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Posted in Muro del Pianto, Roma mon amour with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 novembre 2014 by Sendivogius

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Piaga antica, il Trasformismo è una costante della politica italiana di cui costituisce la norma, contrassegnando il degrado della vita pubblica: dai feudi elettivi su base ereditaria ai notabili locali, coi loro pacchetti di voti in dote al miglior offerente; dai corporativismi castali, ai cacicchi del trasversalismo consociativo; dai signori delle tessere, ai padrini delle clientele e delle cosche elettorali… È il gusto arcaico di un ‘potere’ dalle forme barcocche, inteso innanzitutto come arbitrio personale ed esercitato all’ombra degli ‘affari’, nella presunzione dell’impunità.
Boardwalk EmpireIl proliferare di certi figuri istituzionali misura l’intorbidamento di valori e prospettive ideali, progressivamente imputridite nelle acque di una politica tossica, impantanata nelle torbiere della grande palude centrista. Nessun corpo ne è immune. Una volta effettuato l’innesto per ibridazione democristiana, la contaminazione è irreversibile. Si diffonde come una neoplasia tumorale ed agisce alla stregua di un virus mutogeno, che rigenera le cellule dell’organismo ospite a propria immagine e somiglianza. In questa prospettiva, la trasformazione di un PD impollinato dalle spore della Margherita può ritenersi un processo ormai compiuto.
Luigi Lusi ed i milioni sparitiDopo il caso di Fracantonio Genovese, purosangue DC, stavolta è il turno dell’onorevole Marco Di Stefano, per una vicenda passata tutta in sordina e che invece vale la pena delineare nella sua valenza paradigmatica…
Marco-Di-StefanoApostolo del renzianesimo nei circoli della Capitale, mentre alla Leopolda si è occupato di coordinare il tavolo sui “pagamenti digitali”, il deputato Di Stefano è una sorta di emblema del trasformismo applicato a forma vincente di ascesa tutta personale, nel nuovo corso intrapreso da un “centrosinistra”, senza più aspirazioni né funzionalità storica che non sia mera transizione spartitoria.
MARCO DI STEFANOCinquantenne rampante (Roma, il 12/05/1964), Marco Di Stefano nasce politicamente a destra; attraversa tutto l’arco centrista e infine approda a ‘sinistra’, sotto l’illuminata leadership veltroniana, con una di quelle operazioni di mera cooptazione elettorale per acquisizione voti di cui Goffredo Bettini è sempre stato l’immaginifico deus ex machina.
Le sue evoluzioni acrobatiche nelle brughiere della politica romana, che ha fatto delle piroette trasformiste la prassi ordinaria di sottogoverno capitolino, rappresentano un certificato di garanzia.
riot controlEx poliziotto, è stato (manco a dirlo!) un ‘fascista’; bazzica gli ambienti della destra romana e nel 1989 aderisce ufficialmente al MSI. Nel 1993, conosce il MSIsuo primo esordio elettorale di successo, venendo eletto consigliere circoscrizionale, per l’immenso suburbio dell’Aurelio che accorpa i quartieri di Casalotti, Boccea, e Primavalle, nella periferia ovest della città. Sui banchi consiliari della XVIII Circoscrizione di Roma, fa la Stefano De Lilloconoscenza di un altro ras della politica capitolina: quello Stefano De Lillo che, insieme ai suoi fratelli, tanto si darà da fare nella Roma di Alemanno, piazzando mezzo parentado in ogni posto disponibile a carico pubblico. De Lillo, transumato nel “Nuovo Centrodestra” di Angelino Alfano, fa parte a pieno titolo dell’attuale maggioranza di governo di “centrosinistra”. Tornando a Di Stefano, nel corso di un ventennio, passa al CCD (Centro Cristiano Democratico) della triade D’Onofrio-Casini-Mastella, e Mario Baccininel 1997 diventa consigliere comunale. Si mette sotto l’ala protettiva di Mario Baccini, il ferale impresario di pompe funebri in stile anni ’30 recentemente passato anche lui al NCD di Alfano. Aderisce all’UDC di cui diviene segretario provinciale. Segue il grande balzo a ‘sinistra’, quando forte delle sue 14.000 preferenze viene eletto nella lista civica che sostiene la candidatura di Piero Marazzo alla Regione Lazio.
beating-a-dead-horse-call-me-maybeTra un incarico e l’altro, nel 2000 svolge anche le funzioni di sub-commissario governativo dell’UNIRE (Unione nazionale incremento razze equine), feudo personale di Franco Panzironi e della “destra sociale” di Gianni Alemanno, che schiantano l’ente sotto una cascata di debiti.
Goffredo Bettini - Er SeccoNel 2007 passa all’UDEUR di Clemente Mastella, che lo promuove vice-segretario nazionale. Ma nel Febbraio del 2008 molla tutto per entrare nel nuovo PD di Walter Veltroni in quota Fioroni (ex Margherita), per scoprirsi fan accanito di Letta (Enrico) e poi renziano di ferro.
Il governatore Marrazzo, prima di essere travolto dalla sordidissima storiaccia di ricatti, prostituzione transessuale e cocaina, lo nomina assessore al Demanio ed al Patrimonio, con un occhio di riguardo alla cassa ed alle potenzialità di investimento che la sua gestione comporta.
buco neroE qui cominciano i primi guai per il sanguigno Marco Di Stefano… Infatti, secondo la Procura di Roma, l’ex consigliere regionale nel 2008 avrebbe condotto una serie di trattative agevolate, in deroga ai regolamenti previsti dai bandi di gara, con i fratelli Pulcini, noti costruttori romani, assai attivi nel settore immobiliare, per l’affitto di due palazzi alla Regione Lazio (in deficit di bilancio e surplus di immobili), alla Lazio Servicemodica cifra di 7 milioni e 327 mila euro l’anno, per conto della Lazio Service (altra controllata regionale e noto carrozzone clientelare), nell’Agosto del 2008.
pulciniIl ‘bello’ (o il brutto) è che i Pulcini sembrano non detenere nemmeno la proprietà degli immobili interessati alla locazione, ma tramite la propria società di investimenti ne gestiscono l’assegnazione, ricavando lucrose plusvalenze.
Guardia di Finanza Secondo il nucleo di Polizia valutaria della Finanza, attraverso una serie di triangolazioni societarie (la Belgravia Invest srl e la Coedimo), Di Stefano avrebbe predisposto i contratti di locazione al solo fine di soddisfare gli interessi economici degli imprenditori Antonio e Daniele Pulcini a canoni esorbitanti e completamente fuori mercato. Per il disturbo, Di Stefano si sarebbe fatto pagare una ‘provvigione’ pari ad un milione e 800 mila euro, dei quali 300.000 sarebbero stati destinati al suo Lostsegretario e collaboratore personale, tale Alfredo Guagnelli di cui non si hanno più tracce dall’08/10/09 dopo un suo misterioso viaggio a Firenze. Una scomparsa provvidenziale, che priva gli inquirenti della procura romana di un tassello fondamentale dell’inchiesta in atto, insieme al corpo del reato (il denaro).
Alfredo Guagnelli Alfredo Guagnelli (classe 1972), viveur e fama di donnaiolo, è uno dei tanti faccendieri dei quali l’Italia abbonda, sempre a cavallo tra affari e politica. Con la sua Internazionale immobiliare e la Genco Srl gestisce compravendite di immobili ed intermediazioni di affari. È di casa in Costa Azzurra ed a Montecarlo, con un occhio sempre attento alla politica domestica per rapporti trasversali… Attraverso la propria concessionari di auto di lusso, World Rent Car si preoccupa di carrozzare Marco Di Stefano. È in ottimi rapporti con Paolo Bartolozzi, eurodeputato di Forza Italia, di cui sosteneva le campagne elettorali. Ed è grande amico di Michele Baldi, un altro specialista nel cambio multiplo di casacche: Alleanza Nazionale, poi Forza Italia, e infine capolista della “Lista Zingaretti” alle ultime elezioni regionali, folgorato anche lui sulla via del Nazareno. Ma Guagnelli in passato ha frequentato pure l’ex consigliere provinciale del Pdl Enrico Folgori e Giulio Gargano (ex DC, ex AN, ex FI, ex tutto), prima di volatizzarsi nel nulla diventando uccel di bosco.

la società dei magnaccioniLa truffa degli enti previdenziali
Gli enti previdenziali costituiscono da sempre la cuccagna per affaristi e politicanti senza scrupoli, che scambiano le casse pensionistiche (altrui) come una specie di bancomat personale a cui attingere liberamente.
Nel 2008, le palazzine già interessate dalla trattativa tra Di Stefano e Guagnelli e Pulcini sullo sfondo della Regione Lazio, tutte situate in Via del Serafico, nel quartiere Ardeatino dove il valore immobiliare di mercato si aggira attorno ai 4.000 € al m², sono oggetto di una seconda transazione…
Enpam Il 14 Ottobre del 2008, la commissione patrimoniale dell’ENPAM (l’Ente di Previdenza ed Assistenza di Medici e Odontoiatri) prende in esame l’acquisto del palazzo di via Serafico 107 già affittato alla Regione. A curare la trattativa è sempre la Belgravia Investimenti.
Il 21 Ottobre i fratelli Pulcini avviano la compravendita dell’immobile con prezzo fissato a 29 milioni di euro, firmando un contratto preliminare con versamento di 2 milioni di euro.
Il 22 Ottobre, la Belgravia Invest Srl, per gentile intercessione dell’assessore Di Stefano partecipa al bando regionale per l’affitto dei nuovi locali della “Lazio Service”.
A Marzo 2009, l’immobile viene venduto all’ENPAM per 58 milioni di euro, con una plusvalenza del 100%. Nel 2010 viene acquistato (tramite la Coedimo Srl) anche il secondo immobile per 31 milioni di euro e subito rivenduto all’ENPAM al costo di 59,7 milioni di euro.
Per una così lungimirante operazione immobiliare, soprattutto per la cassa previdenziale degli odontoiatri, la Procura di Roma ha disposto una indagine per truffa aggravata nei confronti dell’ex presidente dell’Ente Eolo Parodi, Maurizio Dallocchio, docente all’università Bocconi ed ex consigliere esperto dell’ente, l’ex direttore generale Leonardo Zongoli e l’ex responsabile degli investimenti finanziari Roberto Roseti. L’ex direttore del dipartimento immobiliare dell’ente, Luigi Antonio Caccamo è stato invece indagato, per la compravendita di un immobile di sei stanze a Trastevere, dismesso a prezzo particolarmente vantaggioso da parte dei Pulcini.
WackyRacesAntHill_MobLe gigantesche creste ai danni dei bilanci degli enti previdenziali, che oltre a salassare le categorie professionali di riferimento sono chiamati a corrispondere le future pensioni dei medici (tra cui giovani e precari che pagano contributi salatissimi) ed erogare quelle dell’oggi, vista la sostanziale impunità del reato con la restituzione del malloppo, passando per la (s)vendita degli immobili pubblici, tendono a ripetersi con modalità più o meno sempre uguali.
D’altronde, da Pietro Lunardi a Claudio Scajola, le case sono da sempre una grande passione della “politica”, con immobili di pregio che variano di prezzo tra una cessione ed una compravendita, a velocità della luce, dove a guadagnarci sono in pochissimi e quasi sempre gli stessi…
Enpapi È il caso dell’ENPAPI (l’ente previdenziale degli infermieri), con l’acquisto della sua nuova sede in Via Farnese capace di rivalutarsi del 25% in un solo giorno, con immobili che passano di mano nel giro di 24 ore…

«Una sede prestigiosa acquistata per un controvalore di 20 milioni di euro. È quanto ha fatto Enpapi, cassa previdenziale degli infermieri, il 29 aprile 2009 comprando la villa di via Farnese 3, in Roma (quartiere Prati), dalla società Dm Immobiliare. Villa che, nello stesso giorno, Dm Immobiliare aveva rilevato da Citec International (gruppo Citec, specializzato in soluzioni informatiche) per un corrispettivo di 16 milioni.»

Vitaliano D’Angerio
La villa che si rivaluta del 25% in un giorno
Il Sole 24 Ore – (02/02/2012)

Plusvalenza alla vendita: 4 milioni di euro. Tanto a pagare sono gli infermieri.
ENPAPMa niente batte l’incredibile vicenda dell’ENPAP (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza degli Psicologi), con un intero palazzo comprato e rivenduto in un solo giorno, con una cresta da 18 milioni di euro tutta a carico delle casse previdenziali dell’ente.
Il 31 gennaio 2011, l’immobiliare bresciana Estate due srl acquista dal Fondo Omega, un palazzo di oltre 3.000 mq (cinque piani con seminterrato) in pieno centro di Roma, in Via della Stamperia nello storico rione Trevi, al costo di 26 milioni e mezzo di euro e nello stesso giorno rivenduto all’Ente previdenziale degli psicologi per la modica cifra di 44 milioni e mezzo di euro.
Riccardo Conti Amministratore unico dell’immobiliare di Brescia (con un capitale sociale di 73.720 euro e nessuna struttura organizzativa) è Riccardo Conti, che all’occorrenza è anche senatore PdL e che per inciso in tutta la compravendita non sborsa un solo euro.
Il Fondo Omega che detiene la proprietà del palazzo a prezzo variabile è il fondo immobiliare della banca Intesa San Paolo, su gestione della Fimit. A presiedere Angelo Arcicasal’ENPAP e sottoscrivere l’acquisto è invece il lungimirante Angelo Arcicasa, al quale potevano vendere benissimo anche la fontana di Trevi data la sua disponibilità di spesa ed il valore che attribuisce al denaro, peraltro non suo.
In pratica, la nuova sede dell’Enpap viene pagata 14.000 euro a mq. E con IVA inclusa l’intera spesa arriva a sfiorare i 54 milioni di euro. Come invece il costo di un immobile possa aumentare di 18 milioni di euro in una sola giornata lavorativa, è mistero che non l’oculato Angelo Arcicasa, né la FIMIT di Massimo Caputi si sono mai dati la pena di spiegare per un ‘affare’ clamorosamente in perdita.
L’unico a guadagnarci (e parecchio pure!) è il senatore Conti, che non contento si guarda bene dal versare l’IVA dovuta. E si dimentica pure di pagare la ditta che effettua (da contratto) i lavori di ristrutturazione. Si tratta in fondo di una peculiarità distintiva per tutti i ladri che affollano la corte dei papiminkia.

Pappone costituente

En passant, la società immobiliare del senatore Conti si dimentica anche di fornire i certificati di agibilità e le planimetrie catastali del palazzo venduto all’ENPAP, senza che peraltro il presidente Arcicasa si sia mai preso il disturbo di richiederli, col risultato che in tal modo la proprietà risulta invendibile né cedibile a terzi.
Denis VerdiniCom’è, come non è, un milione di euro legato alla compravendita della sede ENPAP finiscono rigirati dal senatore Conti nelle tasche del senatore Denis Verdini, suo degno collega di partito, senza che si capisca bene a che titolo (la penale per un precedente prestito mai chiarito di 10 milioni di euro).
E d’altronde l’amico Denis non è nuovo a simili intrallazzi. Infatti, oltre ad illecito finanziamento (si sospetta la creazione di una provvista di fondi neri), l’intraprendente Verdini dovrà rispondere anche per gli appalti pilotati nella costruzione della nuova Scuola per la formazione dei marescialli dei Carabinieri a Firenze, nell’ambito della sua indefessa attività di “mediatore” al centro di alcuni dei più torbidi intrighi del ventennio berlusconiano nell’ambito della cosiddetta P3 (ne avevamo parlato QUI).
Renzi e VerdiniAttualmente, Denis Verdini è l’interlocutore privilegiato (e si può dire unico) del Telemaco trapiantato a Palazzo Chigi: quello che litiga tutti i giorni con ogni cosa sia collocabile vagamente a sinistra, insulta i sindacati, e odia i “professoroni” a meno che non gli diano sempre ragione. Però è pappa e ciccia con la Confindustria (che gli paga Leopolda e campagna elettorale) e riscrive la Costituzione col pappone di Arcore, di cui Verdini è il plenipotenziario di fiducia.
CUOREIn quanto a Marco Di Stefano, l’entità dell’affare e dell’aggravio di spesa ai danni della Regione Lazio, non hanno impedito al nostro eroe di essere ricandidato a tutte le tornate elettorali successive e maturare il suo bel vitalizio. Inserito nel listino bloccato alle ultime elezioni amministrative, in quota PD nella circoscrizione Lazio1, Marco Di Stefano è risultato essere il primo dei non eletti alla Camera, ed è potuto entrare in Parlamento solo ad agosto 2013, per la rinuncia di Marta Leonori entrata come assessore al Comune di Roma.
Shingeki no kyojinIn virtù delle sue passate e straordinarie esperienze gestionali, a Di Stefano è stato subito assegnato un posto come membro della Commissione Finanze del Parlamento. Attualmente (bontà sua!) si è autosospeso.
Boardwalk-EmpireSono i soliti avanzi di ‘nuovo’, che non passano mai.

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Sobrietà

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , on 26 dicembre 2013 by Sendivogius

Laura Tangherlini

Natale è anche il tempo delle frivolezze. E quindi permetteteci di dedicare qualche riga alla sospensione della giornalista Laura Tangherlini, rimossa dalla conduzione del notiziario di RaiNews24, e attualmente in attesa di provvedimenti disciplinari, per una innocua gaffe fuori onda, consumata in diretta a microfoni ancora accesi…
Nell’austero mondo dell’informazione RAI, la forma è ancora sostanza e non sono ammesse deroghe di alcun tipo. Avesse bestemmiato in diretta, chiudendo il servizio con una scarica di “vaffanculo!”, probabilmente l’avrebbero proposta per un seggio da senatore.
Di clamoroso, nell’estemporanea performance della Tangherlini c’è solo la devastante cadenza marchigiana declinata in romanesco, che proprio non ti saresti aspettato e per questo risulta ancora più divertente. Una persona intelligente si sarebbe fatta una risata; avrebbe archiviato in fretta la gaffe con un buffetto e la cosa sarebbe finita lì. Evidentemente, Monica Maggioni - Dentro la guerranon è il caso della neo-direttrice Monica Maggioni, che pensa a punizioni più pregnanti per così indicibile mancanza. E c’è da chiedersi, con somma malizia, se la decisione della seriosa direttrice non sia piuttosto dettata da quegli odiosi meccanismi di invidie e gelosie femminili contro una collega che, ancorché brava, ha il gravissimo difetto di essere pure giovane e bella.
L’abnormità del provvedimento adottato contro Laura Tangherlini, nell’evidente sproporzione tra “colpa” e castigo (perché di questo si tratta), non denota severità ma ottusità. E nella sua perseveranza risulta ancor più odioso. Questa è vessazione da caserma; è caporalismo da CAR. E chiunque abbia svolto il servizio militare di leva sa bene di cosa parliamo…
Tuttavia, tra giornalisti dalla schiena dritta e professionalità inappuntabili, il comportamento della Tangherlini merita sanzioni esemplari, giacché l’inavveduta giornalista (a torto o ragione) non ha assolutamente il diritto di esprimere alcun moto di insofferenza e di “rompersi” ciò di cui, per ovvi motivi, è anatomicamente sprovvista. Ne va dell’onorabilità della testata giornalistica e della professionalità della redazione! Lo sa bene l’austera Maggioni che, nell’ambito di carriere politicamente indirizzate, è avanzata in quota AN, insieme alla benedizione di quell’Augusto Minzolini, uomo dall’indefessa indipendenza e gli asettici editoriali da Cinegiornale Luce, coi quali il Direttorissimo era solito umiliare la decenza e l’intelligenza dei suoi sventurati telespettatori, senza che la sensibilità etica e professionale della Maggioni avesse mai a risentirne.
Non per questo vogliamo dimenticare le calde raccomandazioni di due inveterati campioni della sobrietà e del bon ton elevato a religione istituzionale… Parliamo della raffinata accoppiata Gasparri e La Russa, i due noti maestri di cerimonie, diplomati alla Crusca, che sembra siano stati tra i principali sostenitori della promozione di madame Maggioni, la quale i blasoni in fondo se li è conquistati sul campo.

