Archivio per Asia

IMPERIUM

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 ottobre 2015 by Sendivogius

Imperium PSP wall by DeviantSith

Ai circoli straussiani d’Oltreoceano, che in parte animano ancora i think-tank della destra neo-con (quelli che hanno masticato poco e male i classici greco-latini, in una frettolosa rilettura rivisitata ad usum imperii), piace sollazzarsi all’idea di una superpotenza americana, dilatata a dimensione globale nelle sue ambizioni imperiali, mentre rifulge in splendida solitudine alla luce del proprio destino manifesto. Per questo Donald Kagan - La Guerra del Peloponnesosi immaginano ora come una nuova Atene periclea, fondata sull’esclusivismo di una democrazia mercantile in armi; adesso invece come gli eredi ideali di Sparta oppure (a scelta) dell’antica Roma, nel lacerante dubbio su come conciliare la concentrazione cesaristica dei poteri con lo stato minimo di un individualismo estremo, nell’immanenza di un impero che non c’è.
300È il paradosso di una ex colonia dalle tendenze isolazioniste, che in massima parte rifugge da ogni Edward Luttwak - La grande strategia dell'impero romanomentalità imperialista la quale per esistere dovrebbe presupporre l’esistenza di una astrazione intellettuale su fondamenti ideologici. E ciò sarebbe quanto di più lontano possibile da quello strano miscuglio di pragmatismo, armi libere, e millenarismo evangelico, a cui si uniforma la gran parte dei cittadini statunitensi, che spesso e volentieri si muovono per stimoli ad induzione su sollecitazione esterna, convinti però che il resto del mondo non aspiri ad altro che essere plasmato a loro immagine e somiglianza.
Il PunitorePoi, va da sé che per le faccende pratiche di ordine eminentemente strategico i teorici del primato americano continuino ad essere ispirati da una visione geopolitica perennemente in bilico tra l’heartland di Mackinder ed il rimland di Spykman.
heartland_rimlandOvviamente, in tale prospettiva, resta irrinunciabile l’interpretazione atmahan2talassocratica dell’ammiraglio Thayer Mahan, che meglio si presta alle analogie (destinate ad esaurirsi in fretta) con l’Impero Britannico. E più di ogni altra rivela quali sono le vere ossessioni della politica estera statunitense: l’Asia e soprattutto la Cina, contro cui Washington fantastica da almeno venti anni le prossime guerre venture.
HeartlandA dispetto di quanto si possa credere, lo scacchiere mediorientale, che resta un rebus caotico di difficile risoluzione e di impossibile comprensione per un mondo sostanzialmente alieno, non ha mai costituito una vera priorità nell’ambito degli interessi USA, incentrati più che altro sulle forniture di petrolio (affidate all’autocrazia medioevale dell’intrigante ‘alleato’ saudita) e la difesa ad oltranza di Israele (da cui ci si è fatti moderate_rape_beheadings_kerrytroppo a lungo dettare l’agenda politica). L’elemento prevalente è l’improvvisazione e, al di là dei piani strategici e le simulazioni di battaglia, l’incapacità di immaginare il dopoguerra nelle proiezioni future. Figuriamoci la capacità di gestire le transizioni! Da ciò scaturisce tutta una serie di errori madornali dagli effetti catastrofici, che vanno dall’iper-interventismo dell’Era Bush, all’indecisione cronica di un’Amministrazione Obama nell’abulia catatonica che ne contraddistingue l’immobilismo.
Kunduz-map-airstrikesIn compenso, dalle parti di Washington piace dispensare certificati etici, patenti di legittimità democratica e lezioni di umanitarismo spicciolo, tra la pianificazione di un attacco intelligente ed un bombardamento chirurgico, mentre si entra con la grazia di un elefante in cristalleria nelle sfere di influenza altrui e sgomitare come un ubriaco in un campo minato,  facendosi una precipua ragione delle proprie intromissioni.
Moderate RebelsQuello che francamente irrita di più in una certa rappresentazione neo-imperiale non è l’aspirazione egemonica con le sue velleità di potenza, ma la presunzione morale nella pretesa di essere l’incarnazione del “bene assoluto”, incistato su una base manichea non priva di risvolti fondamentalistici George Washingtonche contraddistinguono l’identità di una nazione nata (per dirla con le parole di George Washington) nel solco dei “dettami morali e religiosi”. Il ché presuppone una contrapposizione perenne con il “male”, con l’identificazione costante di un Nemico che abbia una funzione unificante per un paese a identità multiple e in quanto tale costituisce un elemento imprescindibile di coesione nazionale. Di conseguenza, una simile costruzione sistemica si nutre di figure archetipe ed assoluti teorici, tramite semplificazioni estreme e valutazioni “etiche” applicate su scala di misura, senza che una simile visione assoluta ancor prima che totalizzante venga mai increspata dall’ombra di un dubbio o da un minimo di decenza, in un profluvio retorico di patriottume prêt-à-porter per autocelebrazioni da parata.

«La democrazia [americana] è innanzitutto una forza spirituale, costruita su basi spirituali, sulla sua fede in Dio e sull’osservanza di principi morali. Fino ad ora, soltanto la chiesa è stata fornita di simili basi. I nostri padri fondatori conoscevano questa verità e noi non dovremo mai dimenticarla se non a nostro rischio e pericolo

Harry Truman
Public Papers of the President of the United States: H.S. Truman, 1951
U.S. Gov.1966 (pag.1063)

Per inciso, Truman è il presidente che decise la nuclearizzazione di Hiroshima e Nagasaki… Sono gli inconvenienti che possono occorrere, quando ci si crede detentori unici della “legge morale” per divina intercessione.

I grandi imperi del passato avevano quanto meno il merito di non nascondere le loro velleità egemoniche sotto uno spesso strato di ipocrisia, tramite la manipolazione costante dei fatti e delle opinioni. E rivendicavano l’esercizio della violenza come momento cogente del proprio potere, che non doveva essere necessariamente presentato come equanime.
Di solito, la propaganda di stato, che esisteva anche allora e non lesinava l’appello strumentale al “popolo” (per quanto il meccanismo fosse assai meno oliato e non funzionasse per l’orientamento dei flussi di massa), non aveva particolari remore nel mostrare le intenzioni recondite di un potere ritratto nell’essenza della sua natura, riassumendo il tutto in un concetto semplice: “chi è più forte fa quello che è in suo potere e chi è più debole cede” tramite quello che si può definire un ‘diritto naturale’ alla prevaricazione.
Guera dacicaLe migliori esemplificazioni del messaggio si possono ritrovare nelle Historiae di Tacito, che più di ogni altro riesce a tracciare il ritratto dell’imperialismo, colto nella sua più intrinseca essenza…

«Non sono maestro di belle parole e con le armi ho attestato il valore del popolo romano; ma poiché siete tanto sensibili alle parole e valutate il bene e il male non per quello che sono, ma ascoltando le chiacchiere dei sediziosi, ho deciso di dirvi poche parole, parole che sarà più utile per voi aver ascoltato, ora che la guerra è conclusa, che non per me aver pronunciato. Comandanti e imperatori romani sono entrati nella vostra terra e in quella degli altri Galli non per sete di conquista, ma perché implorati dai vostri padri, stremati quasi a morte dai loro conflitti interni.
[…] Sempre nelle Gallie ci sono state tirannidi e guerre, finché non avete accettato le nostre leggi. Noi, benché tante volte provocati, vi abbiamo imposto, col diritto della vittoria, solo il necessario per garantire la pace; infatti, la pace tra i popoli è impensabile senza le armi e le armi non si possono avere senza mantenimento degli eserciti né il mantenimento degli eserciti senza tributi. Per il resto vi abbiamo reso partecipi di tutto

  (Historiae. IV,73-74)

Le parole sono quelle del generale Quinto Petilio Ceriale (secondo la libera trasposizione di Tacito), che in prospettiva aveva mille ottimi motivi per esaltare l’imperium romanorum attraverso l’apologesi di una missione imperiale, che non conosce l’usura del tempo e potrebbe benissimo valere per i suoi omologhi attuali.
Venere di MiloPrecedenti ancor più antichi si trovano invece nelle Storie di Tucidide (V, 84-116) che con asettica freddezza riporta le ragioni (in anticipo sulla realpolitik) con cui la democratica Atene giustificò la conquista di Melos, l’isoletta delle Cicladi che i contemporanei ricordano unicamente per la “Venere di Milo” ignorandone la provenienza, durante la Guerra Peloponnesiaca (431-404 a.C.)…

«La retorica tende a ottenere consenso e pertanto non può che fiorire in società libere e democratiche. Se io posso imporre qualcosa con la forza, non ho bisogno di richiedere il consenso: rapinatori, stupratori, saccheggiatori di città, kapò di Auschwitz non hanno mai avuto bisogno di usare tecniche retoriche. Ma esiste anche una retorica della prevaricazione. Sovente chi prevarica vuole in qualche modo legittimare il proprio gesto e persino ottenere consenso da parte di chi soffre quell’abuso di potere. Uno degli esempi classici di pseudo-retorica della prevaricazione ci è dato dalla favola del lupo e dell’agnello di Fedro.
Lupus et Agnus[…] Però lo stesso Tucidide ci offre un’altra e estrema figura della retorica della prevaricazione, la quale non consiste più nel trovare pretesti e casus belli, ma direttamente nell’affermare la necessità e l’inevitabilità della prevaricazione. Nel corso del loro conflitto con Sparta gli Ateniesi fanno una spedizione contro l’isola di Melo, colonia spartana che era rimasta neutrale. Gli Ateniesi mandano una delegazione ai Meli avvertendoli che non li distruggeranno se essi si sottometteranno. Dicono che non tenteranno di dimostrare che è giusto per loro esercitare la loro egemonia perché hanno sconfitto i Persiani (eppure negandolo lo sostengono), ma invitano i Meli a sottomettersi perché i principi di giustizia sono tenuti in considerazione solo quando un’eguale forza vincola le parti, altrimenti “i potenti fanno quanto è possibile e i deboli si adeguano”. I Meli chiedono se non potrebbero restare fuori dal conflitto senza allearsi con nessuno, ma gli Ateniesi ribattono: “No, la vostra amicizia sarebbe prova di una nostra debolezza, mentre il vostro odio lo è della nostra forza”. In altri termini: scusate tanto, ma ci conviene più sottomettervi che lasciarvi vivere, così saremo temuti da tutti.
MelosI Meli dicono che confidano negli dèi, ma gli Ateniesi rispondono che tanto l’uomo che la divinità, dovunque hanno potere, lo esercitano, per un insopprimibile impulso della natura. I Meli resistono, per orgoglio e senso della giustizia, l’isola viene conquistata, gli Ateniesi uccidono tutti i maschi adulti e rendono schiavi i fanciulli e le donne.
E’ lecito sospettare che Tucidide, pur rappresentando con onestà intellettuale il conflitto tra giustizia e forza, alla fine convenisse che il realismo politico stesse dalla parte degli Ateniesi. In ogni caso ha messo in scena l’unica vera retorica della prevaricazione, che non cerca giustificazioni fuori di sé. Gli Ateniesi semplicemente fanno un elogio della forza. Persuadono i Meli che la forza non ha bisogno di appoggiarsi alla persuasione.
La storia non sarà altro che una lunga, fedele e puntigliosa imitazione di questo modello, anche se non tutti i prevaricatori avranno il coraggio e la lucidità dei buoni Ateniesi

