Archivio per America

La Tirannide della Maggioranza

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 luglio 2014 by Sendivogius

Alexis de Tocqueville«Cos’è, infatti, una maggioranza presa collettivamente, se non un individuo che ha opinioni e più spesso interessi contrari a quelli di un altro individuo che si chiama minoranza? Ora, se ammettete che un uomo, investito di un potere assoluto, può abusarne contro i suoi avversari, perché non ammettete la stessa cosa per una maggioranza? Gli uomini, riunendosi, hanno forse cambiato carattere? Diventando più forti, sono forse diventati più pazienti di fronte agli ostacoli? Per parte mia, non posso crederlo; e un potere onnipotente, che io rifiuto a uno solo dei miei simili, non l’accorderei mai a parecchi.
Non è che, per conservare la libertà, io creda che si possano mescolare insieme diversi principi in uno stesso governo, in modo da opporli realmente uno all’altro.
Il governo che si chiama misto mi è sempre parso una chimera. A dire il vero, governo misto (nel senso che si dà a questa parola) non esiste, perché, in ogni società, si finisce sempre per scoprire un principio d’azione che domina tutti gli altri.
[…] Ritengo, dunque, che bisogna sempre porre da qualche parte un potere sociale superiore a tutti gli altri; ma credo che la libertà sia in pericolo, quando questo potere non trova davanti a sé nessun ostacolo capace di rallentare il suo cammino e di dargli il tempo di moderarsi.
L’onnipotenza è in sé cosa cattiva e pericolosa. Il suo esercizio mi sembra al di sopra delle forze dell’uomo, chiunque egli sia; ….Non vi è, dunque, sulla terra autorità tanto rispettabile in sé stessa, o rivestita di un diritto tanto sacro, che io vorrei lasciar agire senza controllo e dominare senza ostacoli. Quando vedo accordare il diritto e la facoltà di far tutto a una qualsiasi potenza, si chiami essa popolo o Re, democrazia o aristocrazia, sia che lo si eserciti in una monarchia o in una repubblica, io affermo che là è il germe della tirannide.
[…] Quando negli Stati Uniti, un uomo o un partito subisce un’ingiustizia, a chi volete che si rivolga? All’opinione pubblica? È essa che forma la maggioranza e la serve come uno strumento passivo; alla forza pubblica? La forza pubblica non è altro che la maggioranza sotto le armi; alla giuria? La giuria è la maggioranza investita del diritto di pronunciare sentenze: i giudici stessi, in certi Stati, sono eletti dalla maggioranza. Per iniqua o irragionevole che sia la misura che vi colpisce, è necessario che vi sottomettiate.
[…] In America, la maggioranza traccia un cerchio formidabile intorno al pensiero. Nell’ambito di questi limiti, lo scrittore è libero; ma guai a lui se osa uscirne. Non ha da temere un auto-da-fé, ma è esposto ad avversioni di ogni genere e a persecuzioni quotidiane. La carriera politica gli è chiusa: ha offeso la sola potenza che abbia la facoltà di aprirgliela. Gli si rifiuta tutto, perfino la gloria. Prima di rendere pubbliche le sue opinioni, credeva di avere dei partigiani; gli sembra di non averne più, ora che si è fatto conoscere da tutti; poiché coloro che lo biasimano si esprimono ad alta voce e coloro che pensano come lui, senza avere il suo coraggio, tacciono e si allontanano. Egli allora cede, si piega sotto lo sforzo quotidiano e rientra nel silenzio, come se provasse rimorsi di aver detto il vero.
Catene e carnefici sono gli strumenti grossolani che la tirannide usava un tempo; ma ai nostri giorni la civiltà ha perfezionato perfino il dispotismo, che pure sembrava non avesse più nulla da imparare.
I principi avevano, per così dire, materializzato la violenza; le repubbliche democratiche dei nostri giorni l’hanno resa del tutto spirituale, come la volontà umana, che essa vuole costringere. Sotto il governo assoluto di uno solo, il dispotismo, per arrivare all’anima, colpiva grossolanamente il corpo; e l’anima, sfuggendo a quei colpi, s’elevava gloriosa al di sopra di esso; ma nelle repubbliche democratiche, la tirannide non procede affatto in questo modo: essa trascura il corpo e va dritta all’anima. Il padrone non dice più: tu penserai come me o morirai; dice: sei libero di non pensare come me; la tua vita, i tuoi beni, tutto ti resta; ma da questo giorno tu sei uno straniero tra noi. Conserverai i tuoi privilegi di cittadinanza, ma essi diverranno inutili, poiché, se tu ambisci l’elezione da parte dei tuoi concittadini, essi fingeranno anche di rifiutartela.
[…] Tale forma particolare di tirannia, chiamata dispotismo democratico e di cui il Medio Evo non aveva idea, è già loro familiare. Non più gerarchie della società, non più classi distinte, non più ranghi stabiliti; ma un popolo composto di individui quasi simili e interamente eguali. Questa massa confusa è riconosciuta per solo legittimo sovrano, ma accuratamente privata di tutte le facoltà che potrebbero permetterle di dirigere o anche di sorvegliare essa stessa il proprio governo.
[…] Per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte, poco m’importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge.
Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell’abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare.
Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri.
Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po’ di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l’ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all’universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo.
[…] E’ facile essere eguali nella servitù, più difficile, ma necessario, essere liberi nell’eguaglianza.»

