Archivio per Aldo Moro

CINISMOCRAZIA

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 luglio 2014 by Sendivogius

DC wants YOU!

Madonna Boschi  «Un grande statista, che è stato anche un grande presidente di questa assemblea, un riferimento per tante donne e uomini della mia terra, compreso mio padre, Amintore Fanfani, ha detto una piccola grande verità, “le bugie in politica non servono”»

Maria Elena Boschi
(21/07/2014)

Le bugie non servono, ma all’occorrenza aiutano. Più che mai in assenza di fatti.
A maggior ragione, in politica (le menzogne e non certo i fatti!) costituiscono la norma; a dispetto della massima di quel Fanfani che fece della bugia politica un uso senza scrupoli quanto sistematico, specialmente se funzionale alla conservazione del proprio potere. E se questi sono i miti fondativi del nuovo partito democratico (cristiano), c’è di che stare allegri!
Amintore Fanfani (1972)Nella sua lunga carriera, Amintore Fanfani si distingue per attivismo e le ambizioni smisurate. Amici ed avversari lo chiamano “il Motorino”, ma è una macchina perennemente accesa che nei fatti gira più a vuoto che altro.
Durante la dittatura mussoliniana, si distingue per il suo mostruoso anti-fascismo, partecipando con entusiasmo ai seminari di “mistica fascista” e scrivendo ispirati articoli su riviste coraggiosamente schierate contro il regime quali “Dottrina fascista” e “Difesa della razza”. Si dirà che anche figure intellettuali del calibro di Giorgio Bocca fecero lo stesso, ma con una differenza sostanziale: Bocca nel 1938 era uno studente 18enne; Fanfani aveva 30 anni belli e compiuti, con una laurea in tasca ed una cattedra all’università. Essendo nato prima del fascismo, e avendo 16 anni prima del suo avvento, si presuppone avesse avuto anche il tempo di maturare una propria coscienza critica, che non gli impedirà di aderire con entusiasmo al regime, che si rivela un ottimo strumento di carriera.
A scanso di equivoci, nel 1944, Bocca va in montagna a combattere con la Resistenza, mentre Fanfani scappa in Svizzera. E nel ’46 è già pronto per entrare a far parte dell’Assemblea costituente.
Francobollo_Fanfani_2008Nel 1954 si presenta come l’erede designato di Alcide De Gasperi; toscano di Arezzo, è una sorta di “rottamatore” ante-litteram: all’interno della Democrazia Cristiana, si accredita come ‘riformista’; ha fama di modernizzatore e non perde occasione per attaccare la vecchia guardia democristiana, che ha fatto il suo tempo e che deve mettersi in disparte per lasciare spazio ai ‘giovani’ come lui (le schiere di quarantenni che scalciano nel ventre democristiano), rivendicando il proprio spazio nel partito e nel governo. Tra un incarico e l’altro, ci rimarrà ininterrottamente per quasi mezzo secolo di attività, inaugurando un nuovo corso delle relazioni politiche, che autori come Sergio Turone, con un fulminante neo-logismo, chiameranno: cinismocrazia.
cambiamentoSu posizioni blandamente progressiste, con un’economia sociale implicitamente ispirata al vecchio corporativismo fascista, ed aperture trasformistiche a “sinistra”, Amintore Fanfani più che uno ‘statista’ è stato un dinosauro democristiano, destinato a lasciare la sua impronta fossile nella politica italiana. Di lui si ricorda l’utilizzo spregiudicato del Caso Montesi per silurare i propri avversari all’interno della Democrazia Cristiana e conquistare la supremazia nel partito; la cementificazione selvaggia del territorio italiano, nel più grande scempio urbanistico che la storia patria ricordi; la morte in carcere di Gaspare Pisciotta dopo un caffé corretto alla stricnina; i governi lampo, impallinati dai “franchi tiratori” e destinati ad esaurirsi in pochi mesi; l’uso clientelare dell’industria di Stato, No al divorzioutilizzata come un immenso ufficio collocamento; fino alla sua crociata personale contro l’introduzione del divorzio in Italia. Dalla sua corrente di partito, Iniziativa democratica, figliò il gruppo dei Dorotei destinato a diventare la corrente egemonica della DC e che ne rappresentò la componente più retriva, reazionaria e affaristica del partito cattolico.
Nato come giovane ‘rottamatore’, Fanfani diventa eterno e segna un record personale nel 1987 diventando il più anziano presidente del consiglio nella storia repubblicana, alla tenera età di ottant’anni!