Umberto Eco
(20/05/2004)

Essendo società a prova di consenso, Roma e Sparta (e Atene) non avevano di questi problemi, per giustificare il proprio operato in una diversa concezione di humanitas.
Guerre dacicheE infatti, tanto i Romani quanto i Greci, che pure ‘inventarono’ la civiltà occidentale, gettando i semi del suo futuro sviluppo, e che per primi elaborarono il concetto estensivo di “Libertà” (Libertas/Ελευθερία) prima che il termine venisse trasformato in un brand ad uso politico o marchio registrato in esclusiva USA, non concepirono mai l’idea di qualcosa lontanamente simile alle ingerenze umanitarie, esportazioni democratiche, ad altre apodittiche invenzioni lessicali che invece costituiscono la misura della nostra modernità. E perciò tornano sempre buone per impastoiare un’opinione pubblica, addomesticata con iniezioni costanti di propaganda in un corollario di manipolazioni mediatiche con le quali nutrirne l’immaginario.

Homepage

Annunci

INDIANA (1)

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 agosto 2012 by Sendivogius

The Company

In totale naturalezza, Carl von Clausewitz affermava che la guerra fosse una naturale prosecuzione della politica. E tuttavia la famosa frase del generale prussiano è perfettamente sovrapponibile anche al mondo degli affari che, in tempi non lontani, ha interpretato l’espressione alla lettera, rimettendo la conquista di nuovi mercati alla canna dei fucili…
Più spesso si dimentica invece come la ‘guerra’ abbia costituito la condizione ideale dello stato minimo, meglio se di matrice liberale, che delega scelte e indirizzi all’iniziativa privata, limitandosi a tutelarne gli interessi economici nella compressione delle istanze sociali, in nome di quella ideologia economica (e politica) chiamata mercantilismo.
E se la “Società non esiste”, se lo ‘Stato’ è ridotto a mero guardiano dei diritti di proprietà, ne consegue che il fulcro di ogni potere risiede nella realtà economica, strutturata in holding company alimentate dai flussi del capitale finanziario.
In un siffatto contesto, la forma tipo è la corporation, nella quale lo Stato confluisce e si annulla in sostanziale identificazione. Peccato che una tecnostruttura economica, slegata dai principi di rappresentanza e funzionalità sociale, solitamente è immune dagli scrupoli e dalle ottemperanze costituzionali di un ordinamento democratico. E tutto si riduce ad una variabile dipendente dai rischi d’impresa. In tal senso, anche la guerra diventa un’opzione praticabile, ‘utile’ e finanche ‘giusta’, se presuppone un ritorno economico.
 Attualmente, è in corso una evoluzione o, se si preferisce, una regressione della visione sociale, attraverso una destrutturazione costante del pensiero politico. In quella rigidità emotiva da alienato anaffettivo, e che i media scambiano per “sobrietà”, il prof. Mario Monti è l’alfiere di una destrutturazione democratica in ambito continentale, che sotto il Pornocrate sarebbe stata impossibile. E da un potenziale narciso psicopatico siamo passati ad un sospetto sociopatico in paresi facciale. Il malcelato fastidio contro gli organismi rappresentativi, l’incredibile invettiva contro l’istituzione parlamentare (accolta in Italia con la più ovina accondiscendenza) sono i prodromi di una metamorfosi ben più profonda… È una forma mentis che, da verbo accademico, comincia a farsi carne e sostanza, grazie alla complicità e all’inerzia di una classe pseudo-politica in stato confusionale e prossima al completo disfacimento, in un condominio prigione dove la convivenza forzata sta per implodere nel caos.
In certo qual modo, la situazione odierna, con il costante declino di un sistema consolidato di garanzie, il protestarismo sterile, la perdita progressiva di ogni coscienza civile, ricorda un inquietante romanzo di James G. Ballard, il cui titolo originale è High Rise.
A livello storico, la prevalenza del potere economico sulla società, lo svuotamento dei poteri pubblici con la delega delle competenze, ricorda invece le grandi compagnie commerciali che a partire dal XVII si spartirono il mondo (frazionato in mercati), trasformando Stati e Governi in propri domini personali. A tutt’oggi, per longevità e onnipotenza, la storia della ‘Compagnia britannica delle Indie Orientali’ costituisce il caso unico di una società privata per capitali che volle farsi impero e per la bisogna si creò un esercito e si comprò un intero parlamento (inglese).

Un regno privato.
Costituita nell’ultimo giorno del 1600 su autorizzazione regia, la British East India Company (EIC), per quasi tre secoli, dominerà i mercati asiatici controllando le rotte commerciali dallo Stretto di Magellano al Capo di Buona Speranza, fino alla Malesia e la Cina. Assumerà il controllo diretto dei territori occupati, governando su milioni di individui. Eserciterà l’amministrazione della giustizia. Batterà moneta in proprio. Sarà la causa di rivoluzioni e guerre di indipendenza, dettando l’agenda di politica estera della Gran Bretagna.

Giunti in India attorno al 1608, gli agenti della Compagnia si aprono la strada con i cannoni delle loro navi, soprattutto ai danni dei portoghesi che dalla loro piazzaforte di Goa tentano di sbarrare invano la strada ai navigli inglesi. Quindi, con un’abile diplomazia e guerre vittoriose, la Compagnia toglie di mezzo i concorrenti europei: portoghesi, olandesi e francesi.
 Stabilito un primo presidio a Surat, sulla costa del Gujarat, la Compagnia si accorda con l’impero islamico dei Moghul, ottenendo una cospicua serie di privilegi in cambio di armi e aiuto militare. Soprattutto gli inviati della Compagnia riescono ad estendere la propria penetrazione commerciale anche nei territori del Bengala, a discapito degli interessi francesi, nonché a danno delle compagnie danesi e olandesi. Tramite una serie di trattative diplomatiche con la monarchia portoghese ed i sovrani Moghul, all’inizio del 1690 la Compagnia ha esteso il suo controllo anche a Bombay, Madras e Calcutta (Kolkata); cosa che le permette di intercettare il transito delle merci dal Mar Arabico al Golfo del Bengala.
 Per la difesa delle loro filiali e dei presidi commerciali, gli inglesi arruolano guardiani indigeni e mercenari occidentali (i brutali old toughs) che costituiranno il fulcro originario del Presidency Army della Compagnia, insieme ad una notevole flotta con armamento da battaglia, che i ‘presidenti’ della EIC non esitano ad usare a scopo intimidatorio e di rappresaglia, in vere e proprie campagne di guerra.
A tal proposito, a sottolineare come dietro a solidi principi di teoria economica si nascondano quasi sempre incredibili facce da culo, sarà il caso di ricordare sir Josiah Child. Direttore commerciale della EIC e tra i principali azionisti della Compagnia, Child è un pioniere nelle sviluppo della dottrina del libero scambio e delle moderne teorie monetarie. Sostiene la libera concorrenza, criticando aspramente l’intervento statale nell’economia e ogni forma di regolamentazione nella finanza. Peccato non si accorga che la ‘sua’ Compagnia agisca in regime di assoluto monopolio e possa godere di una serie di diritti esclusivi su concessione regia, che le assicurano un posizione dominante sul mercato soffocando ogni concorrenza.

 Insoddisfatto dei diritti commerciali concessi per decreto dall’imperatore Aurangzeb in Bengala, e dagli arbitri di alcuni governatori locali, sir Child scatenerà una vera e propria guerra (dal 1686 al 1690) contro i Moghul, mobilitando le truppe private della compagnia, inviando le navi della flotta a bombardare le città della costa bengalese e attaccando i convogli dei pellegrini diretti alla Mecca. In risposta, Child riceverà dall’esercito moghul una batosta umiliante; la revoca di molti dei diritti commerciali ottenuti; il pagamento di una pesantissima indennità di guerra; e soprattutto la pubblica umiliazione dei funzionari della Compagnia, costretti a prostrarsi ai piedi dell’imperatore e davanti a ghignanti dignitari francesi.
Aurangzeb, che si fa pomposamente chiamare “conquistatore del mondo”, è un fanatico integralista che dissanguerà il suo regno in una serie di guerre infinite contro le popolazioni pathan (i pashtun) dell’Afghanistan e i principi indù della confederazione Maratha. Feroce persecutore della comunità sikh, ne farà torturare e decapitare a migliaia.
Alla morte del feroce Aurangzeb nel 1707, l’Impero Moghul inizia un declino irreversibile, dilaniato da un continuo attrito di forze centrifughe che ne paralizzano l’azione in un’esistenza puramente formale. Nell’India frazionata in una miriade di feudi e piccoli regni, divisa in rissose confederazioni tra principati minori e in assenza di un governo centralizzato, indebolita dalle guerre tra regoli locali, dalle forti tasse che quasi ovunque opprimevano le popolazioni, dai governi incapaci e dal rallentamento nel commercio, l’espansione europea ha facile gioco. Perciò sarà assai facile per l’ambiziosa Compagnia delle Indie Orientali conquistarvi il predominio.