  Alexis de Tocqueville
  “La democrazia in America”
  UTET, 2007.

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DISSONANZE

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , on 17 maggio 2009 by Sendivogius

 “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.
(…) Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia.
Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.”

(Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912)

1 - Alabama 1936L’estratto è sicuramente uno di quelli ad effetto. La sua stesura stilistica, incredibilmente attuale, è perfetta nel costruire uno scenario a forte impatto evocativo con tanto di colpo di scena finale. Peccato sia probabilmente un falso. E se le intenzioni sono ‘buone’ (ricordare scomode analogie), se anche la finzione narrativa attinge da realtà oggettive di valenza storica, pur sempre di un falso si tratta. O almeno questa è l’impressione che si può ricavare da una superficiale analisi della sedicente ‘citazione’…
Il testo in questione è comparso all’improvviso,
tra il 9 ed il 10 Maggio, cominciando a circolare per la rete. I primi a parlarne sono stati: Albo, Danandhisthings, Bastet… Poi ha preso a rimbalzare da un blog all’altro e per le forum community, tramite un semplice copia-incolla, fioccando un po’ dovunque: è stato citato in Parlamento, riportato su siti di partito, pubblicato sui quotidiani (La Repubblica del 14 Maggio, nella rubrica delle lettere)… In tutti i casi il testo è identico: non una parola di più, senza alcuna variazione nei contenuti, come nella traduzione, e soprattutto senza ulteriori dettagli circa la sua provenienza. La fonte di provenienza è sempre la stessa “relazione” di un fantomatico “Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti”, del 1912 (mese di Ottobre). Ora, facendo filologia spiccia, la parola Ispettorato è molto italiana, ma ben poco comune nel ‘burocratese’ d’Oltreoceano. Sono d’uso familiare termini come Department, o l’intraducibile Panel; nel caso specifico sarebbe assai pertinente fare riferimento all’Immigration Board, piuttosto che l’improbabile Inspectorate (Ispettorato). Sono tutti termini traducibili come: Dipartimento; Commissione; Direzione; Ufficio… da dove sia uscito fuori il termine “Ispettorato”, lo sa solo la fonte originale. E se ne guarda bene dal rilevarlo! Infatti non è dato sapere il nome del relatore, né la data esatta di presentazione del rapporto (Ottobre 1912 dice poco). Provate a fare una ricerca nel web, utilizzando le parole in lingua inglese…
In quanto alla “relazione al Congresso americano”, Relationship to Congress of United States, si tratta in genere di rapporti periodici che vengono presentati ai rappresentanti del Congresso e del Senato, in assemblea congiunta. Sono atti pubblici, consultabili sul sito ufficiale del Congresso USA. Nell’anno 1912 troverete informazioni sul “Congedo temporaneo dei Negri”, ma niente sugli Italiani puzzolenti… Quelli al massimo li trovate nel Parlamento/parlatorio nostrano (Dux Silvius docet).
Anonima la fonte; anonimo il testo; anonimi i relatori; anonima la traduzione; anonima la pubblicazione; attendibilità?!?
“Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono (…) Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano”
