Archivio per Anti-politica

Il Ritorno dei Grulli Dementi

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , on 19 ottobre 2019 by Sendivogius

Cosa fa un vanesio cialtrone quando si annoia? Cerca attenzione, per coccolare il suo ego frustrato e cavalcare quel reflusso stagnato che scambia per “cresta dell’onda”.
Se poi si aggiunge anche il fattore anagrafico, il nonnetto dovrà pure trovarsi qualcosa da fare, per ammazzare il tempo che passa e ritagliarsi una ragion d’essere. Prendete ad esempio il Beppone nazionale, in cerca d’autore per assenza di ruolo… Al vecchio narciso piace disquisire su sistemi di rappresentanza ‘alternativi’, credendo siano un antidoto alla proliferazione dei troppi coglioni in circolazione; non pago di aver portato nelle fantomatiche stanze dei bottoni una marmellata indigesta di deficienti analfabeti (uno valeva l’altro), coagulati attorno ad un non-programma, interscambiabile nella più trasformistica manovra di palazzo che mai s’era vista dai tempi di Giolitti, e capace di far sembrare dei principianti persino i cacicchi democristiani più scafati.
Padron Grillo ed i suoi magnifici pupazzi animati infatti non hanno ancora capito che il problema non è la quantità (o l’età) degli eletti, ma la loro qualità, che peraltro riflette le scelte dell’elettore medio che li vota; meglio ancora se ridotti entrambi di numero, per difetto di rappresentanza. Perché per gli ostensori dei sondaggi on line, su una piattaforma privata digitale, riservata agli iscritti certificati e che scambiano per “democrazia diretta”, la democrazia reale (quella rappresentativa, poiché non è che ve ne siano altre in giro) costituisce unicamente un problema di costi da tagliare. Uno vale l’altro e il capo politico decide per tutti. Gli altri cliccano, tra un banner pubblicitario e l’altro pure, sottoscrivendo le decisioni altrui con un plebiscito eterodiretto dall’onnipotente “Staff”.
Così, ogni tanto, Beppone sente l’impellente necessità di tirare fuori dal cilindro qualcosa di nuovo, per tentare risalire la china dei like… Dopo l’estrazione a sorteggio di David van Reybrouck, adesso è il turno di Philippe van Parijs che invece propone di togliere il diritto di voto ai vecchi.
Evidentemente in Belgio i ‘filosofi’ non hanno davvero un cazzo da fare!
Sarebbe difficile spiegare a tutti loro che due delle rivoluzioni più famose della Storia, quella americana e francese, siano nate a seguito di un basilare (e assai più prosaico) principio, ben riassumibile in un semplice motto: “No Taxation whitout representation”.
Per i soldi si fanno (anche) le rivoluzioni, perché nessuno accetta di essere spremuto e contribuire ad un sistema fiscale, senza avere nessun diritto di rappresentanza e al contempo di garanzia. E che se il diritto di voto invece di rispondere ad un principio di partecipazione estesa si trasforma a pregiudiziale esclusiva, allora tutti ne possono essere privati per i più svariati motivi e pretestuosi sofismi, discriminati a seconda di categorie più o meno ‘tollerate’, più o meno ‘utili’, da chi di fatto il potere lo detiene. E lo esercita, senza doversi troppo preoccupare di dare conto del proprio operato, su scrematura preventiva: sia essa effettuata per censo, sesso, età, fedina penale, inclinazioni personali del corpo votante.
Ma davvero Beppone ed i suoi accoliti pensano che i giovani siano delle avanguardie rivoluzionarie da aizzare contro i “vecchi” (che di fatto li mantengono con le loro tasse), meglio se teleguidati da altri vegli della montagna, nella convinzione che questi siano del tutto migliori, e quando non più fanatici, più ignoranti, o semplicemente più presuntuosi?!?
E così eccolo là, il V@te® del Vaffa-Pensiero, dopo essersi cacciato due dita negli occhi pesti, il rossetto sbaffato dopo prestazioni innominabili, mentre fresco di Bukkake, alla tenera età di 71 anni si rivolge ai suoi giovani avanguardisti adunati a Napoli per le celebrazioni di rito, annunciando l’avvento del caos creativo.
Voleva travestirsi da Joker e invece sembra reduce da una gang-bang con cum-shower finale, ingaggiato in un circuito di video porno con sesso estremo per anziani. Inquietante!
Ma non è che l’alternativa se la passi poi benissimo…
Sorvolando sui Renzie-Boys della scuola politica fiorentina del Tony Blair di Rignano, che sembrano coltivati in vitro su clonazione del bacillo originario; o sul fenomeno tutto mediatico di Greta Thunberg (diversivo di massa, con cui il “Sistema” assolve se stesso, sterilizzando la critica sociale stornata altrove), con colonne di ragazzini preventivamente ‘autorizzati’ che protestano genericamente, contro un gas ossidante e non sulle cause che stanno all’origine dell’inquinamento globale e del sistema socio-economico che lo produce… Non so… uno pensa ai due bambini mai cresciuti, i quarantenni diversamente giovani della politica italiana, che si stuzzicano e si canzonano in diretta tv come se stessero ancora alla scuola elementare.
E pure a guardarli all’età di 30 anni, flaccidosi coi faccioni imberbi già sformati e la soporosa espressione porcina di chi non ha mai fatto un cazzo nella vita… il cravattone a lenzuolo (che manco mio nonno!)… nonché l’assurdo taglio di capelli da classico nerd sfigato, improponibile anche dieci anni fa… Ecco, dinanzi a gente così, l’unico rimpianto è non averli mai bullizzati abbastanza ai tempi del liceo!
Per non parlare poi del garrulo pulcinella napoletano che gongola e s’agita tutto leccato al ministero degli esteri… o la spiantata platea di scappati di casa, miracolata con un colpo di clic.
E allora uno si chiede se il libero accesso al diritto di voto non vada ristretto per limiti di età, ma per patente imbecillità.

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(111) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , on 3 giugno 2018 by Sendivogius

Classifica MAGGIO 2018”

Con somma linearità e coerenza, nasce finalmente il “governo del cambiamento”, all’insegna della meritocrazia e la competenza, per una nuova stagione compiutamente “rivoluzionaria”, contro la spersonalizzazione della ‘politica’ rimessa ai tecnicismi di grigi burocrati di estrazione accademica. 
Per questo come premier incaricato è stato scelto un oscuro professore di provincia, col curriculum imbellettato per fare impressione, ed una mezza dozzina di figure “tecniche” a far da contorno. In aggiunta, abbiamo un ministro del lavoro e delle politiche sociali che non ha alcuna esperienza lavorativa di rilievo, o qualsivoglia competenza professionale, né formazione specifica. E quindi è chiamato ad indirizzare anche lo “sviluppo economico”, viste le eccezionali abilità che ne contraddistinguono l’eccelso profilo amministrativo.
Soprattutto, per un’alleanza organica di governo, è stato scelto il partito più vecchio dell’intero arco istituzionale ed oramai in circolazione da almeno venti anni, avendo partecipato a pieno titolo a tutti gli esecutivi presieduti dal Pornonano di Arcore, contribuendo peraltro a stendere e votare tutte le cosiddette “leggi vergogna”, che tanta riprovazione suscitavano nei paladini dell’onestà, assai più urlata che praticata. Sono quelli che: “mai al governo con la Lega e con i partiti responsabili della distruzione dell’Italia”… Insomma, un concentrato di fideismo messianico, presunzione sconfinata, esagerazioni hebertiste e retorica populista ai massimi livelli, sovranismo identitario (con ben più di qualche venatura nazistoide), insieme ad una abbondante spruzzata di omofobia, reazione sanfedista e pulsioni razziste, a dare una bella pennellata di marrone in più.
La “Terza Repubblica” è appena cominciata e già rischia di fare più schifo delle due che l’hanno preceduta. Era difficile.