la-grande-bellezza

Proprio Giorgio Bocca, in uno dei suoi cammei più riusciti, ne traccia un ritratto spietato che poi è anche un immagine dell’animus democristiano che asfissia il Paese:

«La fortuna di Fanfani è che egli si presenta alla ribalta democristiana, sicuro di sé, entusiasta, proprio mentre i vecchi dirigenti si sentono impari a compiti sempre più pesanti.
[…] Per Fanfani il movimento cattolico, la cultura cattolica sono orti da coltivare, ma ciò che interessa veramente, per non dire unicamente, è il partito: questo incredibile strumento di potere che da un giorno all’altro ti innalza ai vertici dello stato, ti dà poteri economici decisionali anche se fino a ieri hai scritto libri di nessun valore, anche se sei un economista di cui nelle università dei paesi avanzati riderebbero.
I best sellers di Renzi[…] Con Fanfani e i suoi coetanei la disputa sui convincimenti e sui principi è solo un pretesto: tutti sono disponibili per tutto purché assicuri il potere. Il dono del potere facile e il suo uso fin dalla più tenera età creano in questa generazione una presunzione e un mestiere che la fanno diversa ed estranea al resto del paese.
Questa gente arrivata facilmente al potere, riverita, corteggiata, si convince di possedere veramente delle qualità superiori di talento politico. E l’Italia laica stupita, umiliata, dovrà ascoltare per anni le banalità di Fanfani, le elucubrazioni di Aldo Moro, le malinconie di Antonio Segni, le divagazioni avventuristiche di Giovanni Gronchi, i festosi deliri populistici di Giorgio La Pira, ripresi dai mass-media come espressioni di un pensiero politico rispettabile. Nel contempo però questa classe politica di estrazione casuale, che ha vinto, nel ’44 o ’45, il terno a lotto di iscriversi a un partito che la Chiesa, la paura del comunismo, la situazione internazionale, hanno gonfiato di voti, diventa con il passare degli anni una classe di politici professionali che conoscono tutti i meccanismi del potere e che a un certo punto, gestendolo quasi in esclusiva, sono gli unici che sanno come funziona. Donde quella mescolanza di mediocrità culturale e capacità manovriera, di mediocre cultura e di scaltrezza che definiscono questa classe politica. Gente di scarse o nulle letture, che abita in case modeste e di cattivo gusto, che non ha la minima dimestichezza con letterati, artisti, che conosce poco o niente del mondo industriale; ma è imbattibile a manovrare nei corridoi di un congresso, ad organizzare la clientela, a tenere buono il clero protettore

Giorgio Bocca
 “Storia della Repubblica italiana
Rizzoli, 1982

Matteo Renzi - smorfie Col ciarliero Cazzaro 2.0 (che per arroganza non è secondo a nessuno), oltre alla medesima provenienza geografica, Fanfani condivide la strafottenza indisponente, il piglio decisionista e la presunzione. Curiosamente, ad accomunarli c’è pure il primato elettorale, seppure conseguito in diverse elezioni: il 41% delle ‘Europee’ con cui Telemaco si bulla un giorno sì e l’altro pure; il 42,3% ottenuto dal segretario Fanfani alle elezioni politiche del 1958 (uno dei migliori risultati mai raggiunti dalla DC). Peccato che alla successiva tornata, il risultato conseguito dallo ‘statista’ aretino fu di gran lunga al di sotto delle aspettative, determinando un suo allontanamento dalla presidenza del consiglio per i successivi venti anni.