Il diritto delle genti.
 Per quanto riguarda i rapporti con le colonie francesi (e con l’omologa Compagnie française des Indes orientales), il territorio indiano diventa una sorta di prosecuzione asiatica delle guerre che in Europa oppongono le corone di Francia e Inghilterra, l’una contro l’altra armate: dapprima, nella “Guerra di Successione austriaca” (1741-1748) e poi nella “Guerra dei sette anni” (1756-1763).
Gli eserciti privati assicureranno alla Compagnia la supremazia nel controllo dell’India a discapito dei francesi, contro i quali combatteranno quasi ininterrottamente dal 1744 al 1763 (Guerre del Carnatico). Dovunque i francesi sostengono un principe indiano, gli inglesi riforniscono il suo rivale di armi, denaro, truppe e centri per l’addestramento militare. In questo modo, ne seguiva sempre una guerra locale e il vincitore rimaneva indebitato con i suoi sostenitori europei. In seguito, se non riusciva a soddisfare le richieste di diritti commerciali o fiscali, questi lo sostituivano con un governatore a loro scelta.
Le cose però non vanno sempre bene…
Nel 1756, gli agenti della Compagnia presenti a Calcutta, in previsione di un possibile attacco francese, iniziano ad ampliare e rinsaldare le difese di Fort William, costruito al tempo della guerra di Child contro i Moghul. Il principe Siraj ud-Daulah, giovanissimo nawab del Bengala che governa la città indiana, ordina l’immediata cessazione dei lavori non autorizzati, reputando le iniziative militari degli europei un’intollerabile interferenza al suo dominio. John Z. Holwell, che comanda la piccola guarnigione del forte, ignorerà completamente l’ordine del nawab indiano, che indignato assedia il forte con le sue truppe e costringe il presidio armato della EIC alla resa.

Siraj ud-Daulah, forse mal consigliato, fa rinchiudere tutti i prigionieri ed il personale occindentale presente in città dentro le famigerate prigioni del forte: una orrida fossa buia, conosciuta come “Black-Hole”. Non esistono misure certe sull’estensione della cella, né sul numero dei prigionieri rinchiusi. In proposito, circolano cifre assolutamente irrealistiche, con quasi 150 persone ammassate in circa 20 mq. Ad ogni modo, dopo neanche 24h di reclusione, a uscirne vivi furono solo in 23 su un numero di detenuti probabilmente vicino alle 64 unità.
Nel 1763 tutti i residenti britannici di Patna vengono giustiziati, per ordine del governatore moghul della città, Mir Qassim, che dopo essere stato estromesso dai commerci della Compagnia, pretendeva almeno il pagamento delle tasse dovute. Gli inglesi avevano pensato bene di introdurre clandestinamente carichi di armi in città, per armare una rivolta contro il governatore. Da qui la radicale soluzione al problema occidentale.
 Proprio questi “incidenti”, permetteranno alla Compagnia di consolidare il proprio dominio su tutto il Bengala ed estendere il proprio potere all’intero subcontinente indiano.
La conquista dell’India, ad opera di un esercito privato di dipendenti aziendali in armi, è in buona parte opera dei due generali-azionisti della compagnia, Hector Munro e Robert Clive: militari e manager a contratto per conto terzi. Entrambi contribuiranno ad organizzare e strutturare in maniera permanente l’esercito privato della EIC, perfettamente equipaggiato ed addestrato, che si rivelerà essere una formidabile macchina da guerra e di persuasione con migliaia di effettivi, arruolati tra gli indigeni (sepoy) ed europei di ogni nazione, regolarmente stipendiati dalla compagnia.
Robert Clive, con la vittoria alla Battaglia di Plassey (1757), ridurrà all’impotenza ogni velleità espansionistica dei non meno aggressivi francesi, alleati con i signorotti moghul del Bengala.
Hector Munro stroncherà l’ultima coalizione dei principi del Bengala alla Battaglia di Buxar (1764).


Ma a consolidare la supremazia britannica sui territori del Bengala, sarà la devastante carestia del 1770, sulla quale peraltro gli affaristi della EIC realizzarono enormi profitti, lucrando con i costi al rialzo sui generi alimentari di prima necessità.

Un’amministrazione equa.
 Sui metodi disciplinari e l’amministrazione della giustizia, gli ufficiali della EIC offrono subito un ottimo saggio sulla superiorità della civiltà occidentale, rispetto alla barbarie asiatica…
Tra le unità indigene (sepoy) di più antica formazione, inquadrate nell’esercito coloniale del Bengala, ci sono gli 820 fucilieri indiani del Lal Paltan, vestiti con la tipica giubba rossa (lal). Questa formazione costituirà il nucleo originario del futuro I° Bengal Native Infantry: i famosi fucilieri del Bengala. Arruolato nel 1757 dal maggiore-generale Robert Clive, è un reparto che si è fatto onore alla battaglia di Plassey.
Il 08/09/1764 nella località di Manji, i soldati bengalesi del Lal Paltan danno forse vita ad una delle prime rivendizioni salariali della storia militare moderna, chiedendo un aumento di paga attraverso l’attribuzione di una specie di bonus produttività (il batta). E nel farlo prendono in ostaggio i propri ufficiali, salvo ripensarci quasi subito. Il gen. Hector Munro spiccerà la faccenda a modo suo: fa afferrare una ventina di ammutinati, li lega alla bocca dei cannoni ed ordina ai suoi artiglieri di dar fuoco alle micce.


Questo originale metodo di esecuzione venne ampiamente impiegato durante la Grande Rivolta del 1857, quando nel maggio di quell’anno i sepoys dell’Armata del Bengala si rivoltarono contro i loro ufficiali europei.

«Il 12 Giugno [1857 n.d.r] a Peshawar, quaranta uomini sono stati processati, dichiarati colpevoli, e condannati ad essere giustiziati venendo dilaniati a cannonate. L’esecuzione è stata un terribile spettacolo. La truppa è stata schierata a formare i tre lati di un quadrato, al centro del quale sono state piazzate dieci batterie puntate verso l’esterno. In un silenzio mortale, è stata letta la sentenza del tribunale, e a conclusione della cerimonia, ad ogni cannone è stato legato un prigioniero con la schiena rivolta contro la bocca da fuoco e le braccia legate strettamente alle ruote del fusto.
Appena viene dato il segnale, la salva viene sparata. La scarica, come è ovvio, taglia il corpo in due; si possono vedere tronchi umani, teste, gambe e braccia volare via in un istante per tutte le direzioni. Siccome in questa occasione sono stati usati soltanto dieci cannoni, i resti umani sono stati rimossi per quattro volte. Dei quaranta condannati, tutti sono andati incontro al loro destino con fermezza, ad eccezione di due: al momento giusto, si sono lasciati scivolare a terra e le loro cervella sono state fatte schizzare via da una scarica di fucileria.
Un’altra esecuzione con modalità simili è avvenuta il 13 Giugno a Ferozepore, tutte le truppe disponibili ed i funzionari amministrativi sono convenuti per assistere alla scena. Alcuni degli ammutinati sono stati impiccati su delle forche erette durante la notte precedente e lasciati appesi. Gli ammutinanti sono stati portati nella piazza centrale, dove si è proceduto a leggere la sentenza della corte marziale.»

  Harper’s Weekly
  (15/02/1862)

Se però i condannati accettavano di diventare testimoni dell’accusa (Queen’s evidence), denunciando i nomi di presunti complici, potevano confidare nella benevolenza delle autorità, sperando in una dilazione di pena e vedersi commutata la condanna in impiccagione. È superfluo dire che in questo meccanismo, pur di sottrarsi al supplizio, i condannati snocciolavano nomi a caso coinvolgendo chiunque.


A Ferozepore, gli ammutinati che decisero di diventare delatori, una decina, furono sottratti all’ultimo momento dal gruppo dei condannati e costretti ad assistere alla sentenza capitale, coperti dagli insulti dei loro commilitoni prossimi all’esecuzione…

«Racconta un testimone oculare: “La scena e il fetore furono insopportabili. Mi sentii terribilmente sconvolto e potei notare che i numerosi spettatori indigeni erano terrorizzati; non solo tremavano come foglie, ma avevano assunto un colorito innaturale. Non fu presa alcuna precauzione per ripulire la bocca dei cannoni dai resti umani; la conseguenza fu che gli spettatori vennero pesantemente imbrattati dagli schizzi di frattaglie e un uomo in particolare rimase stordito da un braccio divelto che lo aveva colpito in pieno!»

Evidentemente, deve trattarsi dell’applicazione pratica delle massime del gen. Charles J. Napier, che pure non mancava di un certo spirito:

“La mente umana non è mai disposta meglio alla gratitudine e all’affetto, come quando è ammorbidita dalla paura”

C’è da dire che la grande rivolta indiana del 1857-1858 e l’estrema brutalità con la quale venne schiacciata, non portò fortuna alla Compagnia ed anzi ne decretò il declino, a partire dall’estromissione della EIC nel governo dei territori indiani che passarono sotto il controllo diretto della Corona britannica.

«La rivolta del ’57 durò diciotto mesi e causò un numero elevatissimo di vittime; la scintilla che l’aveva accesa era stata, ufficialmente, l’eccessiva ingerenza inglese nelle pratiche religiose locali, tra le quali bisogna ricordare c’era anche quella intollerabile per una mentalità occidentale che la vedova fosse bruciata viva sulla pira funebre accanto al cadavere del marito. Nell’anno e mezzo che ci volle per sedare la rivolta fu fondalmentale l’aiuto delle truppe del Punjab rimaste fedeli all’Inghilterra. La repressione fu molto sanguinosa e da allora i rapporti tra inglesi e indiani non furono più gli stessi. Il “grande ammutinamento” pose per sempre fine alla luna di miele che tale era stata fuor di metafora, considerando l’alto numero di matrimoni misti tra gli inglesi, che arrivavano quasi sempre senza famiglia, e che si legavano a donne indiane.»