seattle-shantytown Abbiamo provato a rintracciare qualche immagine di queste famigerate baraccopoli esclusivamente italiane (shanty town). Non ne abbiamo trovate. Almeno non con specifici requisiti etnici di italianità. Nelle foto allegate, noterete che le baracche sono di legno, ma non in alluminio il quale, agli inizi del ‘900, rimaneva un materiale tutt’altro che economico. La lavorazione industriale dell’alluminio era finalizzata soprattutto ai telai per le biciclette. Floyd Burroughs' FarmGli scarti erano rari e ancora, relativamente, cari e un homeless non avrebbe certo rimediato dei laminati con la stessa facilità di oggi. In quanto alle disquisizioni sull’igiene e l’abbigliamento dei WASP autoctoni, nonché sulla scelta delle abitazioni, vi invito ad ammirare le foto che W. Evans andava scattando per l’Alabama, 25 anni dopo le denunce contenute nel rapporto. Certi aspetti legati al ‘decoro’, agli odori, al vestiario, sono fisime squisitamente “borghesi” e soprattutto molto “italiane”.
1936-Alabama FarmersC’è da sorridere poi sulla stoccata che gli anonimi redattori lanciano contro gli ottusi lùmbard d’esportazione. Relazioni preoccupate sugli immigrati italiani in effetti esistevano ed avevano come oggetto proprio quagli italiani di origine settentrionale: alfabetizzati e, peggio ancora, fortemente politicizzati. Tant’è che negli USA il primo grande respingimento e deportazioni ai danni di radicali, comunisti e soprattutto anarchici, di origine italiana (in prevalenza Nord Italia), risale al 1919. A far paura erano le idee; non certo i selvatici contadini descritti nella relazione!
seattle shanty_town 2Per capire cosa sia stata l’emigrazione italiana (e meridionale) nelle Americhe, basterebbe leggere le storie dedicate all’epopea di
“Savarese”, immigrato siciliano nella New York degli anni ’20, sfogliando le tavole illustrate dall’argentino Domingo Mandrafina, su soggetto del paraguayano Robin Wood: gli autori di una graphic novel che vale più di un trattato sociologico. Se i personaggi sono di fantasia, eccezionale è la rappresentazione della realtà italo-americana, ritratta con tutte le sue contraddizioni.
savarese Non serve invece inventare probabili rapporti. Non credo infatti che, per denunciare il razzismo intrinseco del cosiddetto “Decreto Sicurezza” di matrice leghista, siano necessarie manipolazioni di sorta. Chi gioca scorretto, perde di credibilità e delegittima anche la più nobile delle battaglie, prestando il fianco ai facili attacchi dei propri detrattori.

WAR GAMES (Part 3) – Imperial Rules

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , on 16 ottobre 2008 by Sendivogius

 

“PNAC :

 I Neo-Con e la Guerra

 

Lo sforzo più notevole di questo interessante “gruppo di lavoro” è la produzione di un rapporto tecnico-militare, conosciuto come “Rebuilding America’s Defences: Strategies, Forces And Resources For A New Century” (“Ricostruire le difese dell’America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo”). Il “Piano”, redatto nel Settembre 2000, è innanzitutto un manifesto programmatico e politico, drammaticamente attuale quanto profetico. Destinato a rimanere nell’anonimo limbo degli addetti ai lavori, ma ben inserito nei meccanismi di potere di coloro che contano, il “Piano” sarebbe restato oscuro ai più se un giornalista, Neil Mackay, non si fosse messo a frugare nella pattumiera intellettuale dei cosiddetti think tank della Nuova Destra. Infatti, il programma elaborato dai teorici del PNAC è una potenziale polveriera; ad accendere la miccia di questa miscela esplosiva ci pensa il settimanale Sunday Herald, evidentemente impermeabile al principio del “sopire-troncare”, tanto in voga presso i media italiani e non solo. E così, il 15 settembre del 2002, sul periodico scozzese compare un articolo firmato da Mackay, che lancia la questione.