Hit Parade del mese:

01. CERTEZZE

[31 Mag.] «Noi come M5s siamo totalmente convinti si debba portare avanti l’impeachment e obbligheremo il Parlamento a discutere di quanto successo. Se la Lega non fa passi indietro qui parliamo di una certezza assoluta.»
  (Luigi Di Maio, il Costituzionalista)

02. DEMOCRAZIA MA ANCHE NO

[06 Mag.] «Quando una forza politica come la nostra che crede nella teoria della democrazia diretta condivide alcune regole della democrazia rappresentativa e riceve solo il due di picche, il rischio è che una forza politica come la nostra cominci ad allontanarsi dalla democrazia rappresentativa. Io non minaccio nulla, ma c’è il rischio di azioni non democratiche…..
Se la democrazia rappresentativa fallisce, allora dovremo inventarci qualche altra cosa.»
  (Luidi Di Maio, il Democratico)

03. LINEA LINERARE

[10 Mag.] «Si sono create le condizioni per cominciare a lavorare a un governo del cambiamento M5s-Lega. Sono molto orgoglioso che siamo arrivati fin qui mantenendo la nostra linearità e la nostra coerenza e portando avanti in maniera lineare la nostra linea politica»
  (Luigi Di Maio, il Lineare)

04. L’ORA PIÙ LUNGA

[29 Mag.] «Il nostro Churchill ce l’abbiamo, si chiama Gentiloni. Ma abbiamo bisogno di tante persone che arrivino in aiuto del Pd con le loro barchette, come a Dunkerque.»
  (Carlo Calenda, il Barcaiolo)

05. IO SONO CONTRATTO (I)

[18 Mag.] «Nel contratto c’è davvero tanto di noi, come gli strumenti di democrazia diretta e reddito di cittadinanza. È una rivoluzione anche di metodo di cui dobbiamo andare orgogliosi: per la prima volta i temi sono stati messi prima dei nomi.»
(Danilo Toninelli, il Concentrato)

06. IO SONO CONTRATTO (II)

[18 Mag.] «Abbiamo definito le basi per un Governo coraggioso, legittimato dal popolo: il voto sul contratto sarà la nostra forza per le sfide che ci attendono. Ora possiamo far valere gli interessi dei cittadini. È un momento storico: saremo tutti parte del cambiamento.»
  (Riccardo Fraccaro, il Basilare)

07. IO SONO CONTRATTO (III)

[18 Mag.] «Online i risultati della votazione! Più del 94% degli iscritti al M5S dice sì al Contratto per il Governo del Cambiamento.»
  (Luigi Di Maio, il Bulgaro)

08. CORSI E RICORSI

[23 Mag.] «È un momento storico: i cittadini entrano nelle istituzioni. Conte sarà un premier politico che, con fermezza e onestà, guiderà il Governo del Cambiamento tra M5S e Lega sostenuto da 17 milioni di italiani. Il popolo avrà il suo avvocato difensore. È un nuovo inizio!»
  (Riccardo Fraccaro, l’Iniziato)

09. VALORIZZAZIONI

[01 Mag.] «In Friuli Venezia-Giulia abbiamo perso probabilmente anche perché, non ricandidandomi, non ho potuto valorizzare la bontà del lavoro fatto.»
  (Debora Serrachiani, l’Assente)

10. ESPRIT DEMOCRATIQUE

[23 Mag.] «Poveretto [Sergio Mattarella n.d.r.], quanto lo capisco, e per questo mi permetto di dargli un consiglio. Vada a rileggere le vicende della Bastiglia, ma quelle successive alla presa. Quando il Popolo di Parigi assaltò e distrusse quel gran palazzone. Rimasero cumuli di macerie che, vendute successivamente, arricchirono un mastro di provincia. Ecco, se il popolo incazzato dovesse assaltare il Quirinale, altro che mattoni. Arricchirebbe di democrazia questo povero paese e ridarebbe fiato alle finanze stremate. Forza, mister Allegria, fai il tuo dovere e NON AVRAI ALTRE SECCATURE.»
  (Vittorio Di Battista, Fascista)

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MINUS QUAM MERDAM

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , on 8 maggio 2015 by Sendivogius

Grillo Nein - by Giornalettismo

In quel di Londra, c’è un parco dove ogni svitato picchiatello e perdigiorno con velleità da oratore può improvvisare il suo comizietto surrealista, per il ludibrio dei frequentatori di Hyde Park. Perché dietro ogni tribuncello esibizionista si nasconde sempre un buffone allo sbaraglio, ansioso di mostrare al suo prossimo quant’è minchione.
Beppe Grillo (foto A.G.F.)Considerata l’inflazione della categoria in questione, quasi ci dimenticavamo del citrullo cotonato con generatore incorporato di stronzate automatiche, alimentato a click per fatturazione in conto banner. Di conseguenza, nella calura di una Roma precocemente estiva, non poteva mancare la calata del “Capo politico” in astinenza da attenzioni mediatiche. Stavolta, a raccogliere gli scrosci del Vate® a cinque stelloni è la piazza vuota di Montecitorio, davanti ad un Parlamento già deserto per il week-end anticipato, ma riconvertito a coreografia di lusso per le improvvisazioni sceniche di questa Capitan Findussottospecie di parodia in pensione di Capitan Findus, che in preda a delirium tremens si agita in mezzo ad un nugolo di reggitori di microfono, pronti a captare ogni minzione del truce vecchione avvinazzato, mentre si lamenta dei costi del parrucchiere e rutta qualcosa a proposito di “onestà”.
Capitan GrillusNella “democrazia diretta” a marchio registrato e rigorosamente on line sui server della Casaleggio Associati, il parlamento è pericoloso e va ‘ripensato’. A propria immagine e somiglianza…
La guerra dei cloniCi si appella agli Italiani!, in attesa che questa scimmia barbuta si arrampichi su qualche balcone per arringare folle di Logo Grillodementi autoconvocati per intonare l’Adoremus dell’e_guro telematico, con tanto di faccione ringiovanito e loghizzato.
Nel frattempo, ci si accontenta di rilanciare il format digitale, perché nella “non-politica virale” la rete è tutto e altro non serve: il M5S è un brand ed ogni iniziativa è ricalcata su un trend, come si premura di chiarire l’aspirante ministro degli esteri a cinque stelle e piacionissimo del noto movimento. Ovviamente parliamo di quell’Alessandro Di Battista da Civita Castellana…

“Passo la settimana parlamentare
ad aumentare i miei follower!”

dibbaE per questo lo paghiamo 20.000 euro al mese a lui ed ai suoi compari, quando non scambiano le aule parlamentari per la curva dello stadio.
Il Dibbà è un altro di quei pupazzetti a molla, caricati a minchiate e specializzati in indignazione a retrocarica, sempre pronti a scattare in convulse contorsioni su attivazione a pulsante, non appena viene inserito il gettone presenza. Convertito in animaletto buffo da intrattenimento salottiero, specializzato in siparietti televisivi, è ormai un prodotto digitale per il rilancio del AttiVista“brand” principale. Agli AttiVisti piace così… per inciso sono quelli che non contano un cazzo – la definizione sarebbe di Nicola Morraconta quello che decidono su a Milano, giacché comanda Gianroberto Casaleggio (Raffaele Fico) anche se Beppone è ancora convinto che decide tutto lui, mentre tra i “cittadini portavoce” volano gli stracci e gli scontrini delle mancate rendicontazioni, in un florilegio di registrazioni rubate, faide interne e vendette personali. Adesso è pure giunto il Grillo-leaks.com per le ripicche anonime, con tanto di pubblicazione dei numeri di cellulare per eventuali molestie telefoniche… A questo si riduce la democrazia a cinque stelle, tra purghe staliniane e mezzucci squallidi da Čeka.
Dalle telecamerine nascoste alle delazioni. È la famosa #trasparenza a cinque stelle in attesa di sapere che fine hanno fatto i rimborsi elettorali, rigirati sul C/C di Beppe che, al contrario dei suoi replicanti in parlamento, incassa il bottino e non si ritiene vincolato a certificare proprio nulla.
Il meglio fanE se questo energumeno da bar con la sua congrega di citrulli digitali rappresenta la principale forza di opposizione, si capisce bene perché poi dobbiamo tenerci fin troppo stretto il principino fiorentino e la sua corte, che non potevano sperare in niente di meglio.