  Peter Kelly
“L’Ultimo Impero”
  Panorama Mese (Ottobre 1982)

Diciamo anche che le cause della rivolta furono anche un po’ più complesse: oltre alle frizioni religiose e le discriminazioni, c’erano le requisizioni forzate, le confische arbitrarie di beni ed il sistema di espropriazioni alla base della famigerata dottrina dell’estinzione, che contemplava la decadenza dei diritti di proprietà (altrui). Con questa norma, una compagnia privata (nella fattispecie la EIC) poteva espropriare discrezionalmente l’aristocrazia indiana dei suoi possedimenti fondiari. Si aggiunga infine una tassazione sempre più spropositata e destinata a mantenere un esercito d’occupazione. Invece, a far crescere il malumore tra le truppe dei nativi, contribuì non poco (vera o falsa che fosse la diceria) l’uso del grasso d’origine animale (suino o bovino, che aveva il formidabile pregio di far incazzare tanto gli indù quanto i musulmani) usato per impermeabilizzare l’involucro chiuso (la ‘cartuccia’) con la carica di polvere da sparo, che per essere aperto andava strappato coi denti. Si aggiunga la distruzione dell’economia locale (l’industria del cotone), con la politica monopolistica perseguita dalla compagnia.


La tensione tra funzionari della compagnia e nativi montò velocemente, finché la rivolta esplose violentissima e si espanse come una fiammata.
A Cawnpore, nell’estate del 1857 si consuma uno dei fatti più gravi, quando un gruppo di residenti europei presi in ostaggio viene letteralmente macellato. D’altra parte, l’osceno massacro di Cawnpore verrà presto compensato dalle efferatezze dei soldati britannici. Dopo l’eccidio di Cawnpore, il ten. col. James Neill fa terra bruciata di tutti i villaggi che incontra sul suo passaggio trucidando la popolazione, col risultato di aumentare le adesioni nel numero dei ribelli. Uno degli attendenti del comandante Neill, il maggiore Renaud, ha un sistema infallibile per riconoscere gli insorti: l’espressione del viso. E per una questione di smorfie fa impiccare tutti i contadini che incrocia per la via, durante la sua marcia, col risultato che gli abitanti dei villaggi circostanti si danno alla fuga portando con sé tutte le provviste e lasciando la truppa a corto di rifornimenti.

Nella repressione vengono impiegati con successo i temibili gurkha nepalesi e le fedeli truppe dei Sikh. Ma nelle efferratezze si distinsero soprattutto i battaglioni europei e le unità di rinforzo inviate dalla Gran Bretagna. Né mancarono ufficiali che menarono pubblico vanto delle loro prodezze, inviando ai giornali inglesi dettagliate descrizioni delle loro atrocità o compiacendosi per quelle altrui. Vengono condotte rappresaglie indiscriminate contro la popolazione civile: monumenti, dimore patrizie, luoghi di culto… sono presi a cannonate per rappresaglia (una pratica che sarà riproposta anche in Cina). Le devastazioni raggiungeranno il culmine nel saccheggio di Dehli, dove la popolazione viene trucidata con cariche alla baionetta. Per ferocia e intraprendenza di saccheggiatore, si distingue il maggiore William Stephen Raikes Hodson, che diventerà famoso per il suo squadrone di cavalleria irregolare, gli Hodson’s Horse (o raiders), e la loro uniforme color kaki per meglio mimetizzarsi negli agguati.

Dopo la conquista di Dehli, l’antica capitale Moghul, il maggiore Hodson farà recapitare al vecchio sovrano la testa dei suoi figli, che ha ucciso personalmente e provveduto a far decapitare dopo la resa.

Tuttavia, nella prosa di alcuni storici britannici, tutto degrada dolcemente in una atmosfera quasi aulica, appena offuscata da qualche incomprensione…

 «Tutto era cominciato nella prima metà del XVII secolo. In quell’epoca gli Inglesi presenti in India erano soprattutto mercanti, ma c’era qualche soldato di ventura che poneva la sua capacità militare al servizio di qualche rajah, per garantirgli la vittoria nelle sue piccole guerre locali. In entrambi i casi, si trattasse cioè di mercanti o di soldati, questi inglesi erano dei professionisti che rimanevano in India fino a quando lo richiedeva il loro lavoro. Finito questo o trascorsi gli anni della vita in cui lo si poteva svolgere, rientravano in Inghilterra.
Questa rotazione ininterrotta, che si è mantenuta anche quando l’India è diventata un possesso della Corona, ha avuto due conseguenze principali: la prima è che in India non si è mai formato una vera classe di coloni residenti come invece è accaduto altrove (per esempio nelle colonie inglesi in Africa). La seconda è che questi mercanti e questi soldati, che rientravano in patria dopo venti o trenta anni di vita coloniale, hanno contribuito a trasformare il costume inglese quasi nella stessa misura in cui, con la loro presenza in quella colonia, avevano cambiato il costume indiano.
Per quasi un secolo e mezzo questo intricato rapporto ruotò attorno a un interesse commerciale prevalente, rappresentato dal cotone. Una fibra tessile a basso costo era allora in grado di modificare radicalmente le abitudini inglesi e, più in generale, europee. Quando si fu in grado di produrre e tessere cotone in abbondanza, ci si rese conto che la nuova fibra poteva sostituire la seta e il lino nella fabbricazione della biancheria e che, di conseguenza, la maggior parte delle persone avrebbe potuto cambiarsi con molta più frequenza di prima. Ai tempi del Re Sole e di Luigi XVI era stato necessario inventare complicati profumi, per poter sopravvivere ad una riunione di molte persone in un ambiente chiuso; l’arrivo del cotone rappresentava, anche da questo punto di vista, un’importante novità e anzi quasi una rivoluzione del costume.
Per la tessitura del cotone l’India disponeva di una fitta rete di piccoli laboratori artigiani, spesso a conduzione familiare. Purtroppo quei laboratori erano destinati a non durare molto. Quando in Inghilterra cominciò a svilupparsi quella che in seguito sarebbe stata definita “rivoluzione industriale”, gli imprenditori inglesi scoprirono in brevissimo tempo che era molto più conveniente importare il cotone dalle piantagioni degli Stati Uniti, dove il lavoro degli schiavi consentiva costi di partenza irrisori, tesserlo sui telai a vapore delle nascenti industrie del Lancashire e quindi spedire in India le pezze già tessute.
Nel giro di pochi anni l’India diventò così da esportatrice a importatrice di cotone. E questo rovesciamento della bilancia commerciale nel settore tessile soppiantò e distrusse la sua piccola industria cotoniera. Per dirla tutta, l’India si trasformò in un mercato monopolistico per i cotoni di fabbricazione inglese.
L’esempio del cotone mostra bene come per una quantità di anni il destino dell’India venne deciso non tanto dal Parlamento di Londra, quanto dalla Camera di Commercio di Manchester. Si può discutere a lungo se i mercanti siano peggiori o più oculati amministratori dei politici; quello che è certo è che i mercanti prediligono la stabilità amministrativa e la quiete politica. La conseguenza di questa predilezione fu che la Compagnia delle Indie cominciò ad arruolare sempre più apertamente un esercito, formato da milizie quasi interamente indiane, e con la forza di questo braccio armato, nonché di un controllo politico sempre più esteso, riuscì a far scomparire dall’India gli altri insediamenti coloniali: portoghesi, olandesi e francesi.
In definitiva, da Calcutta il dominio inglese si estese a tutto il subcontinente e nel 1849 anche l’ultima provincia, il Punjab, venne annessa al prezzo di considerevoli sacrifici; sia perché i guerrieri sikh erano fin da allora molto coraggiosi, sia perché potevano contare sulla consulenza di esperti artiglieri francesi, reduci della Grande Armée di Napoleone.»

 Peter Kelly
“L’Ultimo Impero”
 Panorama Mese (Ottobre 1982)

In realtà i consulenti d’artiglieria che offrirono i loro servigi ai vari principi indiani, in buona parte, non erano francesi, ma.. italiani! Tuttavia, la folla di personaggi incredibili e pittoreschi, ufficiali di ventura e avventurieri europei al servizio delle corti più esotiche, riserva sorprese davvero inaspettate e meriterà una trattazione a parte…

 Continua.

Homepage

Il Monaco Conquistatore

Posted in Kulturkampf, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 maggio 2012 by Sendivogius

Come le vicende del tempo presente ci insegnano, la Storia è piena di condottieri ambiziosi e riformatori intransigenti, di tribuni e grandi trascinatori di folle, di re profeti dal verbo ispirato e dalla parola infuocata. Si tratta di personaggi fuori dal comune, dall’esistenza straordinaria (e spesso breve), destinati a cavalcare gli eventi per poi esserne travolti loro malgrado prima della catastrofe finale, e che meritano di essere rievocati dall’oblio nel quale sovente sono stati dimenticati. Cosa succede quando tutte queste figure tendono a convivere in un’unica persona?

Le tre vite ed oltre di Giambattista Boetti
 È difficile condensare in poche righe la biografia misconosciuta del monferrino Giovanni Battista Boetti le cui vicissitudini, ai limiti dell’incredibile, sembrano estrapolate da un feuilleton d’altri tempi, dove la realtà si confonde con la leggenda a tal punto da rasentare il mito, superando le invenzioni del più fantasioso dei romanzieri…
Avventuriero e viaggiatore instancabile, predicatore missionario e monaco disubbidiente, brigante e capo-guerrigliero, Boetti è uno di quei moltissimi italiani nei quali ti imbatti sfogliando vecchie pagine ingiallite di cronache dimenticate, giocando un ruolo di primo piano nei luoghi più improbabili e nelle circostanze più inaspettate, tra intrighi e corti esotiche, in un universo popolato di spie, rinnegati, e soldati di ventura.
Vissuto nella metà del XVIII secolo, il piemontese Giambattista Boetti è contemporaneo del ben più noto Conte di Cagliostro (nascono entrambi nello stesso giorno: 02/06/1743), e che pare abbia conosciuto a Vercelli intorno al 1780; di Giacomo Casanova col quale condivide invece l’anno della morte. E forse un personaggio come Boetti sarebbe piaciuto a Vittorio Alfieri, suo conterraneo e altro spirito irrequieto. Tuttavia la vita di Boetti è, se possibile, ancor più incredibile e si intreccia con così tante storie diverse, da sfumare in più personaggi coi quali si sovrappone e si confonde attraverso un gorgo vorticoso di eventi. Tanto che è difficile capire dove finisca la realtà e cominci la finzione, restando il dubbio che si tratti piuttosto di un’unica, magnifica, mistificazione…
 Il piemontese Boetti è il rampollo ribelle di una piccola famiglia aristocratica di provincia, ripudiato dal padre-padrone.
È medico svogliato e indefesso seduttore, perennemente in peregrinazione tra l’Europa e l’Asia, dal Caucaso alla Persia, dal Kurdistan all’Anatolia, in un’epoca in cui ogni viaggio costituiva un’avventura verso mondi lontanissimi, l’esito era incerto ed il ritorno un’incognita.
È un pio missionario domenicano; ovvero uno spregiudicato arruffapopoli che intriga ora col sultano della Sublime Porta, ora con lo zar di tutte le Russie, e al contempo con lo Shah di Persia.
È un fanatico esaltato, un eretico, l’inventore di una nuova religione. O un opportunista senza scrupoli, dalle ambizioni smisurate.
È il furbo predone a capo di una banda di briganti curdi e armeni, che estorce tributi ai signorotti turchi e georgiani ai confini orientali dell’Impero ottomano.
E infine è un irredentista circasso che combatte per sei anni contro i Russi nel Caucaso, tanto da diventare un eroe nazionale della Cecenia e venir confuso con Shaykh Mansur Ushurma nell’ennesima, grandiosa, e non ultima beffa.