Nelle intenzioni dei suoi autori, il “Rebuilding Defences” doveva essere un dettagliato resoconto di difesa strategica, destinato a rimanere riservato. Tuttavia, ad una prima lettura, lungi dal ritrovare nel testo il cinico pragmatismo di un Von Clausewitz, o l’esattezza tattica di un Sun Tzu, i contenuti sembrano oscillare tra una partita a Risiko ed una sceneggiatura demenziale per “Guerre Stellari”. A tratti, è un’opera di fede sulla mistica missione redentrice degli Stati Uniti d’America, oppure l’arrogante dichiarazione d’intenti dell’ennesima lobby politico militare, in cerca del suo posto al sole. Da questo punto di vista, il Rapporto è un piccolo saggio monotematico sugli appetiti di un insaziabile moloc, che fomenta le ambizioni imperiali della Nuova Destra Repubblicana. Troppo poco per colmare il vuoto desolante di un “progetto”, animato unicamente dall’estasi guerriera di un manipolo di pretoriani repubblicani, in pieno delirio di americana onnipotenza.

Nel Rapporto vengono ripresi vecchi temi cari ai suoi ideatori: il costosissimo (ed inutile) “Scudo Stellare”; emergono concetti nuovi, ed oggi drammaticamente attuali, come l’enduring war per pudore ribattezzato “Enduring Freedom” dai pubblicitari di Bush (strano accostamento guerra-libertà). Si ribadisce la convinzione che il Sud America non sia una costellazione di Stati sovrani, ma il “giardino di casa” dove intervenire a proprio piacimento. Non manca poi l’attenzione al bilancio complessivo ed ai costi che comporta una difesa avanzata, schierata in profondità su scala globale: le spese di un simile armamentario dovrebbero essere bilanciate ed accollate in parte alle stesse nazioni, che ospitano truppe USA sul loro territorio. Truppe sempre più simili ad una forza d’occupazione, se “il rafforzamento delle attuali installazioni d’oltremare, può anche essere visto come presupposto per una estesa struttura di controllo”. La struttura di forza dovrebbe essere alleggerita al suo interno e quindi diventare maggiormente reattiva, con l’introduzione di duttili brigate di pronto impiego, più idonee ad interventi rapidi in zone critiche. Paradossalmente, queste nuove formazioni miste assomigliano alle “demi-brigade” di Napoleone o, se preferite, alle “coorti equitate” dell’Impero Romano.

In quanto alla ridistribuzione delle forze, il “punto focale della competizione strategica” viene spostato dall’Europa all’Estremo Oriente, con particolare attenzione al Sud-Est asiatico (e più in generale nel Sud del mondo). Questa attenzione verso l’Asia Orientale è importante e non va tralasciata: si tratta di una tematica alla quale Wolfowitz e Libby sono particolarmente sensibili. Sotto Reagan, per tre anni Wolfowitz fu ambasciatore in Indonesia e successivamente, in qualità di assistente del Dipartimento di Stato, per un altro triennio si è occupato dei rapporti politici in Asia Orientale e nella regione del Pacifico in generale. In tale veste, ha gestito nelle Filippine la transizione tra la dittatura di Marcos (proconsole americano) e la democrazia, curando in seguito le relazioni USA con Giappone e Cina. Proprio la Cina è percepita nel Rapporto, insieme ad Iran e Corea del Nord, come uno dei principali avversari da contrastare nell’immediato futuro. Lo scacchiere asiatico è infatti una antica fissazione della geopolitica americana e crediamo sia interessante indugiare brevemente su Alfred T. Mahan, ufficiale di marina, che sul finire del XIX° secolo analizzò i fattori, a suo dire, alla base del potere marittimo. Il riferimento a Thayer Mahan non è casuale, dal momento che i promotori del “Piano” lo citano esplicitamente nel loro Rapporto. Nel 1900, col suo “The problem of Asia and its effect upon International Politics”, M. T. Mahan postulò che l’egemonia mondiale delle potenze marittime potesse essere mantenuta tramite “il controllo di una serie di punti d’appoggio attorno al continente eurasiatico”. Trent’anni dopo, un altro americano, N. J. Spykman, individua nel Rimland (anello interno), intesa come fascia marginale tra l’area marittima esterna e le regioni interne euro-asiatiche, il centro degli interessi strategici americani. Guarda caso, il Rimland coincide con l’Europa continentale e soprattutto con l’Asia Orientale. La dottrina di Spykman, fortemente interventista, ha condizionato per decenni la politica estera statunitense; a proposito, l’opera di Spykman ha un titolo evocativo: “America’s Strategy in World Politics”.