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L’ORA FATALE

Posted in A volte ritornano, Ossessioni Securitarie with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 dicembre 2013 by Sendivogius

Nel villaggio di Borgocitrullo, quando le cose vanno male, uno dei modi più sicuri per tirar su quattrini è travestirsi da santone o da tribuno (meglio se tutti e due insieme!) e proclamare il carnevale permanente per poter giocare al piccolo rivoluzionario, abbuffandosi della parola “popolo” con cui ci si riempie la bocca sputazzandone in giro gli avanzi.
La farsa di solito continua finché, a forza di evocarle le rivoluzioni, va a finire che qualcuno ci crede davvero e pensa di inscenare la propria fracassona sceneggiata, nel grande pascolo delle intelligenze bovine dove gli imbecilli abbondano, copiosi come la vacca perennemente gravida che li genera.
Capita così che in un eccesso di riflussi per sovraccarico fecale, saltino via tutti i tombini che comprimevano la glassa marronata di un paese allo sbando, che proprio non riesce ad elevarsi oltre il livello della propria cintola. Da sempre, nei momenti di crisi, l’Italia dà scioltamente corpo alla sua parte peggiore, in tutte le sfumature possibili del marrone…
Evidentemente, nel paese più destrorso d’Europa, che vanta il più alto numero di formazioni istituzionalizzate e partitini, con richiami più o meno espliciti all’eredità mussoliniana, e che occupano la quasi totalità dell’arco parlamentare, non bastava la destra “nazional-popolare” dei nostalgici Tilgher e Storace, del fascismo vasciaiolo delle pasionarie nere; la destra manesca ma tanto ‘virile’ dei Fratelli d’Italia; la destra etnica e razzista della Lega; la destra plebiscitaria e peronista dei papiminkia, insieme a quella post-berlusconiana e governativa di Alfano coi suoi cacicchi in disgrazia; la destra dorotea su innesto moroteo di Enrico Letta e della vecchia nomenklatura DS-DL, confluita nel PD; la destra furbastra e vetero-democristiana di Casini; la destra tecnocratica e padronale di Monti; la destra messianica e fanatizzata di Grillo…
Evidentemente, quello che offriva l’attuale panorama politico per alcuni non era ancora abbastanza populista, anti-europeista, “identitario”, reazionario, squadrista e soprattutto fascista, in una grande maratona del neo-nazismo di ritorno. È il Nazithon tutto italiano!
NazithonCi mancavano davvero gli eredi dei “guerrieri senza sonno”, i nipoti dei “Figli del Sole”: i catto-integralisti del misticismo evoliano, scampoli di “Terza Posizione” confluiti tra i raminghi di “Casa Pound” e “Forza Nuova”. Ma ancora più a destra abbiamo pure i neo-nazisti dell’Unione per il socialismo nazionale, le larve ordinoviste del Circolo Clemente Graziani, e perfino i redivivi rexisti del “Cristo Re”. A questi vanno aggiunti il movimentismo neo-völkisch della “Lega della Terra” (in pratica, la rinascita della Lega degli Artamani ad opera di Forza Nuova) ed i Comitati Agricoli Riuniti (con la sua costola “Dignità sociale”) degli agricoltori dell’Agro Pontino sotto il comando di Danilo Calvani, che pone tra le sue rivendicazioni l’instaurazione di una giunta ken-le-survivantmilitare, previo scioglimento del Parlamento e rimozione del Presidente della Repubblica, ovviamente sostituito da un generale con poteri assoluti. Non per niente, per l’inizio della protesta è stato scelto l’8 Dicembre in ricordo del Golpe dell’Immacolata, ad opera di Junio Valerio Borghese, il principe nero, nel 1970.
Ci mancava soprattutto l’ennesimo rigurgito del ribellismo siciliano e secessionismo isolano del sedicente Movimento dei Forconi: appendice neo-fascista del sottopotere mafioso e protestarismo qualunquista. Ma ci sono anche i neo-borbonici nostalgici dell’illuminato e sviluppato Regno delle Due Sicilie, ispirati dalla mitologia e dal meridionalismo Medioevopiagnone di Pino Aprile e dei suoi “Terroni”. Né manca la santa alleanza col clericalismo sanfedista dei vari gruppuscoli dell’integralismo cattolico, oltre ai vari comitati no-euro, i complottisti ed i mattoidi fissati col signoraggio bancario. Insomma, tutta la fauna che solitamente affolla le stalle dei vari Formigli-Santoro-Paragone.
Ci mancavano come non mai gli spurghi poujadisti dei truffatori del fisco: i padroncini del triveneto ed i furbetti delle quote latte. In una scarica diarroica che pare inarrestabile, ritornano a galla vecchi coproliti come Lucio Chiavegato della LIFE veneta (Liberi imprenditori federalisti europei), il fozanovista ex craxiano Martino Morsello ed il suo camerata Mariano Ferro (Forconi Siciliani), tutti uniti in nome del secessionismo e dell’evasione fiscale.

They're coming soon

Ed è con questi bei tomi che le sedicenti “Forze dell’Ordine” si sono sentite in dovere di solidarizzare.
IRON SKY (Locandina)Dopo aver a lungo evocato l’insurrezione, usando il giocattolo ‘movimentista’, per non essere scavalcato nonostante la sua deriva a destra, Beppe Grillo (ormai in ottima compagnia col suo nuovo amico di Arcore) si è messo ad inseguire la protesta di forconi & affini, cercando di apporre il suo logo su una simile schiuma montante. E nel farlo non trova niente di meglio che lanciare pubblici appelli ai comandanti delle forze armate:

“Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania! Ascoltate!
Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili…. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano.
Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue stati.
[…] L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere! E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.”

MussoliniAh no! Scusate. Abbiamo confuso i discorsi. Questa era la dichiarazione di guerra del duce, il 10/06/1940.

Lettera aperta a Leonardo Gallitelli, Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Alessandro Pansa, capo della Polizia di Stato e Claudio Graziano, Capo di stato maggiore dell’Esercito italiano.

“Mi rivolgo a voi che avete la responsabilità della sicurezza del Paese. Questo è un appello per l’Italia. Il momento storico che stiamo vivendo è molto pericoloso. Le istituzioni sono delegittimate. La legge elettorale è stata considerata incostituzionale. Parlamento, Governo e Presidente della Repubblica stanno svolgendo arbitrariamente le loro funzioni. E’ indifferente che qualche costituzionalista, qualche giornalista, qualche politico affermi il contrario, questi sono i fatti, questo è il comune sentire della nazione.”

