Archivio per Antonio Manganelli

Lo Spirito dei Tempi

Posted in Masters of Universe, Ossessioni Securitarie with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 luglio 2011 by Sendivogius

In questi giorni, ricorre il decimo anniversario dei fatti di Genova: stesso premier, stessi ministri, stessi personaggi, stessa opposizione inconsistente di oggi. Si aggiungano, all’epoca, i contributi di un sopravvalutatissimo Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, più pavido che assente, il quale coi suoi silenzi e con le sue rapidissime firme legislative, accompagnate (si dice) da costante “irritazione” (che, se mai ci fu, rimase sempre privata), rese possibile il consolidamento dell’eccezione berlusconiana.
Gli eventi inauditi, che contraddistinsero il mattatoio genovese del Luglio 2001, costituiscono a tutt’oggi un buco nero della democrazia. A suo tempo, ne avevamo accennato QUI.
Soprattutto, rappresentano un black-out nello Stato di diritto, reso possibile dall’acquiescenza istituzionale e dalla sospensione delle garanzie costituzionali (che infatti si vogliono riscrivere), tramite i consueti meccanismi di una omertà di Stato che, dalla strategia della tensione alle stragi di mafia, sembra caratterizzare la storia politica dell’Italia repubblicana.
Si potrebbe persino ipotizzare che il G-8 del 2001 sia stato, a suo modo, il preludio di una nuova strutturazione del “potere” accentrato su base autoritaria per una conduzione individuale e supra legem del medesimo, che sacrifica il principio di legalità in favore del principio di necessità, più funzionale a nuove legislazioni speciali e all’accorpamento di funzioni straordinarie, slegate da vincoli e controlli…
In tale ottica, l’intervento repressivo di matrice poliziesca si potrebbe persino interpretare come un prova muscolare, per saggiare le eventuali resistenze al nuovo assetto incipiente. Certo è che trovò esecutori fanaticamente zelanti e oppositori remissivi del tutto impreparati; tant’è che le violenze di Genova contribuirono ad intimidire le istanze alternative e sopprimere le contestazioni ai nuovi assetti macroeconomici e geopolitici, imposti dai “Grandi” del pianeta.
C’è tuttavia da obiettare che ciò implicherebbe una intelligenza politica troppo sofisticata ed una pianificazione strategica troppo elevata, con ogni probabilità, fuori dalla portata degli organizzatori e degli esecutori materiali delle brutalità, perpetrate però con gusto e reiterate con sadico divertimento, a dispetto di una catastrofica gestione tattica, dai cosiddetti “tutori dell’ordine” evidentemente entusiasti di poter dare una lezione ai ‘rossi’ e forti delle più alte coperture nella certezza dell’impunità.
 Diciamo che gli accadimenti di Genova sono stati una sorpresa anche per noi: che la fascistizzazione delle forze di polizia fosse una realtà compiuta, era un fatto fin troppo evidente (il filtro funzione bene fin dai tempi di Scelba e Taviani); che però, oltre all’impreparazione, fosse così numerosa la presenza in organico di potenziali psicotici, in effetti ci ha stupito.
A giudicare dalle cronache degli ultimi anni, sembra che le cose non siano cambiate. Anzi!
Lo testimoniano le vicende inerenti la tragica fine di Aldrovandi, Rasman, Bianzino, Sandri, Cucchi.. tanto per citare i casi più gravi dove c’è scappato il morto per “tragica fatalità”. Ma abbondano gli episodi minori.
E se la maggior parte dell’organico in servizio è costituito sicuramente da persone degnissime, di eccezionale umanità e di rara sensibilità democratica, servitori indefessi dello Stato, che rischiano la vita per mille euro al mese etc. è pure vero che qualche piccolo problema nell’ambito della selezione e della formazione del personale operativo deve essersi pur verificata…


Fortunatamente, sull’annosa questione la vigilanza dei vertici è massima, né conosce indugi di sorta o reticenze interessate.

