkish_soldiers,_1915

Ufficialmente, ed in linea puramente teorica, quello degli Armeni si configurava come una deportazione di massa, “militarmente necessaria” per ragioni di sicurezza in tempo di guerra, e portata avanti con modalità brutali “al fine di massimizzare il numero di morti lasciati per strada” (A.J.Toynbee).

«L’atto che sancisce l’ufficialità dell’operazione è una risoluzione del Consiglio dei Ministri, datato 27 Maggio 1915. È un documento brevissimo che afferma il dovere dello Stato di reprimere con estremo rigore ogni attentato alla sicurezza nazionale e all’ordine pubblico. E conferisce alle autorità militari dei vari distretti la facoltà “se le esigenze della guerra lo impongono di trasferire e installare in altre località, individualmente o per gruppi, le popolazioni delle città e dei villaggi sospettate di tradimento o di spionaggio”. La parola ‘armeno’ non figura nemmeno nel testo.
Il 30 Maggio segue un decreto-legge dello stesso tenore, che non sarà mai ratificato dal Parlamento ottomano. Poi il 10 Giugno arriva una legge che precisa le modalità da seguire per il trasferimento delle persone e per la sistemazione dei loro interessi e affari prima della partenza. Infine, a operazione conclusa, il 26/09/1915, un’ultima legge stabilisce la sorte dei beni abbandonati dai deportati. Sul piano della legislazione ufficiale non c’è altro. I riferimenti espliciti agli Armeni sono sporadici; nelle istruzioni operative si preferisce ricorrere a perifrasi come “le persone trasportate altrove”, “le persone note”, e così via

Sergio De Santis
“Il genocidio degli Armeni”
(Marzo, 1996)

Turkish Cavalry L’applicazione delle disposizioni viene affidata alle autorità militari che godono di una discrezionalità illimitata, secondo un mandato tanto vago quanto ambiguo. Per essere sicuri di ottenere l’effetto implicitamente desiderato, gendarmeria ed esercito, vengono affiancati da appositi commissari governativi e soprattutto dalle unità operative dell’Organizzazione speciale.
Peraltro, la normativa in oggetto che si componeva di una serie di decreti governativi, spesso e volentieri seguiva e non precedeva le direttive emanate dal comitato centrale del partito di governo: il CUP (Comitato per l’Unione ed il Progresso).
Ismail Enver PashaIl 25 Febbraio del 1915, per ordine del Ministro della Guerra e uomo forte del regime, Ismail Enver pascià, tutti gli Armeni Medz_Yeghern_exteffettivi nell’esercito ottomano vengono distaccati nei “battaglioni lavoro” del Genio militare e quindi fucilati, o passati per le armi dai boia dell’Organizzazione speciale.
Al contempo viene ordinato a tutti i villaggi armeni dell’interno di consegnare ogni tipo di arma in loro possesso e di fornire ogni uomo valido per la coscrizione di leva, o in alternativa il pagamento del “bedel”, la tassa di esenzione. Trasgressori e renitenti vengono sottoposti a tortura con tenaglie roventi.
jevdet-bey Di conseguenza, il 19 Febbraio, la provincia armena di Van si ribella alle ingiunzioni del governatore turco, Jevdet Bey, che in caso di rivolta promette di uccidere ogni cristiano, uomo, donna, o bambino in cui dovesse imbattersi. E sarà di parola.
A farne le spese saranno soprattutto le comunità cristiane degli Assiro-Caldei, che a torto si credono immuni alla rappresaglia e vengono invece investiti appieno dalla repressione, che puntualmente si abbatte su di loro… Da Ras-el Hadjar a Tel Mozilt, passando di villaggio in villaggio per tutto il vilayet di Van ed i monti dell’Hakkari, tutti i 52 villaggi cristiani tra Beyazit e Eleskirt vengono distrutti dai reggimenti di cavalleria curda degli Hamidiye.
REVIEW OF KURDISH CAVALRY BY THE GOVERNOR OF VAN, BAHRI PASHAGli Armeni della città di Van si organizzano in milizie volontarie e squadre di auto-difesa resistendo agli attacchi dell’esercito ottomano, fino all’arrivo in loro soccorso di un contingente Linea di difesa a Van presso la città vecchiarusso. E questo rafforza ulteriormente la convinzione tra i “Giovani Turchi” che gli Armeni siano una minaccia, da debellare al più presto ed in maniera definitiva. E che porteranno alla stesura, per l’appunto 27/05/1915, della cosiddetta “Legge Tehcir” sulle deportazioni che avrebbero dovuto avere carattere straordinario e provvisorio. In realtà, la legge giunge per fornire una qualche copertura legale ad una vasta operazione di repressione, già in atto ed innescata motu proprio, su impulso di settori governativi legati all’apparato militare nell’ambito del pacchetto di “misure speciali”. Ad ogni modo, è dopo la promulgazione della legge che si intensificano le esecuzioni di ostaggi e l’uccisione dei prigionieri politici.
Fanti russi nei pressi di VanIl 24 Aprile c’è la grande retata contro l’elite armena, con l’arresto in massa di tutti gli elementi di spicco della comunità che verranno successivamente assassinati.
E, sempre nell’Aprile del 1915, vengono predisposti le prime operazioni di evacuazione della popolazione civile armena ed il suo trasferimento in appositi campi di raccolta, predisposti in Mesopotamia e Siria.
Nell’opera ci si avvale, almeno nelle sue fasi iniziali, pure della comprovata efficienza dell’alleato germanico, che predispone i piani di deportazione in cui è previsto anche l’utilizzo dei treni merci della nuova linea ferroviaria per Baghdad, per il trasferimento dei deportati in appositi campi di raccolta nel deserto che gli uomini del Kaiser chiamano, senza falsi eufemismi, konzentrationslager: 25 campi della morte, dove i pochi superstiti vengono lasciati morire di fame e malattia.
Deportazione degli armeniD’altronde, il Reich germanico può già vantare una comprovata esperienza con lo sterminio degli Herero, nelle sue colonie sudafricane.
Le operazioni di ‘deportazione’ hanno l’avvallo del generale Hans von Seekt, che i turchi chiamano “la Sfinge”, e che dopo la guerra diverrà uno dei personaggi di maggior rilievo e tra i più affidabili referenti tra i ‘democratici’ della Repubblica di Weimar.

Armenians hanged in the street in Constantinople - Armin T. Wegner

Operazione Massacro
Gendarmi turchi (1)Nata ufficialmente come una serie di trasferimenti coatti su vasta scala, la deportazione degli Armeni si trasformò fin da subito in una gigantesca operazione di pulizia etnica. Che l’eccidio sistematico delle popolazioni armene rientrasse in un progetto più ampio di sterminio, che fosse pianificato o meno, secondo una precisa strategia “eliminazionista” premeditata a lungo e scientificamente messa in atto, oppure fosse la conseguenza incidentale, ancorché voluta, di un insieme di massacri deliberati, per annichilire una minoranza interna percepita come infida, l’estensione a livello capillare delle esecuzioni sommarie e dei linciaggi di massa, con la messa in atto di pogrom organizzati, assunse fin da subito le dimensioni e gli effetti di un vero e proprio genocidio, strutturato nelle forme rozze e feroci della rappresaglia tribale, esasperata dall’odio religioso, e fomentata da una cruda avidità di saccheggio. I trasferimenti sono in realtà marce della morte attraverso il deserto siriano, senza viveri né acqua, esposte agli attacchi continui di banditi e predoni, che uccidono i pochi uomini rimasti, mentre stuprano e rapiscono le donne.
Le deportazioniL’ordine di deportazione viene affisso nelle piazze delle città o annunciato da banditori che vanno di villaggio in villaggio. Agli Armeni vengono concessi da due a cinque giorni di tempo per radunare le proprie masserizie. Il governo si farà carico della custodia e della salvaguardia dei beni abbandonati, fino alla Talat pasciàloro restituzione. In seguito, il ministro agli interni Talaat arriverà a chiedere alle compagnie assicurative la liquidazione delle polizze stipulate dagli Armeni da lui assassinati, definendosi il naturale erede, giacché il ministero ha espropriato tutti loro beni. Con ogni evidenza, la natura del provvedimento è punitiva e colpevolizzante, ma al contempo si sforza di lasciar trasparire una cornice legalitaria, come si può evincere dalla natura del testo del bando:

ArmeniI nostri concittadini armeni, avendo adottato da anni per istigazione straniera molte perfide idee di natura tale da turbare l’ordine pubblico; avendo provocato conflitti sanguinosi; avendo tentato di turbare la pace e la sicurezza dell’impero oltre che la pace e gli interessi degli altri cittadini; avendo osato unirsi agli attuali nemici in guerra contro il nostro impero, il nostro governo si è visto obbligato a prendere delle misure straordinarie sia per garantire l’ordine che per la sicurezza del Paese, sia anche per il benessere e la conservazione della stessa comunità armena.
Di conseguenza, e come misura in vigore per la durata della guerra, gli armeni dovranno essere trasferiti a destinazioni che già sono state predisposte in alcuni vilayet; ed è rigorosamente prescritto a tutti gli ottomani di ubbidire nel modo più assoluto agli ordini presenti:
1. Tutti gli armeni ad eccezione dei malati dovranno partire entro cinque giorni sotto scorta di gendarmi.
2. Sebbene sia permesso loro di portarsi dietro per il viaggio i beni trasportabili, è vietato agli armeni di vendere le loro proprietà e gli altri beni, oppure di affidarli ad altri, perché il loro esilio è solo temporaneo.
3. Alloggi adeguati sono previsti lungo il percorso, onde assicurare ogni conforto. E sono state predisposte tutte le misure per proteggerli da ogni aggressione o attentato alla loro vita, affinché possano giungere sani e salvi ai rispettivi luoghi di deportazione provvisoria….”