Beppe Grillo saluta le sue camicie nere - La solita vecchia merdaE siccome questo sarebbe il “comune sentire della nazione”, tutto il resto (Costituzione, Diritto, Leggi) non conta.
Anatole France, in circostanze del genere, anche se in questo caso gli idioti difficilmente superano i centomila, ebbe a dire…
Anatole FranceI proclami del Grullo a cinque stelle non sono nuovi agli appelli eversivi. Certo, invocare il Colpo di Stato supera di gran lunga la cialtronaggine già fuori competizione di questo avanzo acido di cabaret. Stupisce il continuo richiamarsi ai militari ed alle “forze di polizia”, che fanno molto atmosfera da caudillo sudamericano, che ricordano di molto i pronuciamientos delle giunte militari argentine…
Argentina - Junta militar de VidelaO meglio ancora l’appello alle “forze sane della nazione”, con la richiesta rivolta ai generali cileni di prendere il potere. Golpe de Estato peraltro propiziato dalle caceroladas, dallo sciopero degli autotrasportatori, ed il blocco delle derrate. Si sa poi come è andata a finire…

Il Cile di Pinochet

Qui abbiamo solo un lestofante dimissionato che insegue l’impunità e soprattutto un pericoloso ciarlatano che gioca al massimo sfascio e si diverte ad appiccare o alimentare incendi un po’ dovunque, tanto per vedere l’effetto che fa, senza curarsi troppo delle conseguenze, e godersi lo spettacolo dal balcone delle sue ville sulla riviera ligure.

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L’illusione populista

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 novembre 2013 by Sendivogius

Grillini si connettono al webbé

Noi parliamo alla pancia della gente. Siamo populisti veri. Non dobbiamo mica vergognarci. Quelli che ci giudicano hanno bisogno di situazioni chiare. Ad esempio prendete l’impeachment di Napolitano. Molti di voi forse non sono d’accordo, lo capisco. Ma è una finzione politica. E basta. Non possiamo dire che ha tradito la Costituzione. Però diamo una direttiva precisa contro una persona che non rappresenta più la totalità degli italiani. Noi siamo la pancia della gente. Abbiamo raddrizzato la situazione, siamo stati violenti per far capire alla gente.
Se andiamo verso una deriva a sinistra siamo rovinati.

  Beppe Grillo
  (30/10/13)

POPULIST PARTY Circoscritto alla sua dimensione premoderna, il “populismo” propriamente detto è stato un fenomeno limitato, ancorché velleitario, tipico di realtà preminentemente rurali: i narodniki della Russia zarista nella seconda metà del XIX secolo e, alle sue propaggini opposte, il People’s Party negli Stati Uniti di fine ‘800. Entrambi furono pervasi da confuse istanze progressiste, nella loro forma ibrida ancora in evoluzione.
Sostanzialmente, il populismo si configura come una forma di primitivismo politico, che si alimenta di suggestioni e pulsioni emotive.
Come reazione alla modernità, nel trionfo dell’irrazionalismo e nel culto dell’azione nutrito dal mito per la “rivoluzione”, si confonde spesso e volentieri col nazionalismo, contribuendo non poco a concimare il substrato ideologico dei fascismi europei.
In Sudamerica, il populismo si contraddistinguerà come il tratto distintivo dei vari caudillos latinoamericani, dal Brasile di Getulio Vargas al “Partito Giustizialista” nell’Argentina di Juan Domingo Peron. E, con tutte le sue varianti nazional-popolari, fornisce a tutt’oggi la forma di governo predominante nel continente.
Southpark peopleNei sistemi politici maturi, il “populismo” ha sempre costituito un fenomeno marginale, alimentato da insofferenze piccolo-borghesi e ribellismo fiscale. Con ondate regolari, si manifesta ad ogni vento di crisi, spinto dalla marea di un malcontento diffuso ma propositivamente effimero. Nella sua forma ricorrente, rappresenta una cesura polemica tra la rappresentanza elettorale ed il corpo votante, in cerca di rassicurazioni e soluzioni semplificate a problemi complessi. Si muove su una piattaforma trasversale, attingendo tra i delusi della politica tradizionale; oscilla a sinistra, ma quasi sempre finisce per collocarsi a destra lambendone le estreme.
Nell’Europa della post-democrazia, con la crisi della rappresentanza e lo svuotamento progressivo delle libertà costituzionali, il populismo è rapidamente assurto dalla sua posizione irrilevante, confinato com’era nella periferia del tribalismo protestatario, a espressione prevalente ed in rapida ascesa nell’asfittico panorama della politica tradizionale.

«Nati spesso dal nulla come movimenti di protesta, privi di strutture, di quadri e di organizzazione, mossi da un imprenditore politico, i partiti populisti – ma non solo – si identificano innanzi tutto con il loro leader. E nonostante la loro estrema varietà, tutti i populismi hanno almeno un elemento in comune: l’importanza della leadership, al punto che molti di questi movimenti mantengono la loro unità e sopravvivono solo finché perdura il carisma del fondatore.
[…] Il populismo non si riferisce al capo solo come incarnazione dell’autorità: il leader è anche colui che esprime attraverso la sua persona i valori di cui il “popolo” è portatore. Grazie al suo carisma è in grado di mobilitare le energie al servizio del popolo e della nazione.»

 Yves MENY e Yves SUREL
 “Populismo e Democrazia”
 Il Mulino (Bologna, 2001)

Per i limiti congeniti alla carica anti-sistemica, solitamente i movimenti populisti non riescono quasi mai ad “istituzionalizzarsi”, finendo con l’esaurire la loro spinta propulsiva per l’impossibilità intrinseca di realizzare la “missione” prefissata. Incentrati esclusivamente sulla figura carismatica del “capo politico”, al quale legano le sorti in un rapporto esclusivo, si dissolvono in fretta con l’eclisse politica del fondatore per difetto di organizzazione.
NSDAP poster - Free Saxony from Marxist trash In una comunità carismatica, l’unico ruolo riconosciuto è quello del leader, che individua e quindi distribuisce le mansioni all’interno del gruppo, avocando a sé la sostanza degli aspetti decisionali ed il controllo delle reti di finanziamento, decidendone le forme e l’indirizzo secondo propria discrezione.
La concentrazione dei poteri in un’unica figura, legittimata dal fascino totalizzante del suo carisma, presuppone una debolezza intrinseca delle strutture organizzative del movimento, funzionali all’esercizio del potere carismatico e non alla creazione di una struttura permanente. L’assenza di ruoli formali distinti da quelli del “Capo”, l’irregolarità del finanziamento, la mancata strutturazione di regole e procedure, con organismi interni di garanzia per la corretta applicazione delle norme, ne costituiscono una conseguenza endemica.
D’altronde un’organizzazione strutturata in forme più complesse è rifiutata a priori, in quanto identificata con l’aborrita forma-partito, e sostituita quindi con la leadership padronale ed il rapporto diretto, quasi messianico, tra il “capo politico” ed il “popolo”, inteso più che altro come collettore omogeneo di messaggi “contro”.
A partire dagli anni ’90 del XX secolo, le nuove paure legate all’immigrazione di massa ed alla globalizzazione selvaggia, hanno gonfiato il bacino elettorale di “movimenti” e partiti populisti, facendoli tracimare dal loro alveo tradizionale, tanto che la loro espansione sembra diventata una peculiarità nei Paesi dell’area mediterranea. In questo, ha trovato fertile terreno soprattutto in Italia, da sempre laboratorio ideale di tutte le degenerazioni politiche e gli avventurismi personalistici…
Nella sua Psicologia della folla (1895), Gustave Le Bon attribuiva la tendenza ad una naturale eccitabilità delle folle latine.

“Non essendo la folla impressionata che da sentimenti eccessivi, l’oratore che vuole sedurla deve abusare delle affermazioni violente. Esagerare, affermare, ripetere, e non mai tentare di nulla dimostrare con un ragionamento, sono i procedimenti di argomentazione familiari agli oratori di riunioni popolari.”