Scout Sniper Marine unit's SS flag in Afghanistan - Tayler Jerome photo

In qualità di reporter, la Direttrice costituisce infatti lo straordinario (e per fortuna unico!) caso italiano di giornalista embedded, complementare alle truppe d’occupazione statunitensi, che del conflitto iracheno è statala incontenibile narratrice delle guerre di retrovia dei poveri marines; specchio illibato di una informazione libera e indipendente, che soprattutto non ammette gaffe. Specialmente quando a farle sono i ‘sottoposti’.

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ONORE AL MERITO!

Posted in Masters of Universe, Roma mon amour with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 agosto 2012 by Sendivogius

«In linea di principio potrei anche assumere mia madre, non mi pare inopportuno»

 È quanto ha dichiarato Sveva Belviso (il 31/07/12), vicesindaco di Roma già assessore alla Politiche Sociali, in merito all’assunzione della… cognata!
Ormai, è quasi impossibile tenere il conto dell’infornata di assunzioni al Campidoglio e “chiamate dirette” nelle aziende municipalizzate del Comune. Del resto, il vero fondamento della Repubblica italiana non risiede certo nel ‘Lavoro’, bensì nella ‘Famiglia’ alla quale gli italiani (politicanti inclusi) sono estremamente legati. Per questo non se ne separano mai.
La parola magica si chiama intuitu personae; è la formula prediletta per la pronta sistemazione di parenti, famigli e sodali, nell’accogliente greppia capitolina, a prescindere da titoli e competenze e fedina penale.
Per il resto dei comuni mortali, che protettori non ne hanno o non ne cercano, le cose funzionano molto diversamente…
Per esempio, è prevista:

a) L’immunità da condanne penali o procedimenti penali in corso che impediscano la costituzione di un rapporto di lavoro con la Pubblica Amministrazione.
b) L’idoneità allo svolgimento delle mansioni relative al posto da ricoprire.

Tali prescrizioni costituiscono soltanto una parte dei requisiti di ammissione, per le “procedure di selezione pubblica per titoli ed esami”, in teoria obbligatorie, per l’assunzione (tramite concorso) al Comune di Roma. E in ogni caso:

“Non possono partecipare alla procedura selettiva coloro che siano dichiarati decaduti dall’impiego per aver conseguito dolosamente la nomina, mediante la produzione di documenti falsi o viziati da invalidità insanabile [per esempio, una laurea falsa] o che abbia riportato condanne penali con sentenza passata in giudicato.”

Le disposizioni sono contenute nella delibera comunale n.424 del 22/12/2009, a cura della giunta Alemanno la quale, con ogni evidenza, applica sulla carta i principi che bellamente ignora al proprio riguardo. Mentre il Civetta e la sua cricca piazzava vecchi squadristi e avanzi di galera, cubiste e semianalfabeti, ad incarichi di responsabilità, con infornate di masse e lauti stipendi, è divertente notare la scrupolosa attenzione con la quale vengono selezionati i travet comunali…

I principi che devono orientare l’azione amministrativa della P.A. nell’espletamento della funzione amministrativa sono riconducibili a tre tipologie di fonti normative (comunitarie, costituzionali, l.241/1990). Quale tra quelli indicati è individuato nel capo I della legge n. 241/1990?
A) Principio di semplificazione.
B) Principio del decentramento amministrativo.
C) Principio democratico.
D) Nessuna delle altre risposte è corretta.

Con riferimento alla realtà australiana, una delle seguenti non è tra le ragioni individuate da Savage nel 2006 per spiegare la scarsa attenzione degli operatori museali riguardo alle ricerche sul pubblico:
A) Convinzione che la missione del museo non è il pubblico ma la conservazione delle opere.
B) Convinzione di conoscere il proprio pubblico.
C) Convinzione di non poter sostenere le spese per un’indagine appropriata.
D) Mancanza di fiducia in qualsiasi tipo di ricerca sociale.

Secondo la definizione di Simona Bodo, i modelli di policy per il “museo relazionale” sono:
A) 3.
B) 4.
C) 5.
D) 6.

Con riferimento ai principi e/o criteri individuati nel Capo I della legge n. 241/1990 indicare quale affermazione sul principio della semplificazione del procedimento è corretta.
A) Per semplificazione si intende l’organizzazione del procedimento amministrativo che tende a valorizzare le esigenze di trasparenza e concentrazione dell’azione amministrativa, unitamente a quelle del giusto procedimento, attraverso l’introduzione di istituti e regole operative a tutti i livelli del procedimento.
B) Comporta che l’azione amministrativa deve svolgersi nei limiti dell’autorizzazione legislativa e nel rispetto dei principi che presiedono all’esercizio della funzione amministrativa.
C) Comporta l’obbligo per le P.A. di concludere il procedimento con l’adozione di un provvedimento espresso sia quando il procedimento è iniziato ad istanza di parte sia quando è iniziato d’ufficio.
D) Comporta per la P.A. l’obbligo di esporre le ragioni di fatto e di diritto (giustificazione), nonché delle ragioni che stanno alla base della determinazione assunta.

Sono alcuni dei quesiti (neanche tra i più difficili), contemplati nella prova preselettiva per il posto di Istruttore Servizi Culturali, Turistici e Sportivi al Comune di Roma, durante l’ultimo grande concorso pubblico. Sono domandine semplici, che presuppongono una certa preparazione giurisprudenziale, per un profilo professionale riservato a candidati con diploma di maturità liceale.

FOGNA SENZA FONDO
 L’incompetenza genera sempre costi supplementari. Il vantaggio di una giunta bulimica, che non riesce a controllare gli appetiti dei troppi gerarchi, è quello di poter addebitare le spese sul conto della cittadinanza. Infatti, oltre allo spropositato aumento della seconda rata dell’IMU (la più cara d’Italia), i Romani si sono visti aumentare il prezzo del biglietto di autobus e metropolitane, a fronte di un servizio trasporti che, con un pietoso eufemismo, si potrebbe definire ‘carente’. Va inoltre aggiunto l’aumento della tassa sulla (pessima) raccolta rifiuti, in una città oramai assediata dalle sue stesse immondizie. E non andrebbero dimenticati i continui disservizi di ACEA (acqua ed elettricità), che sembra sempre più incapace di emettere bollette con gli importi al consumo esatti.
E questo nonostante le migliaia di assunzioni clientelari nelle municipalizzate (tutte con i bilanci pesantemente in passivo): 1.400 assunzioni in AMA (raccolta rifiuti); 854 in ATAC (trasporto urbano), 600 assunzioni in ACEA (gestione idrica). L’aggravante risiede nel fatto che ACEA è una società quotata in borsa, che ha visto crollare in poco più di una anno i rendimenti azionari a seguito di una gestione a dir poco indecente.

Dopo aver infilato raccomandati ovunque e posto cialtroni incompetenti ai vertici aziendali, prosciugando le casse, la giunta fascista (hic et nunc e tutt’altro che post) ha provato inutilmente di svendere ACEA ai privati (leggi: Gruppo Caltagirone) e privatizzare la rete idrica nonostante l’esito del referendum sull’acqua pubblica. I palazzinari a Roma hanno sempre prosperato con le giunte di qualsiasi colore. Il loro sostegno è imprescindibile. Pertanto, coccolati i Caltagirone (e P.F.Casini, parente acquisito) non poteva certo mancare una lauta contropartita per il Gruppo Parnasi, a carico stavolta dell’ATAC. Si tratta di una delle tante sorprese lasciate in eredità dalla catastrofica gestione di Adalberto Bertucci [QUI] e che la nuova governance aziendale sta cercando disperatamente di contenere, limitando i danni fin dove possibile:

«L’ATAC ha un bilancio in rosso fisso. Eppure, l’azienda che gestisce la mobilità della Capitale, pensa a comprare una nuova sede da 24mila metri quadrati (che ancora deve essere costruita) sborsando 119 milioni di euro. Ma non solo. Decide di farlo con una modalità di pagamento che è estremamente vantaggiosa per il venditore (il fondo Sgr di BNP Baripas che ha come soggetto attuatore il gruppo di costruzioni Parnasi) e ad alto rischio per l’acquirente: un anticipo di 20 milioni e il resto in base all’avanzamento dei lavori. Un’operazione pericolosa fermata, solo per il momento, dalla nuova governance dell’Atac che è riuscita a trasformare il contratto di compravendita in un contratto di affitto. Ma il rischio resta.
[…] Decorsi 30 mesi dalla data di efficacia del contratto di affitto, infatti, il fondo che gestisce l’immobile vicino al Grande raccordo anulare può tornare a chiedere ad Atac di acquistare il complesso a 94 milioni di euro (pari alla differenza tra il nuovo prezzo ribassato e i 20 milioni versati per il canone) utilizzando anche come pagamento un’eventuale permuta. Magari proprio una delle attuali sedi, come quella strategica in via Tiburtina rimasta deserta per via del trasferimento del personale nel nuovo immobile. Operazioni finanziare ad altissimo rischio, effettuate con i soldi dei cittadini.»

Davide Desario
Il Messaggero – 03/08/2012
(Articolo integrale QUI)

Inoltre, trasformare il Campidoglio e le sue aziende in una enorme ‘casa del fascio’, per il collocamento dei camerati in disarmo e dei democristiani in transumanza, con la creazione di nuovi bacini di voto clientelare, non ha portato fortuna al podestà barese subissata da una sequenza di scandali a ciclo continuo, con cadenza settimanale.

Nell’indecente farsa senza fine della parentopoli romana, non poteva certo mancare il classico siparietto assenteista, con gli impiegati che timbrano il cartellino per poi dileguarsi. Palcoscenico di turno: ACEA.
Peccato che i due furbacchioni colti sul fatto non siano dipendenti qualsiasi… Si tratta infatti di Enrico De Castro (classe 1965) e Alessandro Causi (classe 1963), rispettivamente capo della sicurezza informatica e responsabile della vigilanza il secondo. I due utilizzavano le ore d’ufficio per dedicarsi all’autosalone di famiglia, facendosi rimborsare peraltro le “spese di trasferta” direttamente dall’ACEA.
Nel 2010 la loro assunzione, naturalmente con chiamata diretta su segnalazione (pare) del Campidoglio, a suo tempo aveva suscitato più di un mugugno scandalizzato. Il loro primo ingresso nella partecipata pubblica risale al 2008, quando imboccano entrambi con un contratto di consulenza a cinque mesi (rinnovabili), come ‘esperti della sicurezza’ per conto della “Security Service”. Di rinnovo in rinnovo, il contratto originario si trasforma in assunzione diretta a tempo indeterminato, non prima di aver intascato quasi 150.000 euro in consulenze e nonostante in Acea esistesse già una più che avviata divisione per la sicurezza. E se Enrico De Castro ha esperienze lavorative alla Ericsson ed alla British Telecom, Alessandro Causi può vantare una laurea in “Scienze Investigative” conseguita presso la famosissima Constantinian University, ateneo cattolico con sede nel Rhode Island (USA).
La prestigiosa istituzione viene costituita nel lontano agosto del 1966, da mons. Eugenio Tissarant, arcivescovo di Ostia, come Università degli Studi Costantiniana. La sede originale si trova alla Giustiniana (oscillando ai due estremi della periferia romana), ma la vocazione è internazionale e il trasferimento negli USA a partire dal 2000 solleva il presunto ateneo da fastidiose verifiche ministeriali.
Una curiosità: il ‘senato accademico’ della sedicente università vanta tra le sue “autorità” anche il gen. Amos Spiazzi. Il vecchio generale monarchico è stato un anello delle trame eversive, attraverso il quale sono passati i fili della sottile linea nera del golpismo italiano, dalla Rosa dei Venti al Golpe Borghese, dalla Strage di Piazza Fontana all’adesione alla Loggia P2 di Licio Gelli, contraddistinto da un’ambiguità di fondo mai dissolta.

Il Business delle Sicurezza
 La furbissima accoppiata Causi e De Castro, i due consulenti diventati dirigenti ma venditori d’auto a tempo pieno, sembra si avvalesse pure dei servigi degli (ex) colleghi della Security Service, ovvero l’istituto di vigilanza che ha in appalto la sicurezza di Acea.
Nella selva dei nomi più improbabili, per un’inflazione delle sigle più disparate, quello delle agenzie private per la vigilanza e per la sicurezza è un business tutto particolare, pompato da commesse quasi sempre pubbliche, quasi sempre su assegnazione politica, per stipendi miserrimi e assunzioni su ‘segnalazione’. Insieme alle cooperative di facchinaggio e di pulizie, costituiscono una riserva strategica di assunzioni clientelari. Specialmente per quanto riguarda i servizi di portierato e reception, tali agenzie costituiscono un pratico supplemento occupazionale, per la creazione di personali bacini di ritorno elettorale. È questa a Roma una pratica soprattutto ad uso UDC, come si conviene ad una specialità d’origine democristiana.
È un intreccio di rapporti sotterranei e commistioni politiche tutt’altro che limpido e con interessi non sempre leciti, nel suo impianto dalla facciata legalitaria e dall’impronta fascistoide.
La “Security Service”, dalla quale Alessandro Causi proviene e deve le sue fortune nel pubblico impiego, non è affatto sconosciuta alla cronaca recente, essendosi guadagnata una certa notorietà in ambito giudiziario…

LA CUCCAGNA SANITARIA
 Forse pochi ricordano come l’agenzia privata sia stata coinvolta nel mega-scandalo della Sanità laziale, ai tempi allegri della giunta regionale del fascistissimo Francesco Storace, che molto ha contribuito alla voragine contabile della Regione Lazio: questo nero deretano al centro della Penisola, capace di defecare da 70 anni e senza vergogna alcuni dei peggiori politicanti nazionali.
Nel corso del 2007, il NAS dei Carabinieri smantella un sistema di corruzione scientifica, che gravita attorno ad un pugno di manager pubblici e imprenditori privati, fondato sulla manipolazione delle gare d’appalto, il sovrapprezzo delle forniture ospedaliere, l’assegnazione dei servizi di vigilanza privata per i presidi ospedalieri, e i rimborsi truccati della cosiddetta sanità convenzionata.
Al centro della truffa c’è la Asl RM/C. Tra gli ospedali invischiati nello scandalo c’è il presidio dell’Addolorata (interno all’Ospedale S.Giovanni), il Sant’Eugenio, l’Istituto Zooprofilattico del Lazio, il Presidio ospedalierio Sant’Anna…
Si falsifica tutto: dai numero dei pasti forniti ai conti della lavanderia, dai rimborsi spese alla contabilità ordinaria, fino al numero dei ricoverati e delle prestazioni fornite… Dal 2002 al 2006, verranno conteggiati 280.000 degenti fantasma per ricoveri mai avvenuti.
Sono coinvolti dirigenti sanitari, imprenditori, ma anche grossi esponenti politici. Per esempio, c’è Marco Buttarelli, ex capo di gabinetto di Storace; Giulio Gargano, ex assessore ai Trasporti. Soprattutto, c’è Marco Verzaschi, transfuga democristiano specialista in riciclaggio presso il vincitore del momento: candidato in “Forza Italia” (1995), assessore alla Sanità del Lazio nella giunta regionale di Francesco Storace, eppoi riciclato nell’UDEUR di Clemente Mastella (2005), pronto per diventare sottosegretario alla Difesa nel Governo Prodi.
Tra le personalità di rilievo della truffa, c’è Anna Giuseppina Iannuzzi, soprannominata Lady Asl. Figlia di un ambulante dell’avellinese, fa la sua fortuna a Roma e insieme al marito, l’ing. Andrea Cappelli, gestisce il “Centro Romano San Michele”.
Secondo le accuse, Marco Verzaschi si sarebbe fatto versare 200.000 euro, per l’accreditamento della struttura in convenzione. Il condizionale è d’obbligo visto che non c’è una sentenza definitiva e Verzaschi ha sempre respinto ogni addebito.
Altri 200.000 euro l’onorevole se li sarebbe fatti dare, tra il 2004 ed il 2005, da Renato Mongillo, titolare della Security Service, per l’assegnazione della vigilanza privata all’Ospedale S.Giovanni. Altri 20.000 euro Mongillo li avrebbe dati a Franco Cerretti, il direttore amministrativo del S.Maria Addolorata.

Nel sistema, secondo i carabinieri, c’era anche Luigi Moriccioli, il ciclista ucciso sulla pista ciclabile nell’estate del 2007, dipendente del San Giovanni, che avrebbe collaborato con Cerretti. Altre irregolarità sarebbero emerse anche in alcuni appalti della società “Innova” presso gli ospedali Sant’Eugenio e Cto che fanno capo alla Asl RmC.

Cecilia Cirinei
L’Espresso – 10/06/2009

Luigi Moriccioli è il ciclista massacrato a Tor Di Valle, da due balordi rumeni il 17/08/2009.
Il delitto verrà poi strumentalizzato oltre ogni decenza (pareva l’avesse ammazzato Veltroni), durante la campagna elettorale di Gianni Alemanno, insieme ad qualsiasi altro fatto di cronaca nera. Salvo poi glissare ogni responsabilità per l’escalation criminale a elezione avvenuta. La figlia di Moriccioli, aveva trovato pronta candidatura nelle file di AN, come una dei “garanti per la sicurezza”. E d’altra parte le preoccupazioni securitarie del sindachetto barese sono ridotte ormai a propagandistici raid notturni contro il meretricio da marciapiede (peraltro dilagante).

SECURITY SERVICE & dintorni
Renato Mongillo è il grande accusatore. Arrestato nel Luglio del 2007 è colui che permette di scoperchiare i gangli del sistema, rivelando le corruttele politiche.

Il direttore amministrativo del S.Giovanni [Franco Cerretti] è stato incastrato da Renato Mongillo, titolare della Security Service, arrestato a luglio 2007 in uno dei filoni dell’inchiesta su Lady Asl: l’imprenditore ha rivelato di aver dato 20 mila euro a Cerretti in cambio dell’aiuto che avrebbe avuto per vincere l’appalto per la sicurezza del San Giovanni. Dopo la confessione, sono iniziate le intercettazioni telefoniche e ambientali. In quella del 2 dicembre 2007 un’impiegata spiega a una collega: «Loro li alteravano i conteggi, sia Cerretti che Moriccioli. Li alteravano perché consideravano sempre che su un letto mangiavano due persone, quello che usciva e quello che entrava. L’aggiustavano a modo loro. Carta vince e carta perde». Sarebbero stati 283.896, tra il 2002 e il 2006, i pazienti fantasma, conteggiati solo per far lievitare il costo di pasti e lenzuola.

Alessandro Fulloni e Ilaria Sacchettoni
“Tangenti in ospedale”
Corriere della Sera del 10 Giugno 2009

La collaborazione però non gli risparmia il rinvio a giudizio e una condanna di risarcimento erariale, da parte della Corte dei Conti (Sent. N.775/2011).
In pratica, la Security Service, per i suoi servizi di vigilanza, incassa dalla Asl Roma/C pagamenti non dovuti per 1.142.000 euro.

“trattandosi di interessi legali e fatture non ancora liquidate o liquidate solo parzialmente, per le quali erano stati commessi grossolani errori di calcolo, oltre che basati solo sulla documentazione presentata dalla società, senza alcun riscontro con quanto risultante agli atti della A.S.L.”

Inoltre, si legge nella sentenza che:

“gli accertamenti condotti nell’ambito di altro procedimento penale avevano riscontrato diversi episodi di corruzione in cui erano stati coinvolti gli amministratori della ASL RM/B (alcuniimprenditori mediante la corresponsione di tangenti, miravano ad ottenere l’aggiudicazione di appalti o il rinnovo di contratti per la fornitura di beni e servizi); considerato che la medesima società aveva svolto servizi di vigilanza anche per la ASL RM/C, venivano svolti accertamenti che permettevano l’emersione di ulteriori irregolarità consistenti nella emissione di falsi mandati di pagamento, formalmente registrati in favore di società contraenti con la medesima ASL, mentre di fatto le somme di denaro venivano accreditate su c/c intestati ad altre società di comodo riconducibili ai componenti del sodalizio criminale; le informazioni acquisite dai titolari delle società destinatarie dei mandati di pagamento consentivano di accertare che le loro ditte non vantavano i crediti riportati nei mandati e non avevano mai delegato per la riscossione le società sui conti delle quali erano state effettivamente versate le somme di denaro.”