Per questo non ci stanchiamo mai di citare la lettera che l’attuale Capo della Polizia scrisse piccato al quotidiano La Repubblica onde ribadire il suo ruolo di controllore e garante responsabile, nell’evidenza dei fatti:

Caro Direttore,
Leggo che Repubblica si aspettava (anche) dai vertici della Polizia segnali di fedeltà alla Costituzione. Il vertice della Polizia è uno solo. Sono io. Credo perciò di doverle una pacata spiegazione. Metterei intanto da parte il richiamo alla fedeltà alla Costituzione che è assai suggestivo mediaticamente, ma anche questione troppo seria per essere messa in discussione dalla vicenda che trattiamo. Oltre 150 anni di storia, i nostri morti e il lavoro diuturno per il bene dei cittadini di migliaia di persone sottopagate onorano la Costituzione ogni giorno. Non credo perciò che nessuno abbia bisogno di essere rassicurato sulla fedeltà alla Costituzione delle forze di polizia.
Credo invece, e sono d’accordo con Repubblica, che il Paese abbia bisogno di spiegazioni su quel che realmente accadde a Genova. L’Istituzione, attraverso di me, si muove e si muoverà a tal fine senza alcuna riserva, non attraverso proclami via stampa, ma nelle sedi istituzionali e costituzionali.
Si muove, e si muoverà, inoltre, con i fatti. Dall’inizio del mio mandato, ad esempio, mi sto adoperando per approfondire, e anche correggere, tutte le modalità di intervento “in piazza” anche avviando la costituzione della prima scuola di polizia per la tutela dell’ordine pubblico che sarà inaugurata il prossimo 3 dicembre. Abbiamo ai vertici dei reparti, investigativi e operativi in genere, persone pulite. Dal luglio dello scorso anno, io sono il loro garante e mi assumo, come ho già fatto, la responsabilità per gli errori che possano commettere.
Caro direttore, sto scrivendo l’ultimo capitolo della mia storia professionale e non lo macchierò certo per reticenza, per viltà o per convenienza.

 Antonio Manganelli
 (16 novembre 2008)

Si sa poi che le intenzioni non collimano sempre con le azioni…
Sono passati quasi 3 anni dalla lettera e ben 10 dai fatti contestati. A Roma, ci si chiederebbe se il gatto non gli abbia mangiato la lingua.
Nel frattempo i principali protagonisti nella conduzione dell’ordine pubblico, ai tempi del famigerato G8 di Genova, hanno fatto carriera:
Il prefetto Giovanni (Gianni) De Gennaro, che all’epoca del G-8 era Capo della Polizia, il 17/06/2010 si è visto condannare in appello per istigazione alla falsa testimonianza nelle indagini inerenti ai fatti del G8 di Genova e in particolare per il feroce pestaggio alla scuola Diaz.
Attualmente, dirige il DIS (Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza) che vigila per conto della Presidenza del Consiglio sulle attività dei servizi segreti militari e civili.
Francesco Gratteri, che durante il G8 era capo dello SCO, è stato condannato in appello a 4 anni di reclusione e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Per il momento, è a capo della Direzione Anticrimine Centrale, dopo aver gestito l´Antiterrorismo ed essere stato questore di Bari.
Giovanni Luperi, ex numero due dell´Ucigos, condannato in appello a 4 anni di reclusione e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, è diventato capo del Dipartimento analisi dell’AISI (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna), l´ex SISDE.
Gilberto Caldarozzi, terzo imputato eccellente per l´assalto alla scuola Diaz (e per questo condannato in appello a 3 anni e otto mesi), era diventato il numero uno dello SCO ed è poi stato promosso dirigente superiore “per meriti straordinari”, legati alla cattura di Provenzano.
Vincenzo Canterini, ex comandante del I°Reparto Mobile della Celere di Roma, unità sospettata di essere autrice delle violenze più gravi, è stato condannato in appello a 5 anni. Nel frattempo, è diventato questore e rappresenta l´Italia come ufficiale di collegamento dell’Interpol a Bucarest.
Spartaco Mortola, nel 2001 capo della Digos genovese, condannato a 3 anni e otto mesi, è diventato vice-questore vicario a Torino.
Altri due dirigenti della Polizia, Il vice-questore Pietro Troiani, all’epoca responsabile della logistica ed il suo assistente Michele Burgio, sono stati condannati a tre anni e nove mesi in appello. Entrambi sono accusati di aver introdotto le famose bottiglie molotov all’interno della scuola Diaz onde poterne poi millantare la scoperta e giustificare l’irruzione.
Anche Michelangelo Fournier, che parlò di “macelleria messicana” ma che fu accusato di essere tra i più determinati protagonisti del blitz, è diventato un alto funzionario della Direzione Centrale Antidroga.
Mai imputato invece il responsabile delle pubbliche relazioni, Roberto Sgalla, che alla Diaz parlò di «ferite pregresse» dei ragazzi massacrati lungo i corridoi della scuola. Il dott. Sgalla, dopo aver ricevuto il premio “Comunicazione pubblica” dal Salone europeo della comunicazione di Bologna, è diventato capo della polizia Stradale.