Un secolo dopo, in tempi non sospetti, dinanzi al preponderante affermarsi del fenomeno, il Taguieffsociologo francese Pierre-André Taguieff concentrò le sue attenzioni sull’insorgenza capillare dell’illusione populista, utilizzando come termine di riferimento per il suo studio: il Front National della famiglia Le Pen ed il FPO” austriaco del prematuramente scomparso Jörg Haider, nel rapporto tra nazional-populismo e nuova destra.
Nella sua ricerca, Taguieff distingue due tipi di populismo politico: il Protestario e l’Identitario.
E su questi delinea i tratti salienti del fenomeno analizzato nella sua complessità:

«Il populismo politico presuppone una dimensione polemica (essere populista significa innanzitutto “essere contro”). Occorre precisare che entrambe le forme di populismo possono collocarsi a destra o a sinistra, abbinarsi ad un orientamento liberale o ad una posizione conservatrice, mascherare un’ostentata posizione anticapitalista o un appello alla “libertà economica”, al “capitalismo popolare” ecc.
La retorica dei movimenti populisti di destra si caratterizza in particolare per il fatto di sfruttare quelli che alcuni politologi hanno chiamato i “sentimenti antipartitici”, tramite la denuncia del programma e dell’azione di altri partiti – dei “partiti di governo” prima di tutto – o dalla condanna del comportamento di questi ultimi. Questi partiti populisti, collocati a destra o all’estrema destra, si presentano non senza paradosso come “partiti antipartiti”. La traduzione in slogan di questa posizione paradossale è la denuncia del “sistema”, dell’establishment, della “classe politica”, del “sistema dei partiti”, e della “burocrazia”.»

 Pierre-André Taguieff
 “L’illusione populista”
 Mondadori, 2003

Il segreto intrinseco per sciogliere la dicotomia di “partito-antipartito” sta nella scelta volksgemeinschaftsemantica del nome, declinato col termine di “movimento”. L’anti-parlamentarismo si traduce come critica alla “democrazia rappresentativa”, a favore di una democrazia “diretta”. Ovvero una democrazia plebiscitaria, dove di “diretto” c’è solo il costante appello al “popolo”, enumerato nel suo insieme come massa anonima ed omogenea.
Secondo Taguieff, la forma decisionale per eccellenza della democrazia populista è il referendum:

«..e più particolarmente il referendum di iniziativa popolare, che permette di aggirare le mediazioni politiche o amministrative, di scavalcare cioè il sistema rappresentativo, dato che sono gli stessi elettori, a certe condizioni, a prendere l’iniziativa della legge. Questa prima forma di populismo politico ha quindi la principale caratteristica di essere incentrata sulla contestazione o sulla critica del sistema di rappresentanza politica e sociale. Un tale tipo di populismo lo si incontra negli atteggiamenti, nei movimenti, o nelle ideologie protestatarie che mettono in atto una funzione “tribunizia”.
[…] L’appello al popolo implica la denuncia del sistema costituito della rappresentanza politica, simbolizzato nel discorso di Jorg Haider dai “vecchi partiti”…. La sua forma di legittimazione più efficace consiste nell’esigere una sempre maggior democrazia. Il 31/08/1994, Haider può così dichiarare: “Non ricostituiremo lo stato di diritto se prima non la faremo finita con il regno dei partiti costituiti. La democrazia rappresentativa è superata”.
[…] A questa domanda talvolta iperbolica di “democratizzazione” si aggiungono altre caratteristiche del discorso populista, che permettono globalmente di collocarlo a destra.
1) L’antintellettualismo, che implica l’esaltazione del sapere spontaneo o della saggezza ancestrale del popolo, il quale sa meglio dei suoi lontani dirigenti che cosa gli conviene.
2) L’iperpersonalizzazione del movimento, attraverso la figura carismatica del leader: Haider in Austria, Le Pen in Francia, Bossi nel Nord Italia, senza dimenticare Berlusconi. Nella maggior parte dei casi viene diffusa una leggenda oleografica ed edificante, che mette in evidenza la vita esemplare e la virilità del leader, il suo successo sociale e perfino la sua “onestà” o “sincerità”…. Del leader viene anche messa in rilievo l’esemplare capacità di contatto o di comunicazione con il popolo, qualità che gli permette di mostrarlo vicino “a chi sta in basso” e di distinguerlo dagli altri uomini politici, trattati come esemplari di un’unica e identica casta lontana dal popolo.
3) La difesa dei “valori del liberalismo economico”, indistinguibile da quella della piccola impresa e della proprietà privata; di qui anche la preferenza per certe categorie sociali: professioni liberali, piccoli e medi imprenditori, contadini ecc. (in realtà le classi definite medie a esclusione dei lavoratori dipendenti). Le altre categorie sociali tendono ad essere stigmatizzate come parassiti (gli impiegati pubblici in primo luogo) o come pericolosi deviati (gli artisti, tendenzialmente drogati e/o omosessuali). Si riconosce qui la tematica del “capitalismo popolare” (presente nel poujadismo ma anche nel lepenismo delle origini), che più o meno si avvicina al protezionismo economico ed è accompagnato da dichiarazioni antimondialiste o antiliberoscambiste. Questo populismo di difesa dei privilegiati specula sulla paura del declassamento sociale e si presenta, secondo l’espressione consueta, come “sciovinismo del benessere”, se non addirittura un “razzismo dei ricchi”.
[…] Un nuovo tipo ibrido è nato: il tribuno-proletario-miliardario.»

A maggior ragione, l’appello diretto al “popolo” del capo carismatico..

«implica non solo la sua intenzione di fare a meno delle mediazioni istituzionali e delle elite intermedie, ma anche di guarirlo contro queste ultime. In tale atto, che è anche l’espressione di un desiderio, si riconosce la dimensione anti-establishment, che può tradursi in una posizione anti-parititica, se non addirittura anti-politica. Di qui l’autodefinizione di una simile forza politica come “movimento”, come raggruppamento popolare incarnato dal leader carismatico e orientato contro il sistema politico, preso di mira nel suo insieme o solo in certe figure. Il Front National si colloca così sia tra i partiti antipartitici che in quelli antisistema.
[…] L’appello diretto al popolo corrisponde a due orientamenti: da una parte, il sogno di un ordine politico privo di mediazioni, liberato dagli astratti e complessi sistemi di rappresentanza, che apre uno spazio utopico in cui il principio della sovranità del popolo si ritraduce in un suo puro autogoverno (la “democrazia diretta”); dall’altra, la cristallizzazione dei sogni di fiducia, trasparenza, purezza e unità fusionale del faccia a faccia idealizzato tra il “capo” ed il “suo” popolo (la democrazia diretta illustra allora il tipo di autorità carismatica, diventando indistinguibile da una democrazia plebiscitaria). L’autenticità del popolo è così costruita attraverso una duplice denuncia di potenze ostili, più o meno invisibili…. Il sogno di trasparenza reso evidente dall’appello alla democrazia diretta (che si riduce a referendum di iniziativa popolare) ha come rovescio il ricorso alla “teoria del complotto”

 Pierre-André Taguieff
 “L’illusione populista”
 Mondadori, 2003

A soggetti inversi il prodotto non cambia. Si parla dei fascisti del Fronte Nazionale (ed altre deiezioni sparse), ma sembra la descrizione di qualcun altro…

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La politica come professione

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , on 3 settembre 2013 by Sendivogius