La vicenda, assai poco edificante, non ha impedito alla filiazione meridionale della ‘Security Service’ (la Security Service Sud) di aggiudicarsi nel 2010 un mega-appalto da 45 milioni di euro in tre anni, per i servizi di vigilanza presso la Asl di Napoli 1. La gara al ribasso è stata vinta per un solo centesimo di differenza (sul pagamento ogni singola ora di lavoro), rispetto alle offerte delle concorrenti.
A Roma invece, in un afflato di rigorismo legalista senza precedenti, con raffiche di ricorsi al TAR contro le assegnazioni di appalti pubblici (dall’Acea alle Asl regionali) alla Security Service, si è distinta una battagliera alleanza di alcune delle principali agenzie della Capitale, capitanate dall’Istituto di Vigilanza Nuova Città di Roma

Montali & Friends
 L’Istituto di Vigilanza Nuova Città di Roma, insieme alla Securitas Metronotte, la Roma Union Security (che fa capo a Claudio Lotito), Italpol, Capitalpol… costituiscono un’associazione temporanea d’impresa (ATI); al contempo, non mancano partnariati anche con la SIPRO di Salvatore Di Gangi. In pratica, si spartiscono la quasi totalità delle commesse pubbliche a Roma e per conto della Regione Lazio. Di fatto, anche se non è lecito dirlo, secondo i malevoli, costituirebbero quasi una sorta di cartello, rimpallandosi a turno gli appalti più ghiotti: i depositi dell’ATAC; il centro RAI di Saxa Rubra; la vigilanza nelle stazioni della metropolitana; il portierato nelle sedi ministeriali, non ultimo, il ministero dei Beni Culturali.
Il responsabile per lo “Sviluppo Partecipazioni e Controllo Gestione” per conto della Nuova Città di Roma è Fabrizio Montali. Figlio di un ex esponente socialista di epoca craxiana: Sebastiano Montali, siciliano trapiantato a Roma, presidente della Regione Lazio (1985-1987), sottosegratario alle partecipazioni statali (il regno degli appalti pubblici), invischiato nel caso della maxi tangente Enimont, e (manco a dirlo!) approdato in “Forza Italia”.
Montali junior, quello che tanto si è indignato per le fortune della rivale Security Service, non sembrerebbe essere esattamente un immacolato…
Nel 2010 viene denunciato da Mauro Brinati, segretario territoriale della Fisacat Cisal di Roma, per tentata corruzione, nell’ambito di una presunta truffa e falsificazione dei bilanci aziendali per 32 milioni di euro.
Ma le prime indagini sul suo conto risalgono al 2003, nell’ambito del cosiddetto “Vip-Gate”, una delle prime inchieste condotte da Henry John Woodcock, per conto della Procura di Potenza.

“[L’inchiesta] nota come «Vip-gate» nel dicembre del 2003 portò all’iscrizione nel registro degli indagati di 78 persone tra cui politici, due ministri, personaggi dello spettacolo e del giornalismo, funzionari di Ministeri, Comuni, enti pubblici per una serie di reati che andavano dall’associazione per delinquere per la turbativa di appalti all’estorsione, alla corruzione, al millantato credito ed al favoreggiamento. Un’inchiesta che si concluse con l’archiviazione degli indagati più noti ma alcuni fascicoli sono ancora aperti in altre Procure. Il Vip gate era un filone di una precedente indagine incentrata sulle «tangenti Inail» e sulle «tangenti del petrolio» del maggio dell’anno precedente che aveva decapitato i vertici nazionali dell’Inail e coinvolto anche politici lucani di primo piano.

Il Tempo – 17/06/2006

Nel 2006 invece è coinvolto in una storiaccia di estorsioni e minacce con l’intramontabile Enrico Nicoletti, il cassiere della Banda della Magliana, per conto del quale pare faccia il prestanome per l’intestazione fittizia dei beni. L’intera vicenda la trovata riassunta QUI.
Per questo,

«E’ indagato per tentata estorsione dal pm Lucia Lotti della Procura di Roma che ne ha già chiesto il rinvio a giudizio per riciclaggio, corruzione e intestazione fittizia di beni con l’aggravante di mafia. Montali sarebbe stato il prestanome di Enrico Nicoletti, accusato di essere il cassiere della banda della Magliana

Paolo Forcellini
“I boss della vigilanza”
L’Espresso (09/10/2006)

Pertanto, nell’autunno del 2006, tramite il Consorzio Pegaso di cui è presidente, Montali rileva dal fallimento l’Istituto Urbe.

«Nel consorzio Pegaso è presente anche Salvatore Di Gangi, il re della vigilanza privata al vertice di un impero di 5 mila vigilantes. Anche lui in passato si è incrociato con Nicoletti: è stato socio al 50 per cento di un’immobiliare che, per l’altra metà, è stata sequestrata a don Enrico. Nonostante tutto, la politica asseconda il consorzio Pegaso. Montali ha partecipato alle riunioni convocate dal ministero dello Sviluppo in qualità di salvatore dell’Urbe.»

Paolo Forcellini
“I boss della vigilanza”
L’Espresso (09/10/2006)

Salvatore Di Gangi, gran patronus di un colosso della vigilanza privata come la SIPRO, è uno di quei personaggi che meriterebbe una trattazione a parte…

«Salvatore Di Gangi, siciliano, inquisito per una lunga serie di reati. E ciò nonostante dominus di una delle più emergenti tra le aziende che si occupano di sicurezza privata in Italia. L’azienda di Di Gangi si chiama Sipro, e nasce nel segno della P2. A fondarla, infatti, è Antonino Li Causi, tessera 526 della loggia guidata da Licio Gelli, un siciliano trapiantato a Roma. Nel 1994 la Sipro viene rilevata da un altro isolano di stanza nella capitale: è lui, Di Gangi, nato nel 1946 a Canicattì. Quando rileva la Sipro, Di Gangi a Roma si è gia ben ambientato, ha amici politici e rapporti d’affari. E anche frequentazioni oscure: suo fratello Vittorio detto Er Nasca bazzica gli ambienti della Banda della Magliana, l’altro fratello Aldo detto Buscetta inanella denunce. Ma ciò non impedisce alla Sipro, sotto la guida dell’ energico siciliano, di crescere, espandersi, conquistare appalti privati e pubblici: questi ultimi soprattutto nelle Poste e nella Difesa, da anni feudo della destra. Per allargarsi, Di Gangi non disdegna metodi sbrigativi, come truccare gli appalti mettendosi d’accordo con i concorrenti. Ed è così che entra nella indagine da cui, filiando come amebe, scaturiscono quasi tutte le inchieste successive, compresa quella che oggi colpisce Storace. L’inchiesta-madre è quella sull’Ivri, il più grosso istituto di vigilanza privata italiano, accusato di comprare appalti a suon di tangenti. Di Gangi finisce inquisito per avere addomesticato in combutta con Ivri una gara per la vigilanza sulle caserme dell’esercito.
[…] Ma di certo l’imprenditore della Sipro ha amicizie che portano dritto nel cuore del mondo delle intercettazioni: è lui stesso a vantarsi di avere un “contatto” ai vertici di Telecom, i suoi rapporti con alcuni alti ufficiali della Guardia di finanza sono notori. Meno notorie, e ormai ingiallite dal tempo, sono le tracce che lo legavano, anche se meno direttamente del fratello Vittorio, ad ambienti criminali dell’ estrema destra romana: in via Magliano Sabina 22, dove hanno sede le società di Di Gangi, risultava anche la Immobiliare Generale Sarda, una società controllata da Enrico Nicoletti, che della Banda della Magliana era accusato di essere il cassiere. Vicende remote e vicende recenti, insomma, sembrano incrociarsi intorno a questo sessantenne riservato e alacre. Oggi Di Gangi è un imprenditore talmente rispettabile che il 27 aprile dell’anno scorso l’Unione Industriali di Roma lo ha designato alla guida della nuova associazione di settore dedicata al mondo della security aziendale, la Sezione Sicurezza. E, a dispetto dei dispiaceri giudiziari, la Sipro sta allargando a vista d’ occhio il suo giro d’affari. A Milano, per esempio, ha ottenuto un contratto per la sicurezza della Fiera, andando ad occupare lo spazio lasciato libero dai rivali di Ivri: gli stessi con cui, secondo la Procura milanese, si accordava per taroccare le gare d’appalto.»

“Segreti e appalti milionari gli affari del re dei vigilantes”
Luca Fazzo La Repubblica (13/03/2006)

Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Salvatore Di Gangi avrebbe le mani in pasta ovunque, dai depuratori calabresi al mondo delle intercettazioni illegali; bazzica i servizi segreti militari di Niccolò Pollari e gli spioni del Caso Telecom.
Sempre nell’ambito del Consorzio Pegaso, ritornando invece a Fabrizio Montali, nel 2006 a perorare il salvataggio dell’Istituto Urbe, facendosi sponsor politico dell’operazione, c’è il Sergio De Gregorio… Il senatore napoletano è un altro di quei fenomeni da baraccone che solo Antonio Di Pietro (con raro intuito) riesce a raccattare tra i suoi candidati, a imperitura vergogna. De Gregorio in pratica attraversa tutto l’arco istituzionale: prima il PSI, poi Forza Italia, poi gli Autonomisti di Gianfranco Rotondi… Nel 2000 fonda l’associazione “Italiani nel mondo”, insieme a Nicola Di Girolamo (un altro bel tomo la cui storia abbiamo raccontato QUI); nel 2005 entra nelle fila dell’IdV, poi è di nuovo in Forza Italia e quindi nel PdL. Recentemente salvato dall’arresto con la negazione parlamentare della richiesta a procedere, tra il 2007 ed il 2009, De Gregorio è nell’ordine indagato dalla Procura di Napoli per riciclaggio e favoreggiamento della camorra; stesso reato gli viene ascritto dalla Procura di Reggio Calabria, insieme al concorso esterno di associazione a delinquere di stampo mafioso. Dalla Procura di Roma invece è indagato per corruzione.
 Nel febbraio 2012, concludendo in bellezza, Sergio De Gregorio viene indagato per truffa e false fatturazioni insieme al faccendiere Valter Lavitola (quello della Casa di Fini a Montecarlo), per appropriazione indebita dei finanziamenti (23 milioni di euro) destinati a L’Avanti! il quotidiano di cui Lavitola è direttore.

Poi ci si meraviglia che a Roma la giunta comunale abbia reclutato il povero Maurizio Lattarulo.
Ci si chiede piuttosto perché mai non venga riabilitata l’intera Banda della Magliana, appaltando la sicurezza dello Stato direttamente ai picciotti di mafia, in perfetta sinergia.

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Il Marcio su Roma

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La Roma di Alemanno non delude mai…
Sporca, corrotta, incattivita, abbrutita e incanaglita come non mai, la città fascistizzata del sindachetto barese sembra aver superato la fase del declino, per sprofondare in un degrado imbarazzante e senza soluzione, schiantata sotto il peso di un’incompetenza abissale e l’arroganza di un potere feudale. Era difficile condensare in un unico “gabinetto” (contiguo alle cloaca fascista e otturato per eccesso di deiezioni) il peggio del clientelismo democristiano, l’espressione più oscena del familismo allargato, il voto di scambio delle cosche elettorali, lo strapotere dei palazzinari romani con le varie cricche e camarille che prosperano nel sottobosco degli appalti pubblici, insieme al tronfio revanchismo di un nazifascismo di ritorno, impunito e coccolato da una destra istituzionalizzata che celebra i repubblichini di Salò nelle aule del Campidoglio, meglio se a braccetto coi rigurgiti clericali del nuovo sanfedismo.
È un campionario assortito del malaffare diffuso, che si accompagna ad una pletora insaziabile di praticoni senz’arte né parte, ma miracolati dalla giunta post-fascista. E ci sono pure i vecchi arnesi dello squadrismo missino coi reduci del terrorismo nero, opportunamente riciclati in cariche dirigenziali; i fascisti di Casa Pound, omaggiati con il regalo di interi palazzi e la concessione di tenute agricole in pieno parco naturale [QUI]. L’Occupazione non conforme di un palazzetto di 5 piani nello storico rione Esquilino è stata gentilmente regolarizzata dalla giunta Alemanno, che ha preventivato 12 milioni di euro per l’acquisto dell’immobile da donare agli squadristi del terzo millennio. D’altronde si tratta di un’Amministrazione che non si fa mancare nulla: preti pedofili promossi a “garante per la famiglia”… camorristi all’antiracket… ambigui figuri in odor di ‘ndrangheta posti alla gestione del nuovo Polo Tecnologico della Capitale [QUI]
 Raramente si era visto un simile bestiario dell’inciviltà politica, così boriosamente proteso nel suo anelito al peggio, per una serie di scandali e ruberie che sembra senza fine, passando per incompetenze macroscopiche ed il saccheggio indiscriminato delle aziende municipalizzate, per non parlare dell’exploit criminale con il record di omicidi per il controllo delle piazze dello spaccio. Non male per uno che aveva fatto della “sicurezza” il suo cavallo di battaglia (elettorale).
Eppoi ci sono i famigli di Casa Alemanno, come quell’Antonio Lucarelli, ex portavoce di Forza Nuova, divenuto capo della segreteria del sindaco e invischiato nello scandalo dei cosiddetti “punti verdi” [QUI]: la creazione di aiuole e giardini pagati a peso d’oro dal Campidoglio e gestiti in combutta con l’intraprendente Famiglia Mokbel, attiva su più fronti e della quale avevamo parlato in dettaglio QUI.
E non manca Cesare Pambianchi, già presidente della Confcommercio di Roma e del Lazio, travolto in un vorticoso giro di truffe e false fatturazioni, per una gigantesca frode fiscale [QUI].
Alla grande abbuffata non si sottraggono nemmeno i vigili urbani, un nutrito contingente dei quali è stato recentemente coinvolto in un’indagine per estorsione e mazzette [QUI].
L’impressione è quella di una metropoli occupata, tenuta in ostaggio da una voracissima banda di predoni in camicia nera, calati sulla greppia romana da ogni antro d’Italia, sopportati con rassegnazione e cinismo dal grosso della cittadinanza che fa spallucce con sufficienza.

Il Piccolo Samuele
 Ad ennesima riprova che l’età anagrafica non fa la differenza, l’ultimo scandalo dell’infinita serie è l’arresto del promettente Samuele Piccolo, misconosciuto recordman delle preferenze (12.000 voti alle elezioni amministrative del 2008), nonché vicepresidente dell’assemblea capitolina e “delegato alla sicurezza”.  

Nella primavera del 2006, l’intera città viene tappezzata con migliaia di manifesti abusivi, col suo faccino pulito da putto sanfedista (è nato il 01/07/1981) con l’abitino stirato della prima comunione, mentre sorride dai piloni della tangenziale agli scoglionati quirites imbottigliati nel traffico.
Di lui non si sa praticamente nulla, a parte l’infinita minchioneria che trasuda dalle gigantografie nordcoreane che spuntano un po’ dovunque, rimandando al suo (pessimo) sito web attualmente offline. Nessuno lo conosce; nelle sezioni di AN (partito per il quale si candida) è un perfetto sconosciuto. Ma è ammanigliato con le parrocchie, bazzica il Vicariato, piace ai preti e tanto basta.
Diploma da ragioniere e nessuna esperienza, si presenta così:

Cattolico praticante, impegnato da anni nel volontariato in favore delle persone senza tetto e con gravi problemi sociali, sono stato per questi altri meriti insignito Cavalierato dall’Ambasciata Somala presso la Santa Sede. Convinto difensore dei diritti spesso violati dei piccoli e medi commercianti, sono Coordinatore Nazionale del Settore Cooperativo del Sindacato Siale. Promotore, e primo firmatario, della mozione per la realizzazione della Formula1 a Roma.

In concreto, a parte i titoli patacca, il giovanissimo Samuele è l’inventore della fondamentale “Festa dei Nonni”. Sempre sul tema, auto-pubblica la sua prima ed unica opera, “I Nonni”, con la casa editrice di famiglia: la misconosciuta Società Editrice Terzo Millennio che gestisce insieme al fratello Massimiliano (21/02/1976), grande regista della carriera di Samuele.
 Quella dei nonni non è una semplice fissazione… I vecchi (che annoverano una vasta mandria di rincoglioniti sentimentali) costituiscono infatti il suo grande bacino elettorale. E il buon Samuele, col suo libricino e una partita a scopone, batte tutti i centri anziani della Capitale in cerca di voti e di consensi. In sostanza, Samuele Piccolo ripropone una variante aggiornata del “conservatore compassionevole” in salsa italica, insieme agli immarcescibili “Dio, Nazione e Famiglia”. Insomma il tipico prodotto confezionato in oratorio: merce vecchia, ma con una domanda costante da parte di consumatori in cerca di sapori antichi. Del resto, la “famiglia” (ed in particolare la sua) riveste un ruolo importante nell’ascesa politica del giovanissimo Samuele, al quale si attribuisce l’appoggio dell’Opus Dei, Comunione e Liberazione, fino alle “Dame di San Vicenzo”. Gli vengono pure attribuite fantomatiche parentele col democristiano Flaminio Piccoli, in un alone (costruito) di mistero che contribuisce alla creazione del personaggio…

Claudio Cerasa, editorialista deIl Foglio, ed autore di un’attenta analisi sull’avvento di Alemanno e dei suoi lanzichenecchi, lo descrive così:

 Nel corso degli ultimi anni c’è un nome un po’ misterioso che rappresenta il più spregiudicato terminale offensivo dei rapporti tra Alemanno e alcune espressioni ecclesiali romane. Tra le decine di migliaia di manifesti che rivestirono per giorni e giorni i muri della Capitale, nella primavera del 2006 comparve in modo improvviso il nome di un politico di Alleanza nazionale di cui alcuni tra gli stessi militanti di AN ignoravano persino l’esistenza: Samuele Piccolo. All’inizio il suo volto sorridente campeggiava solo con il nome, il cognome e il sito web; poi anche con il simbolo del partito con cui si sarebbe presentato. Se l’obiettivo dell’oscuro candidato era quello di incuriosire i suoi elettori, colse nel segno. Ci si chiedeva: chi è questo Piccolo? Chi lo appoggia? Da dove viene? Quanti anni ha? La sua performance sarà strepitosa, ma nulla a che vedere con il successo di due anni dopo. Alle amministrative del 2008 risulterà essere il politico più votato in consiglio comunale (con 11.996 preferenze, seimila in più rispetto a quelle messe insieme nel 2006), superando di quattromila voti il secondo (ovvero Davide Boroni, 8332 preferenze) e ricevendo la nomina di vicepresidente del consiglio comunale e quella di responsabile alla Sicurezza. La macchina elettorale di Samuele Piccolo è molto organizzata: sia nel 2006 sia nel 2008 l’esponente di Alleanza nazionale ha dato vita a un comitato formato da centotrenta persone capace di affiggere migliaia di manifesti ogni notte, di distribuire alle fermate della metro centinaia di opuscoli con la storia della sua vita, di avere propri punti di riferimento diretti all’interno di moltissimi seggi romani, di portare diecimila persone in uno stadio della Capitale (il Palacavicchi: è successo nel corso di una manifestazione organizzata nell’aprile del 2006). Nel suo momento di massimo potere in consiglio comunale – e subito dopo aver formato una corrente ufficiale nel PdL romano (il Movimento popolare) – Piccolo, alla fine del 2008, ha attraversato una fase di forte tensione con il sindaco che, a seguito delle sue critiche per la gestione dell’AMA, gli ha ritirato la delega alla Sicurezza. Il bisticcio si è risolto qualche mese più tardi quando Alemanno ha offerto garanzie per il futuro a Piccolo (voleva un assessorato e non è escluso che al prossimo rimpasto lo ottenga) e quando il giovane consigliere ha accettato senza protestare un’altra delega: la promozione economica delle periferie. Il riappacificamento tra Piccolo e Alemanno è avvenuto però in coincidenza con un fatto preciso, ovvero l’assegnazione della selezione delle 544 persone che l’AMA avrebbe dovuto assumere a tempo indeterminato, a partire da metà maggio 2009, a una società di nome Centro Elis. L’associazione Centro Elis è famosa a Roma per la sua esperienza nel campo della formazione e della gestione delle risorse umane, ed è direttamente legata a un’istituzione fondata nel 1928 da san Josemaría Escrivá, alla quale Samuele Piccolo non ha mai smentito di essere vicino: l’Opus Dei. Tuttavia, la storia di Piccolo costituisce ancora oggi un mistero della politica romana: su di lui esiste un numero scarsissimo di informazioni, ma investigando un po’ qualcosa alla fine si scopre. Piccolo non ha mai fatto parte di alcuna corrente di Alleanza nazionale, non ha mai militato in alcun movimento giovanile (né di destra né di sinistra), professionalmente si occupa di marketing, è a capo del personale di un’azienda di consulenza romana (La Romanina Srl), è stato nominato cavaliere dall’ambasciata somala presso la Santa Sede, «per i meriti legati al suo impegno in ambito sociale», e gestisce con il fratello Massimiliano una casa editrice, Terzo millennio, che si occupa della diffusione della cultura popolare e di Vecchio impotente e Vecchie vacchelibri dedicati agli anziani. Inoltre, Piccolo dà ogni anno un sostanziale contributo per realizzare una festa molto famosa in collaborazione con il Vicariato e più volte patrocinata dall’attore Lino Banfi. Si tratta della Festa dei nonni. Sui nonni, infine, Samuele ha scritto anche un libro, edito dalla casa editrice di cui è proprietario, il cui titolo è, manco a dirlo, Nonni. «Tutto questo però non basta a spiegare la sua incredibile performance elettorale» racconta il consigliere provinciale e tesoriere del Pd alla Provincia di Roma Marco Palumbo. «Non basta il profilo della sua biografia, non basta la sua solidarietà con il mondo degli anziani, non basta il suo ambizioso programma elettorale (sgombero dei campi nomadi irregolari, riordino di quelli a norma di legge, agevolazioni per le aziende che si spostano in periferia). E non basta anche perché Piccolo è nato il primo luglio del 1981, e ciò significa che alle elezioni del 2008 aveva appena ventisette anni e, con tutta la buona volontà, un simile potere non si costruisce dal nulla.»