Come si può vedere, i precedenti non mancano.

Assolutamente originale è invece la negazione di ogni autorità e ruolo delle Nazioni Unite. L’idea che l’ONU sia un fastidioso intralcio, quando non addirittura una minaccia che progetta l’invasione degli USA (!), è una fissazione patologica che si credeva confinata presso gli strati più reazionari e gretti della provincia rurale americana. Vedere una simile convinzione assurgere a tesi ufficiale, lascia quantomeno perplessi.

Al contrario, la sistematica violazione, o mancata sottoscrizione di accordi internazionali in nome della “legge del più forte” e dei “vitali interessi americani”, rientra nella dottrina Thornburgh. Tale dottrina ha comportato da parte USA la mancata ratifica del Trattato di Kyoto, del Trattato CTBT per la messa al bando dei test nucleari, e la violazione del Trattato ABM sulla riduzione delle testate balistiche. Richard Thornburgh è stato due volte governatore della Pennsylvania e procuratore generale degli Usa dal 1988 al 1991; fra le sue tante iniziative, ha proposto con insistenza forme di controllo più rigide su internet ed una severa limitazione degli accessi in rete. Inutile dire che anche questa ipotesi rientra nelle iniziative promosse nel Rapporto. Se ne deduce che anche lo sviluppo di armi batteriologiche in grado di “inquadrare come bersaglio genotipi specifici” è perfettamente legittimo e altresì “un utile strumento politico”, se ad usarle sono poi le Forze Armate USA. In caso contrario si tratta di una mostruosità terroristica da combattere senza indugi.

Sul Rapporto stilato dai teorici del PNAC è stato scritto e detto molto da voci ben più autorevoli di questa, pertanto non sarà qui il caso di ripetersi. Citato (spesso a sproposito) dalle fonti più disparate, il Rapporto è entrato nell’immaginario collettivo della cultura “antagonista” e nelle revisioni critiche del modello liberista ed egemonico, alla base della moderna globalizzazione. Tuttavia, è difficile immaginare in che modo sistemi come il THAAD, con le sue batterie di missili spaziali, sensori a infrarossi, laser perforanti ed altre fantascientifiche amenità, avrebbero potuto bloccare i terroristi dell’11 Settembre. A fronte di tanto esibita quanto inutile potenza bellica, è incredibile credere che una decina di fanatici psicopatici, armati di taglierino ed al seguito di uno sceicco pazzo, abbiano potuto sgominare nel ristretto spazio di un aereo i superbi esemplari di questa indomita razza guerriera, tirata su a cheeseburger e propaganda, coi micidiali esiti che tutti conosciamo.

 

3. ULTIMA PARTE

The End ?

WAR GAMES (Part 1)

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , on 12 ottobre 2008 by Sendivogius

 

“La Fine del Secolo Americano”

 

Qualunque sarà il risultato delle prossime elezioni americane, l’Era Bush si avvia finalmente alla sua naturale conclusione per consunzione interna. Nelle fantasie intellettuali dei Neo-Con e dei teorici della supremazia USA, l’avvento di George W. Bush avrebbe dovuto segnare l’alba di un nuovo secolo americano, destinato a plasmare in profondità i rapporti geopolitici a vantaggio di un unico vincitore globale: l’America.