Killzone-4Ai tempi grami di ristagni culturali e riflussi sociali, all’ombra delle grande depressione (economica e non), in un’Italia sotto sedazione delle ‘larghe intese’, cloroformizzata com’è dall’iniezione di un neo-centrismo narcolettico di derivazione morotea, c’è chi si interroga pensoso, tra uno sbadiglio e l’altro, dei destini della nazione in bilico tra “anti-politica” ed il mito austero della “governabilità”, secondo i cliché condivisi di una narrazione sempre più asfittica nell’autoreferenzialità dei suoi interpreti.
Tra derive populistiche, nell’effimera risacca di rigurgiti persistenti, e più concrete restaurazioni oligarchiche, torna in voga il ruolo del “politico” come categoria (tanto per parafrasare Carl Schmitt), tutta da delineare nella prevalenza dell’istrione alternato al cialtrone, con la loro interscambiabile (e quasi indistinguibile) sovrapposizione di ruoli per la reciproca erosione.
In proposito, per quei ricorsi della Storia che a noi divertono particolarmente, alla ricerca di un senso di cui la materia è sprovvista, sarà forse interessante riportare in parte il testo (pubblicato nel 1919) di una conferenza fiume che Max Weber tenne a Vienna sull’argomento, nel lontano 1918, durante ben altra crisi epocale…
Giocando sulla parola tedesca “beruf” che può essere indistintamente tradotta come vocazione o anche professione, Weber illustra il ruolo dell’uomo politico chiamato a responsabilità pubbliche. Depurato dai richiami mistico-religiosi, il testo ha una curiosa freschezza contemporanea… Noterete come certe valutazioni siano assolutamente calzanti a determinati personaggi attualmente in circolazione e, per l’appunto, iin riferimento al loro rapporto con l’attività politica…

«Quali gioie intime è dunque essa in grado di offrire, e quali attitudini personali presuppone da chi vi si dedica?
Ebbene, anzitutto essa procura il sentimento del potere. Anche in posizioni modeste dal punto di vista formale, il politico di professione ha la coscienza di esercitare un’azione sugli uomini, di partecipare al potere che li domina, e soprattutto ha il sentimento di aver tra le mani un filo conduttore delle vicende storiche e di elevarsi al di sopra della realtà quotidiana. Ma il problema che ora per lui si pone è questo: quali sono le qualità per cui egli può sperare di essere all’altezza di tale potere (per quanto limitato esso possa essere nel caso singolo) e quindi della responsabilità che gliene deriva? Sconfiniamo cosi nel campo delle questioni etiche; giacché a queste appartiene la domanda: che uomo deve essere colui al quale è consentito di metter le mani negli ingranaggi della storia?
Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza.
Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una “causa” (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. Non nel senso di quel fermento interiore, che il mio compianto amico Georg Simmel usava definire “agitazione sterile”, particolarmente caratteristica di un certo tipo di intellettuale russo (non certo di tutti) e che ora, in questo carnevale che si ammanta del nome altisonante di “rivoluzione”, ha una parte cosi importante anche tra i nostri intellettuali: un “romanticismo di ciò che è intellettualmente interessante“, campato sul vuoto, senza alcun concreto senso di responsabilità.
Beppe Grillo[…] La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell’animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev’essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente “si agitano a vuoto”, è solo possibile attraverso l’abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola. La “forza” di una “personalità” politica dipende in primissimo luogo dal possesso di doti siffatte. L’uomo politico deve perciò soverchiare dentro di sé, giorno per giorno e ora per ora, un nemico assai frequente e ben troppo umano: la vanità comune a tutti, nemica mortale di ogni effettiva dedizione e di ogni “distanza”, e, in questo caso, del distacco rispetto a se medesimi. La vanità è un difetto assai diffuso, e forse nessuno ne va del tutto esente. Negli ambienti accademici e universitari è una specie di malattia professionale.
Il TartarugaTuttavia presso gli studiosi, per quanto possa apparire antipatica, essa è relativamente innocua nel senso che di regola non nuoce all’attività scientifica. Per l’uomo politico è tutt’altra cosa. L’aspirazione al potere è lo strumento indispensabile del suo lavoro. “L’istinto della potenza” (Macht­instinkt) – secondo l’espressione in uso – appartiene perciò di fatto alle sue qualità normali. Ma nella sua professione il peccato contro lo Spirito Santo comincia quando tale aspirazione al potere smarrisce le “cause” per cui esiste e diventa un oggetto di autoesaltazione puramente personale, invece di porsi esclusivamente al servizio della “causa”. Giacché si danno in definitiva due sole specie di peccati mortali sul terreno della politica: mancanza di una “causa” giustificatrice (Unsachlichkeit) e mancanza di responsabilità (spesso, ma non sempre, coincidente con la prima). La vanità, ossia il bisogno di porre in primo piano con la massima evidenza la propria persona, induce l’uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di quei peccati o anche tutti e due. Tanto più, in quanto il demagogo è costretto a contare “sull’efficacia”, ed è perciò continuamente in pericolo di divenire un istrione, come pure di prendere alla leggera la propria responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi soltanto “dell’impressione” che egli riesce a fare. Egli rischia, per mancanza di una causa, di scambiare nelle sue aspirazioni la prestigiosa apparenza del potere per il potere reale e, per mancanza di responsabilità, di godere del potere semplicemente per amor della potenza, senza dargli uno scopo per contenuto. Infatti, quantunque, o meglio proprio in quanto la potenza è l’indispensabile strumento di ogni politica e l’aspirazione al potere una delle sue Massimo D'Alemaforze propulsive, non si dà aberrazione dell’attività politica più deleteria dello sfoggio pacchiano del potere e del vanaglorioso compiacersi nel sentimento della potenza, o, in generale, di ogni culto del potere semplicemente come tale.

Il mero “politico della potenza” (Machtpolitiker), quale cerca di glorificarlo un culto ardentemente professato anche da noi, può esercitare una forte influenza, ma opera di fatto nel vuoto e nell’assurdo. In ciò i critici della “politica di potenza” hanno pienamente ragione. Dall’improvviso intimo disfacimento di alcuni tipici rappresentanti di quell’indirizzo, abbiamo potuto apprendere per esperienza quale intrinseca debolezza e impotenza si nasconda dietro questo atteggiamento borioso ma del tutto vuoto.
G.W.Bush[…] E’ perfettamente vero, ed è uno degli elementi fondamentali di tutta la storia (sul quale non possiamo qui soffermarci in dettaglio), che il risultato finale dell’azione politica è spesso, dico meglio, è di regola in un rapporto assolutamente inadeguato è sovente addirittura paradossale col suo significato originario. Ma appunto perciò non deve mancare all’azione politica questo suo significato di servire a una causa, ove essa debba avere una sua intima consistenza. Quale debba essere la causa per i cui fini l’uomo politico aspira al potere e si serve del potere, è una questione di fede. Egli può servire la nazione o l’umanità, può dar la sua opera per fini sociali, etici o culturali, mondani o religiosi, può essere sostenuto da una ferma fede nel “progresso” non importa in qual senso – oppure può freddamente respingere questa forma di fede, può inoltre pretendere di mettersi al servizio di una “idea”, oppure, rifiutando in linea di principio siffatta pretesa, può voler servire i fini esteriori della vita quotidiana – sempre però deve avere una fede. Altrimenti la maledizione della nullità delle creature incombe effettivamente – ciò è assolutamente esatto – anche sui successi politici esteriormente più solidi.»