  Claudio Cerasa
 “La Presa di Roma
 Rizzoli, 2009

Il prodigioso Samuele Piccolo è ambizioso. Troppo. E, ad onor del vero, non piace al sindaco Alemanno ed ai suoi fedelissimi, che diffidano della sue intraprendenza eccessiva e dell’ambiguità del personaggio, pur guardando con avidità alla sua fondamentale dote di voti. Di conseguenza, cercheranno di osteggiarne l’ascesa in tutti i modi [QUI].
È pur vero che, a ben cercare, all’indomani dello strepitoso successo elettorale di Samuele Piccolo la rete già pullulava di illazioni e di rumores, da parte di coloro che il personaggio sembravano invece conoscerlo piuttosto bene…
Originario della periferia di Torre Maura, i Piccolo hanno il proprio feudo nella ex Circoscrizione VIII (l’attuale “Municipio delle Torri”): una delle poche zone di Roma, tradizionalmente schierate a destra, che ricomprende alcuni dei quartieri più difficili della città, sui quali troneggia la pessima nomea di Tor Bella Monaca.

Secondo le malelingue, Piccolo si sarebbe assicurato cospicui pacchetti di voti regalando ricariche telefoniche ai pischelli di borgata e organizzando feste in discoteca, per concludere con l’assunzione di disperati nel call center di famiglia, o nelle loro cooperative di pulizie e facchinaggio.
Senza mezzi termini, c’è chi accusa (ed era il 2008) la famiglia Piccolo di comportarsi né più né meno come una “batteria” della mala romana e di ripulire i soldi per conto dell’inesauribile Clan dei Casamonica e dei loro omologhi Di Silvio. Prolifica famiglia di zingari stanziali di origine abruzzese, indissolubilmente alleati con il clan dei Di Silvio (al quale sono legati da un intreccio infinito di matrimoni), i Casamonica costituiscono un formidabile esercito di quasi mille persone, variamente imparentate tra di loro, più o meno impegnate in varie attività che vanno dall’usura alla ricettazione, dalle estorsioni al traffico di stupefacenti, dalle intimidazioni alle truffe. Si occupano inoltre di “recupero crediti” (chiamiamolo così)… un ‘servizio’ quest’ultimo che non disdegnano di mettere a disposizione per conto terzi, dietro congruo pagamento per il disturbo.
Dalle loro basi logistiche de La Romanina e del Tuscolano, di ‘Tor Bella’ e della Borghesiana, dopo l’atomizzazione della Banda della Magliana, controllano tutto il quadrante sud-orientale della città di Roma, spingendosi dai Castelli romani fino a Latina, senza mai pestare i piedi alle cosche calabresi e campane che operano sul Litorale.
Di concreto, a determinare l’indagine al gran completo sul clan Piccolo con l’arresto del patriarca Raffaele, insieme ai due fratelli Massimiliano e Samuele, c’é:

“Un flusso di denaro che confluisce in una gestione occulta. Si tratta di somme quantificabili in un importo mensile compreso tra 250mila e 350mila euro e che trovano una notevole corrispondenza con l’importo dell’IVA che le cooperative hanno nel tempo riaddebitato ai consorzi e alle società di livello superiore”

In pratica, è la classica ed amatissima frode sul recupero dei Crediti IVA, falsamente fatturati attraverso una lunga serie di triangolazioni fittizie tra società compiacenti (le famose “cartiere” della Truffa Carosello).
Secondo gli inquirenti che si occupano delle indagini, i Piccolo avrebbero organizzato un’associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale ed alla compravendita di voti in campagna elettorale, attraverso la costituzione di una struttura organizzata su tre livelli:

“Il primo livello è costituito da cooperative, prevalentemente costituite da stranieri, che mettono a disposizione forza lavoro. Il secondo livello è costituito dai cosiddetti consorzio-filtro, e un terzo livello costituito dai consorzi capofila. Il terzo livello acquista i lavori dai clienti finali e li affida ai consorzi filtro, i quali, a loro volta, li affidano alle cooperative di primo livello”

A loro volta, le diverse cooperative confluivano nella gestione separata ad opera di due consorzi: il Gruppo Servizi Generale ed il Gruppo Servizi Globali, il tutto finalizzato al finanziamento occulto dell’attività politica del giovane Samuele, che all’inizio del 2011 era già incappato nell’inchiesta sui “rimborsi d’oro”, ovvero i rimborsi per permessi da incarico pubblico. In pratica, il datore di lavoro che annovera tra i suoi dipendenti un politico di professione ha diritto ad essere rimborsato dall’amministrazione comunale dello stipendio, comunque erogato al dipendente assente in virtù della sua attività politica. È abitudine diffusa, tra i consiglieri circoscrizionali (pomposamente chiamati ‘municipali’) e comunali, farsi stipulare contratti di assunzione fittizia con imprenditori compiacenti; ottenere il rimborso; e spartirsi infine il malloppo, illecitamente percepito grazie alla falsa documentazione prodotta.
Il “Gruppo Servizi Generali” di Massimiliano Piccolo, subito dopo l’elezione nel 2008, si preoccupa di assumere Samuele Piccolo e Giorgio Ciardi. Quest’ultimo è consigliere di AN, ma rientra tra i protetti di Alfredo Antoniozzi, altro calabrese trapiantato a Roma, ex democristiano, tra i ras PdL capitolino.
A partire dal Settembre 2008, in pochi mesi, l’on. Ciardi percepisce dal “Gruppo Servizi Generali” dei fratelli Piccolo la bellezza di oltre 100.000 euro (22.326 euro di “stipendio” percepiti soltanto nel mese di Marzo 2009): soldi pubblici che vanno a pesare sul disastrato bilancio comunale.
Samuele Piccolo viene invece assunto alla CONSULIT Unipersonale: fantomatica srl di consulenza amministrativa e fiscale, situata a due passi da casa (tra Torre Nova e Tor Bella Monaca). Per conto della Consulit, Piccolo produce richieste di rimborso al Comune per quasi 170.000 euro. Il riepilogo in dettaglio dei rimborsi lo trovate QUI (al punto 15).
Poi certo c’è la cronaca attuale, con le spese pazze per le cene elettorali, i computer lanciati giù dalle finestre all’arrivo della Guardia di Finanza, l’elenco con oltre 8.000 nominativi di elettori con relativi dati e le annotazioni di saldo (“pagato”), i buchi nel muro dell’Agenzie delle Entrate per portarsi via i documenti sequestrati…
Non sappiamo come si concluderà l’inchiesta sull’affaire Piccolo (né ci interessa più di tanto). Comunque vada, se questo è il nuovo che avanza e l’impegno dei giovani in politica… Prepariamoci al peggio!

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I Predatori dell’Industria perduta

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Come i vermi che formicolano su un cadavere consentono di stabilirne il grado di decomposizione, così la specie di avventurieri che riescono ad imporsi in un dato momento storico illuminano lo stadio di decadimento di una nazione.
Camillo Berneri (1934)

 Al netto delle glorie (passate) e delle infamie (presenti), l’Italia è innanzitutto terra di pupari.
Se l’istrione è la figura prevalente nella storia patria.. l’imbonitore adorato dalle masse.. l’idealtipo dominante in cui riversare le aspettative della propria mediocrità riflessa… a manovrare i fili della rappresentazione, e tessere la trama del gioco, sono i burattinai dietro i riflettori del palcoscenico. Si muovono discreti all’ombra dello statista di turno, di cui puntellano e sfruttano il potere momentaneo. Meglio conosciuti come “faccendieri”, perennemente in bilico tra politica e affari, sono i ‘signori delle referenze’, esperti in pubbliche relazioni a beneficio privato. E personale.
Nell’albo d’oro dei grandi tessitori meritano una menzione speciale l’onnipresente Gianni Letta, insieme all’intraprendente Luigi Bisignani.
Ai margini estremi della ragnatela penzolano invece il boccaccesco Valter Lavitola, il trasversale Piero Daccò, l’esuberante Lorenzo Cola… e tanti altri pesciolini di piccola taglia, ma non per questo meno famelici dei grossi squali nel mare magnum della finanza truccata.
A loro modo, sono gli eredi minori dell’eterno Licio Gelli, del curiale Umberto Ortolani, dell’immarcescibile Flavio Carboni (del quale ci siamo occupati QUI e QUI), del tetro Francesco Pazienza… Li accomuna e li contraddistingue una lettera, con un numero in progressione: P2..P3..P4…
E se le ambizioni politiche e i “piani di rinascita” sono evaporati, lasciando spazio unicamente agli ‘affari’, il modello insuperato resta comunque quello.
Gli effetti standard, ancor prima di quelli collaterali, sono generalmente pessimi.

LA DISCESA NEL MAELSTRÖM
Il gorgo oscuro nel quale è stata risucchiata FINMECCANICA, un tempo fiore all’occhiello delle partecipate pubbliche e sinonimo di eccellenza nell’industria tecnologica italiana, rappresenta la metafora di un Paese che sembra precipitato nell’abisso senza ritorno di una fogna senza fondo.
 Lo scandalo che sta scuotendo i vertici di Finmeccanica è lo specchio di un capitalismo malato (o semplicemente coerente con la sua intrinseca natura predatoria), ulteriormente esasperato dai vizi antichi del malcostume italico: familismo amorale e cooptazione clanica; spartizione clientelare degli incarichi; appetiti smisurati, uniti alle ambizioni ed all’avidità personale di certa dirigenza. A tutto ciò si aggiunga l’ingorda ingerenza dei partiti, che usano le partecipate pubbliche come uffici di collocamento politico e filiali di pronto cassa per il loro finanziamento illecito.
Quello che è stato denominato “Sistema Finmeccanica”, sembra in realtà costituire una prassi più che diffusa (e tollerata), nell’ambito dei grandi gruppi industriali per l’aggiudicazione delle pubbliche commesse. Ed in particolare per quelle corporation, che trattano le forniture di armamenti hi-tech.
Per piazzare determinati prodotti (e costosissimi giocattolini militari) è necessario “convincere” il potenziale acquirente interessato. Regalini, generose prebende, e cospicue offerte ad personam costituiscono ottimi argomenti per sbloccare certe trattative riservate… Ovviamente, richiedono sensibili esborsi in denaro (possibilmente non tracciabili) ed abili “intermediatori d’affari”, ai quali vengono erogate golose provvigioni per il disturbo e che siano in grado di gestire al meglio la transazione (e la dazione). Possibilmente con discrezione.
Per la bisogna, le holding in gara hanno bisogno di accantonare notevoli somme di denaro cash, alle quali poter attingere secondo necessità. Questa “liquidità finanziaria”, fondamentale per oliare la stipula dei contratti d’appalto (e ‘dopare’ le gare), è strutturata nella costituzione di “fondi” ad hoc. Naturalmente si tratta di rilevanti importi extra-contabili, cioè non registrati nei bilanci consolidati dell’azienda, o comunque camuffati sotto acquisizioni societarie.
La vulgata comune li chiama prosaicamente “fondi neri” e sono alla base delle operazioni di corruzione. Ma gli ‘addetti ai lavori’, come ogni professionista del crimine, vi diranno che si tratta semplicemente di “affari”.
Per accantonare le cifre necessarie alla costituzione di fondi neri, per la corruzione di funzionari pubblici o il pizzo da versare agli uomini politici, esistono una serie di sistemi collaudati: le false fatturazioni, con l’immancabile truffa sui rimborsi dei Crediti IVA; la compravendita fittizia di nuovi asset, più o meno strategici, e di aziende minori ad un prezzo di gran lunga maggiorato rispetto al valore reale. Il reperimento di risorse in nero può avvenire inoltre facendo lievitare il costo degli appalti (meglio se pubblici); oppure attraverso complicate triangolazioni dei pagamenti tramite società off shore. Il surplus viene accantonato e stornato su conti protetti, solitamente nei “paradisi fiscali”, per le pratiche occulte di persuasione.
Tuttavia, nel caso specifico di Finmeccanica è bene precisare che la pratica veniva esercitata attraverso canali diversi, senza intaccare l’affidabilità dei bilanci societari, agendo piuttosto sulla contabilità delle partecipate azionarie e delle aziende minori del gruppo, tramite la catena dei subappalti affidati prevalentemente a piccole società esterne. A queste ultime venivano assegnati lavori fittizi e mai realizzati; oppure venivano erogati importi nettamente superiori al prezzo del servizio prestato e attraverso l’emissione di false fatturazioni si provvedeva alla creazione delle provviste nere.
 Un sistema dove i rischi dell’intrapresa privata sono elusi dall’intervento statale nel ripianamento delle perdite, dove i margini di profitto e le opportunità di arricchimento personale sono altissime, dove la spregiudicatezza individuale può trasformarsi in un requisito di successo, attirerà inevitabilmente avventurieri della finanza e faccendieri senza scrupoli, intenzionati a ritagliarsi il loro spazio nel lucroso campo delle intermediazioni commerciali, tra i “consulenti” che gravitano nell’orbita della galassia Finmeccanica.
Al contempo, l’enorme flusso di denaro che circola nelle casse del corporate group non poteva non suscitare gli appetiti della nutrita pletora di parassiti e politicanti, che gravita attorno all’orbita dei partiti, tanto da trasformare l’azienda in una centrale di finanziamento occulto. La prassi è quella già collaudata ai tempi di Tangentopoli: commesse sub-appaltate ad aziende raccomandate da esponenti politici in cambio di tangenti; assunzioni di parenti e famigli con cariche direttive; la compravendita di poltrone e del sostegno politico a vertici aziendali; finanziamenti a correnti e fondazioni di partito…
Il problema è che Finmeccanica è anche un colosso dell’industria bellica al quale sono demandati settori strategici della Difesa nazionale.
Fintanto che produceva utili, bilanci in attivo, e buoni dividendi azionari, il “sistema Finmeccanica” è andato benissimo: tutti sapevano e tutti tolleravano. In fin dei conti, la concorrenza internazionale ha sempre giocato sporco, esercitando pressioni tutt’altro che lecite e di gran lunga peggiori. Gli scandali della Boeing, della Lockheed Martin, o dell’incredibile Halliburton (ma anche QUI), lo dimostrano fin troppo bene.
Tuttavia, l’aggravarsi della crisi economica e la conseguente contrazione degli appalti pubblici, oltre ad una lunga serie di scelte di investimento sbagliate, ha fatto implodere il “sistema” lasciando aperta una mostruosa voragine di debiti e perdita di quote di mercato. Tant’è che adesso l’azienda è costretta a (s)vendere i gioielli di famiglia, come nel caso della storica Ansaldo-Breda.

LA GIOSTRA DEI FONDI NERI
 Con bilanci sostanzialmente regolari, all’interno di Finmeccanica la costituzione dei fondi neri veniva in prevalenza affidata, per iniziativa di singoli manager del Gruppo, ai fornitori esterni delle società controllate. Tra le finalità, oltre al mero arricchimento personale, c’era la necessità di incrementare una liquidità supplementare, onde poter disporre di una riserva in contanti da versare al mondo politico, in cambio di protezioni e del rinnovo degli incarichi dirigenziali.
Il denaro accantonato grazie alle false fatturazioni e agli artifici contabili collegati al cash flow, veniva occultato tramite una serie di triangolazioni su conti bancari ciprioti e della Repubblica di San Marino, intestati a società di comodo lussemburghesi, e alfine rimesso in circolo (e nelle tasche) lungo i canali della corruzione.
Perno del sistema di corruzione sembra essere la Selex Sistemi Integrati: una costola di Finmeccanica, nata nel 2005 dalla fusione delle compartecipate dell’ALENIA, e amministrata dall’ing. Marina Grossi, che avrebbe ereditato la ‘pratica’ dal suo predecessore Paolo Prudente (ex direttore generale di Alenia). La spettrale signora torinese è altresì la moglie del 75enne Pierfrancesco Guarguaglini: ex amministratore delegato di Finmeccanica e presidente (dimissionario) del Gruppo, con i suoi 4.712.000 euro di stipendio all’anno. Attualmente, insieme alla moglie, è iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Roma, per frode fiscale, fatture false ed altri reati tributari.
La giostra dei “fondi neri” ruota attorno alle commesse fiduciarie e agli appalti che SELEX affida all’ENAV, tramite il collaudato sistema delle false fatturazioni a prezzi maggiorati.
Per rendere l’idea in sintesi di quali aziende stiamo parlando:

 ENAV è la società che fornisce il servizio nazionale di controllo e assistenza del traffico aereo civile. Ente interamente pubblico, e di fondamentale importanza, è controllato dai ministeri del Tesoro, delle Infrastrutture e Trasporti.
In considerazione delle responsabilità e delle delicate mansioni che la società svolge, nel 2009 è stato nominato presidente dell’ENAV Luigi MARTINI: ex calciatore della Lazio, con un diploma tecnico-professionale per l’artigianato, eletto deputato nelle fila di AN e famoso per il cumulo degli stipendi. Secondo la testimonianza dell’imprenditore Di Lernia, pare che l’on. Martini debba la sua nomina per l’assunzione all’Alitalia del figlio dell’ex ministro Altero Matteoli (AN-PdL): Martini faceva parte della commissione di esame.
Ma all’Enav, con ruoli di dirigenza lavorano pure Enzo Minzolini, fratello del direttorissimo raccomandatissimo al TG1 e il genero di Rocco Buttiglione. Prima di essere costretto alle dimissioni, l’amministratore delegato era un vecchio residuato democristiano, sul quale ritorneremo: Guido Pugliesi.
ENAV per la propria attività ha nelle sue disponibilità un patrimonio di impianti di supporto logistico e di infrastrutture tecnologiche altamente sofisticate, che richiedono una manutenzione ed una integrazione costante degli applicativi con l’impiego di nuovi software sempre aggiornati. Tutti servizi di supporto tecnico-informatico, sistemistica e manutenzione logistica, sono affidati ad una società controllata dell’Enav. Si tratta della TECHNO SKY srl, che nel sistema messo in piedi da Selex ed Enav ha un ruolo importante e un passato pesante… La “Techno-Sky” infatti non è altro che la vecchia “Vitrociset Sistemi” (sotto nuovo nome) di Camillo Crociani (già coinvolto nello scandalo Lockeed del 1976), acquistata da ENAV per 109 milioni di euro.