Moro e FanfaniSi dice che allora uno sferzante Aldo Moro abbia regalato al premier perdente le Memorie di Napoleone in esilio a S.Elena. Un precedente incoraggiante, che lascia ben sperare…

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Il Tribunale del Popolo

Posted in A volte ritornano, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 Maggio 2014 by Sendivogius

Cthulhu's constitution

Rimestare nelle parole del noto “capo politico”, alla vana ricerca di una qualche coerenza logica nei conati rabbiosi che va vomitando in giro per le piazze, equivale a filtrare i liquami di una latrina, pensando di poterne ricavare qualcosa di commestibile.
Crazies_1-sheetmech_121509.indd  Tanto che nell’impossibilità di cogliere un’idea pressoché minima nei rigurgiti acidi di tormenti gastrici, è molto più facile scorgere le analogie totalitaristeggianti, tra l’accozzaglia dei richiami più infelici, contenuti nelle inferenze cognitive del metapensiero ensifero.
28 days later Nella condensazione gassosa di reflussi intestinali, col suo universo caotico di suggestioni, deliri e provocazioni, nei quali si articola la neo-lingua e che alimenta le frustrazioni malate dei nuovi Enragés digitali, spazio e decenza si annullano in un vuoto pneumatico che non conosce Ducettofondo né limite alcuno. Ci si interroga piuttosto su quale sia il livello di intorpidimento delle coscienze, la soglia di tolleranza civile di una società imbelle ed inetta, dinanzi ad una parodia macchiettistica, oltre Hitler, che ama esibirsi in pose ducesche, con effetto farsesco da cialtrone qual’è, nell’immanenza del buffone travestito da dittatore. E ci si chiede cos’altro debba defecare ancora il vaporoso merdone dai capelli cotonati, mentre discetta tranquillamente di prigioni politiche per i nemici della setta, con tanto di modellino carcerario al seguito, Inquisitiopromettendo processi speciali e “tribunali del popolo”, stilando senza sosta liste di proscrizione, per destare un qualche minimo sussulto in una democrazia profondamente malata. E lo fa, come se fosse la cosa più normale del mondo. Per la bisogna, è pronta anche la scelta X Massull’ubicazione del nuovo campo di concentramento: la Fortezza di Lerici, antica prigione medioevale per la ricostituita inquisizione pentastellata, e già sede delle flottiglie repubblichine della Decima Mas.
rogo (1)  Generalmente, i “tribunali del popolo” stanno al Diritto come la merda sta alla cioccolata. Allo stesso modo, ogni volta che una banda di psicopatici rabbiosi si riempie le fauci di “popolo”, ne bestemmia anche il nome; finendo in genere per sputare fuori brandelli sanguinolenti di una società dilaniata, nella preservazione proprio di quello stesso “regime” che tanto si vorrebbe ‘abbattere’.
infectionIn Italia, l’ultimo politico di rilievo ad essere rinchiuso in una “prigione popolare” e venire processato da un “tribunale del popolo” è stato Aldo Moro. E non è andata proprio benissimo…

Aldo Moro  «Aldo Moro, che oggi deve rispondere davanti ad un Tribunale del Popolo, è perfettamente consapevole di essere il più alto gerarca di questo regime, di essere il responsabile al più alto livello delle politiche antiproletarie che l’egemonia imperialista ha imposto nel nostro paese, della repressione delle forze produttive, delle condizioni di sfruttamento dei lavoratori, dell’emarginazione e miseria di intere fasce di proletariato, della disoccupazione, della controrivoluzione armata scatenata dalla DC; e sa che su tutto questo il proletariato non ha dubbi, che si è chiarito le idee guardando lui e il suo partito nei trent’anni in cui è al potere, e che il tribunale del Popolo saprà tenerlo in debito conto

 Brigate Rosse
Comunicato n.3
(29/03/1978)

Tuttavia, per le tipologie di riferimento care agli ensiferi, un modello particolarmente riuscito di tribunale popolare è stato il Volksgerichtshof, le cui fortune vanno sicuramente oltre Hitler anche se l’ambito di ispirazione ideale è sempre quello.
Volksgerichtshof  (1)Con la singolare proposta declamata dall’aspirante e panzuto führer a 5 stelle, il caro vecchio Volksgerichtshof condivide la rapidità di giudizio e la discrezionalità probatoria in ambito di istruttoria; l’inappellabilità delle sentenze; la colpevolezza fino a prova contraria; collegi giudicanti tutti interni al partito/movimento.