Nella fattispecie, le accuse rivolte agli alti funzionari coinvolti contemplano anche falsa testimonianza, verbali contraffatti, lesioni gravissime, arresti illegali…
Se queste sono le imputazioni attribuite ai capi che impartiscono gli ordini, poi non si può di converso biasimare la condotta della “truppa”.
 Comunque, tutto è bene quel che finisce bene, dal momento che le condanne non avranno probabilmente alcun effetto, visto che sono destinate a cadere quanto prima in prescrizione.
Cofidiamo pertanto che S.E. il dott. Manganelli possa essere sicuro “garante” per gli eventuali errori futuri, poiché in merito a quelli recentemente passati, nonostante i buoni propositi espressi a parole, la sbandierata “collaborazione” non è che si sia tanto vista… o quantomeno deve essere sfuggita all’attenzione dei più!
Del resto, il contributo della stessa magistratura è stato assai lodevole, visto i tempi biblici di giudizio, grazie allo smarrimento del tutto casuale di qualche centinaio di fascicoli che molto ha contribuito al proscioglimento di parte degli inquisiti [QUI] ed alla prossima prescrizione degli altri.
Giustizia è fatta!

Homepage

LICENZA DI UCCIDERE

Posted in Masters of Universe, Ossessioni Securitarie with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 luglio 2009 by Sendivogius

 Il ‘cretino’ con la pistola

  “Sono un cretino, non un Rambo. Sono solo una persona che ha creduto di fare il suo dovere. Non ho mai preso la mira, lo ripeterò sempre. Non sono un pazzo che rischia di colpire un’auto di passaggio: c’era un’autostrada di mezzo. I giornali mi avevano già condannato: in questo paese non c’è giustizia. Sono i prepotenti, i forti, quelli che sanno parlare bene, sanno raccontarti e rigirarti, ad avere la meglio. Non gli ignoranti morti di fame come me. Le persone oneste che hanno rispettato le leggi non valgono niente. Antipatica la mia voce, il mio accento meridionale e anche il mio cognome, Spaccarotella. Tutti hanno visto in me l’uomo forte che ‘spacca’, che uccide. Invece io sono un padre, un marito e un figlio”
  (Luigi Spaccarotella)

Nella sua nota auto-assolutoria, l’agente Spaccarotella ha dimenticato di aggiungere l’unica cosa che conti davvero… una condanna per omicidio (colposo) “aggravato dalla previsione dell’evento”.
Tecnicamente, Luigi Spaccarotella è un ‘assassino’. Ma lui, al massimo, si reputa un “cretino”: un tipo un po’ imbranato che ha combinato una marachella. Nella fattispecie, ha solo sparato in testa ad un ragazzo di venticinque anni (un pericoloso Ultras! Un terrorista!).
Per la ‘Giustizia’ italiana, la vita umana ha un valore variabile… molto dipende dall’abito che indossi. Meglio se si tratta di una divisa. Per esempio, la vita di Gabriele Sandri (ammazzato l’11 Novembre 2007) vale 6 anni, certamente non di carcere giacché le uniche sbarre, che l’eroico Spaccaretella vedrà, sono quelle della porta girevole dietro la quale si fa ritrarre nella foto.
Luigi Spaccarotella