 SELEX Sistemi Integrati, come si può leggere sul sito ufficiale, è “la società di FINMECCANICA che progetta, realizza e commercializza tecnologie per l’Homeland Protection, sistemi e radar per la difesa aerea, la gestione del campo di battaglia, la difesa navale, la gestione del traffico aereo ed aeroportuale, la sorveglianza costiera e marittima. L’azienda, che occupa circa 4.200 dipendenti, vanta un’esperienza di cinquanta anni e una clientela in 150 Paesi”.

SELEX paga ENAV per ricevere appalti. ENAV affida con trattativa privata (non prevede gare) le commesse alla SELEX, che però non si occupa dei lavori direttamente ma li sub-appalta alla TecnoSky (che appartiene ad ENAV). Cioè affida i lavori all’azienda controllata dell’ENAV, che si occupa dei servizi di manutenzione, con evidente maggiorazione dei costi per il doppio appalto che invece poteva essere gestito direttamente all’interno della società stessa.
Tecno Sky a sua volta affida i lavori, con un nuovo sub-appalto, ad altre società esterne con un ulteriore rincaro dei costi. Si tratta di piccole società a responsabilità limitata, spesso e volentieri riconducibili a manager e consultant trading assai attivi all’interno di Finmeccanica; oppure vicine a personaggi politici e sostenute da singoli esponenti di partito.
Non di rado si tratta di società di comodo, senza alcuna specifica competenza di settore, che attraverso il rigonfiamento dei costi, false fatturazioni, bilanci truccati, e la sistematica evasione delle imposte, riescono a ritagliare profumate provvigioni al nero per manager compiacenti (e non solo), che si spartiscono la cresta sui pagamenti.
Capita che le società in questione ricevano perfino saldi anticipati per lavori in realtà mai realizzati e senza alcuna verifica su quelli invece effettuati.

PICCOLE IMPRESE PER GRANDI AFFARI
 Tra le aziende beneficiate dagli appalti agevolati e miracolate dagli affidamenti della TecnoSky-ENAV, la concorrenza è piuttosto affollata. Naturalmente, ognuna di queste società ha il suo referente in Finmeccanica ed il suo sponsor politico…
Tra le società più attive risulta esserci la ARCTRADE. L’azienda è direttamente riconducibile a Lorenzo Cola, uomo di fiducia della coppia Grossi-Guarguaglini e superconsulente di Finmeccanica. Lo stesso Cola si definisce “consulente globale” ed è attivo su tutti i fronti di vendita, gestendo commesse milionarie e, a tratti, condizionando la stessa politica industriale del gruppo Finmeccanica, con contatti negli ambienti militari e nei servizi segreti.
D’altra parte, a Lorenzo Cola è riconducibile anche la EDIL-COGIM che si aggiudica le opere per l’aeroporto di Lamezia Terme (5,3 milioni di euro).
La “ARC-Trade” invece, gestita ufficialmente dal commercialista Marco Iannilli (il sodale di Cola) e con appena 30 dipendenti, grazie agli appalti dell’Enav riesce a fatturare soltanto nel 2008 qualcosa come 24 milioni di euro.
Nella fattispecie, Iannilli avrebbe emesso fatture per un cifra di 800.000 euro a favore di “Selex” per una serie di lavori in realtà mai eseguiti, a partire dal riammodernamento dell’aeroporto del Qatar. E incassa importi  maggiorati per opere in quello di Palermo.
A tal proposito, è illuminante constatare come una “azienda leader” nello sviluppo s/w e nell’Information Technology abbia a tutt’oggi una pagina web ancora in allestimento, dove NON vengono riportati partenariati, clienti, competenze e certificazioni. Sarebbe interessante sapere con quali requisiti sia stata scelta…
 Particolarmente attiva è anche la PRINT SYSTEM (sistemi radar) di Tommaso Di Lernia, il grande accusatore, già arrestato nell’Aprile del 2006 insieme a Stefano Ricucci che aveva foraggiato per la scalata alla RCS. All’imprenditore Di Lernia, insieme a Lorenzo Cola, la Procura di Roma contesta un’evasione delle imposte per quasi 5 milioni di euro, avvalendosi di fatture relative ad operazioni inesistenti emesse nel 2009 dalle società cipriote “Antinaxt Trading Limited”, con sede a Nicosia, per un ammontare pari a 3.393.560 euro e dalla società “Esmako Limited” per un ammontare pari a 1.385.822,80 euro. Il pm Paolo Ielo gli contesta inoltre l’emissione di fatture relative a operazioni inesistenti annotate. Reato aggravato per essere stato commesso anche al fine di realizzare le provviste per l’erogazione di utilità a pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio per il compimento di atti contrari ai doveri del loro ufficio.
Per sottolineare quanto sia stretto il legame che unisce la “Print System” con “Enav” e la Difesa, sarà il caso di ricordare Bruno Nieddu, generale (in pensione) della GdF, ex presidente di ENAV e  concreti interessi nella società del Di Lernia.

ARC Trade e PRINT SYSTEM sono sponsorizzate direttamente da Marina Grossi (amministratrice della “Selex”), che d’altronde affida al fratello Giorgio, pare con assegnazione diretta, la ristrutturazione di alcuni fabbricati dell’aeroporto romano di Fiumicino, al costo di 2 milioni di euro.
AICOM (engineering system), SIMAV (sistemi di manutenzione avanzati), RENCO S.p.A. godono invece dell’interessamento di Lorenzo Borgogni, (ex) responsabile delle relazioni esterne di Finmeccanica, che per il disturbo intasca cospicui fuori-busta per svariate centinaia di migliaia di euro. Per esempio, si fa liquidare dalla SIMAV la modica cifra di 1.250.000 euro in “consulenze” e studi gestionali affidati alla “SGI Consulting”: una società fondata insieme a Luigi Martini (il presidente post-fascista di ENAV e gentile signora), al quale viene rigirato il medesimo importo. Due milioni e mezzo di euro ad ufo.
Almeno questo è quanto scaturisce dalle testimonianze incrociate, messe a verbale, dell’accoppiata Iannilli-Cola e Di Lernia.

Lo strano caso della OPTIMATICA
OPTIMATICA S.p.A. è un altra delle società fornitrici della SELEX. Specializzata in knowledge management (processi gestionali), “Optimatica” vanta tra i suoi clienti primari: ENAV, INAIL e il Dipartimento per la Funzione Pubblica, ma anche le informatiche IBM e Symtec, insieme alla società di revisioni “Accenture”.
Nell’ambito degli appalti Enav-Selex, la società si è assicurata la gestione degli archivi informatici per la modesta somma di 9.900.000 euro (il tetto limite dell’appalto era dieci milioni). Una cifra assolutamente fuori mercato.
Soprattutto, l’Optimatica è una società nelle grazie degli ex-AN… nella fattispecie: Luigi Martini (ENAV) e Altero Matteoli (ex ministro ai Trasporti) al quale, secondo la testimonianza di Tommaso Di Lernia, “Optomatica” eroga finanziamenti per la sua fondazione.

e della ELSAG-DATAMAT
Da notare che tra i clienti di rilievo della “Optimatica” c’è anche l’ELSAG, a cui nel 2007 si aggiunge DATAMAT, e infine confluita in SELEX.
L’ELSAG-DATAMAT, azienda d’eccellenza, entra agli onori delle cronache in occasione della “Louis Vuitton Cup” del 2009. I manager della società sono sospettati di turbativa d’asta e corruzione in merito ai lavori di ampliamento e ristrutturazione del porto di Trapani, interessato dalla competizione velistica. Si tratta di Francesco Subbioni, responsabile della divisione Servizi, e Carlo Gualdaroni, direttore generale di ELSAG. Entrambi suscitano le attenzioni della Direzione Investigativa Anti-mafia. Nella vicenda risultano coinvolti pure il senatore (PdL) Antonio D’Alì, ex sottosegretario agli Interni, attualmente indagato dalla Procura di Palermo per “concorso esterno in associazione mafiosa”, e Valerio Valenti, viceprefetto di Trapani, che secondo gli inquirenti avrebbero discusso col direttore Gualdaroni i termini dell’accordo per assicurarsi l’appalto.

IL JOLLY DELLE CONSULENZE D’ORO
 Nell’ambito di un sistema consolidato, le operazioni più complesse insieme alle più delicate trattative commerciali sono spesso affidate ad una serie di “consulenti” specializzati.
Lorenzo COLA è il jolly spiccia-faccende nel mazzo truccato delle carte Finmeccanica; dopo un esordio professionale alla “Ernst & Young”, è il pontiere dei grandi appalti, in grado di condizionare le stesse scelte strategiche del Gruppo in ambito internazionale. Lui stesso si definisce un “consulente globale” di Finmeccanica. È l’ombra nera di Guarguaglini ed è anche uno dei grandi accusatori insieme a Tommaso Di Lernia.
Di Cola si sa pochissimo, ma i suoi hobby sono diventati famosi: le auto da corsa (gli piace correre in F3); la raccolta di cimeli nazisti che sembra andare oltre la passione collezionistica, visto che le svatische le porta tatuate direttamente addosso.
Lorenzo Cola imbocca in Finmeccanica nel 2005, poco più che quarantenne, su raccomandazione di Luca Danese (nipote di Giulio Andreotti) che lo presenta a Paolo Prudente, all’epoca capo dell’Alenia (poi Selex). Da quel momento, la carriera di Cola si fa strepitosa…
Come presidente della COGIM piazza prefrabbricati di uso militare, per conto del Ministero della Difesa, in Iraq e Afghanistan e Bosnia per il contingente italiano.
Come super-consulente di Guarguaglini, nel 2008 Lorenzo Cola cura l’acquisizione per conto di Finmeccanica della DRS Technologies: colosso statunitense degli armamenti. Costo dell’operazione: 5,2 miliardi di dollari (3,3 miliardi di euro). Per Cola la provvigione ammonta a 8 milioni di euro.
L’acquisto, gestito dalla banca d’affari Lehman Brothers (vi ricorda niente?), assicura a Finmeccanica l’accesso alle forniture del Pentagono (DRS produce i caccia F-16 e gli elicotteri d’attacco Apache). Ed è anche il motivo per cui ci ritroviamo sul groppone gli inutilissimi 131 cacciabombardieri, per il trasporto intercontinentale di testate atomiche, F-35 JSF (joint strike fighter), al mostruoso costo di 13 miliardi di euro e a discapito del più versatile (ed economico) Eurofighter, prodotto dal consorzio europeo per l’EFA (European Fighter Aircraft).
Ad anticipare la quasi totalità dei soldi (3,2 miliardi di euro), necessari a comprare la DRS, ci pensano le banche: Intesa-SanPaolo, Unicredit, e (per gli amanti della cospirazione globale) l’immancabile Goldman Sachs. Come copertura del credito, Finmeccanica offre in garanzia l’ANSALDO… Peccato che con la riduzione delle spese militari ed il disimpegno USA in Iraq, l’acquisto della DRS si stia rivelando un pessimo affare. Per questo ora Finmeccanica pianifica di spacchettare l’Ansaldo e vendere la Breda a copertura dei debiti contratti con le banche.
 Lorenzo Cola è anche il fautore delle trattative coi libici di Gheddafi, per le forniture di sistemi d’arma ed alta tecnologia al deposto regime del rais, per un valore di 150 milioni di euro. Nel ruolo di super-consulente, nel 2008 Cola partecipa anche all’acquisizione di quote Finmeccanica (il 5%) da parte dei fondi sovrani libici. Operazione che suscita parecchie perplessità e l’aperta ostilità dell’ex ministro Tremonti. Grande artefice dell’operazione (ça va sans dire): Gianni Letta.
Per conto dell’Ansaldo, cura invece le forniture per la costruzione di “centrali” (nucleari?) in Iran.
Al contempo, il Lorenzo Cola conosce e olia il “sistema”, gioca in proprio con sue società di comodo, cura la rete di appalti gonfiati e relazioni interessate, che garantiscono a lui ed ai manager corrotti profitti stratosferici. Il gioco funziona, finché non punta sul cavallo sbagliato…

L’Affare DIGINT
La nemesi di Lorenzo Cola si chiama DIGINT.
La società, che dovrebbe occuparsi di sicurezza digitale, è una creazione di Lorenzo Cola e Marco Iannilli, che la usano per pompare soldi dalle commesse gonfiate di Selex e Finmeccanica.
Sostanzialmente, la DIGINT è una scatola vuota, utile però per movimentare e ripulire fondi neri all’estero. Nell’affare, Cola e Iannilli, coinvolgono pure Gennaro Mokbel, faccendiere capitolino e noto fascistone border-line che su Cola ha le idee chiarissime:

«Lorenzo, che è uno psicopatico, pare uno psicopatico… ma per farvi capire: diciamo che è il primo consigliere di Guarguaglini»

Di Mokbel, dei suoi sodali, e dell’utile idiota fatto eleggere senatore (con la gentile intercessione della ‘Ndrangheta) per tutelare gli interessi della banda, avevamo parlato in dettaglio QUI.
La DIGINT diventa quindi una società controllata al 51% dalla Finmeccanica Group Services ed al 49% dalla Financial Lincoln. Quest’ultima è una società anonima lussemburghese, appositamente registrata nel 2006 dalla banda Mokbel. La partecipazione all’affate richiede un investimento di 8,3 milioni di euro per l’acquisto delle quote societarie, con l’intenzione di creare una joint-venture per infilarsi negli appalti di Finmeccanica.
Gli intrallazzi che intanto Mokbel va combinando a Roma ed in giro per l’Europa, catturano l’attenzione del ROS dei Carabinieri che in tal modo scoprono anche la truffa in atto alla DIGINT e scoperchiano il “sistema” in vigore a Finmeccanica, determinando le dimissioni di Renzo Meschini (ex amm. della Finmeccanica Group Services)
Lorenzo Cola viene arrestato l’8 Luglio 2011 per riciclaggio aggravato, truffa, false fatturazioni. E da quel momento inizia a parlare…

IL GRANDE DISPENSIERE
 L’altro grande “pentito” di tutta la faccenda è Tommaso DI LERNIA (Roma, 12/08/1963): il procacciatore di appalti e mazzette, che insieme a Lorenzo Cola dispensa poi al mondo politico in cambio di benevolenza.
Soprannominato il “cow-boy”, a causa della sue passione per gli stivaletti da ranchero che sembra non togliere mai, Di Lernia è il gola profonda dello scandalo Finmeccanica. Con una semplice licenza media per titolo di studio, ufficialmente Di Lernia è il “direttore tecnico” della PRINT SYSTEM, ma controlla anche la EUROCOS e la FINED: altre s.r.l. nel giro Enav-Selex.
In ENAV l’intraprendete Di Lernia ci entra intorno al 2005 grazie ai buoni uffici dell’amministratore e gen. Bruno NIEDDU, che in cambio si fa regalare un paio di appartamenti e un appannaggio da 300.000 euro (naturalmente a sua insaputa). Il colonnello Tavano è colui che invece gli presenta personalmente Lorenzo Cola. È interessante notare l’intreccio di relazioni tra alti ufficiali della Guardia di Finanza e Tommaso Di Lernia, che ha tra l’altro addebiti penali pendenti per favoreggiamento ed omicidio colposo.
Di Lernia paga a Cola fatture per consulenze in realtà mai avvenute, emesse a nome della “Antinaxt Trading Limited” e della “Esmako Limited” di Cipro. Quindi, rigira la plusvalenza ritagliata illegalmente e al nero su conti lussemburghesi e ciprioti.
La SELEX S.I. di Marina Grossi avrebbe sopraffatturato i costi dei lavori sub-appaltati ad un consorzio tra la Print System e la RENCO, per conto ENAV. La Print System avrebbe a sua volta sovra-fatturato a favore di società cipriote di copertura, in modo da realizzare la provvista necessaria a pagare le intermediazioni di Lorenzo Cola.

«Cola mi diceva che la Grossi era perfettamente al corrente del pagamento delle tangenti verso Enav, mentre nulla mi diceva circa il ruolo di Guarguaglini.
Similmente Fiore [Manlio Fiore: direttore tecnico di Selex. N.d.r] mi diceva di agire per conto della Grossi, la quale sapeva dei pagamenti. Peraltro ogni volta che mi recavo da Fiore egli prendeva appunti su in foglietto, andava a riferire credo alla Grossi, e poi tornava con le direttive.»

 Tribunale di Roma
 Verbale di interrogatorio del 25/05/11

Dall’interrogatorio di Tommaso Di Lernia, i magistrati della procura romana (Capaldo e Ielo) traggono le loro conclusioni:

«ln accordo con Lorenzo Cola, Letizia Colucci (direttore generale) e Manlio Fiore (direttore e responsabile tecnico), al fine di consentire ad Enav l’evasione delle imposte dirette, emetteva, nel 2009, fatture relative a operazioni in tutto o in parte inesistenti per un valore non inferiore a 10 milioni di euro. […] In accordo con Cola, Colucci, Fiore, al fine di evadere le imposte dirette e indirette e avvalendosi di fatture relative a operazioni in tutto o in parte inesistenti, indicava nella dichiarazione dei redditi Selex in relazione agli anni 2008-2009, elementi passivi fittizi».

 Nato a Istanbul nel 1957, Manlio FIORE è il responsabile commerciale di SELEX Sistemi Integrati e braccio destro dell’ad Marina Grossi per conto della quale cura la direzione tecnica. Del suo ruolo abbiamo già detto. Ma a destare l’attenzione dei Carabinieri e determinare il suo arresto, più dei giri di mazzette hanno contribuito le sue passioni inconfessabili. Sfrugugliando nel pc del manager della “Selex” in cerca di documenti, i Carabinieri del ROS hanno trovato qualcos’altro: centinaia di immagini e filmini pedo-pornografici. Pare infatti che il bravo dirigente di Finmeccanica faccia parte di una rete internazionale di pedofili, coi quali si scambiava la fruttuosa corrispondenza.
Le dichiarazioni che Di Lernia rende all’Autorità giudiziaria costituiscono invece l’antipasto di un’immane abbuffata, che sembra non risparmiare nessuno e coinvolge naturalmente il famelico mondo della “Politica”…

L’Amico MILANESE
 Marco Milanese, ex ufficiale della GdF e braccio destro di Giulio Tremonti all’Economia, meriterebbe una trattazione a parte, rispetto a questo articolo già over-size. Infatti sarà il caso di tornare sul personaggio in altra occasione.
In questa circostanza, basti ricordare che anche lui entra in gioco con la faccenda Finmeccanica. E lo fa arrivando in “barca”…

«…è una storia che gira intorno ad un magnifico yacht, un “Dolphin 64” di 20 metri della Mochi Craft, che Milanese possiede ma non è in grado di pagare. Del quale, come gli accade con le fuoriserie che cambia con la frequenza delle scarpe (Bentley, Ferrari, Aston Martin), decide dunque di liberarsi, accollandone però il costo ad altri e per giunta facendoci sopra una bella “cresta” da 224 mila euro.
Anche perché, ha gioco facile nel farlo, visto che, come uno sciame d’api sul miele, gli corre in soccorso una variopinta comitiva di giro, che della sua benevolenza e del suo potere di interferenza sulle società a partecipazione pubblica ha bisogno come l’aria. Un manager che orbita nella destra sociale di Alemanno e questua una nomina in una società controllata da Enav [si tratta di Fabrizia Testa, già consigliere nel CdA di ENAV e dirigente della Techno-Sky]; due “imprenditori” rotti al giochino delle sovrafatturazioni, delle provviste nere e inseriti stabilmente nel Sistema degli appalti Enav (Di Lernia e il suo factotutm De Cesare), un’eminenza grigia di “Finmeccanica” che chiamano “il generale” (Cola).
Lo yacht, dunque. Milanese lo acquista di seconda mano nel giugno 2009, accollandosi dal vecchio proprietario un leasing di 1 milione e 97 mila euro. E’ un giocattolo che, solo di rata mensile, costa dunque 20 mila euro. E che l’ex ufficiale della Finanza, che in carriera ha collezionato encomi come figurine, non ha, o non ha intenzione di spendere. Per la barca, infatti, dalle tasche dello “scapocchione fortunato” (così lo chiama Paolo Viscione, imprenditore cui munge nel tempo “una milionata” di euro in regalie e contanti) escono solo 1.200 euro, il costo della pratica di cessione del leasing. Non paga le rate, infatti. Accumula interessi di mora. E finisce con il bordeggiare sul “Dolphin” una sola estate. Finché, a dicembre 2009, segnala a Viscione di “trovarsi in imbarazzo”. Insomma, dice ai pm, l’imprenditore, “mi voleva rifilare la barca”. E’ troppo anche per lui

  Carlo Bonini
La Repubblica (09/11/11)
Articolo integrale QUI

Alla fine di una lunga trafila, ‘sta benedetta barca viene appioppata al solito Tommaso Di Lernia, che in cambio del ‘favore’ spera di ricavare “crediti” di benevolenza, da spendere in Enav-Finmeccanica…

«Il “Dolphin” viene quindi acquistato a cifre da capestro. Il valore non supera i 700 mila euro, ma Milanese lo piazza a 1 milione e mezzo. Una cifra in cui c’è il valore residuo del leasing, caricato dagli interessi di mora (1 milione 318 mila e 500 euro) per le rate scadute (220 mila euro) che Milanese non ha mai pagato e che pure Di Lernia, al momento del contratto, gli ha anticipato in contanti.»