Volksgerichtshof

Marco TravaglioMa al contrario del progetto pentastellato, seppur ridotto ad un vuoto simulacro formale, nonostante tutto, il Volkgerichtshof contemplava la parvenza di un collegio difensivo. Cosa che invece è del tutto esclusa dal diritto riformato a cogestione ensifera, secondo il nuovo corso di procedura penale a firma Grillo-Travaglio, dove la sentenza è funzionale alla condanna e mai viceversa.

“Ci saranno le liste, le prove e i testimoni di accusa come in processo. Per ogni persona ci sarà un cittadino che articolerà i capi di accusa.”

Quello che mancherà è invece il basilare diritto alla difesa. Trattasi infatti di un intollerabile residuato castale, sostituito in compenso da un’inflazione di aspiranti carnefici.

“Alla fine gli iscritti certificati al M5S potranno votare per la colpevolezza o l’innocenza”

Praticamente, abbiamo in un sol mazzo giudice, giuria, e carnefice, come nelle migliori distopie totalitarie.

“Il processo durerà il tempo necessario, almeno un anno. Le liste saranno rese pubbliche quanto prima e l’ordine in cui saranno processati gli inquilini del castello sarà deciso in Rete.”

Franz KafkaIn questo caso, più ancora che “oltre Hitler”, siamo oltre Kafka nella commistione romanzata di un’allucinazione collettiva per un delirio condiviso. Il Processo si fonde con Il Castello; seguendo i bordi della follia, il surrealismo di kafkiano si fonde con Borges nella Biblioteca di Babele, mentre nelle cupe segrete del castello risuona inquietante il brusio di innumerevoli voci infantili: il popolo certificato con utenza autorizzata, chiamato ad esercitare la ‘giustizia’ (intesa come esecuzione pubblica) in nome e per conto del barbuto vendicatore a marchio registrato.
28Nel mondo malato di Gaia, tutto si riduce al capriccio dispotico del “capo politico”, che si fa uno e 100%, e che ovviamente ha sempre ragione…

Franz Kafka by Sasan  «Uno dei principi che regolano il lavoro della amministrazione è che non si deve mai contemplare la possibilità di uno sbaglio. Questo principio è giustificato dalla perfetta organizzazione dell’insieme, ed è necessario per ottenere la massima rapidità nel disbrigo delle pratiche […] Tutto è servizio di controllo. Certo non è fatto per scoprire errori nel senso grossolano della parola perchè errori non se ne commettono, e anche se ciò per eccezione accade…. chi può dire alla fin fine che sia un errore?»

  Franz Kafka
  “Il Castello”
  Mondadori (1979)

Ovviamente, se la difesa è interdetta, i testimoni sono tutti interni al moVimento e a carico dell’accusa, nel superamento delle più elementari nozioni alla base dello Stato di diritto.
Non male come parabola discendente, per il Paese che ha dato i natali a Cesare Beccaria!