La creazione di un mito metastorico
 Nelle biografie a lui dedicate, Giambattista Boetti sembra viaggiare senza tregua, alla velocità di un Jumbo 747, passando dall’Andalusia alle coste del Mar Caspio, soggiorna a Costantinopoli e si riposa tra il Kurdistan ed il Caucaso, protagonista delle più mirabolanti avventure come un emulo del Barone di Münchausen che peraltro gli è pure lui contemporaneo.
Le cronache straordinarie della vita di Giambattista Boetti sono racchiuse in un libretto di appena 57 pagine, redatto in lingua francese (peraltro non eccelsa) ed in forma anonima, privo di titolo, data e firma, senza alcuna indicazione che possa confermarne la provenienza e la veridicità. Il libricino è comunemente conosciuto come la “Relazione”.
Gli eventi narrati nella Relazione, si concludono bruscamente nel 1786, e questa è la datazione unanimemente attribuita allo scritto, custodito in originale presso l’Archivio di Stato di Torino.
Nel 1882, quasi un secolo dopo gli eventi descritti, un oscuro parroco di Piazzano nel Monferrato, don Perpetuo Dionigi Damonte, con un passato come missionario proprio nel Levante (e quindi ne conosce bene luoghi e costumi), redige un libello apologetico sulle gesta del suo compaesano Giambattista Boetti, dal titolo per l’epoca assai ‘esotico’: “Il profeta Mansur Sceik Oghan-Oolo ossia il padre Boetti”.
Una fonte pressoché coeva al Boetti, che ne attesterebbe l’attività nell’area caucasica, è Francesco Becattini, prolifico autore fiorentino che, senza mai citarlo per nome, ne parla indistintamente in due sue opere storiche. Si tratta della Vita e fasti di Giuseppe II imperatore de’ Romani, scritta da un accademico apatista e corredata dei necessari documenti (1790), in quattro tomi di piaggeria cortigiana per un autore in cerca di fortuna…

«Un nuovo capo di setta era comparso sulla scena e minacciava di rinnovare gli orrori e la storia funesta di una guerra di religione. Chiamavasi Scheick-Mansùr ossia Profeta o l’Illuminato Mansùr. Qual si fosse la sua origine non è certo. Molte erano le voci sparse su questo proposito, e acciocché non mancasse chi aggiungesse una nuova invenzione in discapito degli Ordini religiosi, vi fu chi spacciò e scrisse in Italia che il falso profeta Mansùr era un rinnegato prima religioso dell’Ordine di San Domenico; sicché quando fosse vero com’é assolutamente supposto, nulla secondo i principi d’equità e retto giudizio dovrebbe pregiudicare l’istituto dal medesimo abbandonato. Comunque sia, egli fattosi capo dei Tartari circonvicini, cercò d’inspirar loro il fanatismo di religione e di persuaderli a non temere le armi Russe

  (Tomo III; Libro VII. p.173 ss)

A quale va aggiunta la mastodontica Istoria politica ecclesiastica e militare del secolo XVIII dall’anno 1750 in poi, (cominciata nel 1796 ed ultimata nel 1805) per la copiosa bellezza di nove volumi:

«Allora per comando della Porta, orde di Tartari andarono a cadere addosso ai posti avanzati dei protettori dei Georgiani. Per aggiungere più seduzione ed affascinamento delle menti allo spirito di rapina, si fece all’improvviso comparire in iscena un nuovo capo di setta, molto adatto a confondere il corto raziocinio di quelle materiali popolazioni, col disegno premeditato di istigarle ad abbracciare la causa della religione […] Scheick-Mansùr di cui tutti intrapresero di lì a pochi mesi a parlare in diversa maniera. Chi voleva che egli fosse un Indiano apostata dai Bramini, chi uno dei satelliti del Gran Lama o Pontefice del Thibet; chi infine un granatiere piemontese rinnegato in Algeri. Comunque si fosse, accintosi quel fantastico vaticinatore a predicare tra i Tartari accese nei loro animi la più furibonda ansietà di scorrere, invadere, depredare. La fama d’un impostore di tal natura si diffuse altamente per l’Asia e l’Europa tutta e in ispecie nei paesi bagnati dai fiumi Kuban e Terek, ove la maggior parte di quei rozzi abitatori si gettò alle sue ginocchia e promise di seguire tutti i suoi passi.»

  (Vol. VII; Libro XVII)

Nel 1876 il prof. E.Ottino ne traccia un profilo più diretto nel suo Oghan-Oolò, Sceik Mansour ossia padre G. Battista Boetti (estratto da Curiosità e ricerche di Storia Subalpina, 1876), dove parla della ‘Relazione’ proveniente dai sobborghi abitati dagli europei a Costantinopoli.
Noi ci siamo in massima parte attenuti all’opera di Francesco Picco: Il Profeta Mansùr, pubblicato nel 1915 ad opera dell’editore genovese A.F.Formiggini.

GLI ANNI DELLA GIOVINEZZA:
Libertino e senza un soldo
 Giovan Battista Boetti nasce il 2 Giugno del 1743 a Piazzano, una frazione del Comune di Camino, nelle colline del Monferrato.
Suo padre, Spirito Bartolomeo, di professione notaio, discende da una casata ormai decaduta della piccola nobiltà di campagna. Soprattutto, è un uomo dispotico, impastato di ottusa violenza.
Sua madre, Margherita Montalto, è destinata a lasciarlo presto, sfiancata dalle gravidanze multiple.
Alla morte della moglie, nel 1750, l’iracondo notaio si libera presto dell’incomodo dei figli, parcheggiandoli in un collegio a Casale Monferrato e convolare in seguito a secondo nozze.
Giambattista, che nel frattempo deve fare i conti anche con la matrigna che lo vede come un fastidioso concorrente col quale dividere i beni di famiglia, si intestardisce nel voler diventare avvocato. Naturalmente, lo spiritato genitore ha già deciso per lui la professione di medico e ne nasce un conflitto che sfocia in liti violente, la fuga da casa e l’arresto.
Nel 1761, all’età di 18 anni, Giambattista organizza una nuova fuga, stavolta definitiva. Si procura dei passaporti falsi e da Torino si rifugia a Milano, dove si arruola nell’esercito trovando impiego come furiere e scrivano. Vuoi per insofferenza alla disciplina, vuoi per ambizioni più grandi, la vita militare gli viene presto a noia e si congeda, iniziando a bighellonare in giro per l’Europa in una sorta di anno sabbatico. Boetti è giovane, bello, e intraprendente…
Nel 1762 si trova a Praga, dove suscita le attenzioni di una giovane vedova in cerca di consolazione.
La vedovella rimane presto incinta ancor fresca di lutto e Boetti è costretto a lasciare in tutta fretta la Boemia, non prima di essere stato rifornito di denari dalla famiglia di lei per tacer lo scandalo.
Capisce al volo che nei circoli che contano l’immagine è tutto e quindi investe il capitale imprevisto, acquistando bei vestiti e circondandosi di una piccola corte di domestici, coi quali si muove per le città tedesche.
A Strasburgo tresca con un ricco canonico, che lo ha scambiato per un importante aristocratico sabaudo. A complicar le cose ci si mette pure la nipote del prelato, che si invaghisce del giovane ospite. La ragazza è petulante e non nasconde certa disponibilità, ma è irrimediabilmente brutta. E il Boetti ne approfitta per farsi rifornire nuovamente la borsa dal canonico, che non vede l’ora di levarselo tra i piedi.
Stanco della Germania, nel 1763 il giovin signore si mette in testa di visitare Roma. Ma, alle porte di Bologna, viene ripulito di tutti i suoi denari dal suo domestico fiorentino ed è costretto a ritornare nella casa paterna a Piazzano, senza un soldo e con la coda tra le gambe. Ed il papà non nasconde tutta la sua gioia per il ritorno del figliol prodigo, tanto che per poco non lo ammazza con una fucilata. Capita l’antifona, Giambattista riprende il bagaglio e parte alla volta di Genova in cerca di un imbarco per Roma, che riesce a raggiungere dopo varie peripezie. Nella Citta Eterna cerca invano qualche raccomandazione ed una sistemazione da parte di lontani conoscenti, con poco successo. Per qualche ignoto motivo il soggiorno romano scatena in lui i prodromi di una profonda crisi mistica, che sfocia in vera conversione dopo una visita al Santuario di Loreto e si concretizza col suo ingresso nell’Ordine Domenicano. È il 24 Luglio del 1763.
Dal convento di Ravenna, viene spedito a Ferrara per studiare teologia. Con pessimi risultati, visto il confuso guazzabuglio di teorie eterodosse che finirà col rimasticare di lì a qualche anno.
Un po’ per levarselo dai piedi, un po’ per dar sfogo ai suoi ardori, i confratelli lo destinano su sua pressante richiesta all’attività missionaria in Oriente. E nel 1769 lo inviano alla missione domenicana di Mossul sul Tigri, nell’attuale Kurdistan iracheno, all’epoca parte dell’Impero Ottomano.
Pieno di entusiasmo, ma ancora incredibilmente citrullo, Boetti parte per Venezia alla ricerca di un imbarco. In attesa di trovare un naviglio disponibile, si mette a predicare per le calli della Serenissima città, dove attacca un micidiale pistolotto sul peccato e sulla penitenza. I sermoni del bel frate suscitano le attenzioni di una giovane prostituta: l’unica che sembra interessata alla sua evangelizzazione. Tanto che la fanciulla se lo trascina in casa ed al Boetti, animato dalle più caste intenzioni, non par vero di aver riscosso tanto successo.