In realtà di “predisposto” per l’accoglienza non v’è proprio nulla…
Di quale sia l’esatta natura dei trasferimenti, si renderanno subito conto gli ufficiali tedeschi di collegamento, che descrivono la situazione nei loro rapporti.
Armin Theophil Wegner (1890) Dove è possibile, come nel caso dell’ufficiale medico Armin T. Wegner, i massacri vengono documentati con testimonianze ed evidenze fotografiche. Documentazione fotografica a cui si accompagnano pure clamorose patacche (come se la mostruosità dei massacri avesse bisogno di effetti speciali!), ovviamente accreditate via web, dove circolano provocando i “sobbalzi” di un’utenza che verifica assai poco, ma indugia sui richiami perversi di certe nudità estreme, volte più che altro a stuzzicare le fantasie sado-masochiste di un erotismo malato…
Crocifissioni di donne (1) Crocifissioni di donnePresentate quasi ovunque come “immagini d’epoca”, con la pretesa di dimostrare la disumanità congenita del “turco e musulmano”, quale unica nel suo genere, si tratta in realtà di fotogrammi cinematografici tratti dalla pellicola “Auction of Souls” del 1919: uno dei primissimi film dedicati al genocidio degli Armeni, tratto dal libro Ravished Armenia di Aurora Mardiganian, che sopravvissuta ai massacri raccontò dell’uccisione di 16 ragazze cristiane (che avevano rifiutato di convertirsi) presso la città di Malatia nel vilayet di Karput (Mamuretül-Aziz).
Auction of Souls (1919)Invero, secondo altri testimoni dell’efferatezza, le ragazze vennero sì trucidate, ma non crocifisse: furono infatti impalate massacro-di-valdesi(per via vaginale), secondo una pratica che nell’Europa cristiana del XVI secolo veniva riservata ai valdesi. Ma in questo caso le ragazze erano tutte rigorosamente vestite, per non offendere la ‘morale’ islamica con sconce nudità esibite in pubblico. Quando la realtà supera la finzione!
Al contrario, durante la Guerra di Algeria (1954-1962) i soldati francesi non si ponevano di questi problemi…
Francesi in AlgeriaPer quei paradossi della storia, nel 1915 crocifissioni di donne in effetti ve ne furono…
Contadine serbe crocifisse dalle truppe austro-ungariche nel 1914Ma ad opera dell’esercito austro-ungarico, nelle sue rappresaglie contro i contadini serbi.
E ciò, se ve ne fosse bisogno, dimostra come la crudeltà sia universalmente diffusa, senza limiti di religione o di “razza”.

Made in France

In merito allo sterminio degli Armeni, tra i numerosi testimoni dell’epoca, i soldati tedeschi presenti nell’Impero Ottomano furono tra i primi a rendersi conto dell’entità e della reale natura dei massacri…
Mappa del genocidio armenoIl tenente colonnello August Stange (Stanke Bey), che assiste agli sgomberi di Erzurum, riferisce:

«L’ordine di evacuazione è stato eseguito nel modo più brutale. La gente è stata buttata fuori di casa e ripartita in piccoli gruppi. La maggior parte non ha avuto neanche il tempo di prendere le cose più necessarie. Sotto gli occhi dei gendarmi, la popolazione locale si è impadronita dei beni abbandonati, di quelli rimasti nelle case, e spesso anche delle cose che gli armeni si volevano portare dietro. Il tempo era inclemente, ma i deportati hanno dovuto deportare all’addiaccio e si sono potuti procurare un po’ di cibo e di acqua solo distribuendo ricche mance ai gendarmi

Hans Freiherr von WangenheimIl 17/06/1915, il barone tedesco Hans von Wangenheim, ambasciatore a Costantinopoli e che pure ha sollecitato i militari tedeschi alla ‘collaborazione’, si vede comunque costretto a riferire a Berlino che avvalla tutta l’operazione:

«È evidente che l’espulsione degli armeni non è motivata solo da esigenze militari. Il ministro dell’interno, Talaat, ha infatti recentemente dichiarato che la Sublime Porta intende approfittare per farla finita in modo radicale [gründlich aufzuraümen] coi suoi nemici interni, senza essere disturbata da interventi diplomatici stranieri

Otto von LossowIl Gen. Otto von Lossow, plenipotenziario tedesco dell’Ambasciata germanica, che nel Novembre del 1923 sventerà il Putsch di Monaco aprendo il fuoco contro i nazisti, secondo un giudizio ampiamente condiviso dai suoi colleghi, ebbe a dire:

«Sulla base di tutti i rapporti e le notizie a me pervenute, non vi può essere alcun dubbio che i turchi stiano puntano al sistematico sterminio delle poche centinaia di migliaia di armeni ancora in vita

Liman von SandersIl Gen. Liman von Sanders si oppone fermamente alle deportazioni nelle città di Smirne e Costantinopoli, ma nelle province orientali la situazione è ben diversa…
Gli Armeni vengono rastrellati ovunque sia possibile e radunati nelle piazze delle città e dei villaggi, quindi incolonnati dalla gendarmeria ottomana lungo i sentieri che si inerpicano per gli altipiani, o attraverso il deserto, verso i centri di smistamento predisposti ad Aleppo che dista centinaia di chilometri, fino alla marcia finale in pieno deserto siriano verso Deir ez-Zor.
Oscar Heizer Oscar Heizer, console statunitense a  Trebisonda sul Mar Nero, non lascia adito a dubbi:

«L’ordine di deportazione è stato annunciato nelle strade il 26 Giugno e giovedì primo luglio è stato fatto eseguire dai gendarmi con le baionette inastate. Gruppi di vecchi, donne e bambini carichi di fagotti sono stati ammassati in una stradina laterale vicino al consolato. Non appena un gruppo raggiungeva il centinaio di persone, veniva avviato sulla strada di Erzerum, nel caldo torrido. Quelli che restavano, estenuati dalla fatica, venivano finiti a colpi di baionetta e gettati nel fiume. I corpi discendevano così fino alla foce, nei pressi della città, dove sono rimasti abbandonati sulle rocce e nella battigia, a imputridire sotto lo sguardo inorridito di chi passava nella zona

Morgenthau_telegram

E rapporti ancor più allarmati vengono stilati per il Henry MorgenthauDipartimento di Stato dall’ambasciatore Henry Morgenthau, che parla apertamente di una “campagna di sterminio razziale” e che sarà tra coloro che più si attiveranno concretamente per arginare la marea degli eccidi e tra i più implacabili nel denunciarli:

«Il vero scopo della deportazione fu rapina e distruzione; in realtà rappresentava un nuovo metodo di massacro. Quando le autorità turche hanno dato gli ordini per queste deportazioni, stavano semplicemente dando la condanna a morte ad una intera razza; hanno capito bene questo, e, nelle loro conversazioni con me, non hanno fatto particolari tentativi per nascondere il fatto

Henry Morgenthau
“Ambassador Morgenthau’s Story” (1918)

A sua volta, il rapporto di Morghenthau si basa sui dispacci dettagliatissimi che Leslie Davis, console statunitense a Karput, fa pervenire all’Ambasciata per tutta la metà del 1915.
Fiume Tigri - Le zattere della mortePer sfoltire il numero dei deportati, la gran parte della popolazione maschile armena viene trucidata subito, fin dai primi rastrellamenti. Nei distretti di Trebisonda, Erzurum, Bitlis, e nella piana di Muş, i prigionieri vengono rinchiusi nei fienili o nelle chiese e bruciati vivi, oppure vengono legati e caricati a forza su barconi che poi vengono affondati in mezzo ai fiumi. Per gli armenisterminatori si apre però il problema dei bambini e degli infanti abbandonati negli ospedali e negli orfanotrofi. A questi pare provveda una squadra di medici assai solerti, che somministrano iniezioni letali di morfina, secondo le istruzioni impartite dal dottor Nazim Bey, uno dei capi dell’Organizzazione speciale addetta allo sterminio.
L’opera di pulizia etnica e di soppressione è così solerte, che Giovanni Gorrini, console generale d’Italia, a proposito degli Armeni di Trebisonda già in estate (25/08/1915) scriverà:

«Degli oltre 14.000 armeni legalmente residenti a Trebisonda all’inizio del 1915 il 23 luglio dello stesso anno non ne rimanevano in vita che 90. Tutti gli altri, dopo essere stati spogliati di ogni avere, erano stati, infatti, deportati dalla polizia e dall’esercito ottomani in lande desolate o in vallate dell’entroterra e massacrati […] Il passaggio delle squadre degli armeni sotto le finestre e davanti la porta del consolato, le loro invocazioni al soccorso senza che né io né altri potessimo fare nulla per loro, la città essendo in stato d’assedio, guardata in ogni punto da 15mila soldati in pieno assetto di guerra, da migliaia di agenti di polizia, dalle bande dei volontari e dagli addetti del Comitato Unione e Progresso; i pianti, le lacrime, la desolazione, le imprecazioni, i numerosi suicidi, le morti subitanee per lo spavento, gli impazzimenti improvvisi, gli incendi, le fucilate in città, la caccia spietata nelle case e nelle campagne; i cadaveri a centinaia trovati ogni giorno sulla strada dell’internamento, le giovani donne ridotte a forza musulmane o internate come tutti gli altri, i bambini strappati alle loro famiglie o alle scuole cristiane e affidati per forza alle famiglie musulmane, ovvero posti a centinaia sulle barche con la sola camicia, poi capovolti e affogati nel mar Nero o nel fiume Dére Méndere, sono gli ultimi incancellabili ricordi di Trebisonda, ricordi che, ancora, a un mese di distanza, mi straziano l’anima, mi fanno fremere»