Una porta girevole come quella dei tribunali, da dove entri ed esci come se nulla fosse, collezionando pene senza certezza, con la stessa efficacia delle “grida” manzoniane.
Quello che più irrita, nella sua stucchevole indisponenza, non è il fatto che il sig. Spaccarotella, agente della Polstrada, abbia impugnato l’arma d’ordinanza con entrambe le mani per prendere meglio la mira, come dichiarato da ben 5 testimoni oculari sotto giuramento.
Non è il fatto che gli altri tre colleghi dell’agente imputato, presenti sul posto, non abbiano invece visto o sentito nulla.
A sconcertare, non è il fatto che i bossoli esplosi siano immediatamente scomparsi dalla ‘scena del crimine’, eliminando un prezioso elemento probatorio a riprova che Spaccarotella ha sparato due volte. Dunque, l’agente non ha esploso un solo colpo di avvertimento in aria, come invece sosteneva prima della deposizione dei testimoni. Questo proiettile, per misteriose e imperscrutabili Leggi della Fisica (conosciute solo dai legali del poliziotto) avrebbe dovuto compiere un tortuoso giro parabolico, avvitandosi in una spirale, fino a colpire l’auto sulla quale viaggiava lo sfortunato Sandri, a causa di strane deviazioni aeree.
A irritare, non sono la miriade di versioni contraddittorie depositate dalla difesa: Spaccarotella è inciampato ed ha sparato accidentalmente (sembra che tra il personale in servizio armato ci siano seri problemi di deambulazione!). Successivamente deve averci ripensato, sostenendo in aula di:

aver alzato istintivamente il braccio ed è partito un colpo

All’inizio, ad alzarsi è stato un braccio solo, finché (“forse”) si è aggiunto anche l’altro. E il colpo è esploso involontariamente, mentre correva, perché lui neanche lo sapeva di impugnare la pistola:

Non mi sono reso conto di avere la pistola in mano mentre correvo. Ho fatto un gesto come per indicare, come per dire ‘sti stronzi… e ho sentito il botto

Anzi no! Luigi Spaccarotella ha sparato da fermo, ma senza prendere la mira:

Ho visto che erano saliti in macchina e mi sono fermato. Poi ho fatto un gesto come per indicarli. Mi sono reso conto di aver sparato quando ho sentito il colpo

Evidentemente, l’agente Spaccarotella deve essere affetto da una insolita forma di sonnambulismo diurno: estrae la sua Beretta dalla fondina; libera la levetta della ‘sicura’; arma il ‘carrello’, facendo scivolare il colpo in canna; alza il ‘cane’ della pistola e invece di tenere il dito indice disteso con prudenza lungo il ‘ponticello’ dell’arma (come da regolamento), lo lascia poggiato sul grilletto finché, incidentalmente, preme e spara.
Però lui di tutto questo non si è mai accorto: sono azioni avvenute a sua insaputa.
Aggiunge poi che lui non è che abbia una grande mira, perché al poligono ci va poco e non si è tenuto al passo coi “tiri di mantenimento”. Per questo estrae la pistola con tanta facilità.
Tuttavia, nei momenti di lucidità, qualcuno deve avergli fatto notare che chi spara da un lato all’altro di una carreggiata autostradale, lungo quattro corsie a scorrimento di traffico veloce, poteva ammazzare chiunque. Immaginate se avesse colpito l’autista di un autoarticolato, col TIR che continuava la sua corsa senza guidatore…
Allora, il nostro prode agente di Polstrada cambia di nuovo versione e, con la coerenza che lo distingue, dichiara:

Non ho mai preso la mira, lo ripeterò sempre. Non sono un pazzo che rischia di colpire un’auto di passaggio: c’era un’autostrada di mezzo

E che caspita! Aggiungiamo noi.
No, quello che più indispone sono le esternazioni pubbliche di Luigi Spaccarotella, di uno che per tutta la durata del processo si è avvalso della “facoltà di non rispondere”!
È l’insulso vittimismo all’insegna di un meridionalismo d’accatto che disgusta di più: la falsa retorica del “morto di fame”, l’immancabile manfrina del solito ‘sbirro’ sottopagato, il piagnisteo del povero ‘terruncello‘ perseguitato dal ‘sistema’ (del quale Spaccarotella è parte integrante)…

In questo paese non c’è giustizia

Vero! Infatti, non appena la Corte d’Assise di Arezzo ha letto la sentenza, il martire Spaccarotella sbotta:

Ho pianto di gioia

Perché evidentemente era molto deluso dalla sentenza. Tant’è che subito dopo precisa:

Ho fatto bene a credere nella giustizia

E con generosità dedica anche un nobile pensierino per la vittima (e per sé stesso):

Io e Sandri siamo due poveracci coinvolti in una cosa più grande di noi. Lui è morto e ha avuto la peggio e io sono qui ad assumermi le mie responsabilità

Anche se, attualmente, il sig. Spaccarotella, dopo la sospensione dal servizio, è afflitto da ben altre preoccupazioni:

Ora il mio stipendio è dimezzato e non arrivo a mille euro. Ho dovuto vendere la casa perché non riuscivo a pagare il mutuo. Ne cercheremo un’altra, magari in affitto