Davvero un ottimo affare.

POLITICANTI ALL’ARREMBAGGIO
 Se Finmeccanica può vantare tra i suoi ranghi una nutrita pletora di politicanti in disarmo, nipoti e figli di parlamentari (per esempio Marco Forlani, figlio del più famoso Arnaldo), generali da ricollocare, e mogli dei vari “Lei non sa chi sono io”, con una provenienza in prevalenza democristiana, è l’ENAV in quanto “ente pubblico” ad essere il dispensiere di poltrone per i partiti. La “Società Nazionale per il Volo” si è alfine trasformata da ente di controllo a feudo impestato di politicanti. Alla munifica greppia dell’ENAV mangiano un po’ tutti, ma a spartirsi il grosso delle cariche sono soprattutto l’UDC e le varie correnti della ex Alleanza Nazionale, confluita armi e camicie nere nel PdL berlusconiano.
Per esempio, in Enav sono imboccati tra i tanti: Antonino Vecchio Domanti, ex direttore servizio finanze ENAV, e organico all’UDC; Giovanni Federico Gamaleri, figlio di Giulio ex parlamentare democristiano ed ex consigliere RAI; Carlos Salazar, imparentato con Rocco Buttiglione… Invece, del presidente Mancini e del Minzolini fratello abbiamo già ricordato.
A supervisionare gli ingressi e favorire le candidature ai vertici provvede come sempre il serafico (e grande sponsor di Guarguaglini) Gianni Letta: il gran ciambellano di Re Pompetta.

 Guido PUGLIESI è (stato) amministratore delegato di ENAV, nominato nel 2003 dopo l’azzeramento dei vertici a seguito della strage all’aeroporto di Milano-Linate.
Così lo descrive Alberto Statera sulle pagine de La Repubblica del 21/11/2011:

«Mini-boiardo non dei più autorevoli, superstite della Prima Repubblica proprio perché piccolo e non troppo astuto, sopravvissuto così al cambio di regime che ha catapultato in prima fila gli scarti del cinquantennio democristiano. Tra quelli ancora benvoluti da Luigi Bisignani e da Marco Milanese, businessmen delle nomine dei manager pubblici, purché malleabili, ubbidienti e generalmente di poche pretese. Questo Pugliesi nella Prima Repubblica portava la borsa a suo cognato Paolo Benzoni, amministratore della SIP. Vistosi perduto dopo Tangentopoli e all’albore del berlusconismo, si buttò – pensate – con Storace, che lo mise a dirigere l’ospedale San Camillo di Roma. Dai telefoni ai cateteri, per la serie: vinca la competenza. Poi, con l’UdC passato all’opposizione, Pugliesi, che pare non trascurasse di consultare il sempiterno luciferino Andreotti, trovò più naturali spazi nel risorgente centrismo. Spazi che andavano congruamente retribuiti per sperare di mantenere il posto. Con i contanti. Old style diccì.
Ma Pugliesi, testimone e pronubo della valigetta di banconote al partito di Casini, con la vecchia tecnica della mazzetta ormai sostituita dall´appartamento acquistato “ad insaputa” e dalla barca venduta al doppio del suo valore o all’affitto di seimila euro saldato in contanti dall’amico fatto onorevole, è poco più che una comparsa nel sistema di corruzione che ha fatto di Finmeccanica, che con l’ENI è il più grande gruppo pubblico d’Italia, la sentina del berlusconismo arrembante, fatto di ex fascisti affamati da decenni di potere e denaro, di ex democristiani ed ex socialisti in cerca di consulenze e di ricollocazione sotto il nuovo ombrello, generoso soprattutto con faccendieri, truffatori, lenoni e ricattatori. I personaggi che “Cesare” tratta con più disinvoltura.»

 “Gli eterni vizi dei boiardi”
Alberto StateraLa Repubblica (21/11/11)

Forte della sua esperienza alla Sanità del Lazio, ai tempi della giunta di Francesco Storace (il fascista verace che ha lasciato in eredità alla regione una voragine da 9,5 miliardi di deficit), dalla direzione dell’Ospedale San Camillo-Forlanini di Roma, Pugliesi si porta appresso altri due dirigenti: Luigi Trapazzo e Raffaello Rizzo, cha da Di Lernia si fa dare 90.000 euro per l’acquisto di un monolocale e poi altri 50.000 euro per assegnare lavori in Enav alle imprese amiche.

«Il ruolo di Rizzo era quello di favorire le imprese che erogavano finanziamenti all’UDC e alla frangia romana riconducibile all’attuale sindaco di Alleanza Nazionale [ovvero, Gianni Alemanno! n.d.r].
Sostanzialmente tali imprese portavano finanziamenti all’UDC alle feste di partito a fare delle donazioni.
Per contro, i finanziamenti agli uomini di AN avvenivano direttamente nell’ufficio di Pugliesi dove gli imprenditori portavano le somme di denaro che Pugliesi dava ad AN.
Ricordo anche che in un’occasione, in relazione ai lavori effettuati a Venezia, vennero assegnati lavori a una società che si chiamava “Costruzioni e Servizi” vicino a Marco Follini, all’epoca vice-presidente del Consiglio.»

 Tribunale di Roma
Verbale del 27/06/11

Guido Pugliesi invece si fa pagare 206.000 euro (02/02/2010) per i suoi buoni offici.
In sostanza, stando alle ricostruzioni probatorie, Pugliesi si fa versare i soldi da Cola e Di Lernia; ne trattiene una parte a titolo personale e rigira il resto alle casse dei partiti in lizza.

“Io C’entro”: Oboli all’UDC
 Tra i reati contestati a Guido Pugliesi c’è anche l’accusa di illecito finanziamento in relazione ad una presunta tangente da 200 mila euro versata dall’imprenditore Tommaso Di Lernia, titolare della Print System, al segretario amministrativo e tesoriere dell’UDC, il deputato Giuseppe Naro (che ha sempre negato ogni responsabilità), e che Di Lernia avrebbe consegnato personalmente alla sede romana del partito nel Marzo 2010.
Altri soldi all’UDC sarebbero arrivati tramite il commercialista Franco BONFERRONI (classe 1938), ex senatore democristiano e componente del CdA di Finmeccanica, che nel 2008 si fa girare da Lorenzo Cola circa 350.000 euro. Sarà forse il caso di ricordare che Bonferroni, originario di Reggio Emilia, sottosegretario all’Industria e Commercio estero nel VI e VII Governo Andreotti dal 1989 al 1992, risultava già implicato nel crac finanziario della PARMALAT di Callisto Tanzi: l’ex senatore democristiano si era fatto liquidare profumate “commissioni” dal ragioniere Fausto Tonna (ex direttore finanziario di Parmalat), per una serie di catastrofici investimenti in Indocina.

Oro al Partito degli Honestiores
Tra i beneficiati dalle oblazioni di Guido Pugliesi, in munifico manager di Enav, pare ci sia anche una assidua conoscenza delle cronache giudiziarie l’on. Aldo BRANCHER (deputato, naturalmente, PdL), che dal Di Lernia si sarebbe fatto finanziarie le sue “Officine della libertà”.

 Ilario FLORESTA (Milano, 1941) è un altro dei politici a libro paga: già parlamentare di Forza Italia e sottosegretario al Bilancio nel primo governo Berlusconi, nonché consigliere d’amministrazione in ENAV dal Luglio 2009, vanta come formazione un diploma da perito tecnico-industriale.
Dal commercialista Iannilli (per conto della “ArcTrade”), Floresta si fa passare un mensile supplementare di 15.000 euro; quindi si fa anticipare circa 300.000 euro a titolo di compromesso per l’acquisto di una villa a Sharm El Sheik in Egitto, senza che la compravendita vada mai in porto. Ma l’ex deputato pare insaziabile, visto che verrà a pretendere da Di Lernia il pagamento di tangenti per 500.000 euro.
Sia Pugliesi che Floresta sollecitano pagamenti anche dalle società che subappaltano da Selex le opere commissionate da Enav e riconducibili a Lorenzo Borgogni…

 Lorenzo BORGOGNI (Siena, 1952) è stato l’ombra di Pierfrancesco Guarguaglini, che lo ha voluto alla direzione delle relazioni esterne di Finmeccanica nel 2002.
Borgogni è un altro mazziere addetto allo smistamento tangenti: incassa dai fornitori, trattiene per sé, e rigira il resto ai politici. Come dichiara Lorenzo Cola ai magistrati:

«Il suo lavoro era quello di tenere i contatti con i politici che avevano i rapporti con le società del Gruppo. Da un lato, Borgogni era informato, attraverso i suoi collaboratori, dei politici che chiedevano un colloquio con responsabili vari delle società e, dall’altro, egli stesso li indirizzava a questa o a quell’altra società, a seconda della loro esigenza. Borgogni era a conoscenza, fin da epoca remota, del sistema di pagamento delle tangenti da parte dei fornitori di “Selex Sistemi Integrati”. Lui stesso era beneficiario di una parte di queste tangenti. So questo con certezza perché in moltissime occasioni mi è accaduto di parlarne con lui

Con questo sistema, dal 2006 al 2011, accumula un patrimonio in nero di 7 milioni di euro, ad integrazione del magro stipendio che percepisce come manager pubblico in Finmeccanica: le sue dichiarazioni annuali dei redditi vanno da 1,2 milioni di euro del 2007, a 1,7 milioni nel 2010.
La “ArcTrade” di Cola e Marco Iannilli è il suo bancomat personale: 550.000 euro e altri contributi che il manager chiama “zucchine”.
Tuttavia, Lorenzo Borgogni attinge anche altrove: AUXILIUM (150.000 euro); SIMAV (2 milioni di euro, in cambio dell’interessamento per la cessione di quote societarie, che si spartisce con Luigi Mancini); Consorzio ANCV (1,5 milioni di euro nel 2000); ITALBROKER (2 milioni, in cambio del mantenimento della copertura assicurativa che aveva in Finmeccanica); CREDSEC (2 milioni, per l’acquisto da FinGroup di due immobili industriali).
Il frutto di tanto onesto lavoro viene trasferito su conti esteri. Poi grazie allo “scudo fiscale” di Giulio Tremonti, nel 2010 fa rientrare in Italia 5 milioni e 600 mila euro (per altro a nome della moglie) e, tallonato dagli inquirenti, si presenta dai magistrati per chiarire che i soldi li ha “guadagnati in modo lecito”, tramite le sue esose mediazioni.
Ma Borgogni è pure un ragazzone diligente, che svolge bene i suoi compitini. Infatti, annota tutto onde poter stabilire un prezzario per il mercato delle nomine politiche ai vertici della holding Finmeccanica, con l’assunzione di amici e parenti:

«Squillace è espressione del ministro La Russa, il consigliere Galli della Lega, mentre per lo Sviluppo Economico e Scajola, il riferimento è stato Alberti […] Ricordo, ad esempio che la Lega, a mezzo Giorgetti, chiese che un posto fosse senz’altro riservato a quel partito in Ansaldo Energia. Che il nominativo di Adolfo Vittorio per Elsag-Datamat me lo diede Gianni Letta per conto di Carlo Giovanardi e che poi mi chiamò in prima persona.»

 Tribunale di Roma
Dichiarazioni spontanee di Borgogni
Verbale del 11/01/2011

Soprattutto, Borgogni si vanta di aver ottenuto direttamente da Silvio Berlusconi la nomina di Giuseppe Orsi: nuovo amministratore delegato di Finmeccanica, in quota Lega Nord, che si fa subito interprete della strategia padana… Svuotare il Sud delle sue realtà economiche e industriali, chiudendo gli impianti e trasferendo la produzione al Nord. Esattamente come avveniva ai tempi dei Savoia, ma con l’intento neanche troppo segreto di creare nuove clientele assistite e concentrare le risorse in ‘padania’, prima dell’impossibile secessione. È divertente notare che gran parte dei personaggi coinvolti nel gigantesco scandalo Finmeccanica, provengano dal “Nord operoso che lavora”. Notoriamente, a sud di Perugia si campa di rendita e gli zecchini d’oro crescono copiosi sugli alberi.

Daniela..Giampi..Valterino & Co.
 Tra i beneficiati dei fondi Finmeccanica erogati dal bravo Borgogni, compare anche la scoppiettante Daniela Santanché: la pasionaria fascista, così attiva al governo senza mai essere stata eletta dall’abusato “popolo sovrano”…

«Nell’inverno del 2009 partecipai a una cena a dove c’erano l’onorevole Alfonso Papa, Luigi Bisignani, Daniela Santanchè e Galbusera. Nell’occasione Bisignani mi chiese di aiutare la Santanchè, che non era stata rieletta, con la sua agenzia pubblicitaria Visibilia che gestiva la raccolta per “Il Giornale”, “Libero”, “il Riformista”, e di dare un contributo attraverso contratti che Finmeccanica ha con varie testate. Dopo qualche giorno lei mandò un collaboratore a parlare con il mio responsabile della comunicazione per rendere concreto l’aiuto. Successivamente lei mi chiamò lamentandosi degli importi stanziati e disse che era un po’ ridicolo.»

In pratica, la Santanché si occupa della raccolta pubblicitaria e pensa bene di battere cassa a Finmeccanica, grazie alle sue entrature politiche, salvo poi lamentarsi dell’esiguità dei contributi: solo 350.000 euro (di soldi pubblici) nel biennio 2009-2011. Una vera miseria!

Ma Lorenzo Borgogni, per conto di Finmeccanica, segue anche gli investimenti panamensi di un nuovo potenziale “consulente” fortemente raccomandato dal papi nazionale… Si tratta di Valter Lavitola, ex direttore del quotidiano “L’Avanti!” (un tempo glorioso giornale socialista e ora ridotto a imbarazzante larva assistita a spese pubbliche), attualmente latitante, assurto agli onori delle cronache per la famosa telenovela estiva sulla casa del cognato di Fini a Montecarlo, la scoperta dell’isola del tesoro nascosto (Santa Lucia), e gli intrallazzi insieme al lenone ufficiale (e cornuto) di Palazzo: Giampiero Tarantini.
Lavitola è interessato agli appalti per la “security” del Canale di Panama e riesce perfino a trovare una sponda nel (ex) direttore commerciale di Finmeccanica: Paolo Pozzessere, che sul campo sudamericano vanta anche altre preziose risorse…
 Tra gli altri consulenti di punta in America latina, resta sicuramente indimenticabile Debbie Castaneda, soubrette colombiana e grande amica dello statista di Arcore, che si vede sottrarre la provvigione di 6 milioni di euro per un appalto Finmeccanica, da Alessandro Agag (genero dell’ex premier spagnolo Aznar), e per questo va a piangere direttamente da papi Silvio.
Sulle specializzazioni professionali ed i requisiti tecnici della Castaneda non possono sussistere dubbi, come appare evidente dal suo C/V:

«Dopo essere stata eletta Miss Colombia nel 1996, Debbie si è dedicata per tre anni agli studi universitari, conseguendo una Laurea in Pubblicita’ e Marketing con il massimo dei voti in USA. Tra i suoi hobby il canto e il disegno (ha conseguito un master in disegno grafico). Ama molto gli sport, e in particolare, nuoto e jogging.
Dopo aver recitato in vari serial televisivi e telenovelas nel suo paese, Debbie partecipa nel 2000 al film di Oliver Stone “Ogni maledetta domenica”. Nello stesso anno approda in Italia ed esordisce in tv su Italia1 con la trasmissione “Tribe Generation”, mentre nel 2001 è una delle top model della trasmissione di Canale 5 “Italiani”. Dal 28 settembre 2003 al 6 gennaio 2004 Debbie ha fatto parte del cast della trasmissione di Giorgio Panariello “Torno sabato… e tre” trasmesso su Raiuno. Di recente Debbie ha anche partecipato al film di Guy Ferland “Dirty Dancing 2: Havana Night”, che uscirà nelle sale americane nel Maggio del 2004.»

L’approccio usato invece da Giampi Tarantini, per accedere ai salotti buoni di Finmeccanica, è noto e resta inconfondibile… Si presenta infatti col solito codazzo di troie, da piazzare nel letto del potente di turno a cui elemosinare favori.
 Il suo aggancio si chiama Salvatore METRANGOLO, consigliere di amministrazione della SEICOS, società che progetta e gestisce reti integrate di comunicazioni, e presidente della SSI (Sistemi Software Integrati). Entrambe società del gruppo Finmeccanica:

«Salvatore Metrangolo, per gli amici Rino. Nato a Guagnano vicino Lecce, commerciante di moto e ciclomotori, “Rino” è non solo procuratore generale della SELEX Service e della SEICOS, ma anche presidente del cda della Space Software Italia, società controllata dalla ELSAG. E’ un fatto che a gennaio 2009 il manager sia stato registrato da una cimice della Guardia di finanza nel privé dell’Hotel De Russie a Roma, mentre insieme a Tarantini, l’amico Enrico Intini, la Cosentino (ex direttore ASL di Bari) e l’imprenditore Cosimo Catalano discute animatamente su un bando da una cinquantina di milioni di euro per alcuni servizi da gestire negli ospedali regionali.»

 Gianluca di Feo ed Emiliano Fittipaldi
L’Espresso (04/06/2010)

Tra i principali referenti politici di Metrangolo, c’è il deputato PdL Alfonso Papa (attualmente ospite delle patrie galere). È un cerchio che non si chiude…

Se il berlusconismo ha un primato, è quello di aver condensato in meno di un ventennio gli scandali e le porcherie (trasmutate in farsa scollacciata) che l’Italia unita non era riuscita a cumulare, nonostante l’impegno, in tutti i suoi 130 anni precedenti la “discesa in campo” dell’Unto..!

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La Gaia Scienza

Posted in A volte ritornano, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 26 marzo 2011 by Sendivogius

Sull’incomparabile catastrofe umana e ambientale che ha sconvolto la terra del Sol Levante molto si è detto, ma nulla è comparabile alle ispirate parole del prof. Roberto De Mattei, un folgorato che confonde lo tsunami con la distruzione di Sodoma e Gomorra:

Le catastrofi sono talora esigenza della giustizia di Dio, della quale sono giusti castighi.
Le grandi catastrofi sono una voce paterna della volontà di Dio, che ci richiama al fine ultimo della nostra vita. Se la terra non avesse catastrofi, eserciterebbe su di noi un fascino irresistibile, e non ricorderemmo che siamo cittadini del cielo. In secondo luogo, le catastrofi sono i giusti castighi di Dio. Alla colpa del peccato originale si aggiungono le nostre colpe personali e quelle collettive, e mentre Dio premia e castiga nell’eternità, è sulla terra che premia o castiga le nazioni.”