Cadaveri di Armeni buttati nell'Eufrate

La seconda ondata di deportazioni si abbatte invece sugli Armeni della Cilicia che vengono annientati nelle marce della morte, lontano da occhi indiscreti dopo le proteste tedesche e americane, tra i monti dell’Anatolia e nei deserti della Siria. Chi rimane indietro, viene ucciso dai gendarmi; tutti gli altri vengono lasciati in balia degli attacchi dei Muhajir, delle bande dei circassi, dei predoni arabi, delle unità di cavalleria irregolare curda, e soprattutto degli assassini a contratto (gli Tchettè) della Techkilat i Mahsousse, ovvero l’Organizzazione speciale del CUP (il partito di governo).
Imperial Army Cavalry LanceNelle sue memorie, l’ambasciatore Morgenthau traccia una descrizione efficace:

«Durante circa sei mesi, dall’aprile all’ottobre del 1915, quasi tutte le grandi vie dell’Asia Minore erano intasate da queste orde di esiliati. Si poteva vederle affollare le valli, o scalare i fianchi di quasi tutte le montagne, marciando e marciando sempre senza sapere dove, se non che ogni sentiero conduceva alla morte. Villaggi dopo villaggi, città dopo città, furono spogliati della loro popolazione armena, in condizioni simili. Durante questi sei mesi, da quanto si può sapere, circa 1.200.000 persone furono indirizzate verso il deserto della Siria.
deportazione armeni[…] Avevano appena abbandonato il suolo natale che i supplizi cominciavano; le strade che dovevano seguire non erano che dei sentieri per muli dove procedeva la processione, trasformata in una ressa informe e confusa. Le donne erano separate dai bambini, i mariti dalle mogli. I vecchi restavano indietro esausti, i piedi doloranti. I conduttori dei carri trainati dai buoi, dopo avere estorto ai loro clienti gli ultimi quattrini, li gettavano a terra, loro e i loro beni, facevano dietrofront e se ne tornavano ai villaggi, alla ricerca di nuove vittime. Cosí, in breve tempo, tutti, giovani e vecchi, si ritrovavano costretti a marciare a piedi; e i gendarmi che erano stati inviati, per cosí dire, per proteggere gli esiliati, si trasformavano in Kurdish Hamidiye officerveri carnefici. Li seguivano, baionetta in canna, pungolando chiunque facesse cenno di rallentare l’andatura. Coloro i quali cercavano di arrestarsi per riprendere fiato, o che cadevano sulla strada morti di fatica, erano brutalizzati e costretti a raggiungere al piú presto la massa ondeggiante. Maltrattavano anche le donne incinte e se qualcuna, e ciò avveniva spesso, si accovacciava ai lati della strada per partorire, l’obbligavano ad alzarsi immediatamente e a raggiungere la carovana. Inoltre, durante tutto il viaggio, bisognava incessantemente difendersi dagli attacchi dei musulmani. Distaccamenti di gendarmi in testa alle carovane partivano per annunciare alle tribú curde che le loro vittime si avvicinavano e ai paesani turchi che il loro desiderio finalmente si realizzava. Lo stesso governo aveva aperto le prigioni e rilasciato i criminali, a condizione che si comportassero da buoni maomettani all’arrivo degli armeni. Cosí ogni carovana doveva difendere la propria esistenza contro piú categorie di nemici: i gendarmi di scorta, i paesani dei villaggi turchi, le tribú curde e le bande di tchettè o briganti. Senza dimenticare che gli uomini che avrebbero potuto proteggere questi sfortunati erano stati tutti uccisi o erano stati arruolati come lavoratori, e che i malcapitati deportati erano stati sistematicamente spogliati delle armi.

Kurdish Cavalry Troops On Horse

A qualche ora di marcia dal punto di partenza, i curdi accorrevano dall’alto delle loro montagne, si precipitavano sulle ragazze giovani e, spogliandole, stupravano le piú belle, come pure i bambini che piacevano loro, e rapinavano senza pietà tutta la carovana, rubando il denaro e le provvigioni, abbandonando cosí gli sfortunati alla fame e allo sgomento

Gendarmi turchi

Nel vilayet di Bitlis opera Mustafa Abdülhalik, che è anche il cognato dello spietato Talaat pascià, il Ministro degli Interni. E siccome i massacri sono ormai una faccenda di famiglia all’interno del Triumvirato della morte, per sradicare la comunità armena, Abdülhalik si fa aiutare dal tenente colonnello Halil, che comanda il nucleo locale dell’Organizzazione speciale ed è imparentato con Enver pascià, il fanfaronesco Ministro della Guerra.

Il Grande Male

Nel vilayet di Diyarbekir e nell’Hakkari, i programmi di sterminio vengono estesi alle comunità cristiane degli Assiro-Caldei. Le deportazioni e gli eccidi si estendono ai distretti di Harput, Mardin, e Viranşehir, Midyat, Nisibi, Jazirah… secondo le solite modalità. Stessa sorte tocca ai villaggi assiri nei pressi della città di Diyarbekir, che vengono attaccati da bande di briganti curdi: Cherang, Hanewiye, Hassana, Kavel-Karre… Secondo le cifre riportate nel 1918 dal Patriarcato siro-ortodosso, nella sola provincia di Diyarbakir, sono 77.963 gli Assiro-Caldei trucidati nella repressione (molti dei quali bruciati vivi) e 278 i villaggi distrutti.
Distribuzione della popolazione Assiro-Caldea nel 1914Ad indirizzare ed aizzare i massacri ci sono i funzionari inviati dal Ministero dell’Interno, per conto di Talaat pascià che è tra i massimi pianificatori dello sterminio.
Mehmed ReshidSoprattutto, a guidare le operazioni sul luogo vi è il governatore Mehmed Reshid, meglio conosciuto come il Macellaio di Diyarbakir.
Come molti dei principali responsabili del genocidio, Reshid Bey è un medico ed ha partecipato alla fondazione del Comitato dell’Ittihad (CUP). Soprattutto, discende da una famiglia di profughi circassi fuggiti dalla Cecenia.
teste mozzate di armeni Durante il suo mandato Reshid Bey fa massacrare circa 150.000 persone, spazzando via il 95% della popolazione cristiana nella sua provincia più popolosa. Chi si oppone viene rimosso o peggio… Hilmi bey, prefetto di Mardin, viene rimpiazzato da Chefiq bey che verrà destituito quasi subito per le stesse ragioni (troppo ‘morbido’). Viene sospettato per l’omicidio di Hussein Nesimi Bey e Sabit Bey, sottoprefetti di Lice e Sabit, insieme a quello di Nadji bey sottoprefetto di Bechiri e originario di Baghdad, che disgustati dalla sua crudeltà avevano provato a porre un freno alle stragi. E per questo viene convocato a rendere conto al comitato centrale. Quando, Mithat Sukru Bleda, il segretario generale del partito, che nonostante tutto non condivide il massacro dei cristiani, gli domanda come un medico possa uccidere o giustificare l’entità di simili massacri e quale ricordo lascerà il suo nome nella storia, Reshid bey sembra abbia obiettato:

“Non è forse il dovere di un medico quello di uccidere i microbi? Lasciate che altre nazioni scrivano su di me qualunque storia vogliano, non me ne può fregare di meno.”

Orhan PamukNella vicina provincia di Van imperversa invece Djevdet Bey, cognato di Enver pascià, e detto anche “Il Maniscalco” per la sua abitudine di far ferrare le piante dei piedi dei prigionieri, come fossero gli zoccoli di un cavallo, e quindi costringerli a marciare. Djevdet organizza raid terroristici contro gli insediamenti armeni attorno al capoluogo eponimo e continue provocazioni ai danni della comunità urbana. Durante le fasi di repressione e deportazione, ordina che chiunque presti aiuto agli Armeni Djevet Beysia ucciso sul posto e la sua casa bruciata. Tra le sue disposizioni, c’è anche l’eliminazione di tutti i maschi al di sopra dei dodici anni, mentre le donne vengono ridotte in schiavitù e vendute come bottino di guerra. I villaggi cristiani distrutti sono oltre 800. I massacri si concentrano in 20 settimane, da Febbraio ad Aprile 1915. E questo prima ancora che vengano promulgati gli ordini di deportazione.
Rafael de Nogales MendezTra i testimoni delle stragi vi è pure Rafael de Nogales Mendez, un mercenario venezuelano e ufficiale di artiglieria, al comando di un distaccamento della gendarmeria ottomana, il quale raccoglierà le sue esperienze nella propria opera autobiografica: Quattro anni sotto la Mezzaluna.
Assyrian genocideLa repressione si estende anche oltre confine, con l’invasione della Persia dove molti dei profughi Armeni ed Assiro-Caldei hanno trovato rifugio e protezione. Ad Urmia e Tabriz la popolazione musulmana insieme alla gendarmeria persiana ed un pugno di consiglieri militari svedesi, supportata da una brigata di cosacchi, si unisce con determinazione ai profughi cristiani per respingere gli attacchi della III Armata ottomana.
Cosacchi russi 1904Dopo lo sgomento iniziale, ovunque possono, gli Armeni Les 40 jours du Musa Daghcombattono, come a Mussa Dagh, in Cilicia al confine tra Siria e Turchia, dove per quaranta giorni di assedio, asserragliati sui monti, in 5.000 riescono a resistere contro una forza turca preponderante, prima di essere portati in salvo via mare da una flottiglia francese giunta in soccorso.