 

 INCIDENTI DI PERCORSO

Per fortuna, il nostro eroe tornerà presto a indossare la divisa, ed impugnare la pistola, al servizio di noi tutti. Alla fine, tutto è bene ciò che finisce bene. In fondo, si è trattato di un piccolo inconveniente del mestiere. Cose che capitano… 
aldrovandi01G Come a Ferrara, il 25 Luglio 2005, quando quattro agenti di polizia bastonano a morte un 18enne, Federico Aldrovrandi (un drogato! Un teppista impasticcato!), con tale violenza da riuscire a spezzare perfino un paio di manganelli contro il corpo inerme del ragazzo moribondo e… ammanettato! 
Osservate il giovane Federico, prima e dopo il trattamento: una reazione assolutamente giustificata dall’imponenza fisica e dalla notoria pericolosità sociale del ragazzo incensurato. Per una questione di rispetto, la fotografia la trovate confinata in una apposita sezione del sito [qui].

 L’assassinio di Aldrovandi, per lo Stato, vale una condanna a 3 anni e 6 mesi “per eccesso colposo in omicidio colposo” (alla quale dovranno essere applicati  i benefici dell’indulto), a carico degli agenti di PS: Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani, Luca Pollastri, i quali dal servizio attivo non sono mai stati sospesi. E infatti pare fossero al G-8 de L’Aquila per mansioni di ‘ordine pubblico’. Perciò, mi raccomando! Se li incontrate per strada, non chiamateli ASSASSINI. Potreste essere puniti ai sensi dell’ Art. 341-bis del Codice Penale, per “offesa a pubblico ufficiale” (reato appena ripristinato):

“Chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico e in presenza di più persone, offende l’onore ed il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto d’ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni è punito con la reclusione fino a tre anni.
    La pena è aumentata se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato. Se la verità del fatto è provata o se per esso l’ufficiale a cui il fatto è attribuito è condannato dopo l’attribuzione del fatto medesimo, l’autore dell’offesa non è punibile.
    Ove l’imputato, prima del giudizio, abbia riparato interamente il danno, mediante risarcimento di esso sia nei confronti della persona offesa sia nei confronti dell’ente di appartenenza della medesima, il reato è estinto”

Riccardo Rasman  Come a Trieste, il 27 Ottobre 2006, quando il 34enne Riccardo Rasman (Un matto! Uno schizzato!) viene aggredito e massacrato nel suo monolocale, da altri quattro agenti di PS in ‘visita di cortesia’ a domicilio. Su Rasman, ci si è accaniti con tutta la violenza con la quale i vigliacchi, solitamente, si accaniscono contro  i più deboli. (A proposito di Riccardo, potete leggere qui, anche qui e perfino qui). Coloro, che invece delle parole preferiscono la realtà  cruda e  brutale delle  immagini, possono  cliccare questo link.
Il processo per l’omicidio Rasman (una battaglia solitaria portata avanti dagli anziani genitori) si è concluso con una condanna definita “storica” dei tre poliziotti imputati: 6 mesi con la condizionale, la non menzione della pena, nessun provvedimento disciplinare.
Appunto, una “condanna storica”. Giustizia è fatta

Aldo BianzinoCome nelle campagne perugine, il 12 Ottobre 2007, quando il 44enne Aldo Bianzino (un fricchettone! Un fattone!) viene arrestato per possesso di marijuana. Tradotto nel carcere di Capanne (PG), ne uscirà cadavere il giorno dopo.
Se volete saperne di più, potente intanto leggere qui e ancora qui.
Per la morte di Bianzino non pagherà nessuno, giacché in vita è rimasto solo il figliolo di 16 anni che certo non può permettersi le spese legali di un processo. E visti poi i risultati…

 REPETITA IUVANT

“Dall’inizio del mio mandato, mi sto adoperando per approfondire, e anche correggere, tutte le modalità di intervento ‘in piazza’ anche avviando la costituzione della prima scuola di polizia per la tutela dell’ordine pubblico che sarà inaugurata il prossimo 3 dicembre [2008]. Abbiamo ai vertici dei reparti, investigativi e operativi in genere, persone pulite. Dal luglio dello scorso anno [2007], io sono il loro garante e mi assumo, come ho già fatto, la responsabilità per gli errori che possano commettere. Sto scrivendo l’ultimo capitolo della mia storia professionale e non lo macchierò certo per reticenza, per viltà o per convenienza.”