La raffinata riflessione ecumenica è quanto di meglio scaturisce dalla sensibilità umana e religiosa dell’esimio prof. De Mattei… Purtroppo, il mondo è inflazionato di fanatici religiosi in preda ad esaltazione mistica. Tuttavia, questo peto medioevale nella cloaca sanfedista non è l’ultimo coglione in circolazione, ma niente meno che il vicepresidente del CNR!
Per intenderci, il ‘Consiglio Nazionale per la Ricerca’ sarebbe l’ente nazionale preposto allo sviluppo scientifico e sociale, favorendo tutte quelle “attività di prioritario interesse per l’avanzamento della scienza e per il progresso del Paese”. Tramite gli appositi finanziamenti del MIUR (Ministero per l’Istruzione,  l’Università e Ricerca), promuove la formazione e la crescita tecnico-professionale dei ricercatori italiani, attraverso l’assegnazione di borse di studio e assegni di ricerca. Altresì, il CNR dovrebbe effettuare “la valutazione dei risultati dei programmi di ricerca”; fornire consulenze e pareri tecnici; svolgere “attività di certificazione, prova ed accreditamento per le pubbliche amministrazioni, sostenendo le attività scientifiche e di ricerca di rilevante interesse per il sistema nazionale”.
In virtù di tali competenze, tanto per dire, al CNR sono stati commissionati gli studi di fattibilità sulla realizzazione dei nuovi impianti nucleari. Ciò implica la scelta dei luoghi dove costruire le centrali e l’individuazione dei siti di stoccaggio per le scorie radioattive di ultima generazione.
È rassicurante sapere che le valutazioni decisionali, con l’ultima parola, spettino ad un invasato integralista come Roberto De Mattei… ovvero affidare la gestione del nucleare ad uno che si crede l’Angelo dell’Apocalisse!!
Questo è possibile perché, col tempo, da glorioso comitato di ricerca scientifica, il CNR si è trasformato in una sorta di ente promozionale a nomina governativa, monopolizzato dalle lobby trasversali del comparto affaristico-industriale, specializzato nell’attribuzione diretta di fondi a ricercatori vicini ad apparati burocratici o politici. E adesso sembrerebbe diventato anche ricovero per disturbati mentali, affetti da delirio psicotico!
Del resto, la composizione dei vertici del consiglio risponde ad un preciso indirizzo di orientamento culturale, fedele al nuovo corso mercantilista impresso a suo tempo dall’ex ministro Letizia Brichetto Arnaboldi in Moratti, durante la sua permanenza al MIUR.
E la disposizione delle nomine nel CdA ne sono un diretto riflesso. Ne fanno parte, tra gli altri,  l’ing. Vico Valassi, su indicazione di Union Camere, e l’ing. Lucio Pinto per conto di Confindustria. L’ingegner Pinto, vicepresidente della Fondazione Politecnico di Milano e una carriera professionale maturata tra Olivetti e Pirelli, è altresì il direttore della Fondazione Silvio Tronchetti Provera.
Di nomina squisitamente politica sono invece i professori Luigi Rossi Bernardi e Andrea Di Porto, senza dimenticare naturalmente il vicepresidente Roberto De Mattei.

Il prof. Luigi Rossi Bernardi, già presidente del CNR (1984-1993), è un biochimico di fama mondiale, ben introdotto negli ambienti militari con collaborazioni pregresse nei laboratori della NATO e dalla USAF (1961-1965).
Dal 1974 al 1984 assume la direzione scientifica dell’Istituto San Raffaele di Milano e per questo non è sgradito agli ambienti di Comunione e Liberazione.
Nel 1978 viene designato dal CNR al ‘Consiglio sanitario nazionale’; nel 1981 diventa presidente della commissione del CNR, per i progetti finalizzati alla “medicina preventiva e riabilitativa” e fonda il dipartimento di scienza e tecnologie biomediche dell’Università degli Studi di Milano.
Nel 1982 diventa membro della Commissione per la ricerca biomedica della Lombardia.
Nel 1984 viene nominato direttore scientifico dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.
Nel 2002 la Moratti lo porta con sé al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, e lo nomina Capo della Segreteria tecnica per la programmazione e per la ricerca del MIUR.
Quello con la Moratti è un sodalizio politico destinato a durare nel tempo, perché nel 2006, in qualità di Sindaco di Milano, nomina il prof. Rossi-Bernardi assessore alla Ricerca, Innovazione e Capitale Umano per il Comune.

Il prof. Andrea Di Porto (classe 1950), ordinario di Istituzioni di Diritto Romano presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, coordinatore del Comitato Ordinatore del Dipartimento Identità Culturale del CNR, è l’ennesimo avvocato prestato alla politica. L’avv. Di Porto si segnala per la sua appartenenza al ‘comitato scientifico’ della Fondazione Magna Carta: ambizioso think tank della destra liberale, ad imitazione delle fondazioni neo-con d’Oltreoceano, è in realtà l’ennesima propaggine del potere berlusconiano di cooptazione industrial-craxiana-radicale. È incredibile cosa sia riuscita a produrre la via italiana al socialismo!

LA MAGNA CARTA
Nata nel 2004, la Fondazione si propone “la difesa della tradizione senza una chiusura pregiudiziale verso i cambiamenti imposti dalla modernità. […] Tutto questo senza perdere di vista la bussola del liberalismo conservatore di tradizione anglosassone”.
Tra i ‘fondatori’ (e finanziatori) sono annoverate diverse multinazionali di settore: la petrolifera ERG; la British American Tobacco; MEDIASET; Finmeccanica; Wind…
Mentre tra i membri del consiglio d’amministrazione meritano di essere annoverati quantomeno Gianmarco Moratti e Francesco Bellavista Caltagirone, imparentato (è il cugino del Francesco Gaetano suocero di Casini) con la nota dinastia di palazzinari ed editori romani.
Presidente onorario di Magna Carta è Gaetano Quaglierello, assai noto per le sue posizioni di apertura senza pregiudizi sui temi del testamento biologico e della procreazione assistita, come sui diritti delle coppie di fatto. Ma al comitato scientifico della Fondazione aderiscono tanti altri bei nomi del partito radicale, dell’ex PSI, e non solo: Marco Taradash; Eugenia Roccella; Oscar Giannino; Renato Brunetta; Margherita Boniver; Fiamma Nirenstein; Roberto Nania; Enrico La Loggia; Gustavo Selva; Lucio Stanca; l’immancabile sottosegretario Alfredo Mantovano
Ma anche Antonio Catricalà (presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato); Giorgio Lombardi (già consigliere nel CdA del CNR); Adriano De Maio (Il Sole24Ore, Impregilo, RAI New Media, Saes Getters, Telecom Italia). E naturalmente il prof. Roberto De Mattei!

Michael Novak e la Teologia del capitalismo
È interessante notare come tra i più apprezzati maître à penser della Fondazione Magna Carta, quanto tra gli esponenti più intellettuali di Alleanza Cattolica (come Massimo Introvigne), ci sia il filosofo Michael Novak, autore di una ventina di libri sul “cattolicesimo liberale” (nel senso di impresa) e redattore di un “Manifesto dell’ambientalismo conservatore” (ambientalismo blu). Probabilmente, ai più il nome non dirà nulla. Tuttavia, il prof. Novak è un arzillo vecchietto capace di amalgamare teologia, diplomazia e affari, in una insolita miscela politica che parte da radici democratiche, ma finisce col conquistare soprattutto i palati Teo-Con della nuova destra religiosa. Novak è il profeta della missione spirituale di un capitalismo mistico dalle venature messianiche. Il suo tempio d’elezione è l’American Enterprise Institute: il più antico e potente sancta sanctorum del pensiero straussiano, applicato al peggior cinismo della real-politik; fucina inesauribile dell’ideologia neo-con e scuderia politica dalla quale Bush junior attinse i suoi consiglieri per il secondo mandato presidenziale. Avevamo già trattato l’argomento in “War Games”: parte [1], parte [2] e parte [3].

«L’American Enterprise Institute (AEI) è la gigantesca fabbrica che produce ideologia “neoconservatrice” in tutto il mondo: il petroliere e committente di opere pubbliche/militari Dick Cheney, oltre a essere [stato] vicepresidente degli Stati Uniti, è anche il vicepresidente di questa organizzazione. Gli italiani possono essere incuriositi dal fatto che sia stato presso la sua sede che Oriana Fallaci fece la sua unica comparsa in pubblico, nell’ottobre del 2002. Chi segue questo sito si ricorderà di Cheney anche in un altro contesto, come committente di un documento a dir poco preoccupante redatto dal Project for the New American Century.
Nell’AEI, Michael Novak dirige la sezione su “Religione, filosofia e politica pubblica” e il Dipartimento di scienze sociali dell’American Enterprise Institute, un’attività che gli ha fruttato finora donativi per un importo pari a1,381,887 dollari da parte di varie fondazioni, allo scopo di sviluppare una teologia cattolica del capitalismo e per inquadrare la ribellione allo sfruttamento nel primo dei peccati: “L’invidia non si presenta mai per quello che è; piuttosto, si nasconde dietro nomi come uguaglianza, equità e persino (ahimè) giustizia sociale”.
Michael Novak è legato anche alla Fondazione Res Publica, il think tank berlusconiano cui appartengono personaggi come Giuliano Urbani, Massimo Introvigne, Vittorio Mathieu, Giulio Tremonti, Silvio Beretta e altri.
Novak è membro del “comitato scientifico” della Fondazione Liberal, il think tank della destra italiana di cui fanno parte anche Carlo Azeglio Ciampi, Mino Martinazzoli, Antonio Baldassarre, Ferdinando Adornato, Franco Debenedetti, Ernesto Galli della Loggia, Domenico Fisichella, Franco Frattini, Marcello Pera, Giulio Tremonti, Antonio Martino, Antonio Marzano, Giuliano Urbani, Oscar Giannino, Paolo Guzzanti, Giovanni Minoli, Marcello Veneziani e Angelo Panebianco.
Non basta. Troviamo Novak anche nel “Comitato scientifico” della Fondazione Ideazione, presieduta da Domenico Mennitti, assieme a Vittorio Mathieu, Maurizio Belpietro, Giuliano Ferrara, Francis Fukuyama, Paolo Guzzanti, Massimo Teodori e altri.»

L’articolo completo, con una lunga disamina sul “Manifesto dei Cristianisti”, lo trovate QUI.

Date le sue frequentazioni, ne consegue che il professor Novak bazzica spesso in Italia, terreno prediletto della reazione sanfedista, e non è raro che nei vari seminari di natura politica e religiosa ai quali partecipa incroci le sue relazioni con quelle del prof. Roberto De Mattei.

Chiamate il Castigamatti
Romano (21/02/1948), la carriera del prof. De Mattei è tutta all’insegna della croce e dell’altare, se si esclude la sua militanza giovanile nel Fronte Monarchico Giovanile vicino al MSI.
Allievo e poi assistente universitario del filosofo Augusto del Noce, alfiere del pensiero conservatore di matrice cattolica, nonché papà del più noto e mondano Fabrizio Del Noce, il fervente crociato De Mattei sembra destinato ad una grigia carriera accademica fatta di concorsi pubblici, graduatorie, e assegnazioni di ruolo. Sono parte integrante di un percorso professionale non troppo entusiasmante, che il professore riporta con dovizia di particolari nel suo curriculum vitae, dove non mancano neppure riferimenti all’anno del diploma ed alla sua vecchia scuola superiore… Anche il gatto con gli stivali ha frequentato con discreti risultati il Liceo PincoPallo, prima di diventate famoso, ma non per questo ne faceva un pubblico vanto.
Del resto, la sua dettagliatissima biografia riporta date e tornate selettive, che precedono l’assegnazione (nel 1985) della cattedra di Storia Moderna presso la Facoltà di Lettere nella prestigiosissima Università di Cassino in piena Ciociaria, dove insegna fino al 2009 prima di passare alla famosissima “Università europea di Roma” (ateneo privato cattolico), diventando titolare di Storia del Cristianesimo.
In compenso, il prof. De Mattei si segnala per il suo attivismo nelle catacombe della destra ultraclericale di matrice reazionaria. Sul finire degli anni ’60, insieme a Giovanni Cantoni, fonda Alleanza Cattolica: associazione integralista di “apostolato culturale controrivoluzionario”, ispirata in tutto e per tutto alla brasiliana TFP (Società per la Difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà) del latifondista Plinio Corrêa de Oliveira. In maniera semplicistica, gli obiettivi di TFP si possono riassumere nel ripristino del diritto divino dei re; nella reintroduzione della servitù della gleba; nella cancellazione di ogni idea di uguaglianza, in nome della più rigida ubbidienza gerarchica, e nel ritorno al feudalesimo carolingio.
Alleanza Cattolica, che pure da TFP trae il suo modello, ha aspirazioni meno ambiziose proponendo: “l’applicazione della perenne morale naturale e cristiana alle mutevoli circostanze storiche. La sua azione si situa nel campo dell’instaurazione cristiana dell’ordine temporale”. Soprattutto mira alla costruzione di una società secondo il piano di Dio, in quanto rispettosa dei diritti divini e consapevolmente vivente all’interno delle frontiere poste dalla dottrina e dalla morale della Chiesa.
In pratica, vorrebbe il ripristino dello Stato pontificio con la restaurazione del potere temporale dei papi e l’introduzione di una legge divina. Ovvero la sharia con un regime talebano, però in salsa cristiana. Insieme alle immancabili invettive contro egalitarismo, liberalismo, socialismo, comunismo, illuminismo, protestantesimo… Alleanza Cattolica introduce delle interessanti novità nel panorama delle “insurgenze controrivoluzionarie” (le chiamano così) per la gloria della Madonna di Fatima, aggiungendo ai nemici irriducibili della “restaurazione sociale” il Risorgimento italiano e pure il Rinascimento. Quest’ultimo infatti è la causa primaria dell’odierno decadimento spirituale. È evidente che le lancette della storia vanno spostate se non al 1348 (la Peste Nera) quanto meno ai tempi di Corrado di Marburgo.
Interessante sapere che tra gli aderenti ad Alleanza Cattolica c’è anche l’onorevole Alfredo Mantovano (magistrato politicizzato di quelli che piacciono a destra), storico esponente da sempre delegato ai temi della Giustizia e della sua ‘riforma’.

Tornando invece al nostro eroe, non contento, nel 1982 Roberto De Mattei fonda pure il Centro Culturale Lepanto. Ogni riferimento alla battaglia navale del 1571 è assolutamente voluto. Tra le fondamentali iniziative dell’associazione si segnalano le immancabile messe di suffragio per il solito  Plinio Corrêa de Oliveira, pellegrinaggi al santuario di questa o quell’altra madonna apparsa in giro per il mondo, organizzazione di messe ripatrici contro ‘froci’ ed altre aberrazioni contronatura.
Per le sue pubblicazioni ed iniziative culturali, De Mattei si fa apprezzare prima negli ambienti missini e poi in AN, dopo i bagnetti di Fiuggi alle terme del Ciarra. All’inizio degli anni 2000 il professore integralista lega le sue fortune a quelle di Gianfranco Fini, lo stesso della svolta futurista (indietro a destra).
Nel febbraio 2002, G.Fini all’epoca vicepresidente del Consiglio (governo Berlusconi II) lo nomina consigliere per le questioni istituzionali italiane e internazionali.
Col passaggio di Gianfranco Fini al ministero degli Esteri, il prof. De Mattei viene promosso al rango di consigliere per le Relazioni istituzionali, politiche e culturali (Nov.2004). Conserverà entrambe le cariche fino al Maggio 2006.
Deve essere un vero idillio quello instaurato con il laicissimo Fini, divenuto paladino dei diritti civili, perché il lanciatissimo prof. De Mattei diventa pure subcommissario del CNR (Giugno’03-Luglio’04) e poi Vice Presidente (22/07/04), con delega per il settore delle scienze umane, quindi riconfermato alla vicepresidenza nel 2008.
Nel 2009, De Matteri si fa finanziare dal CNR, con un contributo 9.000 euro, i suoi deliri creazionisti enunciati in convegno (23/02/09) e raccolti nel volume “Evoluzionismo. Il tramonto di un’ipotesi”.
L’ipotesi formidabile ed originalissima, rispetto alla vecchia e lacunosa teoria darwiniana, è che l’uomo discende da Adamo ed Eva, il mondo è stato creato in sette giorni, e che la Bibbia va interpretata in senso letterale. In fondo è già scritto tutto nella Genesi e la donna è nata da una costola di Adamo.
Secondo questo invasato “nessuno finora è riuscito a dimostrare la teoria evoluzionistica. Che è una vera e propria posizione filosofica, basata cioè su convinzioni generali di fondo e non su evidenze sperimentali”. Evidenze sperimentali che invece sono lampanti nel racconto biblico dell’uomo creato impastando l’argilla.
Con tutta la coerenza che si richiede ad un vicepresidente del Consiglio nazionale per la ricerca scientifica, al quale sono collegati in prevalenza istituti di Fisica e di Medicina, l’ineffabile prof. Mattei specifica meglio:

«Trovo incredibilmente incoerente che ci si possa dichiarare cristiani ed evoluzionisti. E mi chiedo come uno scienziato su queste posizioni come Cabibbo possa presiedere la Pontifica accademia delle Scienze.
Senza dubbio in alcuni ambienti ecclesiastici c’è un atteggiamento debole, come un senso di inferiorità verso certi ambienti intellettuali. E questo anche in posizioni di vertice. Certo non in Benedetto XVI che ha una posizione critica sulla teoria dell’evoluzione. Esistono invece vescovi e teologi che la accettano, e sono gli stessi per esempio che sostengono che il libro della Genesi è una metafora e che non va preso alla lettera»

Dinanzi a simili stronzate, non si sa bene se ridere o bestemmiare di gusto. Nel dubbio ci concediamo il lusso di entrambi.

Non contento, il prof. Mattei ribadisce il concetto con una serie di articoli, prontamente ospitati su Il Foglio (giornalino assistito di Ferrara), l’immancabile Libero e, naturalmente, su Il Giornale (28/11/09) dove spiega che il darwinismo è notoriamente legato al “socialismo scientifico” e conduce inevitabilmente alla “dittatura del proletariato”:

«Il relativismo contemporaneo, secondo cui non esistono valori assoluti, ma tutto si trasforma, e nulla è stabile e permanente, ha il suo fondamento nella teoria evoluzionista. E oggi siamo passati dalla dittatura del proletariato alla dittatura del relativismo»

Ora, leggendo simili vaneggiamenti capisci che questi sono ossessionati; in preda a delirio schizoide, vedono comunisti ovunque, armati di forcone e tutti rossi con le corna, intenzionati a trascinarli giù nell’inferno oscuro delle loro paranoie. Sono disturbi mentali gravi… Questo ha scambiato il CNR con il CIM!

D’altra parte, a giudicare dagli interessi dell’eccelso professore crucisignato, è chiaro che ci troviamo su un’altro piano culturale o, se preferite, una frattura spazio-temporale con una finestra aperta direttamente sugli anni più oscuri del medioevo:

«Alla TFP fa riferimento anche un altro movimento, ancora più estremista, il Centro Lepanto, diretto da Roberto de Mattei, professore all’università di Cassino e autore di un’ingenua agiografia di Plinio Corrêa de Oliveira, il “Crociato del XX secolo”. La natura assai superficiale di questo testo non ci deve ingannare. De Mattei è consigliere per le questioni istituzionali italiane e internazionali del Vice-Presidente del Consiglio dei Ministri Gianfranco Fini e Presidente dello I.E.R.E.F (Institut Européen de Recherches, Etudes et Formation) con sede a Bruxelles; è membro del Board della “European Foundation” (Londra). Recentemente, tra non poche polemiche, è stato nominato sub-commissario del CNR con delega per il settore delle scienze umane.
De Mattei partecipa spesso alle attività dei Comitati per la Libertà di Marcello Pera assieme a personalità come Vittorio Strada e Francesco Storace, ma anche come Gilles William Goldnadel, l’avvocato di Oriana Fallaci.
Nel suo curriculum, De Mattei si vanta di essere un Policy Expert della “Heritage Foundation”. Si tratta di un’organizzazione tutt’altro che cattolica; anzi, è il primo e più potente think tank della destra economica e militare degli Stati Uniti, finanziato – tra l’altro – da Gulf Oil, General Motors, Ford Motors, Proctor and Gamble, Chase Manhattan Bank, Dow Chemical, Reader’s Digest, Mobil Oil. Recentemente, alcuni miei amici hanno avuto l’onore di un minaccioso attacco personale da parte di Paul Weyrich, il fondatore della Heritage.
Con committenti del genere, non sorprende sapere che il cattolicissimo De Mattei si sia schierato a favore della guerra contro l’Iraq, nonostante la netta presa di posizione del Papa. Né che De Mattei abbia partecipato alla Usa Day organizzata da persone assai poco cattoliche, come Giuliano Ferrara, Alfredo Biondi, Franco Debenedetti e Massimo Teodori.
De Mattei è anche presidente dell’Associazione Fiducia, che a sua volte gestisce l’agenzia stampa internazionale Views from Rome

L’articolo completo lo trovate QUI.