Fortificazione armena a Van

Una macchina imperfetta
impiccati La macchina di sterminio avviata dal governo dei “Giovani Turchi” in realtà non fu mai quel perfetto meccanismo di distruzione di massa, che tendenzialmente si sarebbe portati a credere. La posizione dell’Ittihad (il Comitato per l’Unione e Progesso), da cui provenivano i principali pianificatori dei massacri, era tutt’altro che universalmente condivisa.
ImpiccagioniAllo stesso modo, l’esecuzione degli ordini e delle disposizioni ministeriali fu tutt’altro che unitaria ed unanimemente applicata. E ciò avveniva nonostante la minaccia di ritorsioni ed il deferimento ai tribunali militari, in caso di mancato ottemperamento. In alcuni settori, e specialmente nelle grandi città, i provvedimenti repressivi vennero ‘reinterpretati’, applicati blandamente, oppure bellamente ignorati. In molti casi, governatori militari e funzionari civili, messi alle strette dalle pressioni del governo, si dimisero in segno di protesta piuttosto che essere costretti ad eseguire ordini che non condividevano affatto e giudicavano inumani.
Aleppo1915 - Impiccagione di ArmeniInsieme alla disapplicazione delle normative, furibonde proteste ufficiali furono levate alla volta di Costantinopoli dal vali di Aleppo, Celal bey, che fintanto fu governatore della città si rifiutò sempre di perseguitare gli Armeni. La stessa ferma opposizione si ebbe ad opera di Hasan Mazhar bey, governatore di Ankara, e di Suleiman Nazif, governatore turco di Baghdad. Altri funzionari imperiali come Sabit bey e Nesim bey vennero per questo assassinati da sicari del ministro Talaat.
TalaatPer questo, per facilitare le operazioni, vengono inviati nelle province commissari ministeriali con funzioni ispettive ed ampio potere di delega, al fine di denunciare le infrazioni agli ordini impartiti dal governo. I funzionari più recalcitranti vengono costretti alle dimissioni e sostituiti con esponenti dei “Giovani Turchi” di comprovata fedeltà al partito.
La stessa politica di sterminio messa in atto dal CUP non ebbe affatto il consenso pieno della gente comune, specialmente quella più urbanizzata, che spesso ne era inorridita.
teste tagliateFurono tutt’altro che rari i casi in cui le famiglie musulmane offrivano nascondigli ai loro vicini armeni, prendendone in custodia i beni e opponendosi ai saccheggi. E soprattutto vengono nascosti i bambini. La cosa doveva essere piuttosto diffusa perché le autorità militari ebbero a lamentarsene.
1885Il 10/07/1915, dal suo quartier generale di Tartum nel vilayet di Erzurum, il generale Mahmud Kâmil stilò una nota ufficiale in cui deplorava il comportamento di parte della popolazione civile e dei suoi stessi soldati, rivolgendosi ai governatori dei vilayet interessati dalla deportazione:

Fanteria araba dell'esercito ottomano«Apprendiamo che in certe località, la cui popolazione viene mandata verso l’interno, certi elementi della popolazione musulmana offrono riparo presso di sé agli armeni. Essendo ciò contrario alle decisioni del governo, i capifamiglia che tengono presso di sé o proteggono armeni devono essere messi a morte davanti alle proprie case ed è indispensabile che queste siano incendiate. Quest’ordine dev’essere trasmesso come si conviene e comunicato a chi di competenza. Controllate che nessun armeno non deportato possa rimanere e informateci della vostra azione. Gli armeni convertiti dovranno ugualmente essere inviati. Se quelli che cercano di proteggerli o mantengono rapporti amicali con loro sono dei militari, dopo avere informato il loro comando bisogna immediatamente rompere i loro legami con l’esercito e portarli in giudizio. Se si tratta di civili, è necessario licenziarli dal loro lavoro e spedirli davanti alla corte marziale affinché siano processati

Le defezioni, che furono varie e numerose, non erano sempre dettate da motivi propriamente umanitari o ragioni disinteressate…
Negli ambienti di governo si discuteva sull’utilità dello sterminio. Molti esponenti politici, e soprattutto i notabili locali, facevano notare che una eliminazione indiscriminata degli Armeni privava l’impero di una preziosa classe media di professionisti, che nel caso delle province orientali dell’Asia Minore costituiva la quasi totalità dei medici, degli artigiani più esperti, e degli investitori commerciali.
cavalieri curdi nel 1915Le tribù curde, che pure ebbero un ruolo determinante nei massacri, finirono col venirne a noia o più semplicemente, nell’opera di assimilazione forzata all’elemento turco, incominciarono a sospettare di essere i prossimi. Alcuni capi tribali obiettarono cinicamente che lo sterminio degli Armeni li avrebbe privati di una vantaggiosa fonte di reddito, dal momento che nessuno avrebbe più corrisposto loro il tributo in termini di forniture di cereali e pagamento della ‘protezione’: aspetti molto più vantaggiosi sul lungo periodo, rispetto al saccheggio di una popolazione già duramente prostrata.
kurd_pcNel vilayet di Diyarbekir, dove spadroneggia Reshid bey e la sua “Brigata macellaia”, l’agha curdo di Sirnak, Rachid Osman pone la sua banda a difesa dei 500 Armeni di Harbol.
Kasap taburuE lo stesso fa un altro capo curdo, Murtula beg, che mette sotto la propria protezione armata tutti i villaggi che può difendere attorno a Mogkh nel vilayet di Van, schierandosi contro il governatore e contribuendo alla salvezza di quasi 5.000 armeni.

Hamidiye curdi

Spesso le sopravvivenza di singoli individui o comunità era rimessa ad un puro capriccio del caso, determinato dalla località di residenza, l’appartenenza sociale, il livello di istruzione e le doti intellettuali, il sesso e l’età, nonché la bellezza fisica.

Armena di Tiflis «Ragazzine o giovani donne istruite, che parlavano preferibilmente il francese o l’inglese, che suonavano il piano o il violino erano particolarmente concupite dai funzionari dei “Giovani Turchi”, che desideravano fondare con loro famiglie turche “moderne”. Questa categoria di armene, che ne conta qualche migliaio, forma un primo gruppo di superstiti, sposate Alì Samilcontro la loro volontà ai loro “salvatori”. Una seconda categoria di scampate, sempre collocata nel gruppo delle giovani femmine e che consiste questa volta in decine di migliaia di persone, è stata resa schiava da notabili locali, semplici soldati, funzionari civili, capi tribali di tutte le origini (turche, curde, arabe, beduine), anche contadini o più spesso ancora loro vicini: rapite o comprate sulla via delle deportazioni, senza motivo ideologico, esse avevano la vocazione di arricchire gli harem, a trasformarsi in oggetti sessuali, ad alimentare i bordelli organizzati dalle autorità ottomane. Non di meno sono state salvate. Certune hanno anche fondato delle famiglie con i loro aguzzini, dopo essersi convertite. Una parte di loro, alla fine della Prima guerra mondiale, è stata ritrovata nei rifugi creati per la loro riabilitazione. Molte, impregnate di un forte senso di colpa, hanno preferito rimanere con i loro “salvatori”.
cache_42075621I bambini, dei due sessi, di età inferiore ai 5 anni nel 1915 hanno formato la categoria più numerosa fra i superstiti. Il loro salvataggio dipende tuttavia da situazioni molto diverse fra loro. Coloro che erano considerati più “sani” sono stati fatti oggetto di un traffico diretto ad allargare la famiglia di coppie senza figli, soprattutto nelle città come a Costantinopoli o Aleppo, in maggioranza “turche”, di ceti sociali elevati – dell’orbita dei giovani turchi o dei notabili di provincia, talvolta divenendo i cocchi di queste famiglie.
Qajar_Armenian_WomenLa grande maggioranza di questi bambini tuttavia s’è ritrovata in ambiente rurale, in famiglie curde, arabe o beduine modeste, dove è vissuta in condizioni di ferahogluailesi60schiavitù venendo talvolta abusata sessualmente. Una piccola minoranza è stata perfino accolta negli orfanatrofi creati dallo Stato-Partito a fine di farne i “nuovi Turchi”. Non di meno sono stati salvati. Molti sono stati raccolti da gruppi di ricerca organizzati dalle istituzioni armene all’indomani dell’armistizio di Moudros.
armeni assassinatiGiovani donne e bambini molto piccoli di età formano le due categorie principali di armeni salvati, se così si può dire, da un aspetto ideologico del piano genocidario che consisteva nello schiavizzare una parte del gruppo vittima e integrarlo nel progetto di costruzione di una nazione turca

Raymond Kévorkian
“La resistenza ai genocidi.
Atti diversi di salvataggio”
(Parigi – Dicembre 2006)

Un tentativo di salvataggio riuscito con successo riguarda invece le studentesse armene del Collegio americano di Bitlis. Che riescono a sfuggire alla deportazione ed ai matrimoni forzati, grazie all’intervento di Mustafa bey, responsabile dell’ospedale militare. Mustafa è un medico arabo di origine siriana, che si è specializzato in Francia e Germania. Riesce a far passare le ragazzine armene come infermiere e personale specializzato, indispensabile per il buon funzionamento dell’ospedale, finché queste non vengono fatte espatriare in USA dagli insegnanti statunitensi della scuola.