  Max Weber
“La Politica come vocazione” (1919)
Tratto da “Il lavoro intellettuale come professione” (Einaudi, 1993)

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Adveniunt barbari ad portas

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , on 28 settembre 2012 by Sendivogius

A conclusione di un ciclo storico, il ventennio berlusconiano termina così com’era cominciato: una recessione economica devastante, sul vento dell’anti-politica che negli anni s’è trasformato in tempesta, con gli stessi problemi irrisolti di sempre nel frattempo deflagrati in cancro sociale, attraverso la farsa che anticipa e supera la tragedia.
Il Satyricon da basso impero che precede la calata dei barbari ne è solo il degno epilogo nel trionfo estremo del kitsch, al quale per almeno 6 lunghi lustri si sono uniformati i gusti ed i comportamenti dell’italiano medio, con un’indulgenza complice e spesso compiaciuta di una cosiddetta società (in)civile.
Se l’attuale crisi economica in corso ha un merito, è l’aver bloccato quella formidabile macchina del consenso, cessando di oliare gli ingranaggi di un meccanismo di redistribuzione sbagliata… La stessa che per decenni ha garantito la sopravvivenza di un sistema sostanzialmente corrotto, fondato com’era su flussi di denaro pubblico irrorati a pioggia fino ad esaurimento, su base clientelare (quando non clanica), per cooptazione, favoritismi e raccomandazioni estese su ritorno elettorale, dei quali tutti o quasi hanno approfittato con pochi scrupoli e senza troppe rimostranze.
Fintanto che la ricchezza circolava, nell’illusione di un arricchimento collettivo ancorché fittizio, il “sistema” andava bene a tutti. Adesso che i ‘soldi’ non circolano più sono tutti inkazzati, nella caccia ai responsabili dello sfascio generale… Basterebbe guardarsi allo specchio per trovare i principali colpevoli!
Più folla che popolo, gli italiani si rigenerano ogni volta ad immagine e somiglianza del peggio che li rappresenta, declinando le proprie responsabilità per auto-assoluzione, nella gaia innocenza della loro inconsistenza civica.
Conformemente, nel ’94 scelsero un miliardario fallito, titolare di un monopolio creato e favorito in tutti i modi possibili dalla dimenticata “casta” craxiano-democristiana, cresciuto all’ombra della massoneria deviata e delle logge eversive come la P2 di Licio Gelli, stringendo relazioni inconfessabili con le cosche della mafia siciliana. A livello meramente personale, si trattava di un imbarazzante bauscia da anni’50, indefesso puttaniere, che si presentava al grande pubblico con la faccia impiastricciata di cerone, comunicando solo tramite invio di videocassette (come Bin Laden) con una calza di nylon infilata nell’obiettivo della telecamera, in antitesi ad una folla di litigiosi cacicchi ammucchiati sotto le insegne di un centro-sinistra senza anima né idee.
Gli italiani lo votarono in massa. E insieme a lui elevarono agli onori delle Istituzioni repubblicane una tribù di trogloditi analfabeti con velleità secessioniste, provenienti dai villaggi della pedemontana. In aggiunta, scelsero i nostalgici del Fascio, direttamente ripescati dalle fogne della storia patria, a ideale contorno della nuova razza padrona.
Evidentemente soddisfatti, hanno continuato a rieleggerli per i 18 anni successivi, fino all’inevitabile (e naturale) epilogo. E adesso tuonano contro una classe politica, sacralizzata dal voto e assolutamente degna di un popolo di cialtroni che però si crede incredibilmente “furbo”.
Non per niente, i favori del momento sono riservati ad un ex cabarettista, che ha dismesso i panni di comico per indossare in pianta stabile quelli del buffone, il quale va blaterando in giro di dittatura democratica, con lui ovviamente nei panni del condottiero, e senza che si levi un solo dubbio tra il pubblico festante che anzi trova l’evocazione molto divertente. Tra i maitre à penser del novello Savonarola c’è una sorta di Rasputin informatico che fa profezie sulla Terza Guerra mondiale, teorizzando una distopia sul modello Matrix di meta-simbionti connessi tra loro.
Gli italiani, più che le cause, ricercano gli effetti di un degrado sociale e culturale che ha pochi eguali nel mondo occidentale. Il loro bersaglio polemico prediletto è sempre l’Altro, colto nella sua aliena alterità, che ne permette l’immutata propagazione di vizi e miserie spacciate per “arte di arrangiarsi” (Elogio del Furbo), presentata come massima espressione dell’italico savoir vivre, colto nel suo genio.
Attualmente, il modello di riferimento sembra essere quasi una riedizione dell’antica “Caccia alle Streghe”: una comunità lacerata al suo interno da vecchi rancori, impaurita dal futuro incerto, sconquassata dalla ‘crisi’ e da eventi ‘esterni’ (guerre, carestie, epidemie) che subisce senza comprendere. La ricerca di un capro espiatorio e l’arrivo di un Predicatore che indichi i bersagli da colpire, istituendo la sua inquisitio con tanto di giuria popolare.

Come giustamente hanno notato osservatori di ben altra pasta e intelligenza:

«In Italia viviamo tempi sempre più foschi.
Si fa più cupo il linguaggio della politica, che ormai si manifesta solo come incessante invettiva.
È l’era dei “moralisti d’accatto”, che fanno a gara per dimostrare l’ignominia altrui, senza curarsi della loro o quella di chi li circonda.
È tempo di sermoni e prediche, di nuovi e vecchi guru, di Cassandre o di Savonarola. Nuovi roghi, che fanno di tutta un’erba un fascio (littorio?), rinnovate parole crociate (per il tono inquisitorio), da contrapporre agli avversari intesi come nemici da abbattere.
È anche l’epoca delle grandi ipocrisie, dell’anti-Casta, anch’essa Casta, che, a volte e nella migliore delle ipotesi, non può dirsi più casta e pulita rispetto ai vizi e alle nefandezze altrui.
Sono tempi sempre più cupi. Tempi di estrema confusione.
In questo osceno scenario si enfatizzano i toni di alcuni moralizzatori, che si presentano in veste politica o giornalistica.
Si tace su questioni che toccano, riguardano e rischiano d’inficiare, se indagati o resi noti, l’opera di questi presunti novelli Catone.
La cerchia degli “amici degli amici”, ovviamente, non si cura nè sogna di “far le pulci” a chi si erge a censore dell’altrui operato o condanna, senza possibile appello, il malvezzo di agire solo in nome e per conto di interessi privatissimi.
L’altra Casta, quella dei giornalisti, usi a obbedir tacendo, sempre compiacenti verso i vecchi o i nascenti poteri, se non caduti in disgrazia, nulla dicono sulla dichiarata purezza della rinascente Inquisizione.»

Quant’è casta l’anti-casta?
Il Postideologico

Nel frattempo, per l’ordinaria amministrazione, ci si affida con sgomento e si tollera l’eccezione del Governo Monti: un direttorio tecnocratico di banchieri e professori da istituti privati, senza la più pallida idea di come sia la vita di tutti i giorni, nella distanza siderale che li separa dalle difficoltà quotidiane ed i sacrifici imposti ai comuni mortali. Sono i sacerdoti liberisti del rigore contro terzi, noncuranti e indifferenti a quello che realizzano in campo economico dato che, qualsiasi cosa accada, saranno sufficientemente ricchi da continuare a stare bene (John Lloyd). Soprattutto, sono il miglior passepartout per la sopravvivenza della sedicente “casta” e lo scardinamento degli ultimi diritti sociali, in una democrazia a libertà vigilata, con un Mario Monti disponibilissimo a continuare il proprio mandato, ma insofferente a ogni legittimazione di naturale elettorale o investitura popolare (sia mai!).
È il governo austero che con candore dichiara: “per rilanciare la crescita servono investimenti, ma li stanzieremo solo dopo che la recessione sarà finita”.
In pratica, è come se un medico dicesse: “ti somministrerò gli anti-settici, soltanto quando l’infezione sarà guarita da sola”. L’operazione è perfettamente riuscita, ma il paziente (ahi lui!) è morto. 
E tutto avviene nell’ignavia generale, mentre il popolo degli eterni bambini gioca alla sua nuova rivoluzione, rincorrendo i consiglieri regionali con le telecamerine per postare i video su youtube, convinti nella loro ingenuità cospirazionista di chissà quali nefandezze si consumino mai in truci aule consiliari aperte al pubblico e con assemblee verbalizzate. Non ci si capacita dunque come sì tante ruberie siano avvenute, senza che mai alcuno di questi segugi 2.0 da “fiato-sul-collo” si accorgesse minimamente di quanto i voraci onorevoli andavano realmente combinando. Troppo spesso si dimentica che gli atti di giunta sono pubblici e da chiunque consultabili, anche se sono ben pochi coloro che si prendono la briga di leggere bilanci e studiare delibere. Si tratta infatti di un’attività molto più dispendiosa e noiosa, che postare cazzate su facebook o salmodiare in coro “vaffanculo” davanti ad un maxischermo, con gli isterismi di un ragioniere invasato che tiene la sua consueta omelia anti-casta. Ed è pure per questo che in Italia tutto continua a (non) cambiare, affinché ogni cosa rimanga com’è… E’ un serpente che muta la pelle e sguscia via, pronto per mordere ancora.