Antonio Manganelli.
Capo della Polizia
16 Novembre 2008

Ma che belle parole!

 

Notizie Riservate

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 marzo 2009 by Sendivogius

 

La Consegna del Silenzio

 

sub-lege-libertas Nell’Italietta fobica del nuovo millennio sembra che i desideri non vadano oltre i portoni delle caserme e le aspettative siano concentrate tutte intorno al milite in armi, nella venerazione dei propri custodi.

La sacralizzazione del gendarme come aspirazione collettiva e identificazione condivisa, per un paese senza coscienza e in crisi di identità. Da quel vuoto che l’avvolge, trasudano i fluidi mefitici ai quali si abbevera la cittadella della Paura, assediata dai fantasmi evocati dall’anima oscura dei suoi abitanti spaventati dall’uomo nero.

Nelle tortuose strade che guidano il declino della Ragione verso i gorghi dell’autoritarismo, l’omino in divisa assurge a feticcio domestico di un familismo tribale che coltiva l’intolleranza nel radicamento dei pregiudizi, che esorcizza le insofferenze nella persecuzione securitaria e nell’esibizionismo repressivo. Le fantasie guerriere del popolino pusillanime rivivono all’ombra della sentinella rassicurante. La repressione come catarsi. La legge ridotta al braccio violento del suo apparato poliziesco, che comprime ‘diversità’ e ‘dissonanze’ nei colori monocromatici di una uniforme; scaccia i dubbi agitando il manganello, nell’indifferenza consensuale dello spettatore compiaciuto. Una società che deambula senza meta, ma lo fa marciando a ranghi serrati.

 

Pruderie mediatique

 La nuova adesione conformista sembra essere una prerogativa ambita soprattutto dai ‘media’, così solerti nel mitizzare la figura del ‘poliziotto’, innalzato ai fasti dell’eroe popolare di una nuova epica nazionale, quanto restii nel denunciarne i limiti e le storture. Nella schizofrenia ideologica che alterna l’esaltazione incondizionata della Polizia alla sua denigrazione indiscriminata, che trova la propria sintesi in un acronimo (A.C.A.B), l’informazione televisiva propende decisamente per la prima opzione. Ed è un vero peccato, perché in questo modo non si possono conoscere quelle “condotte che denotano assoluto spregio della legalità e dei doveri inerenti la funzione rivestita*, né apprezzare appieno il ‘romanzo criminale’ di quegli sbirri corrotti che tanto ispirano le opere di James Ellroy come protagonisti.

Ma alla giusta pubblicità provvederemo noi…

[* Motivazioni depositate dal giudice Daniela Faggi nell’ordinanza di custodia cautelare]

 

Genova Confidential

 In merito ai fatti di Genova 2001, l’attuale “Capo della Polizia”, Antonio Manganelli, con una lettera indirizzata al quotidiano La Repubblica del 16 Nov. ’08 si ergeva a garante dell’Istituzione, promettendo spiegazioni su quel che realmente accadde a Genova, senza alcuna viltà o convenienza. Evidentemente i tempi di ruminazione sono lunghi. Stiamo ancora aspettando…

Intanto, sempre dal capoluogo ligure, le scorie non smaltite in un modo o nell’altro ritornano in circolazione. È una questione di natura organica collegata al galleggiamento dei pesi.

Massimo Pigozzi, 45 anni, è un assistente capo di polizia, con una ‘gloriosa’ carriera nelle volanti. Nel Luglio 2008 si becca poco più di due anni, per le violenze consumate a Bolzaneto. In tale circostanza, Pigozzi si è esibito con un personale saggio di psicopatologia ai danni di un 50enne (G.A), sequestrato in ospedale e seviziato in caserma, per la gioia della sbirraglia impunita: Pigozzi afferra una mano a Giuseppe A. e ne divarica con forza le dita, lacerandone i tessuti fino allo strappo dei legamenti, provocando lesioni permanenti. Pare che l’agente trovi la cosa molto divertente. La ferita di G.A. verrà ricucita con 24 punti di sutura e senza anestesia dall’ufficiale medico: quello che si aggira per le celle, come il dott. Mengele nel campo di Auschwitz.