«Più a ovest, in Anatolia, dove delle colonie armene fiorivano da secoli in ambiente turco, la situazione era molto meno tesa che all’Est. Il vilayet di Angora aveva inoltre la particolarità di ospitare una popolazione armena a stragrande maggioranza di rito cattolico, oltretutto turcofona (ma scrivente in caratteri armeni), la quale aveva una reputazione di essere troppo poco politicizzata e perfettamente inoffensiva. Il vali, Hasan Mazhar bey, in carica dal 18 giugno 1914, era per lo meno così convinto di quanto precede da resistere agli ordini di deportazione rivoltigli dal ministero degli Interni. La risposta di Istanbul è stata rivelatrice. A inizio del 1915, il Comitato centrale dei “Giovani Turchi” ha inviato ad Angora uno dei suoi membri più eminenti, Atıf bey, del quale conosciamo il ruolo ricoperto in seno alla direzione politica della Techkilat-ı Mahsusa [l’Organizzazione speciale] in qualità di delegato. Su suo intervento diretto, il ministro degli Interni pone immediatamente fine alle funzioni del vali Mazhar l’8 luglio 1915 e nomina vali ad interim il delegato del partito Atıf bey, che porrà in atto lo sterminio degli armeni della regione.
Nel sangiaccato di Ismit, vicino a Istanbul, tutti gli armeni sono stati deportati nell’agosto 1915 con l’eccezione di quelli di Geyve il cui sottoprefetto, Said bey (in carica dal 19 settembre 1913 al 21 agosto 1915) si è rifiutato di applicare gli ordini e di conseguenza è stato destituito e sostituito da Tahsin bey (in carica fino al 5 settembre 1916), un militante dei “Giovani Turchi”.
Eppure, tutti questi fatti evidenziano atti di coraggio che non hanno realmente permesso di salvare armeni. Diversamente è andata a Kütahya, una prefettura a ovest di Angora, la cui popolazione armena non è mai stata deportata. il mutesarif Faik Ali bey non ha eseguito gli ordini di deportazione senza tuttavia essere destituito. Secondo il giornalista Sébouh Agouni, che dopo la guerra gli ha personalmente domandato come fosse riuscito a mantenere gli armeni della regione nelle proprie case, sembra che la popolazione turca locale si sia fermamente opposta alla deportazione degli armeni, spinta da due famiglie di notabili, i Kermiyanzâde e gli Hocazâde Rasık Gli armeni dei sangiaccati vicini di Aydin e di Denizly hanno beneficiato dell’azione di un funzionario locale, il comandante della gendarmeria di Aydin Nuri bey.
Adana[…] Nel sud, a Adana, il vali Ismail Hakkı bey, un albanese considerato moderato, sembra aver resistito alle pressioni del CUP locale, che gli chiedeva di eseguire gli ordini di deportazione. Senza opporsi apertamente a essi, in qualche caso egli è riuscito a ritardare la partenza dei convogli o a farli tornare indietro.
Al nord del vilayet di Adana, nel sangiaccato di Hacın, la missionaria americana Edith Cold segnala che il mufti della città si è rifiutato di appoggiare le deportazioni e ha perfino preso possesso dei beni di uno dei suoi amici armeni affinché non siano depredati.
[…] Noi potremmo aggiungere, per completare il nostro studio del comportamento degli alti funzionari locali, che certi prefetti o sottoprefetti, soprattutto nelle regioni che ospitavano i campi di concentramento, hanno salvato armeni o li hanno risparmiati dalla deportazione in cambio di somme enorme, mentre altri riscuotevano effettivamente un riscatto continuando a inviare alla morte i “donatori”. La sfumatura fra questi due tipi di comportamento non si può negare. Con l’esperienza, certe famiglie in grado di pagare per avere salva la vita avevano del resto trovato una sorta di risposta a questi comportamenti cinici, utilizzando delle lettere di cambio che erano firmate dagli interessati solo ogni mese. Questo sistema di ripartizione mensile ha permesso ad alcuni di sopravvivere per più di un anno o almeno fino a esaurimento del budget

Raymond Kévorkian
“La resistenza ai genocidi.
Atti diversi di salvataggio”
(Parigi – Dicembre 2006)

Squadrone di cavalleggeri

Operazione Nemesi
A shameful actCon la fine della prima guerra mondiale e la catastrofica sconfitta della Turchia che vede dissolversi il suo impero, i responsabili del genocidio, avvenuto tra l’altro sotto gli occhi di tutti ed alla luce del giorno, vengono messi sotto processo e condannati in contumacia, poiché nel frattempo hanno avuto modo di riparare all’estero, soprattutto in Germania che rifiuta ogni richiesta di estradizione.
Pertanto, in risposta alla cappa di impunità che si è andata condensando attorno agli sterminatori, la “Federazione rivoluzionaria armena” del Dashnak organizza la cosiddetta “Operazione Nemesi”, affidata a squadre di giustizieri che hanno il compito di colpire i colpevoli ovunque si nascondano.
In pochi anni, tra il 1921 ed il 1922 vengono colpiti i principali pianificatori del genocidio, a partire dal “Triumvirato della morte”, il direttorio che ha guidato con pugno di ferro la Turchia durante gli anni della guerra.
Mehmed Taalat pascià, l’ex ministro dell’Interno e poi Gran Vizir, viene ucciso a Berlino il 15 marzo del 1921. Stessa sorte tocca a Jemal pascià, ministro della Marina; all’ex primo ministro Said Halim, tra i massimi dirigenti dei “Giovani Turchi”; al dott. Behaeddin Chakir, responsabile dell’Organizzazione Speciale, a Gemal Azmi, prefetto di Trebisonda…
Molti altri esponenti dei “Giovani Turchi” provarono a riciclarsi nel nuovo governo nazionalista di Mustafà Kemal Ataturk, finendo successivamente giustiziati per aver tentato un nuovo colpo di stato.
greek_cavalry_1921Ovviamente i massacri non cessarono, ma si estesero dilatati ad una nuova dimensione che avrebbe riguardato le popolazioni elleniche presenti in territorio turco, in una delle più grandi pulizie etniche della storia moderna, estesa dall’Albania al Caucaso, nel corso del devastante conflitto che oppose la Grecia e la Turchia tra il 1919 ed il 1922: la più tragica dimostrazione di quali livelli di brutalità e ferocia può raggiungere l’idiozia della febbre sciovinista.

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Riepilogo delle pubblicazioni precedenti:
1) Profondo rosso
2) Medz Yeghern

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SARAJEVO 1914

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Attentato di Sarajevo (1)

Se la Storia nasce spesso per caso, in un confuso aggrovigliarsi di eventi, dove la logica non sempre si accompagna all’elemento razionale, per i cultori dell’occulto gli avvenimenti possono essere determinati dall’influsso malefico di singoli oggetti, in grado di catalizzare in specifici medium non adeguatamente immunizzati energie negative foriere delle più nefaste conseguenze.
Se dovessimo prendere per buona una simile prospettiva, un incredibile condensato di sfiga mobile fu per esempio la sontuosa limousine, orgoglio delle officine austriache Gräf & Stift, a bordo della quale trovò la morte l’imperiale coppia asburgica in visita a Sarajevo nell’estate del 1914. Attentato di cui ricorre per l’appunto il centenario e che produsse un’onda lunga capace di trascinare un intero continente in un conflitto di portata mondiale, cancellando la bellezza di quattro imperi millenari.
L'auto dell'Arciduca La leggenda (sub)urbana vuole che il regale macchinone sia passato di mano in mano, portando irriducibile jella a tutti i suoi presunti proprietari (una mezza dozzina), che con ogni evidenza non sapevano guidare. Fintanto che fu in circolazione, la decappottabile si distinse per uno straordinario numero di incidenti più o meno disastrosi, uscendo sempre indenne (la macchina e non gli occupanti) a micidiali frontali contro alberi, veicoli, muretti… e quant’altro gli si parava davanti, accartocciandosi in vorticosi ribaltamenti. C’è da credere che, alla fine della lunga catena di sinistri, della carrozzeria originale restasse ben poco.
A corto di nuovi compratori, la presunta automobile maledetta venne rinchiusa in un museo, dove sarebbe finalmente andata distrutta in un bombardamento durante la seconda guerra mondiale. Peccato solo che la Gräf & Stift modello 1910 sia tuttora esposta all’Heeresgeschichtliches Museum di Vienna, insieme ad altri cimeli che ricordano l’attentato all’arciduca Ferdinando.
Di notevole, resta invece la serie di circostanze del tutto fortuite che portarono all’assassinio dell’erede al trono dell’Impero Austro-Ungarico, in una cospirazione da operetta, pessimamente organizzata e gestita peggio, nella quale tutto andò storto salvo il risultato finale prefigurato dai congiurati, con le conseguenze che tutti conosciamo…