Cesare Beccaria  «Egli è un punto considerabile in ogni buona legislazione il determinare esattamente la credibilità dei testimoni e le prove del reato.
[…] La credibilità dunque deve sminuirsi a proporzione dell’odio, o dell’amicizia, o delle strette relazioni che passano tra lui e il reo. Piú d’un testimonio è necessario, perché fintanto che uno asserisce e l’altro nega niente v’è di certo e prevale il diritto che ciascuno ha d’essere creduto innocente. La credibilità di un testimonio diviene tanto sensibilmente minore quanto piú cresce l’atrocità di un delitto o l’inverisimiglianza delle circostanze; tali sono per esempio la magia e le azioni gratuitamente crudeli. Egli è piú probabile che piú uomini mentiscano nella prima accusa, perché è piú facile che si combini in piú uomini o l’illusione dell’ignoranza o l’odio persecutore di quello che un uomo eserciti una potestà che Dio o non ha dato, o ha tolto ad ogni essere creato

  Cesare Beccaria
“Dei delitti e delle pene” (1764)

rogo ereticiMa in fin dei conti, l’idea del “processo popolare”, ancorché in ‘rete’, per il ludibrio di un’orda di boia virtuali ed il profitto della premiata ditta KKKCaseleggio & Co. con migliaia di click a ritorno pubblicitario, è in fondo l’ennesima variante (in versione pulita) del linciaggio: nascosto nell’anonimato del webbé, chiunque può indossare il suo immacolato cappuccio bianco e procedere al rito di purificazione.

Lawrence Beitler Lynching (Indiana, 1930)07/08/1930. Indiana (USA). Linciaggio di Thomas Shipp e Abram Smith, nella cittadina di Marion (foto di Lawrence Beitler).

Nella migliore delle ipotesi, è gogna elevata a sublime strumento di governo, mentre si rifà il filo alle mannaie.
Inquisizione - GoyaNessuna giustizia, nessuna ansia legalitaria, ma solo il furore forcaiolo di chi ha bisogno di teste mozzate da issare su una picca e poi correre per le strade, innalzando il suo macabro trofeo in un’orgia di sangue, per l’appagamento degli istinti animali della Setta. E se proprio non si trova colpa, la si inventa.

teste tagliate

«Ogni pena che non derivi dall’assoluta necessità, dice il grande Montesquieu, è tirannica; proposizione che si può rendere piú generale cosí: ogni atto di autorità di uomo a uomo che non derivi dall’assoluta necessità è tirannico.
[…] La prima conseguenza di questi principii è che le sole leggi possono decretar le pene su i delitti, e quest’autorità non può risedere che presso il legislatore, che rappresenta tutta la società unita per un contratto sociale

 Cesare Beccaria
“Dei delitti e delle pene” (1764)
Cap.II; “Diritto di punire”

Mimì e Cocò  Da Beccaria e Pietro Verri siamo passati ad energumeno che si crede Robespierre e travestito da Mastro Titta gioca con le figurine nel suo castello degli orrori in cartapesta, insieme al suo femmineo pennivendolo di fiducia coi piedi infilati nelle scarpe di Hébert.

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Il Divo Giulio

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 Maggio 2013 by Sendivogius

Tracciare un profilo minimo ma esauriente sul fu Giulio Andreotti, brachiosauro della prima repubblica, sopravvissuto all’evoluzione della specie, dopo mezzo secolo di titanismo democristiano, non è semplicemente impossibile… È inutile. Perché il divo Giulio, che il potere più che viverlo lo ha incarnato nella sua stessa essenza, più che per i suoi motti di spirito con le sue battute salaci e l’eccezionale carriera politica, resterà per sempre famoso non per le sue parole, ma per i suoi silenzi. Più che i suoi motti di spirito dalla battuta salace, più che l’eccezionale carriera politica, ad essere ricordato sarà il silenzio assordante di mille parole non dette, i segreti mai svelati, le verità negate e sempre occultate, gli arcani di un sottobosco di potere occulto e pervasivo dove ogni mezzo giustificava il fine: la supremazia politica della DC (e soprattutto della sua corrente politica) identificata col bene supremo dello Stato.