giotto1Ma non sarà la condotta durante il G-8 a pregiudicare l’edificante curriculum di Pigozzi, bacchettato con una pena ridicola che cadrà presto in prescrizione. Infatti, nel 2005 è sempre in servizio alla Questura di Genova, dove sembrerebbe organizzare incontri a luci rosse, probabilmente insieme a qualcun altro dei suoi degni amichetti. In particolare, Pigozzi delizia con le sue performance erotiche alcune prostitute ventenni, non esattamente consenzienti, che per la bisogna ha minacciato e trascinato negli spogliatoi della Questura. E siccome è anche molto furbo, pensa bene di bullarsi della cosa con alcuni colleghi, quelli sbagliati, finché il fattaccio non trapela ed i telefonini degli interessati vengono posti sotto controllo. Se Pigozzi pensa di emulare John Holmes, altri si credono Tony Manero. Tutti ormai convinti di essere supra legem liberi. E col nasino infarinato. Dalle intercettazioni telefoniche si ‘scopre’ che i “bravi ragazzi” in divisa hanno pensato bene di allestire un fruttuoso traffico di cocaina, che oltre a Genova si estende alle questure di Milano, Lodi, Asti, Novara… Ed il monkey-business andava avanti già da un paio di anni. Una trentina i poliziotti finora coinvolti, dai 22 ai 30 anni; undici le misure di custodia cautelare. Oltre la metà degli indagati sono in servizio presso la questura genovese, che già vanta precedenti illustri: giusto un anno prima, tre ispettori della squadra mobile si sono fatti pizzicare mentre rivendevano la droga sequestrata durante le operazioni di polizia.

stemma-polizia-di-statoStavolta lo spaccio al dettaglio era gestito ‘amichevolmente’ dagli agenti Morgan Mele e Stefano Picasso, i quali si sentono “prima spacciatori poi poliziotti” e che per la bisogna si avvalgono della consulenza professionale di un pusher locale, certo Luca Schernone. Il traffico è proficuo, due etti alla settimana, e potrebbe essere allargato ai locali del levante genovese dove Picasso, con quel suo cognome impegnativo, arrotonda facendo il buttafuori (in nero naturalmente). E Picasso non ha dubbi su come intenda svolgere il suo secondo lavoro: “Stasera voglio fare una rissa della Madonna! Ammazzo tutti!”. In concreto, si fa beccare mentre tira su di naso insieme a Schernone, l’altro ‘socio in affari’, dai carabinieri di Albissola i quali informano la Questura di Asti dove l’agente è in forza.

Stefano Picasso è un altro furbone che parla e straparla al cellulare, credendosi un gran dritto. I superiori gli impongono di sottoporsi a visita medica per l’esame tossicologico, e lui si mette in malattia riuscendo ad ottenere 15 giorni di prognosi, per un non meglio specificato “dolore al ginocchio” (Brunettaaaa!! Where are you?!?) con una sceneggiata al pronto soccorso: “Mi sa che vinco l’Oscar. E ho scoperto che il bello è stare a casa senza avere nulla”. Siccome non basta, si depila completamente (regione pubica compresa) in concomitanza del controllo tossicologico. E in questo modo vincerà il secondo capo d’imputazione: truffa aggravata ai danni dello Stato.

Morgan Mele è sicuramente più professionale; attento agli affari, organizza festini tossici e si preoccupa di evitare troppo casini. Per questo la selezione all’ingresso è importante… Riferendosi ad un potenziale ‘cliente’, reputato inadatto, Morgan osserva: “Non vorrei che morisse lì e poi ci tocca anche buttarlo nella spazzatura”. Del resto lui ne sa qualcosa, dal momento che il consumo di bamba ha le sue conseguenze: “Non riesci a pisciare, dormire, mangiare, e non ci vedi, cazzo!” Per questo la droga veniva consumata soprattutto ad inizio turno: prima di mettersi alla guida delle volanti, lanciate in corsa per il traffico cittadino, con una pistola carica nella fondina. Poca cosa, per chi ha ben altre aspirazioni di vita: “voglio bruciarmi completamente” e, in alternativa, “rapinare i negri” come accadeva a Brescia da parte di una banda composta da vigili urbani e qualche carabiniere.

Data la gravità dei fatti emersi, sono previsti a stretto giro procedimenti disciplinari per tutti gli altri agenti tossicodipendenti e cocainomani.

Come sempre, tutti i Pigozzi restano a galla.