Non è un caso che l’unica voce fuori dal coro, il povero Luciano Maiani, presidente del CNR, sia stato tacciato di essere incompatibile con un atteggiamento equilibrato e laico, per aver espresso perplessità sulla visita ecumenica del pontefice all’università di Roma, con tanto di celebrazione della messa all’interno dell’ateneo.

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Posted in Roma mon amour with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 settembre 2009 by Sendivogius

Movida & Basurasaluto di Alemanno
 Nella Roma Città Sicura, lo sport più diffuso sembra essere diventato la caccia all’asiatico (Pigneto; Trullo; Monteverde; Villa Gordiani; Tor Bella…) E quando non si trovano stranieri isolati da linciare, per fortuna c’è sempre qualche frocio da pestare. 
È
la “Roma che cambia” del sindaco Alemanno. Biasimo in pubblico, compiacimento in privato. A propria discolpa, si può sempre ostentare una finta tolleranza, grazie all’istituzione ufficiale di ghetti dove poter colpire impunemente. In sintonia col nuovo corso politico, la scialba Estate romana si chiude degnamente, in un crescendo omofobo da record:
 22 Agosto, EUR. Accoltellamento di due omosessuali all’uscita del Gay-Village.
 26 Agosto, Portonaccio. Incendio del Qube, locale solito organizzare serate omosex.
 01 Settembre, S.Giovanni. Bombe carta lanciate tra i passanti (presumibilmente gay) in prossimità della cosiddetta gay-street.
Vaporizzata ogni opposizione, contro la risorgenza squadrista deve essere sembrata una risposta forte la recente promozione di
Stefano Andrini ai vertici dell’AMA.
Stefano Andrini Stefano Andrini è un estremista di destra, con trascorsi giovanili piuttosto burrascosi nella galassia neofascista.
Nel 1988, invece del solito pellegrinaggio alla tomba del duce, previsto nella liturgia missina, Stefano Andrini, insieme al fratello Germano, va in gita a Wunsiedel in cameratesco omaggio a Rudolf Hess, gerarca nazista.
Il 10 Giugno 1989, i gemelli Andrini massacrano con tubi di ferro due ragazzi fuori il cinema Capranica. Uno degli aggrediti,
Andrea Sesti, entra in coma con frattura della scatola cranica, riportando lesioni permanenti. Il raid costa ai due nazistelli in erba, che nel frattempo sono scappati in Svezia, una condanna per tentato omicidio e lesioni aggravate (4 anni e 8 mesi).
Negli anni successivi, secondo le informative della DIGOS romana, Stefano Andrini intensifica i suoi contatti coi gruppi skinheads, bazzicando il
“Movimento Politico Occidentale” di Maurizio Boccacci. Soprattutto frequenta gli ambienti di “Alternativa Nazional-Popolare”, formazione fondata dall’ex ordinovista Stefano Delle Chiaie: l’allucinato Caccola con la passione per i golpe militari. E proprio grazie all’immarcescibile Caccola, il giovane Andrini avvia un’utile carriera da pubblicista.
Nel Febbraio 1994, tanto per tenersi in allenamento, Andrini viene arrestato insieme ad altri skins con tanto di elmo vichingo calato sulla testa, dopo una nuova spedizione punitiva alla facoltà di Giurisprudenza nell’Università ‘La Sapienza’ di Roma. Durante una perquisizione domiciliare, ad Andrini viene contestato anche il possesso di una pistola calibro 22 e di un tirapugni.
La notizia la potete leggere qui. 
Naturalmente sono tutte “becere strumentalizzazioni” da parte di malevoli detrattori.
Sul finire degli anni ’90 si iscrive ad AN e si ritaglia una nuova veste istituzionale al fianco di
Mirko Tremaglia, col quale scazza di brutto, pare, per questioni di denaro e gestione fondi. Tant’è che l’ex repubblichino lo caccia via in malo modo e senza troppi complimenti.

Andrini dietro Tremaglia

Poco male, perché nel 2007 Stefano Andrini si ricicla al fianco di Luigi Pallaro (nel frattempo passato a destra), aderendo al suo movimento “Associazioni italiane in Sud America”.
Andrini si candida alla Camera, ma senza successo. Tant’è che la parabola dell’ex squadrista sembrerebbe avviata ad un rapido tramonto. In apparenza. 
Nell’Ottobre del 2008, a 39 anni Stefano Andrini viene assunto per chiamata diretta all’AMA come “dirigente”. Si tratta infatti dell’uomo giusto nel posto giusto: l’AMA è l’azienda municipalizzata che si occupa della raccolta rifiuti.
Il ragazzo deve avere delle doti inaspettate quanto nascoste, perché già a Maggio del 2009 si parla di una sua possibile promozione,
“per le competenze dimostrate ed il possesso dei requisiti professionali adeguati e per il suo precedente curriculum lavorativo”. Infatti è prossima la sua nomina ad Amministratore delegato dell’AMA Ambiente: la branca aziendale responsabile dei servizi ambientali. Una carriera lampo!
Quali siano queste straordinarie competenze però non è dato sapere. La direzione dell’AMA si è concessa due giorni, prima di riuscire a presentare un curriculum accettabile del nuovo supermanager comunale, profumatamente stipendiato coi pubblici quattrini.
Sappiamo, per esempio, che dal 1997 al 2000 è stato amministratore unico della fantomatica
Ikonaut software AB. Si tratta di un’azienda informatica che non ha un sito internet (!) Da nostre ricerche (incomplete) pare che abbia sede in Svezia, dalle parti di Malmö, e in passato si sarebbe occupata dello sviluppo di applicativi per la comunicazione mobile (probabile trasmissione dati in GSM). Ma sono solo supposizioni, perché sulle attuali (e passate) attività della Ikonaut, sui suoi profili gestionali, nulla di certo si conosce. Strano, perché Andrini in compenso pare abbia curato il sito web per gli Irriducibili della Lazio.
In altre parole, fuffa!
Dal 2002 al 2004 ha cumulato vari contratti di collaborazione in giro per patronati sindacali: UGL (Enas; Fast-Confsal) e CISL (Fit-Cisl). Cosa faceva il giovane Andrini? Compilava i CUD per i pensionati? Stava allo sportello utenti del CAF? Boh?!?
Ancora fuffa!
Dal 2003 al 2006 (sono gli anni fortunati trascorsi dietro all’on. Tremaglia) lavora come “esperto” presso il “Ministero degli Italiani nel mondo”.
Sempre fuffa!
Anni 2005-2006 collabora alla realizzazione di un “progetto per la classificazione dell’intermodalità del sistema trasporti presso la Fit-Cisl Trasporto Aereo”.
Ha per caso a che fare con la ricezione bagagli all’aeroporto di Fiumicino, che tanto ha fatto infuriare Alemanno di ritorno dalle vacanze? Non si sa! Perché ulteriori dettagli al momento scarseggiano.
Soprattutto è stato membro del “Dipartimento Esteri” di Alleanza Nazionale.
Altra fuffa.
Resta invece sconosciuto il titolo di studio di Andrini, evidentemente non considerato fondamentale.

Blocco StudentescoTeam Building a P.za Navona. Futuri manager?!?

Visti gli straordinari requisiti che hanno determinato l’assunzione per chiamata all’AMA, direttamente come “funzionario”, riportiamo anche gli eccezionali meriti per una carriera tanto fulminea. Leggiamo da Libero:

“Attualmente coordina il gruppo Affari europei e finanziamenti comunitari dell’azienda e si è distinto, in questi mesi, per aver condotto a buon fine in via stragiudiziale un contenzioso tra Ama spa e Fao che durava da 15 anni, permettendo all’azienda di recuperare 2,5 milioni di euro di mancato pagamento della Tariffa rifiuti e la ripresa del servizio”.

È arrivato Pensace! La causa giudiziaria che opponeva l’AMA alla FAO, in evidente morosità, si è finalmente conclusa dopo un quindicennio di pendenze legali ed il merito è tutto di Andrini, assunto in concomitanza con la sentenza definitiva.

“Andrini, inoltre ha guidato due commissioni straordinarie: una sugli impianti di lavaggio dei mezzi Ama, l’altra sulle aree destinate al deposito dei cassonetti le cui conclusioni hanno consentito all’azienda un risparmio di oltre mezzo milione di euro”.

Stronzata o Cazzata?!?
Commissione-straordinaria-impianto-lavaggi-veicoli… aree destinate al deposito dei cassonetti… risparmio mezzo milione di euri…
Vabbé che c’è gente che nella vita non ha mai fatto un beneamato cazzo e queste possono sembrare imprese epocali… però non scherziamo, suvvia!

Grande sponsor di Andrini risulta essere l’ingegner Franco Panzironi, amministratore generale dell’AMA.
Perciò sono assolutamente fuoriluogo gli appelli ed i richiami al povero sindaco Alemanno (alias Retromanno) che, dopo aver categoricamente smentito ogni promozione per Andrini (è un’invenzione totale), di fronte all’evidenza dei fatti ha rimesso il merito della scelta all’ad Panzironi, ed alla sua esclusiva autonomia gestionale.
Infatti, in virtù del noto principio di competenza ed autonomia, l’ingegnere Franco Panzironi è stato messo al comando dell’AMA proprio da Alemanno, del quale Panzironi è per l’appunto un fedelissimo. Prima di arrivare all’AMA, Panzironi presiedeva l’UNIRE, l’Ente che gestisce le agenzie ed i giochi ippici, guadagnandosi l’evocativo soprannome di Terminator.

“All’Unire Panzironi è riuscito a produrre in pochi anni un rosso di bilancio da far intervenire la Corte dei conti, ad affossare un settore vitale e produttivo come quello dei cavalli, a guadagnarsi un rinvio a giudizio, a sospendere per privacy (forse dei cavalli) la pubblicazione dei casi di doping”
 (Economy – 2 Ottobre 2008)

La gestione Panzironi ha comportato il commissariamento dell’ente in seguito ad un pesante disavanzo patrimoniale, dissesti di bilancio, aggravati da sfortunate scelte gestionali relativi a diritti TV non pagati e canoni di concessione evasi.

“Gestione pessima, con bubboni come un grave disavanzo patrimoniale, l’antidoping da rifondare, un tentativo di scontare anche retroattivamente decine di milioni di euro alle agenzie ippiche per canoni relativi all’uso del segnale della Tv ippica non pagati ecc. Ebbene, tutti gli elementi con risvolti di carattere penale sono stati trasmessi sia alla Procura della Corte dei Conti, sia alla Procura delle Repubblica che ha fatto scattare il procedimento sfociato in un processo. Forse non l’unico. Dovrebbero infatti esistere altri atti trasmessi al vaglio della la giustizia. Quello relativo al prossimo giudizio riguarda la consulenza esterna assegnata, dal 2003 sino al marzo 2004, all’allora onorevole di An Alessandro Galeazzi presso l’area tecnica della Sella. Consulenza ritenuta illegittima, come sostenuto anche dalla Corte dei Conti per il Lazio, che aveva già notificato a Panzironi una citazione e una richiesta di risarcimento danni per oltre 155.000 euro. IMPROROGABILE Sulla stessa lunghezza d’onda anche Guido Melzi, che ha dedicato alla vicenda un capitolo della sua delibera di licenziamento, la cui applicazione dovrebbe diventare improrogabile anche per il ministro De Castro, che ha mostrato verso Panzironi atteggiamenti apparentemente più morbidi. * * * COSA RISCHIA Fino a sei anni di detenzione Franco Panzironi verrà processato in base a due articoli del codice penale. Il n° 323 riguarda l’abuso d’ufficio (chi procura intenzionalmente a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale) e prevede una pena da 6 mesi a 3 anni. L’altro è il 479, riguarda il falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atto pubblico: da 1 a 6 anni.” 

Gazzetta dello Sport – 25 Gennaio 2007.
Per leggere l’articolo completo clicca qui

Come si può notare, si tratta di ottimi precedenti per una gestione ottimale dell’azienda. Da ciò si capiscono i presupposti alla base dell’irresistibile ascesa di Andrini.
Ai malevoli che gli rinfacciano i suoi trascorsi, il neo-amministratore risponde con sdegno:
“Querelerò per diffamazione e citerò per danni chiunque osi definirmi naziskin”.
Stefano Andrini ha assolutamente ragione!
Il vero naziskin è spesso uno sfigato sottoproletario, tirato sù a birra e steroidi. Come una latrina otturata, ha il cranio infarcito di stronzate che ama sbraitare in giro col braccino teso. Molti muscoli e pochissimo cervello, giacché la testa è solo una protuberanza genitale: una semplice estensione di natura “glandicefala”.
Quando non intrattiene traffichetti malsani sotto al muretto di casa, il naziskin, coerentemente col suo status di “uomo di merda”, svolge lavori della medesima natura, vive in quartieri di identica consistenza e, al colmo di una legittima insoddisfazione, sfoga le sue frustrazioni quasi sempre contro le persone sbagliate. Tuttavia, nella sua dignità primitiva mai si sognerebbe di accodarsi ai ruffiani della politica, riciclandosi come “portaborse” tout court. Addomesticato nel suo onore di cane fedele, trincerato nel suo orgoglio verace da Uruk-Hai della Curva, difficilmente potrebbe unirsi alla prolifica genia dei “Sempreverdi”, convinti che il culo del padrone sia il posto più morbido dove mettere la lingua.

Nazi_Uruk-hai

Perciò, quando parlate di Stefano Andrini, per favore, non chiamatelo “naziskin”.
Lui è un cervello fino che cura la propria immagine. Si preoccupa di sé stesso e dunque di ciò che gli è più congeniale: la “monnezza”.

 

Il Sindaco delle Meraviglie ( I )

Posted in Roma mon amour, Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , on 2 ottobre 2008 by Sendivogius

 

IL BUON FASCISTA

 

Personaggi come Giovanni Alemanno (detto Gianni) suscitano in me un genuino interesse: la dimostrazione pratica di come costanza e pazienza possano condurre a risultati insperati, pur senza brillare per doti particolarmente eccelse.

 

Cresciuto a pieno titolo nella Fascisteria romana, Gianni Alemanno è sopravvissuto indenne alle pulsioni eversive della destra estrema, senza mai cedere ai richiami armati dello spontaneismo nero. Conosce Pierluigi Concutelli (il “Comandante Lillo”), fascista mercenario e terrorista pluriomicida di ORDINE NERO, che però non lo ama: “Alemanno, Fini… non li ritengo camerati. Io li piscio! Merdacce”. Alemanno è invece in amicizia con Beppe Dimitri, ed i fratelli De Angelis, militanti di TERZA POSIZIONE, nonché con Roberto Nistri (il “fasciocomunista”) che da TP confluirà nei NAR di Mambro e Fioravanti. Ma il giovane Gianni, segretario provinciale romano del Fronte della Gioventù, rimane sostanzialmente fedele ad una militanza legalitaria nel solco dell’ortodossia missina e nel 1988 diventa segretario nazionale del FdG. Carica che conserverà fino al 1991, distinguendosi per la sua linea movimentista e la vicinanza ai temi sociali.

Il ragazzo tuttavia è irrequieto e non resiste al richiamo del manganello: nel 1981 si fa beccare, insieme ad altri quattro camerati, mentre insegna la legge del bastone dalle parti di Castro Pretorio a Roma. L’anno dopo viene arrestato per lancio di molotov contro l’ambasciata sovietica. Precursore della par condicio, nel 1989 se la prende col cimitero americano di guerra a Nettuno. In tutti i casi verrà comunque prosciolto.

Nel 1991 si prende una infatuazione passeggera per i movimenti protestatari meridionalisti che confluiranno, almeno in parte, nella Lega Nazionalpopolare di Stefano delle Chiaie (detto er Caccola per la sua statura): altro camerata in disarmo, già fondatore di Avanguardia Nazionale, con una passione per il golpismo e le dittature sudamericane.

Nel 1992 si sposa con Isabella, figlia di Pino Rauti, ex segretario del MSI, promotore di ORDINE NUOVO ed implicato nelle vicende più oscure dello stragismo. La sigla di O.N. costituirà una costante ricorrente nelle attività terroristiche dell’eversione neofascista, ma questa è un’altra storia.

Insomma un’esistenza opaca in camicia nera, all’ombra del Littorio nella nostalgia per il Duce, almeno fino al 1994: l’anno della “svolta” e dei bagnetti a Fiuggi, nelle ex terme dell’amico Ciarrapico (er Bibitaro). Gianni Alemanno molla il suocero scissionista (che vedrà ben presto affievolire la sua flebile “Fiamma Tricolore”) e confluisce in Alleanza Nazionale dove, insieme a Fini, accetta di servire “un altro duce, un altro re”: Silvio.

Nel 1996 viene eletto in Parlamento. Con Francesco Storace, diviene uno dei principali esponenti della corrente “Destra Sociale” in seno da AN, e fonda il periodico Area a causa del quale subisce un piccolo scivolone con il crac della Parmalat, dal quale peraltro si riprende velocemente e senza danni.

Nel 2001 viene rieletto alla Camera dei Deputati e nominato Ministro per le Politiche Agricole. E, ad onor del vero, come ministro non se la cava nemmeno male.

Nel 2006 si candida alle elezioni per il sindaco di Roma, contro Walter Veltroni, e prende una scocca micidiale: 37,1% contro il 61,4% dei voti. Ma il nostro Gianni non demorde, è un guerriero. Da vero sportivo incassa il colpo, si rimbocca le maniche, e si mette a suonare le sirene dell’allarme sicurezza, secondo la moda del momento. È un presenzialista da strada: lo trovi a manifestare, sempre circondato da quattro gatti, per la realizzazione della rotatoria in quel quartiere… per l’emergenza rifiuti che a Roma (ancora) non c’è… contro il degrado nella più ampia accezione del termine… Non gli daresti due lire.

Nella primavera 2008 si ricandida a sindaco, dopo che Veltroni ha dato le dimissioni per immolarsi con mezza Sinistra alle elezioni politiche, regalarci il magico PD (l’acronimo di una bestemmia), e sputtanarsi nei successivi 3 mesi di opposizione.

Il 28 aprile 2008, Gianni Alemanno si prende la rivincita con il 53,7% dei voti e umilia il frastornato Francesco Rutelli (la minestrina riscaldata) al II turno delle elezioni comunali, incassando un risultato storico.

 

 

Grande profluvio di saluti romani sulle gradinate del Campidoglio e celtiche al vento che garriscono gagliarde. Anche la marcia su Roma è compiuta. Ma Gianni è vincitore magnanimo e sarà il sindaco di tutti i romani. È anche uomo di cuore e non dimentica i vecchi camerati, soprattutto quelli di Terza Posizione; per lui il fascismo è un male relativo… un tanto al chilo. È anche uomo di fede: lui non festeggia l’unità d’Italia con l’annessione di Roma al resto della nazione. Il sindaco della città celebra i soldati del Papa Re. E che Alemanno abbia una certa tendenza a scambiare le parti durante le ricorrenze, lo aveva già dimostrato l’8 Settembre quando insieme al “Ministro della Guerra”, l’imboscato La Russa, festeggia gli eroi di Salò che “si opposero all’invasione degli Anglo-Americani”.

In fondo sono soltanto parole. Nelle prossime puntate avremo modo di approfondire i fatti. Sarà dunque un dovere, e un piacere, seguire il nostro eroe nelle sue gesta spericolate, con dedizione e impegno nel corso del tempo, dedicandogli tutte le attenzioni che merita…