«Ma quando poi, mentr’egli si infervorava sempre più nella descrizione delle celestiali beatitudini paradisiache e delle rosse fiamme divoratrici dell’Inferno, la bella penitente non pentita si fu accorta che la sua finzione non le fruttava quell’epilogo che ella, scaltra, se n’attendeva, e proruppe, sguaiata, in una risata fragorosa, beffandosi di lui e de’ suoi catechismi, il nostro moralista perdette i lumi, le si avventò contro e violentemente la percosse. Colei, allora, si diede a strillare; accorse una guardia alla quale essa, con esperta improntitudine, snocciolò una filastrocca di fandonie, dicendosi defraudata della dovutale mercede; e poiché il nostro troppo zelante missionario, tradotto la sera stessa davanti ad un segretario di stato, non potè, con le proprie proteste, distruggere le apparenze del fatto, che congiuravano tutte contro di lui, dovette subire fìerissime rampogne e promettere di non perseverare nella conversione delle giovani peccatrici veneziane e di attendere per dedicarsi alle pratiche della sua missione il giorno in cui fosse pervenuto alla lontana località orientale, alla quale era stato destinato

  Francesco Picco
“Il Profeta Mansur”
(Genova, 1915)

PRIMO VIAGGIO NEL LEVANTE
 Nel 1770, approda finalmente nell’isola di Cipro dove si applica nello studio del greco e, presumibilmente impadronitosi dei rudimenti della lingua, ingaggia alcuni marinai affinché lo trasportino fino in Siria. E, con la consueta lungimiranza che sembra contraddistinguere il giovane frate, la ciurma così ingaggiata lo sbarca nei pressi di Latikia dove nottetempo lo alleggerisce di tutti i suoi averi. Di nuovo solo e senza il becco di un quattrino, nella cittadina cipriota si rivolge quindi al preposto turco alle dogane, che si dimostra incredibilmente sensibile alle richieste del missionario, confidando in un pagamento in natura… E al rifiuto dello scandalizzato Boetti, lo denuncia al kadì come sacrilego e bestemmiatore, tanto che il povero fraticello domenicano rischia di finire impalato. Per sua fortuna, il massimo magistrato dell’isola, il Nakib-ül-Esraf che comanda anche la guarnigione dei giannizzeri sull’isola, lo proscioglie da ogni accusa e ne favorisce la partenza.
Poi, bisogna riconoscere che come sempre Giambattista ci mette del suo e si rende protagonista di tutta una serie di episodi boccacceschi…
Ad Aleppo si conquista la benevolenza della comunità greco-ortodossa, irretita dalle prediche di quel religioso cattolico così irrituale. Soprattutto, si guadagna i favori di un ricca signora che lo rifornisce dei quattrini dei quali ha così disperatamente bisogno.
Quindi si trasferisce a Bergik (Bir), un borgo sull’Eufrate, dove per rimpinguare le sue sostanze si mette ad esercitare la professione di medico che tante grane gli ha creato con l’arcigno genitore. Guarisce la figlia del pascià locale, che lo rifornisce di doni e preme per la sua conversione all’islam promettendogli in moglie la figliola. Alla sola idea di accasarsi, il Boetti fugge dalla città a gambe levate.
 Quindi si mette a bighellonare per i borghi a ridosso del Kurdistan (Aintab.. Armusa.. Orfa), alternando prediche e salassi. A Garmusa (Garmungi) rischia il linciaggio. E non certo per motivi religiosi. Mentre si bagna in un torrente, due ragazzine gli fregano i vestiti ed il monaco si mette a rincorrerle per la via principale in costume adamitico, col risultato di rimediare una sonora bastonatura collettiva dagli abitanti del villaggio.
Finalmente, sul finire dell’anno, riesce a raggiungere la Casa delle Missioni di Mossul, dove entra subito in conflitto col reggente, Padre Lanza, che diventerà uno dei suoi più accesi oppositori e che riuscirà a estromettere dalla direzione. In pratica, il Boetti, insofferente ad ogni disciplina, accusa il superiore, pare ingiustamente, di essersi fregato la cassa con i soldi della missione. Intrigante come sempre, riesce a conquistarsi la protezione del pascià di Mossul, presso il quale si recicla come medico esperto. E per non smentirsi rifila intrugli medicamentosi alla popolazione locale, fintanto che non ci scappa il morto. Tratto agli arresti, riesce a sfangare la pena capitale: il pascià gli fa impartire 50 bastonate sulla pianta dei piedi e lo caccia via dalla città. A titolo di risarcimento, lascia che i popolani saccheggino la missione di Mossul.
Boetti trova rifugio dunque nella vicina ad Amadia e poi a Zaku. Con le sue prediche eterodosse (e col favore delle autorità turche che vogliono mettere ordine tra le litigiose chiese cristiane) si assicura il controllo della comunità nestoriana. Quindi, con le protezioni giuste, riesce a rientrare a Mossul e riprendere il controllo della missione. La sua condotta irregolare, le tresche politiche che Boetti va intessendo ovunque, ed il suo sincretismo religioso ai limiti dell’eresia, nonché i guai che ha causato all’Ordine domenicano, provocano il suo deferimento al cardinale Giuseppe Maria Castelli, prefetto di Propaganda Fide, che ne ordina il pronto rientro in Italia ed il ritiro definitivo nel convento di Ferrara.
Bisogna anche dire che Boetti ha una propensione tutta particolare per cacciarsi nei guai… Ripreso servizio come medico presso il pascià di Mossul, viene accusato di aver sedotto la figlia del governatore turco che è incinta. E questo, più di ogni altra cosa, favorisce la rapida partenza del frate ribelle. Comunque sia, e nonostante tutto, Boetti è riuscito a protrarre la sua permanenza nelle province orientali dell’Impero Ottomano per circa un decennio, costruendosi una fitta rete di protezioni ed amicizie importanti quanto trasversali, tra ufficiali turchi, emissari europei e capi religiosi locali.

SECONDO VIAGGIO NEL LEVANTE
 Rientrato in Europa, il monaco non sembra trovare pace: viaggia in lungo e largo, intesse amicizie e relazioni diplomatiche. Quindi, senza aspettare autorizzazioni né permessi, riprende la via per l’Oriente… forse come spia (difficile dire se al soldo dei francesi, del governo sabaudo o di quello veneziano)… forse come mistico esaltato… sicuramente come avventuriero.
In tutto questo tempo, ha elaborato una sua personalissima teologia e vaghe idee di riforma universale, che non tarderanno a dare i loro frutti…
Intorno al 1781 è di nuovo in Siria: fa tappa ad Alessandretta, ad Aleppo, ed infine ad Urfa (Orfa) dove prende servizio come medico presso il governatore turco, Manhed Bey, fino a diventarne il segretario personale ed il tesoriere. Con la protezione del pascià, riesce a prendere il controllo delle comunità cristiane della città, divenendo vescovo della Chiesa Giacobita, nonostante le lettere di scomunica che giungono da Roma.
Con la caduta in disgrazia del suo principale protettore, Manhed Bey, l’intraprendente monaco è costretto a lasciare Urfa. Si rifugia nientemeno che nella capitale imperiale, Costantinopoli, dove può contare sull’appoggio influente dell’ambasciatore francese, del console sardo, e di non pochi religiosi del suo stesso Ordine. Già che c’è, ne approfitta per imparare il pharsi (la lingua persiana) e tirar su quattrini: come medico, chimico, e come seduttore di ricche dame.
Con ogni probabilità, in questo periodo Boetti intraprende la sua attività di spia ed agente al servizio delle monarchie europee, ed in particolar modo dell’Impero russo… Prende contatti con i ministri dell’entourage del Sultano. Travestito da mercante armeno, compie soventi viaggi in Armenia, nel regno della Georgia, in Mesopotamia e soprattutto in Persia. Complotta con il pascià di Trebisonda. In Siria si fa beccare mentre traccia disegni delle fortificazioni e prende appunti sulle difese di Damasco. Arrestato, viene incredibilmente rilasciato dalla polizia militare ottomana, a dimostrazione che il Boetti ha amici potenti e soldi per corrompere i funzionari locali.
Quest’ultima disavventura deve però aver fatto saltare le coperture del Boetti, che da quel momento inizia a scalpitare per rientrare in Italia ed essere riammesso nei ranghi dei domenicani.
Mosso da opportunismo, nostalgia di casa, o pentimento, Boetti rientra in Italia deciso a raggiungere Roma e prostrarsi direttamente ai piedi del papa, per chiederne il perdono nella sua ennesima crisi mistica. Ci ripenserà presto.
Infatti si rifugia a Napoli. Quindi riprende i suoi pellegrinaggi ed arriva fino a Vienna, dove riceve la lettera del Generale dei Domenicani col perdono ecclesiastico, a patto di rientrare e ritirarsi immediatamente in convento. Finalmente, dopo un biennio intensissimo, nel 1782 Giambattista Boetti si ritira nel convento di Trino Vercellese. In questo periodo pare abbia svolto importanti servigi anche per conto del Regno di Sardegna.
In convento però Boetti ci resiste poco: litiga coi confratelli, viene alle mani con un sagrestano, e colleziona ammonizioni in serie.

«Accadde un giorno che, predicando egli davanti ad un folto pubblico, fu invaso da una febbrile esaltazione. Ed ecco che d’un tratto scorda il Santo ed il suo panegirico e in un linguaggio iperbolico, con potenza fascinatrice di imagini, fa sfoggio delle mille e disparate cognizioni esotiche accumulate in tanti anni di viaggi in paesi strani e diversi, narra, acceso in volto, contorcendosi e dimenandosi […] con parola ardente, inspirata a profondo sensualismo

  Francesco Picco
“Il Profeta Mansur”
  (Genova, 1915)

E infatti depone nuovamente la tonaca e ricomincia i suoi viaggi, con quali intenzioni non è possibile sapere. Probabilmente vuole riprendere il suo ingaggio come spia internazionale.