Nel 2001 fece scalpore la divulgazione di un rapporto privato (“Ricostruire le Difese dell’America”) a cura di un’associazione lobbista: PNAC, Project for a New American Century (http://www.newamericancentury.org), alla quale aderivano molti esponenti di rilievo dell’amministrazione Bush. Quanto segue è una bozza di recensione e di analisi, basata su quel rapporto in riferimento soprattutto alla prima amministrazione Bush. Perché ricordare e conoscere certi nomi a volte può essere utile…

L’eredità di una tale visione consiste in cataste di cadaveri, due guerre perse ancorché non concluse (Iraq e Afghanistan), un mondo più insicuro e un pericoloso vulnus nel rispetto dei diritti umani. Il miraggio si è definitivamente dissolto col crollo dei mercati finanziari e la recessione economica, nella più grave crisi dai tempi della “Grande Depressione”.

 

 

Nel panorama politico statunitense, non costituisce certo una novità la presenza di club, fondazioni e associazioni, legate a forme di partecipazione attiva ma elitaria, tanto cara a certa tradizione anglosassone, al fine di creare clientele, raccogliere fondi e coordinare i sostegni in campagna elettorale. Ciò non deve stupire e, nonostante le perplessità morali del lettore più idealista, è bene ricordare che una simile concezione dell’interazione politica, oltre ad essere legale, è perfettamente riconosciuta e percepita come legittima.

Secondo tale prospettiva, il PNAC (Project for a New American Century) è una delle numerose organizzazioni di carattere privato, le quali affondano le loro radici in quel sottobosco, oramai consolidato dalla consuetudine, dove interessi particolaristici si intrecciano con potentati economici, facendo da sponda a gruppi di pressione organizzati. In questo magma convulso e ribollente di idee, così strettamente collegato ai gangli nevralgici dell’Amministrazione di Stato, il PNAC raccoglie alcune delle personalità più eminenti del pensiero conservatore americano, coagulate attorno al perseguimento di un progetto comune, e capaci di trovare orecchie sensibili nelle stanze presidenziali. La nascita del “Progetto per il Nuovo Secolo Americano” risale alla primavera del 1997, per opera di Dick Cheney e Donald Rumsfeld. Sede dell’organizzazione è un immobile di Washington DC, messo a disposizione dal magnate dell’editoria Rupert Murdoch, noto per le sue posizioni conservatrici. Il presidente è William Kristol (editorialista e corrispondente di FOX News). Secondo la stessa dichiarazione d’intenti dei suoi partecipanti, il “Project” è una associazione di carattere informativo e di ricerca, senza alcun fine di lucro, “il cui scopo è promuovere la leadership globale americana”. Infatti, se ancora non vi fosse ben chiaro, “il Progetto è stato concepito in risposta al declino del potenziale bellico e di difesa statunitense, nonché ai problemi che ciò potrebbe creare nell’esercizio della leadership americana sul pianeta”. Del resto, e continuo a citare testuale, “La storia del secolo scorso dovrebbe averci insegnato ad abbracciare la causa della supremazia dell’America” e poiché “al momento gli Stati Uniti non hanno rivali a livello mondiale, la grande strategia americana dovrebbe mirare a preservare ed estendere questa vantaggiosa posizione quanto più possibile lontano nel futuro.” Senza soffermarci sulla solita retorica sciovinista, che infarcisce la prosa e le menti dei fondatori, il PNAC non è solamente uno studio di settore per l’allocazione di risorse, riconducibile al mondo sotterraneo della gestione di appalti per le commesse militari. Il Progetto si sforza di tracciare le linee guida per una nuova configurazione del potere, in grado di rivoluzionare le relazioni internazionali (difficile dire se in meglio), con esplicite finalità politiche ed ambizioni concrete. Pertanto, la formulazione e la promozione di nuove prospettive strategiche si colloca in una dimensione unitaria, volta a condizionare “dall’interno” la politica statunitense, secondo una visione organica d’insieme. Del resto, l’impianto programmatico dell’organizzazione è impostato sulla strategia di difesa elucubrata nel “Defense Policy Guide”. Il documento fu redatto nel 1992 da Dick Cheney, all’epoca segretario alla Difesa e oggi vicepresidente USA, per conto di Bush senior e subito cestinato dall’Amministrazione Clinton, nonostante i suoi estensori avessero bussato più volte alla porta dello studio ovale del presidente (evidentemente in altre faccende affaccendato). La “Guida alla Politica di Difesa” di Cheney “forniva un piano per mantenere la supremazia degli U.S.A. impedendo la crescita del potere di altre potenze rivali, e modellando l’ordine di sicurezza internazionale sulla linea dei principi e interessi americani.” Ripescando nel cassetto quell’antico prospetto analitico, aggiornandolo a quelle che dovrebbero essere le esigenze attuali, gli aderenti al PNAC se ne fanno promotori, tanto da diventare gli alfieri del presunto cambiamento presso la nuova Amministrazione di Bush junior.