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Forconi d’Italia

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , on 23 gennaio 2012 by Sendivogius

Sostanzialmente ignorato dai ‘grandi’ media, il cosiddetto “Movimento dei Forconi” (ultimo prodotto del ribellismo siciliano) ha subito scatenato i facili entusiasmi di un noto comico in pensione e prestato alla politica, insieme ad una confusa pletora di aspettative in ambito locale, che ne esaltano la dirompente carica anti-sistema e niente più.
Il braccio operativo si fa chiamare “Forza d’Urto”… A noi ricorda il titolo di un imbarazzante action-movie con Brian Bosworth (ex giocatore di football) che si infiltra in una banda di bikers anarco-nazisti. E non ci meraviglia il fatto che il nuovo movimento sicano (che ama definirsi ‘apolitico’) abbia scelto come referenti locali i fascisti di FN, trovando a Nord il prevedibile sostegno degli invasati padão della Lega. D’altra parte l’anti-meridionalismo leghista raggiunge l’apice quando bisogna salvare i camorristi dalla galera o certificare i nobili natali di prostitute marocchine, in ossequio al Papi della patria.
A noi che siciliani non siamo, sinceramente riesce difficile comprendere le ragioni della ‘rivolta’… Peraltro non siamo gli unici [QUI].
E certo, lungi dall’essere nazionalisti, proprio non ci è piaciuto il rogo del tricolore!
D’altra parte, non abbiamo ben capito contro chi esattamente abbia a protestare questa cospicua fetta di abitanti di una Regione a statuto speciale, pessimamente amministrata, con una amplissima autonomia fiscale che si regge però sulle rimesse del governo centrale e che sperpera indegnamente, senza dover rendere conto di alcunché. Parliamo di una regione che ha una classe politica infima, che ha esportato fino al Parlamento nazionale fino ai più alti scranni di governo, e che pervicacemente vota da 60 anni in elezioni plebiscitarie, facendo spesso la fortuna di individui abominevoli tra i peggiori politicanti della storia unitaria.
 Non certo il ‘movimento’ sembra protestare contro il governatore Lombardo, o i voraci inquilini del Palazzo dei Normanni, o la pletora di clientele para-mafiose che soffocano il tessuto economico locale e umiliano la società civile siciliana, il cui coraggio non ha eguali in nessun’altra regione d’Italia.
E se la nostra critica può risultare indigesta ad alcuni, vale la pena citare ancora una volta il famosissimo apologo del Principe di Salina, che nonostante gli anni non invecchia mai:

«In Sicilia non importa far male o bene; il peccato che noi non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’. Siamo vecchi, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee tutte venute da fuori, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso.
[…] Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagagliaio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semi-desti; da ciò il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane: le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l’incredibile fenomeno della formazione attuale, contemporanea a noi, di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae appunto perché è morto.
[…] Lei è un gentiluomo, Chevalley, e stimo una fortuna averlo conosciuto; Lei ha ragione in tutto; si è sbagliato soltanto quando ha detto: ‘i Siciliani vorranno migliorare.’ Le racconterò un aneddoto personale. Due o tre giorni prima che Garibaldi entrasse a Palermo mi furono presentati alcuni ufficiali di marina inglesi, in servizio su quelle navi che stavano in rada per rendersi conto degli avvenimenti. Essi avevano appreso, non so come, che io posseggo una casa alla Marina, di fronte al mare, con sul tetto una terrazza dalla quale si scorge la cerchia dei monti intorno alla città; mi chiesero di visitare la casa, di venire a guardare quel panorama nel quale si diceva che i Garibaldini si aggiravano e del quale, dalle loro navi non si erano fatti una idea chiara. Vennero a casa, li accompagnai lassù in cima; erano dei giovanottoni ingenui malgrado i loro scopettoni rossastri. Rimasero estasiati dal panorama, della irruenza della luce; confessarono però che erano stati pietrificati osservando lo squallore, la vetustà, il sudiciume delle strade di accesso. Non spiegai loro che una cosa era derivata dall’altra, come ho tentato di fare a lei. Uno di loro, poi, mi chiese che cosa veramente venissero a fare, qui in Sicilia, quei volontari italiani. ‘They are coming to teach us good manners’ risposi ‘but wont succeed, because we are gods.’ ‘Vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi.’ Credo che non comprendessero, ma risero e se ne andarono. Così rispondo anche a Lei; caro Chevalley: i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una decina di popoli differenti essi credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali sontuosi. Crede davvero Lei, Chevalley, di essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale? Chissà quanti imani mussulmani, quanti cavalieri di re Ruggero, quanti scribi degli Svevi, quanti baroni angioini, quanti legisti del Cattolico hanno concepito la stessa bella follia; e quanti viceré spagnoli, quanti funzionari riformatori di Carlo III; e chi sa più chi siano stati? La Sicilia ha voluto dormire, a dispetto delle loro invocazioni; perché avrebbe dovuto ascoltarli se è ricca, se è saggia, se è onesta, se è da tutti ammirata e invidiata, se è perfetta, in una parola?
Adesso anche da noi si va dicendo in ossequio a quanto hanno scritto Proudhon e un ebreuccio tedesco del quale non ricordo il nome, che la colpa del cattivo stato delle cose, qui ed altrove, è il feudalesimo; mia cioè, per così dire. Sarà. Ma il feudalesimo c’è stato dappertutto, le invasioni straniere pure. Non credo che i suoi antenati, Chevalley, o gli squires inglesi o i signori francesi governassero meglio dei Salina. I risultati intanto sono diversi. La ragione della diversità deve ritrovarsi in quel senso di superiorità che barbaglia in ogni occhio siciliano, che noi stessi chiamiamo fierezza, che in realtà è cecità. Per ora, per molto tempo, non c’è niente da fare. Compiango; ma, in via politica, non posso porgere un dito. Me lo morderebbero. Questi sono discorsi che non si possono fare ai Siciliani; ed io stesso, del resto, se queste cose le avesse dette lei, me ne sarei avuto a male.»

  Giuseppe Tomasi di Lampedusa
  “Il Gattopardo”
  Feltrinelli Editore; Milano 1958.
  (pagg. 125-127)

A noi personalmente la rivolta dei forconi ricorda sapori antichi, nel solco di vecchi movimenti protestatari, che ogni tanto si scollano dalla loro originaria crosta reazionaria per consumarsi in fretta con effimere fiammate. In fondo, ci siamo già passati… In Italia abbiamo avuto il Fronte dell’Uomo Qualunque, che guarda caso aveva in Sicilia uno dei suoi maggiori bacini elettorali. Certe rivendicazioni, astratte quanto rumorose, nella loro carica corporativa estesa all’intero ambito nazionale, ricordano invece l’alter-ego francese, condensato nelle insofferenze populiste del poujadismo di ritorno, per una destra sempre alla ricerca del suo Georges Boulanger.

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