TERZO VIAGGIO NEL LEVANTE
Nel 1783, come una trottola impazzita, viene avvistato ovunque: in Francia, in Spagna (da Alicante a Cadice), in Inghilterra, in Germania (ad Amburgo), ed a Pietroburgo in Russia dove probabilmente viene reclutato dalla zarina Caterina II.
Nel 1784 è a Mosca, ma si rimette presto in viaggio alla volta della Persia. Segua la linea del Volga passando per gli antichi khanati di Astrakan e Kazan. Poi tra i monti del Caucaso arriva in Georgia. Raggiunge la penisola di Crimea e poi Costantinopoli. Ancora una missione in Polonia e nuovamente a Costantinopoli.
Almeno questo è quanto riportano i suoi biografi, a digiuno di verosimiglianza. Sono migliaia di chilometri macinati in meno di due anni. Oggettivamente troppo e umanamente impossibile, considerando i tempi di percorrenza nel XVIII secolo; specialmente se si pensa che i viaggi di Boetti si sarebbe compiuti in alcuni dei territori più aspri e con la peggiore rete viaria del mondo allora conosciuto. Ma, come vedremo, non si tratta delle uniche incongruenze.

LA FOLGORAZIONE
Comunque stiano le cose, a Costantinopoli i turchi lo tengono sott’occhio. Tra l’altro, pare che Boetti abbia speso una fortuna in armi e munizioni, che importa di contrabbando lungo le rotte del Mar Nero.
All’inizio del 1785, Boetti lascia Costantinopoli e parte con una lunga carovana alla volta di Erzerum in Armenia e poi, sembra, in Persia. Del suo seguito fanno parte tre europei: il francese Cleofa Thévenot; il napoletano Camillo Rutigliano; e l’ebreo tedesco Samuel Goldemberg. Ma c’è anche tale Tabet Habib, un ricco mercante di Scutari (in Albania) dove pare faccia l’usuraio e traffica in merci che importa dalla Persia; forse è egli stesso un emissario dello Shah.

“…riposto piede in Persia la percorre in lungo e in largo, e indi fìssa sua stanza in Amadia nel Kurdistan, ove, appigionata una casa, si tappa dentro, né vi esce per lo spazio di ben novantasei giorni […] I suoi atti ci svelano l’esistenza nel suo spirito e una crisi nata dal contrasto tra le sue aspirazioni religiose e un’insaziata, petulante, smania di predominio.”

Boetti si trasferisce quindi ad Amadia, in Kurdistan, che pone come base stabile del suo dominio personale, dove si atteggia a profeta e riformatore religioso. Quindi inizia la sua predicazione infervorata, conquistando nuovi fedeli anche grazie a qualche trucco da prestigiatore.

UNA NUOVA RELIGIONE
In un singolare sincretismo religioso, esasperato da una certa povertà teologica, Giambattista Boetti elabora un immaginoso miscuglio di cristianesimo e di islamismo, di deismo e di utopismo illuministico (Giuseppe De Caro) che, nelle ambizioni del predicatore, si propone di condensare in un unica fede le tre principali religioni monoteiste, attraverso l’eliminazione delle forme esteriori del culto, della casta sacerdotale, e la cancellazione dei principali dogmi: dalla Trinità al valore del battesimo e dei sacramenti; dal Ramadan alla circoncisione per i musulmani; attraverso la negazione del peccato e dei castighi ultraterreni e della natura divina del Cristo.
Francesco Picco, autore della biografia che in massima parte citiamo, liquida così la nuova fede che:

«..appare come un complesso di dottrine caotiche, frutto d’una mente invasata da sogni smisuratamente ambiziosi, irretito nei lacci di un morboso e strano misticismo

 [“Il Profeta Mansùr”. Genova, 1915]

Giambattista Boetti elabora altresì una ‘regola’ religiosa, strutturata in 24 punti…
Sono delitti gravissimi, passabili di morte, la preghiera, l’adulterio, i voti religiosi, ed il tradimento.
Sono leciti invece il suicidio e, purché consensuali, la fornicazione e perfino l’incesto.
In sintesi, questi sono i ‘comandamenti’ del santone piemontese, espressi in un cattivo francese dalla sintassi incerta e così riassumibili:

1) Non avrai che un solo Dio, che adorerai in spirito e verità; tutti i culti esteriori l’offendono.

2) Dio è indivisibile. Non ne esiste che uno e non è affatto trino.

3) Cristo è stato un uomo giusto e santo. È stato un profeta così come altri lo sono.

4) C’è una ricompensa per i fedeli e una punizione per i malvagi, che però non può essere eterna.

5) È un crimine vergognoso pregare e ringraziare l’Onnipotente.

6) Tutti gli uomini si salvano se sono giusti, a prescindere dalla loro religione.

7) Le gioie del paradiso non sono altro che una eterna privazione di ogni male.

8) Il mondo dacché esiste non finirà mai.

9) I sovrani sono l’immagine di Dio, fintanto che sono come devono essere.

10) L’adulterio è un gran crimine.

11) La fornificazione non può essere per forza considerata un peccato.

12) L’omicidio è un’ingiustizia punita da Dio e dagli uomini.

13) L’incesto è una cosa naturale e non può essere peccato.

14) Il furto è peccato, a meno che non sia compiuto per estrema necessità.

15) Il Battesimo e la Circoncisione sono due cerimonie ridicole.

16) I voti fatti nell’ambito di qualsiasi religione sono passabili delle più temibili punizioni.

17) Il Papa ed il Muftì sono degli impostori.

18) È lecito uccidere se stessi in determinate occasioni.

19) È gravissimo peccato mancare alla parola data.

20) I codardi, i poltroni, gli avari devono essere privati della loro dignità, delle loro ricchezze ed essere costretti a lavorare nei campi.

21) Una donna sorpresa in adulterio dovrà essere lapidata.

22) Una ragazza non maritata può fare ciò che vuole del proprio corpo, giacché ne è l’unica padrona.

23) I traditori vanno uccisi.

24) Si può amare Dio in tutti i modi possibili.

Tra le popolazioni montanare del Kurdistan e dell’Armenia, le idee professate da Giambattista Boetti, vuoi per un certo carisma personale, vuoi per la condotta ascetica, vuoi per un certo prestigio e l’intelligente rete di relazioni tribali che ha saputo costruirsi nel decennio precedente, riscuotono un insperato successo. Attorno a lui si radunano seguaci da ogni parte, arrivando a costituire un piccolo ma agguerritissimo esercito personale.

«Le audacie velate di mistero, hanno sempre una forte presa sulle turbe: questi suoi modi inusati gli procacciano infatti numerosi aderenti. C’è perfino un danaroso signore del paese, che gli offre in segno d’omaggio la propria figliuola in isposa, ma egli prudentemente la rifiuta, limitandosi, secondo il solito, ad accettarne le sostanze. Ricco così di fedeli e di quattrini, spiega al vento lo stendardo di guerra e proclamando di voler instaurare una radicale riforma della religione, annunzia con altezzosa spavalderia la marcia su Costantinopoli per porre su quel trono un principe fedele osservatore della legge umana e divina. Sceglie pertanto, con occhio esperto, tra il codazzo dei seguaci, novantasette uomini dal cuore intrepido, e con questa Compagnia della Morte si accampa al confine ottomano, sbaraglia qualche agà che gli si fa incontro, e si inoltra in territorio turco.»

F.Picco “Il Profeta Mansùr” (pag.51)

È l’inizio di una vera e propria ‘guerra santa’…

L’INVASIONE DELLA GEORGIA
 Il nuovo profeta pretende obbedienza assoluta; è inflessibile con chi trasgredisce le sue regole ed esegue di persona le sentenze capitali, strangolando i colpevoli con le sue stesse mani.
Per consolidare il proprio potere, inizia ad attaccare ed imporre tributi a villaggi e città della regione: Zaku… Zapur… Kutom… Tukti… Tativan… Erzerum… Sconfigge i signorotti locali e sbaraglia gli esigui contingenti turchi. In uno di questi scontri sconfigge le truppe che presidiano il borgo di Akeska, sul confine georgiano, che imprudentemente hanno lasciato la loro posizione fortificata per marciargli contro. La vittoria gli vale l’appellativo di Al Mansùr, il Vittorioso.
Il malcontento nei confronti dell’inefficiente amministrazione ottomana e soprattutto la prospettiva di bottino, ingrossano a dismisura le milizie del Boetti che, secondo un calcolo sicuramente esagerato, costituirebbero ora un’armata di 37.000 guerriglieri con i quali si rivolge contro il debole regno caucasico della Georgia, un’enclave cristiana indipendente.

«Stabilisce di penetrare nella Georgia, dove, sotto il protettorato della Russia (trattato di Kainargé, 1774) regna il principe Eraclio. Costui, di fronte all’inattesa irruzione di queste orde infiammate di bellico furore dalle parole del Profeta, esce in campo con le proprie soldatesche miste a non pochi soldati russi e si dirige contro quelle del Mansùr distribuite in quattro corpi distinti, a uno dei quali sta a capo il Boetti in persona.»