MINOLTA DIGITAL CAMERA

BOLLITO MISTO CON FRITTURA
Guerre balcaniche Agli inizi del XX° secolo, che la regione balcanica, pervasa com’era dall’irredentismo slavo, da divisioni etniche e odi religiosi, non fosse esattamente il posto più tranquillo del mondo gli europei e massimamente gli austro-ungarici lo sapevano bene. E tuttavia la cosa non impedì a questi ultimi di accendere la miccia in una polveriera in procinto di scoppiare, pensando (a torto) di poterne controllare l’esplosione…
1908 - Crisi bosniacaCon l’annessione nell’Ottobre del 1908 della Bosnia-Erzogovina che fino ad allora era stato un “protettorato” austriaco, formalmente ancora appartenente all’Impero Ottomano ma di fatto inglobato nell’impero asburgico a dispetto della Sublime Porta di Costantinopoli, il governo di Vienna era riuscito nel formidabile intento di far incazzare la quasi totalità degli altri regni europei vicini e lontani.
Fucilieri ottomaniL’antica provincia bosgnacca si incuneava infatti nella turbolenta area dei Balcani, premendo le costole degli ambiziosi regni slavi di Serbia e Montenegro in piena sbornia nazionalista, forti nelle loro pretese Nicola II Romanovterritoriali di un protettore d’eccezione: l’Impero russo dello zar Nicola, che però era uscito con le finanze dissanguate dalla guerra del 1905 contro il Giappone, dando peraltro una prestazione militare non eccelsa, e che dunque non poteva permettersi di sostenere gli oneri di un nuovo conflitto in tempi così brevi.
guerra russo-giapponeseIn particolare, l’annessione della Bosnia ed Erzegovina avrebbe dovuto costituire un’operazione di consolidamento territoriale in funzione anti-serba, giacché le fregole ultranazionaliste del neonato Regno di Serbia destavano non poche preoccupazioni nei governanti di Vienna che miravano ad arginarne la spinta espansionistica. E in secondo luogo, contenere eventuali velleità dell’Impero Ottomano, sospinto dall’entusiasmo militarista dei Giovani Turchi al potere.
Giovani TurchiAllo scopo, Alois Ährenthal, ministro degli esteri artefice dell’operazione, aveva sostenuto la creazione del Regno di Bulgaria di cui riconobbe immediatamente l’indipendenza dall’Impero ottomano, in duplice funzione anti-turca e soprattutto anti-serba.
Fante bulgaro Negli anni successivi, Vienna sarà impegnata a rintuzzare i colpi del panslavismo serbo, dell’irredentismo italiano, e delle spinte centrifughe all’interno del proprio impero multietnico, in una situazione che definire instabile è ben poco…
Dal 1911 al 1913, i nemici storici dell’Austria sono intenti più che altro a combattere una serie di violenti conflitti locali a discapito dell’agonizzante Impero Ottomano.
I Russi sono lontani; Italiani, Slavi e Greci, si sono avventati sui resti dell’Impero morente del Sultano, strappandone via continui brandelli a morsi e contendendosi i resti come iene…
Per contro, I Turchi sono in rotta ovunque e da tempo non costituiscono più un problema, tanto che l’assedio di Vienna del 1683 che aveva così terrorizzato l’Europa è ormai un ricordo lontano, sbiadito nel tempo.
Ussari polacchi respingono i turchi a ViennaIn Europa, i nuovi regni balcanici, contraddistinti da un’arretratezza socio-economica fuori dal comune, si distinguono massimamente per il formidabile livello di sottosviluppo raggiunto, compensati da una overdose di aggressività, con la tipica deformazione della mentalità del contadino più becero che misura la propria grandezza in termini di roba accumulata. Pertanto, tutti i loro sforzi sono tesi a scannarsi allegramente con ogni vicino possibile, soppesando le zolle di terra sottratte gli uni agli altri.
fanti greci Riuniti nella cosiddetta Lega balcanica, gli eserciti coalizzati di Bulgaria, Grecia, Serbia e Montenegro, si lanciano in una famelica guerra d’annessione ai danni dell’Impero Ottomano, che è costretto ad abbandonare la quasi totalità dei suoi distretti europei. Le truppe del Sultano ripiegano di sconfitta in sconfitta fino all’entroterra di Costantinopoli, trascinandosi dietro una massa sterminata di profughi allo sbando. Il conflitto assume subito i toni di una “crociata”, per gentile ispirazione del sovrano bulgaro che prende la cosa molto sul serio, mentre tutti i contendenti in lizza gareggiano tra loro in ferocia.

Turks

Come consuetudine, il Sultano scatena le milizie ausiliarie, più o meno regolari, che affiancano l’esercito ottomano e che i turchi chiamano “basci-buzuk” (letteralmente, teste bacate), composte in massima parte da albanesi e macedoni. la “Lega balcanica” contrappone le sue milizie irregolari di volontari montenegrini e bulgari, che si distinguono per eccidi e saccheggi.
Esecuzione di civili a Edirne durante l'occupazione bulgaraSconfitti gli ottomani, a partire dal 29 Giugno 1913, gli ex alleati cominceranno a sbranarsi tra di loro con invariata ferocia, in quella che è conosciuta come seconda guerra balcanica, cercando di accaparrarsi quante più strisce di territorio possibile.
Irregolari montenegriniLa Bulgaria ne esce con le ossa rotte, mentre il Regno di Serbia in un paio d’anni raddoppia il proprio territorio, tornando ad agitare più che mai i sogni del governo di Vienna.
Irregolari bulgariIl Regno d’Italia, storico nemico dell’Impero austro-ungarico, ne è al contempo formalmente alleato (nel 1912 rinnova il trattato di alleanza) per una di quelle strane alchimie che contraddistinguono da sempre i contorti 03 - BASCI BOZUK - Irregolare albanesemeccanismi politici dell’italico trasformismo. Ansioso di levarsi gli italiani dalle scatole e tenerli il più lontano possibile dalle coste adriatiche, il governo austriaco ne incoraggia timidamente l’avventurismo militare in Africa, sperando di spingere l’Italia sabauda in rotta di collisione con gli insaziabili Francesi. Ma quando nel 1912 gli Italiani, sempre a danno dei soliti turchi, decidono di ritagliarsi il loro posto al sole in Libia, i cui deserti vengono magnificati come la nuova terra promessa, l’Austria non gradisce trovando una ragione in più per preoccuparsi.

Alpini del Battaglione Edolo in Libia - Guerra italo-turca (1912)Alpini del Battaglione Edolo in Libia – Guerra italo-turca (1912)

Un eccessivo indebolimento dell’Impero Ottomano rischia infatti di pregiudicarne la funzione di contenimento anti-russa, che Vienna considera fondamentale. Lo stato maggiore austriaco ne è contrariato a tal punto da pensare di scatenare una guerra preventiva contro l’Italia ed il vecchio imperatore Francesco Giuseppe contiene a stento i suoi generali.
Turkish Army during the Balkan War (1912-13) E mentre gli Asburgo cercavano di puntellare come meglio potevano il loro traballante impero, in balia delle agitazioni balcaniche, l’intera Europa si scaldava i muscoli, bruciata dalle febbri del virus nazionalista: infezione all’epoca particolarmente diffusa, che si manifestava in stati infiammatori particolarmente acuti, con esibizioni machiste e furori allucinatori, attorno a stracci colorati da agitare in pompose parate militari.
In un crescendo di provocazioni, ripicche, “incidenti”, tutti corrono a rimpinguare i propri arsenali di nuovi armamenti a scopo ‘deterrente’; i generali scarabocchiano carte topografiche, preparando piani di battaglia e simulando war games, in attesa di una deflagrazione che ormai viene data per scontata seppur non nell’immediato. Infatti, se nel triennio precedente lo scoppio di una guerra su larga scala veniva considerato quasi certo, il 1914 si preannunciava come un anno assai più tranquillo…

Ottobre 1912 - Lanceri turchi a Costantinopoli

L’ARCIDUCA ALLE GRANDI MANOVRE
Francesco Ferdinando d'Austria-Este (1) Descritto spesso dai manuali più stolidamente patriottardi come un gretto reazionario guerrafondaio, l’arciduca Francesco Ferdinando d’Este, erede designato alla successione sul trono imperiale dell’Austria-Ungheria, non è in realtà più conservatore di quanto non lo siano le altre teste coronate europee, né peggiore né migliore.
Caccia all'elefante nel DeccanAmante dei viaggi e della caccia, che pratica con passione viscerale ovunque ci sia qualcosa di esotico su cui sparacchiare, l’arciduca non Francesco Giuseppe I d'Austria-Ungheria (1830-1916)spicca per doti particolari e la sua successione è più subita che voluta dal vecchio imperatore Francesco Giuseppe, che si attiene scrupolosamente alla scaletta dinastica per ordine di nascita.
Altero come tutti gli Asburgo, Ferdinando è pero irascibile e soggetto a scatti d’ira che reprime in fretta. Ed è mal sopportato a corte, specialmente dall’imperiale zio, che non condivide certe sue “stravaganze” tipo aver Matrimoniosposato la contessa boema Sophie Chotek von Chotkowa, poi promossa ‘duchessa’, non abbastanza titolata per la Casa d’Austria. Le nozze, boicottate dall’intera famiglia imperiale, vennero celebrate con matrimonio morganatico: formula medioevale che escludeva la prole da ogni pretese alla successione e negava alla sposa rango e titoli del marito.
Re BombaImpropriamente, l’arciduca è per metà “italiano”, visto che sua madre è la principessa napoletana Maria Annunziata di Borbone: una delle figlie di Re Bomba. E dunque è indirettamente legato allo scomparso Regno delle Due Sicilie.
Francesco Ferdinando d'Asburgo (1863-1914)Viso paffuto e vistose orecchie a sventola, le fotografie ufficiali dell’epoca ce lo restituiscono imbalsamato, fasciato com’è nella sua attillata giubba militare, in pose volutamente marziali e nelle quali spicca più che altro per lo sguardo allampanato e le palpebre calanti, coi soliti baffoni impomatati d’ordinanza.
Politicamente, ammira il kaiser Guglielmo, l’inquietante megalomane che regna in Germania; detesta i Magiari e aspira a controbilanciarne il potere in seno all’impero, concedendo il suffragio universale e cooptando gli slavi presenti nei territori del dominio asburgico, tramite costituzione di una sorta di triarchia etnica, con la creazione di un “regno” degli slavi del sud a trazione croata in grado di isolare l’irredentismo serbo.
Insomma, a conti fatti, niente che in Europa non si fosse già visto prima.
Francesco Ferdinando d'Austria-Este (2) Nell’estate del 1914, l’arciduca Ferdinando si sta godendo insieme alla moglie Sofia la villeggiatura estiva ad Ilidža, un sobborgo di montagna a poca distanza da Sarajevo, finché in una piovigginosa mattina di cento anni fa, il 28/06/1914, giungono in visita di cortesia alla capitale della Bosnia ed Erzegovina, per l’inaugurazione del nuovo museo cittadino e per assistere all’immancabile esibizione militare di turno, passando in rassegna le truppe schierate nella piazza d’armi di Filipovic.
Oskar PotiorekAd attenderli in alta uniforme c’è Oskar Potiorek, governatore generale della Bosnia ed Erzegovina, insieme ad una lussuosa decappottabile a sei posti, gentilmente imprestata dal conte Boos Waldeck di Gorizia, con alla guida l’autista triestino Carlo Cirillo Diviak in alternanza con Leopold Lojka (il fantomatico “Franz Urban”). Le misure di sicurezza prese dal governatore Potiorek, se guardate con gli standard attuali, sono praticamente inesistenti. E tutti i protagonisti della vicenda si contraddistinguono per un’inefficienza ed una dabbenaggine talmente abnorme da dare adito a più di un sospetto…
L'attentato di SarajevoLa visita della coppia imperiale a Sarajevo venne annunciata con ampio anticipo (un mese prima) ed il programma era stato persino pubblicato sui giornali con tutti i dettagli possibili sul percorso e le tappe previste dal corteo. Né il generale Potiorek s’era preoccupato di predisporre chissà quali misure particolari, a parte qualche arresto preventivo per ‘sovversivi’ notori (una sorta di daspo molto in voga all’epoca): l’arciduca avrebbe viaggiato su una berlina scoperta, in bella vista, per le strette vie della città tra due ali di folla, con personale di polizia pesantemente sotto organico (solo una quarantina di agenti a fare da cordone per l’intero percorso). Poi certo l’arciduca ci mette del suo, dando prova di una incoscienza sconcertante, che gli sarà fatale.
Esercito montenegrinoLe informative riservate dell’Evidenzbureau austriaco (i servizi segreti imperiali), che comunicano il serio rischio di un attentato, vengono bellamente ignorati perché privi di riscontro. E dal canto suo il primo ministro serbo, Nikola Pašić, non aveva mancato di far giungere al governo austriaco avvertimenti sibillini, misti a minacce, circa l’opportunità di annullare l’evento.