Intendiamoci: l’elaborazione di scenari geopolitici su scala globale, con particolare attenzione agli assetti regionali emergenti nell’era del post Guerra Fredda, si innesta su una lunga e gloriosa tradizione che vanta illustri predecessori: da Karl Haushofer (le cui elaborazioni teoriche si rivelarono funzionali alla dottrina nazionalsocialista); ad Alfred Thayer Mahan, ovvero al Rimland di Spykman, conformi al modello bipolare.

Quello che invece preoccupa è una certa tendenza parecchio in voga nei ranghi delle nuove leve neo-conservatrici, le quali partendo da un approccio di tipo “umanistico” ai problemi di politica e relazioni internazionali, approdano attraverso forzature e letture storiche mal digerite ad una visione semplicistica e sconcertante. Sorvolando sulle libere interpretazioni di R. Kagan che, analizzando la Guerra Peloponnesiaca (431-404 a.C.) perviene all’ipotesi di una Europa “ateniese” e della superpotenza USA come “nuova Sparta”, è bene riflettere su una vocazione “imperiale” e “romana” che, secondo i suoi propugnatori, dovrebbe condizionare le scelte USA per il prossimo secolo a venire.

Un simile approccio teorico ai problemi di difesa strategica e dislocazione delle forze belliche non è affatto ignoto ai consulenti ed agli esperti militari, tanto da costituire una costante ed un termine di paragone quasi obbligato tra gli specialisti del genere. In tal senso, un’opera evocativa è sicuramente “La Grande Strategia dell’Impero Romano”, edita da Rizzoli. In questo formidabile saggio di Edward N. Luttwak, l’apparato militare inteso come forza di dissuasione viene dilatato a dimensione imperiale, tramite una economia di forze che non pregiudichi le risorse dello Stato e l’adesione territoriale ai “valori” dell’Impero. Ai facili, e inquietanti, entusiasmi imperiali che sembrano pervadere i manipoli intellettuali della Nuova Destra americana, con il relativo corollario di istanze manichee, valutazioni etiche e sorti progressive degli USA, Luttwak antepone il rapporto tra i costi ed i benefici di un determinato apparato difensivo. Nell’analisi di Luttwak un sistema di difesa va considerato sempre in termini relativi, in relazione agli effetti militari ed a seconda del tipo di intensità del pericolo profilato. Funzionale ad un “Impero egemonico”, con un minimo dispendio di truppe di pronto intervento, dislocate in settori regionali strategici, è l’esistenza di una “zona di controllo diretto”, delimitata da una “fascia interna di controllo diplomatico” ed una ulteriore “sfera di influenza esterna”. La concezione imperiale dei teorici del PNAC prevede invece una proiezione esponenziale di uomini e mezzi, l’occupazione diretta della fascia di sicurezza, l’esautorazione di ogni autonomia decisionale esterna, secondo i criteri della “difesa di sbarramento” e della “difesa avanzata”, più consoni alla nuova realtà imperiale.

 

1. CONTINUA