 F.Picco – “Il Profeta Mansùr”

 E tale dato viene comunemente accettato. Invece, una premessa è d’obbligo giacché le fonti pseudo-storiche che narrano le gesta di Giambattista Boetti, benché unanimi (in realtà si scopiazzano l’una con l’altra), si fanno incerte e, senza riferimenti precisi, tendono a sovrapporre gli eventi storici confondendo i singoli accadimenti. Boetti, come una sorta di Zelig guerriero, inizia ad assumere più identità esattamente come, contro ogni discrepanza, gli era stata attribuita in passato una specie di ubiquità che lo rendeva presente ovunque ed in nessun posto.
Con ogni probabilità, Boetti-Mansùr non ha mai attaccato in forze la Georgia, limitandosi più verosimilmente a taglieggiare i villaggi di confine con rapide scorrerie, alla stregua di un qualunque brigante di frontiera.
Secondo i suoi biografi G.B.Boetti, alias Mansùr, avrebbe invaso la Georgia con un’armata di quasi 40.000 uomini (come supportasse, senza un’intendenza militare, la logistica ed i vettovagliamenti resta un mistero), intorno al 1785, sbaragliando le truppe georgiane e russe al comando del re Eraclio II. L’invasione sarebbe culminata col saccheggio della capitale del regno, Tiflis (ovvero Tblisi), la morte di 22.000 georgiani e la vendita di altri 10.000 come schiavi a Costantinopoli. Il monaco guerriero avrebbe poi ingrossato le fila del suo esercito con l’incredibile numero di 80.000 guerrieri, radunando circassi, tartari, armeni, curdi, rinnegati turchi e georgiani.
Quasi certamente la presunta invasione della Georgia, effettuata dal Boetti-Mansùr nel 1785, viene confusa col devastante attacco persiano dello spietato Agha Muḥammad Khān Qājār, il crudele eunuco divenuto Shahanshah (Re dei Re) della Persia, avvenuta però dieci anni dopo le gesta attribuite a Boetti. Di sicuro, la grande vittoria del profeta viene confusa con la battaglia di Krtsanisi (Settembre 1795). C’è inoltre da aggiungere che il contingente russo, alleato coi georgiani, era tutt’altro che “numeroso”: due battaglioni di fanteria con quattro batterie di artiglieria da campo.

 Stando piuttosto alla “Relazione”, ovvero il diario personale che si presume Boetti abbia scritto di suo stesso pugno, pare si sia accampato con le sue bande per oltre un mese ed a pochi giorni di marcia dalla città marittima di Smirne, cazzeggiando in interminabili tatticismi con un’ambasceria del Sultano. Per le trattative, assume un segretario greco, probabilmente una spia della Sublime Porta, che pensa bene di tradirlo e far ritorno a Costantinopoli non prima di sottrarre al Boetti-Mansùr (che in minchioneria non è secondo a nessuno) una bella schiava circassa, una cassa di preziosi, ed il famoso diario di memorie che infatti porta come ultima data il 28/10/1786.
A complicar le cose, nella Relazione in francese, Mansùr viene però descritto in terza persona:

«Assunto pertanto il titolo di Sheik-Oghan-Oolò,strano nome che a noi riesce, salvo nella prima parte che significa capo o sceicco, indecifrabile, ricevuta da Costantinopoli, per la via d’Off, porto del mar Nero, ragguardevole copia di munizioni e di cannoni da campagna, egli mutò di nuovo direzione alla sua marcia, dirigendosi ora verso la Georgia. Rimane pure oscuro come egli sia riuscito ad avere presso di se ingegneri e fonditori europei; ma è assodato ch’egli ne ebbe nel suo campo un bel numero, Mangia sei volte al giorno il cibo preparatogli non già dal suo cuoco, ma da una donna cinquantacinquenne; preferisce alla carne i legumi; non beve ne vino, ne liquori, è gran fumatore di tabacco; veste più alla persiana che alla turca; nel prender riposo giace vestito “sur un sophà et il ne conche que tout seul”. Ha molte persone al suo servizio, ma non si vale che di tre uomini assai attempati. Le sue donne abitano lontano da lui, ed egli non le visita giammai da solo; le fa servire da schiave more: non le sorveglia per mezzo di eunuchi; ma anzi loro concede libertà di andarsene quando a loro piaccia e di unirsi a chi loro meglio talenti. Ama molto la caccia e la pesca, si esercita all’arco ed alla freccia, slanca ogni giorno cinque o sei cavalli. La sua generosità è grande, il suo cuore pietoso, il suo corpo infaticabile. Ha aspetto nobile e assai piacente; portamento maestoso, sguardo fiero e al tempo stesso dolce; legge nel cuor degli uomini senza ingannarsi, ha cure amorose per la sua barba, che non è troppo lunga e termina in punta […] Fedele osservatore della sua parola, esige dagli altri pari fedeltà; rigido e scrupoloso nell’adempimento dei suoi doveri, non permette alcuna rilassatezza. Con straordinario sangue freddo sa commettere, senza scomporsi, le più buone e le più malvagie cose

LA GUERRA CONTRO I RUSSI
 Nel conflitto con l’Impero zarista, la confusione si fa totale e la figura mitizzata di Giambattista Boetti alias Profeta Mansùr, alias Sheik Oghan Oolò, arriva ad identificarsi e fondersi con il leader della rivolta cecena Shaykh Mansur Ushurma.
Nel Marzo del 1785 il comandante russo della guarnigione nella fortezza caucasica di Vladikavkaz invia dispacci allarmati sull’attività di un “falso profeta” di origine straniera, spalleggiato dal governo ottomano, che dalla regione di Kabarda (l’odierno Cabardino-Balkaria) con bande di Circassi, Daghestani e Calmucchi, sta organizzando scorribande armate nei territori della Cecenia e dell’Ossezia, spingendo le incursioni fino in Georgia.
A tamponare la minaccia, viene inviato (curiosità della Storia!) un altro italiano: il colonnello Nicola De Pieri, che opera al servizio degli zar, al comando di un corpo di spedizione russo, forte di circa 2.000 soldati imperiali, per conto del generale e ammiraglio Fëdor Apraksin, virtualmente responsabile del comando militare per i territori del Caucaso.
Il col. Pieri ed il suo reggimento raggiungono il villaggio ceceno di Aldy, dove si presume che Mansùr abbia la sua base e del quale asserisce di essere originario. Trovato l’abitato deserto, i russi lo danno alle fiamme. Invece di attendere i rinforzi e muovere con prudenza, come pare gli fosse stato raccomandato, il colonnello italiano si lancia con truppe esigue alla caccia dei ribelli, andando incontro ad una sonora sconfitta sulle rive del fiume Sunža (Sunja), agli inizi di Giugno. Nella battaglia lo sfortunato comandante lascia sul campo più di 600 soldati, svariati prigionieri, e si salva a stento insieme ad un centinaio di sopravvissuti ed una manciata di pochi ufficiali (sette per l’esattezza), segnando una delle peggior sconfitte che l’esercito regolare di Caterina abbia mai subito. Paradossalmente, questa contro l’italiano De Pieri è l’unica vera vittoria che Boetti-Mansùr-Ushurma potrà vantare in tutti i suoi sei anni di guerra contro i Russi.

Anno 1786, il principe georgiano di Gori versa un tributo per evitare rappresaglie, mentre l’agha curdo di Bitlis viene duramente sconfitto in battaglia dopo aver tentato di respingere le razzie di Mansùr. Le truppe imperiali del generale Apraksin non riescono ad aver ragione dei ribelli e, non abituate alla guerriglia, cadono in continue imboscate.
Nel 1787, il comando passa al principe Grigorij Aleksandrovič Potëmkin (prorio quello della famosa corazzata). Negli anni successivi di guerra, che nel frattempo si allarga all’Impero ottomano, il profeta Mansùr è respinto ovunque. Mentre il generale Tekkeli fa terra bruciata delle basi dei ribelli, Mansùr occupa la fortezza turca di Anepa, la quale viene posta sotto assedio dall’esercito russo che la cannoneggia a distanza, senza esporsi ad inutili rischi e falcidiando a migliaia i seguaci del profeta che non si rassegnano alle sortite suicide.
Nel 1791 Mansùr si arrende al generale Gudovich che assedia Anepa e condotto a San Pietroburgo al cospetto della zarina Caterina che però non lo fa giustiziare.
 Chiunque fosse, Mansùr, ovvero Boetti, o forse Sheik Ushurma, non tornerà mai in Piemonte ma concluderà i suoi giorni in un monastero sull’isola di Solovetskij nel Mar Bianco, dove muore il 15/09/1798. Per altri l’anno della sua scomparsa è invece il 1794. Difficile resta capire quale dei vari personaggi fosse davvero quello reale.

“Il cerchio si chiude; egli rientra nell’ombra del chiostro donde era uscito dietro la lusinga di fallaci miraggi di gloria. La sua esistenza irrequieta si spegne nell’oblio e con lui cade il potere effimero del suo nome, che non aveva fondamento saldo e durevole, ma si reggeva soltanto sul fanatismo ignorante de’ suoi seguaci.”

BIBLIOGRAFIA:

Francesco Becattini: “Istoria politica ecclesiastica e militare del secolo XVIII”. Vol.VII, Milano 1798, pp. 68 s., 75, 227 s.; “Vita e fasti di Giuseppe II d’Austria”, Lugano 1829, III, pp. 173 s.
M. le comte de Ségur: “Mémoires ou souvenirs”, V, Turin 1829, pp. 129 s., 152.
E. Ottino: “Curiosità e ricerche di storia subalpina”,Torino 1876, pp. 329 ss.
A. D’Ancona: “Viaggiatori e avventurieri”, Firenze 1911-1912, pp. 433-450.
P.Dionigi Damonte: “Il profeta Mansur”, Moncalvo 1882.
A.G. Cagna: “Mansùr”, Casale 1897.
Francesco Picco: “Un avventuriero monferrino del secolo XVIII (Padre G. B. B. detto il Profeta Mansur)”, in “Rivista di storia, arte, archeologia della prov. di Alessandria”, numero X (1901), pp.23-107 (ristampato a parte: “Il Profeta Mansur”, Genova 1915).
L. Gabotto: “Una singolare figura di Monferrino”, (1938).
Robert C. Melzi: “The conquering monk, Giovanni Battista Boetti: the story of Al Mansur, an eighteenth-century Italian cleric who conquered Chechnya and Daghestan”. Chapel Hill, 2005.
Alexandre Bennigsen: “Giovanni Battista Boetti (1743-1794) che sotto il nome di profeta Mansur conquistò l’Armenia, il Kurdistan, la Georgia e la Circassia e vi regnò sei anni quale sovrano assoluto”. Oemme, 1989.
Gianni Marocco: “Giovan Battista Boetti: realtà o mistificazione? Contributo ad una questione irrisolta”. Studi Piemontesi, vol. X, fasc.2 (Nov.1981).
Senza fonte: “Giambattista Boetti. Il Piemontese diventato profeta Mansùr medico occasionale e conquistatore effimero” (1955).

Una bibliografia completa la trovate comunque QUI (a dispetto del disclaimer, il sito è innocuo).

Homepage