Mano Nera

LA MANO NERA
Re Raska Perfino la data scelta per la visita risulta essere infelice. Il 28 Giugno ricorre infatti l’anniversario della Battaglia di Kosovo Polije (1389), nella quale il re Lazzaro Raska e l’aristocrazia serba trovarono la morte sulla “piana dei merli”, sancendo l’annessione dell’antico Regno di Serbia all’Impero Ottomano. La data, ad alto valore simbolico, eccita le fantasie scioviniste di un gruppo di giovani fanatici che vagheggiano il sogno nazionalista di una “Grande Serbia”. Riuniti nei circoli studenteschi della città, questo sparuto gruppetto di matricole serbo-bosniache, a malapena maggiorenni, fantastica di complotti e attentati eclatanti, in attesa del gran colpaccio. Molti di questi aderiscono ad un’associazione segreta che chiamano “Giovane Bosnia” (Mlada Bosna), forse con l’intenzione di scimmiottare la “Giovane Italia” di Mazzini, in un confuso guazzabuglio di istanze radicali, anarco-nichiliste, e rivendicazioni nazionalistiche, conferendo all’organizzazione un carattere quasi ascetico, probabilmente credendosi una specie di stirpe di guerrieri mistici.
Mano Nera (1)Il circoscritto gruppo di cazzoni esaltati, che originariamente ha in programma di assassinare il governatore Potiorek, passa inosservato alla polizia austriaca, ma non allo spionaggio militare serbo che ravvisa nella sgangherata combriccola i perfetti utili idioti da utilizzare per i propri scopi terroristici, senza doversi esporre troppo. La maggior parte degli ufficiali serbi, e non pochi funzionari governativi, sono infatti affiliati ad una società segreta, ben più temibile e potente, conosciuta come “Mano Nera” (Crna Ruka), che con la sua omonima mafiosa condivide il nome e la violenza.

Majski prevrat 1903

La Ruka era diretta emanazione dei militari golpisti che l’11/06/1903, giudicando il re Alessandro Obrenovic non abbastanza patriottico, lo avevano massacrato insieme alla moglie nelle stanze del palazzo reale, affettando i regali consorti a colpi di sciabola e seminando poi i pezzi in giro dalle finestre del palazzo.
The assassination of King Alexander Obrenović (1)Il capo dei congiurati, il capitano Dragutin Dimitrijević, per l’ottima condotta dei suoi uomini, venne acclamato “salvatore della patria”, promosso colonnello e posto al comando dello spionaggio militare dal nuovo re della Serbia; promosso per meriti sul campo, salvo venire poi fucilato per altro tradimento nel maggio 1917 mentre organizzava un nuovo colpo di stato.
Dragutin DimitrijevićConosciuto negli ambienti del terrorismo di stato come il “Colonnello Apis”, l’instancabile Dimitrijević viene informato dai suoi agenti provocatori distaccati a Sarajevo, delle velleità cospiratorie della “Giovane Bosnia” e ravvisa nella visita dell’arciduca d’Austria la possibilità di concretizzare qualcosa di ben più grande…
Danilo Ilic Ad animare il gruppuscolo di studenti serbo-bosniaci che si incaricheranno dell’esecuzione materiale dell’attentato, è il 23enne Danilo Ilic che sta completando il suo corso di studi a Sarajevo, lavorando come giornalista. Ilic è in realtà affiliato alla “Mano Nera” e lavora in gran segreto per lo spionaggio serbo, che lo infiltra in associazioni clandestine, come la “Giovane Bosnia”, per orientarne l’azione e influenzarne l’indirizzo politico.
Nell’inverno del 1913, Ilic viene a conoscenza di un fantomatico complotto per uccidere il governatore Potoniek, ad opera di un altro membro della Giovane Bosnia, collegato alla nobiltà bosgnacca di ascendenza ottomana. Si tratta del 28enne Muhamed Mehmedbašić che per lo scopo vorrebbe saltare addosso al governatore e pugnalarlo con una daga avvelenata.
Ilic asseconda le millanterie del compare, ma per precauzione ne parla coi suoi referenti a Belgrado che si mostrano molto interessati alla cosa, prospettandogli la possibilità di prendere due piccioni con una fava: colpire tanto il generale Potoniek che l’arciduca Ferdinando. Quindi coinvolge un altro studente con cui condivide la stanza in affitto, dividendosi le spese.
Gavrilo Princip Si tratta di un certo Gavrilo Princip, che gli amici chiamano “Gavro”: un giovane malaticcio e di nessuna speranza; non ancora ventenne e dagli studi inconcludenti, consumato dalla tubercolosi e dalla febbre nazionalista. Insieme, coinvolgono altri studenti gravitanti nell’orbita della Mano Nera e tutti malati di tubercolosi. Essendo all’epoca la malattia mortale, ci si preparava senza rimpianti all’eventualità di una missione suicida.
Trifko Grabez C’è il 19enne Trifun Grabež, detto “Trifko”, figlio di un pope ortodosso di Pale. Più che irrequieto, si fa notare all’età di 16 anni per essere stato espulso da scuola, dopo l’aggressione ai danni di un suo insegnante.
Nedeljko Cabrinovic Nedeljko Čabrinović, 19 anni anche lui, operaio metallurgico e aiutante tipografo; giovanissimo ma con un ‘passato’ già all’attivo come agitatore sindacale e simpatizzante anarchico. Lettore compulsivo, ha una passione smisurata per i libri, che a quanto pare costituivano l’unica vera compagnia di un’esistenza travagliata e di estrema solitudine, vissuta nell’ineluttabilità della fine imminente visto che, anche nel suo caso, la tubercolosi lo sta uccidendo.
Vaso Cubrilovic Vaso Čubrilović, coi suoi 17 anni è il più giovane del gruppo. A suo modo, è un precursore del “socialismo nazionale”, visto che propugna una sorta di comunismo etnico in chiave ultranazionalista. A partire dal 1918, Čubrilović intraprenderà una brillante carriera accademica e politica che continuerà nella Jugoslavia titina, diventando famoso per i suoi manuali con le istruzioni per una pratica applicazione della pulizia etnica su vasta scala, soprattutto contro gli albanesi del Kosovo. È morto nel 1990 all’età di 93 anni.
Cvjetko Popovic Già che c’è, Cubrilovic coinvolge anche il fratello Veliko e si trascina dietro l’amico del cuore: il 18enne Cvjetko Popović.
A prendere contatti con gli aspiranti attentatori e curare i collegamenti col ‘Colonnello Apis’ (Dragutin Dimitrijević) ci pensa il navigato Milan Ciganovic, agente sotto copertura del servizio informazioni serbo e anche lui appartenente alla Mano Nera.

Grabez-Ciganovic-PrincipTrifko Grabež, Milan Ciganovic (al centro) e Gavrilo Princip a Belgrado nel 1914.

E questa improbabile banda di idealisti ed estremisti dalla più svariata provenienza politica, malati terminali, futuri professori, e studenti aspiranti agenti segreti, digiuni di esperienza militare e privi di qualsiasi preparazione, rosi dai dubbi (parecchi membri del commando pensarono più volte di tirarsi indietro), riuscì a portare in porto un progetto da quasi tutti ritenuto impossibile, a partire dal ministro Pasic che sembra avesse pure provato invano a bloccare gli attentatori armati dalla Serbia.
Vojislav TankosicNel maggio del 1914, Danilo Ilic che coordina il gruppo incontra a Belgrado il maggiore Voislav Tankosic, il quale incarica Ciganovic di rifornire i terribili di sette con pistole automatiche, bombe a mano, documenti falsi e capsule di cianuro (avariate), assicurandosi il loro ritorno a Sarajevo senza inconvenienti.

1923 - Serbian Chetnik Voivode Voja Tankosić with his band

GLI SPARI CHE DISTRUSSERO UN MONDO
Sophie and Franz Ferdinand La Domenica del 28 Giugno 1914, l’arciduca Ferdinando e consorte arrivano a Sarajevo in anticipo e pare abbiano avuto persino il tempo di concedersi una capatina nel bazar cittadino.
Alle 10,00 del mattino le manovre militari sono già concluse. Salutata da 24 salve di cannone, la coppia parte in convoglio col resto del seguito alla volta del Municipio di Sarajevo. Sette autovetture per sette attentatori.
francesco_ferdinandoAd aprire il convoglio viene posta un’automobile con la polizia locale: tre poliziotti comandati da un ispettore.
Segue il sindaco della città, Fehim Curcic, ed il commissario capo Edmund Gerge.
Nella terza vettura siede l’arciduca e la moglie, affiancati dal governatore Oskar Potiorek e dal conte Franz von Harrach, che in qualità di tenente colonnello è addetto alla sicurezza personale dell’arciduca.
La quarta vettura trasporta l’entourage più stretto della coppia: il capo della cancelleria militare di Francesco Ferdinando, barone Carl von Rumerskirch; la damigella di Sofia, contessa Wilma Lanyus von Wellenberg; l’aiutante capo di Potiorek, tenente colonnello Erich Edler von Merizzi; il tenente colonnello nonché conte Alexander Boos-Waldeck che ha imprestato la propria automobile.
Segue il resto dello staff, distribuito su altri tre autoveicoli a chiusura del corteo.
Insomma, le principali vetture vip con i personaggi più in vista viaggiano praticamente incollate, rendendo l’obiettivo ancora più ghiotto e difficile da proteggere.
Il convoglio imbocca il lungofiume, percorrendo l’Appel-Kai in direzione del Municipio.
Francesco-ferdinando-municipio-sarajevoIl primo ad avvistare la colonna è Popovic che paralizzato dall’emozione non muove un muscolo, mentre Danilo Ilic che è disarmato impartisce istruzioni al gruppo.
Mehmedbasic, il più spaccone a parole, incontra un poliziotto che conosce, si fa prendere dal panico e abbandona la sua postazione dandosi alla fuga. Da latitante, troverà in seguito rifugio nel Montenegro.
Čabrinović, che forse è il meno convinto all’azione, si dimostra alla prova dei fatti anche il più determinato. Alle 10,15 lancia una bomba contro la vettura su cui viaggia l’arciduca. Ferdinando che si vede piovere addosso la granata la caccia via al volo con una manata. Deviata dall’imperiale schiaffone, la bomba va a deflagrare addosso all’auto di coda, ferendo in modo non mortale gli occupanti tra cui il tenente colonnello Merizzi. La duchessa Sofia non si accorge di nulla, mentre gli altri passeggeri scambiano il botto per l’esplosione di un pneumatico, prima di rendersi conto dello scampato pericolo. Cabrinovic scappa via inseguito dalla folla inferocita. Inghiotte la sua capsula di cianuro, che però è scaduta e gli provoca niente più di una scarica di diarrea. Quindi tenta il suicidio gettandosi nel fiume Miljacka in secca. Inzuppato di fango e merda, viene riempito di botte e arrestato senza difficoltà.
Come se nulla fosse, il convoglio riprende la sua avanzata fino al municipio e l’arciduca ha anche il tempo di lagnarsi con il borgomastro Curcic per l’incidente. Per nulla scosso, fa pure lo spiritoso, mentre la cerimonia prosegue come da programma. A questo punto, l’attentato sembrava miseramente fallito ed il resto degli attentatori si dilegua per le vie laterali.
Gavrilo Princip, sconsolato, si rifugia a bere in una birreria in prossimità del Ponte Latino, quando del tutto inaspettatamente dalle vetrate del locale vede sfilare davanti a sé il resto del convoglio che, con ogni evidenza ha sbagliato strada, col generale Potierek che rimbrotta aspramente l’autista della vettura di testa, mentre il veicolo dell’arciduca è bloccato tra la folla in mezzo alla strada mentre cerca di invertire la manovra.
Arresto di Gavrilo Princip“Gavro” non ci pensa due volte, schizza fuori dal locale, raggiunge l’auto, salta sul predellino e riesce a sparare due proiettili a distanza ravvicinata che colpiscono arciduca e consorte, ferendoli a morte. Francesco Ferdinando viene centrato al collo, sicché il corpetto imbottito che l’arciduca indossava come rudimentale giubbottino antiproiettile si dimostra ancor più inutile. Pare che le ultime parole dell’arciduca siano state: “Non è niente”.

Attentato di Sarajevo

NON È NIENTE
Francesco Giuseppe I d'Austria (1910) Informato della morte del suo erede, l’84enne imperatore Francesco Giuseppe, che non aveva mai nutrito eccessiva simpatia per il nipote e meno che mai per la duchessa Sofia, non si stracciò certo le vesti. Dopo aver espresso un generico rammarico per gli orfani, pensando all’esercitazione militare della prima mattinata aveva esternato la sua principale preoccupazione: Le manovre si sono concluse con successo?.
J.Reiner - Attentat auf Kaiser Franz JosephEvidentemente, considerava gli attentati come un inconveniente del mestiere. Lui stesso, appena 23enne, era scampato ad un tentativo di omicidio, uscendone indenne. Sempre in famiglia, suo fratello Massimiliano si era imbarcato in una sgangherata avventura, facendosi incoronare “Imperatore del Messico” e finire fucilato nel 1867 dall’esercito repubblicano di Benito Juarez.
Edouard Manet - Esecuzione di Massimiliano I del MessicoL’imperatrice, Elisabetta di Baviera, meglio conosciuta dalla filmografia Elisabetta di Bavieraagiografica come la Principessa Sissi, donna di rara bellezza ed eccezionale intelligenza, era stata assassinata a Ginevra nel 1898 dall’italiano Luigi Lucheni (il vil pugnale). Il figlio della coppia imperiale, Rodolfo, che avrebbe potuto essere un sovrano rivoluzionario (addirittura dalle idee socialisteggianti), si era suicidato nel 1887 insieme alla sua giovanissima amante diciassettenne, la contessina Maria Vetsera, a Mayerling.
Insomma, niente sembrava davvero turbare il gelido imperatore asburgico, chiuso nella sua fortezza di ghiaccio.
In quanto agli attentatori di Sarajevo, ci furono 25 arresti e nove proscioglimenti.
Danilo Ilic fu condannato a morte e giustiziato per impiccagione.
Nedeljko Čabrinović, Gavrilo Princip e Trifko Grabež, scamparono alla pena capitale in virtù dell’età e condannati a 20 anni di prigione. Nell’arco di qualche anno morirono tutti in carcere, consunti dalla tubercolosi.
Vaso Čubrilović venne condannato a 16 anni, mentre suo fratello Veliko saliva sul patibolo. Cvjetko Popović otteneva una condanna a 13 anni. Entrambi riguadagnarono la libertà dopo il 1918.
Muhamed Mehmedbasic In seguito alla dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, Muhamed Mehmedbašić fece ritorno da uomo libero a Sarajevo nel 1919, salvo finire trucidato dagli Ustascia croati nel 1943.
Gli agenti della Mano Nera non vennero mai condannati. La risposta della Serbia all’ultimatum imposto dall’Austria (ed il cui mancato ottemperamento provocò la prima guerra mondiale) venne considerato dalle potenze alleate dell’epoca (Francia, Gran Bretagna, Russia) “ragionevole”, tanto erano assurde le richieste austriache. L’ipocrisia è una costante delle cancellerie europee.
Vojislav Tankosic (1)In pratica, il governo serbo si rifiutava di sciogliere l’organizzazione terroristica della Mano Nera; negava l’estradizione del colonnello Dimitrijević e degli altri ufficiali coinvolti nella congiura, Ciganović e Tankošić, confermandoli nei loro incarichi istituzionali e ordinando per tutta risposta la mobilitazione generale dell’esercito. In particolare, a Milan Ciganović fu dato un salvacondotto per gli USA, e una volta rientrato in patria venne pure indennizzato dal governo per il fastidio subito.
Soldati serbiNel lontano Luglio del 1914, la sonnacchiosa diplomazia europea era assente per ferie.
Gli inglesi erano più preoccupati di una rivolta in Irlanda, che di una guerra nei Balcani.
L’ambasciatore russo a Belgrado, Nikolaj Hartwig, aveva dimenticato di far abbassare la bandiera in segno di lutto.
L’opinione pubblica francese era tutta presa da un fattaccio di cronaca nera che aveva come protagonista la moglie dell’ex primo ministro Joseph Caillaux: la signora Caillaux si era sentita offesa dalla denigratoria campagna di stampa orchestrata dal quotidiano Le Figaro. Indignata, era piombata nell’ufficio del direttore del quotidiano e gli aveva scaricato addosso sei colpi di rivoltella.
Come recentemente ha avuto a scrivere lo storico australiano Christopher Clark, nel suo monumentale I Sonnambuli, facendo il verso ad Hermann Broch, i governati dell’Europa si avviarono alla catastrofe guidando per mano i propri popoli al macello nella totale inconsapevolezza delle proprie azioni, attraverso una lunga serie di valutazioni completamente errate.

1913 - Austro-hungarian infantry regiment«Lo scoppio della guerra fu il momento culminante di concatenazioni di decisioni assunte da attori politici che perseguivano consapevolmente degli obiettivi ed erano capaci di riflettere su quanto stavano facendo, e che individuarono una serie di azioni formulando le valutazioni più adeguate in base alle migliori informazioni di cui disponevano. Il nazionalismo, gli armamenti, le alleanze e la finanza furono tutti elementi che entrarono a far parte della storia, ma acquistano valenza esplicativa solo quando si possa mostrare la loro effettiva influenza sulle decisioni che, congiuntamente, fecero scoppiare la guerra

Prima guerra mondialeL’ignavia di piccoli nani presuntuosi allo sbando, pervasi dal senso dell’ineluttabile.

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