Paradossalmente, la scomparsa del divino Giulio avviene in concomitanza con la rinascita di una nuova Democrazia Cristiana, o quantomeno con ciò che più le rassomiglia dopo due decadi di ibridazione, sulla scia di un nuovo compromesso che si vorrebbe “storico”, ma che è solo la squallida riedizione dell’antico trasformismo italico, ispirato alle liturgie curiali dei rituali neo-consociativi per la preservazione del potere nella sua spartizione allargata.
L’eredità di Andreotti, di quello che l’uomo (volente o nolente) rappresentato, oggi è più viva che mai. Come la fenice rinasce dalle ceneri e dalle sue miserie per incistarsi tra coloro che di quell’antico ordine precostituito furono gli eredi, le vittime, i complici, i carnefici…
In questa prospettiva, sulla scia di altre larghe intese: quelle cominciate nel 1976 (e delle quali il Governo Letta è un surrogato diretto) sotto il cosiddetto governo di solidarietà nazionale: monocolore democristiano, con Giulio Andreotti al suo terzo incarico come presidente del consiglio (1976-1978), che culminò con l’assassinio di Aldo Moro e l’inizio di una crisi inarrestabile della Sinistra italiana, con la scomparsa di una vera opposizione parlamentare.
Dunque, per un’epoca mai chiusa e che ogni volta ritorna vivificata sotto mutate forme nell’aspetto grottesco e mostruoso dei revenants, se si vuole davvero tracciare un ritratto politico di Andreotti e di una classe dirigente eterna nei suoi vizi (e le sue miserie), l’immobilismo scambiato per fermezza, la preservazione del ‘potere’ nella sua immutabilità, quale miglior necrologio delle lettere che Aldo Moro inviò dalla suaprigione del popolo, prima di essere assassinato dalle Brigate rosse?

Lettera al Partito della Democrazia Cristiana
  (recapitata il 28 aprile 1978)

Dopo la mia lettera comparsa in risposta ad alcune ambigue, disorganiche, ma sostanzialmente negative posizioni della D.C. sul mio caso, non è accaduto niente. Non che non ci fosse materia da discutere. Ce n’era tanta. Mancava invece al Partito, al suo segretario, ai suoi esponenti il coraggio civile di aprire un dibattito sul tema proposto che è quello della salvezza della mia vita e delle condizioni per conseguirla in un quadro equilibrato. E’ vero: io sono prigioniero e non sono in uno stato d’animo lieto. Ma non ho subito nessuna coercizione, non sono drogato, scrivo con il mio stile per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia. Ma sono, si dice, un altro e non merito di essere preso sul serio. Allora ai miei argomenti neppure si risponde. E se io faccio l’onesta domanda che si riunisca la direzione o altro organo costituzionale del partito, perché sono in gioco la vita di un uomo e la sorte della sua famiglia, si continua invece in degradanti conciliaboli, che significano paura del dibattito, paura della verità, paura di firmare col proprio nome una condanna a morte.
[…]
E’ nella D.C. dove non si affrontano con coraggio i problemi. E, nel caso che mi riguarda, è la mia condanna a morte, sostanzialmente avvallata dalla D.C., la quale arroccata sui suoi discutibili principi, nulla fa per evitare che un uomo, chiunque egli sia, ma poi un suo esponente di prestigio, un militante fedele, sia condotto a morte. Un uomo che aveva chiuso la sua carriera con la sincera rinuncia a presiedere il governo, ed è stato letteralmente strappato da Zaccagnini (e dai suoi amici tanto abilmente calcolatori) dal suo posto di pura riflessione e di studio, per assumere l’equivoca veste di Presidente del Partito, per il quale non esisteva un adeguato ufficio nel contesto di Piazza del Gesù. Sono più volte che chiedo a Zaccagnini di collocarsi lui idealmente al posto ch’egli mi ha obbligato ad occupare. Ma egli si limita a dare assicurazioni al Presidente del Consiglio che tutto sarà fatto come egli desidera.
E che dire dell’On. Piccoli, il quale ha dichiarato, secondo quanto leggo da qualche parte, che se io mi trovassi al suo posto (per così dire libero, comodo, a Piazza ad esempio, del Gesù), direi le cose che egli dice e non quelle che dico stando qui. Se la situazione non fosse (e mi limito nel dire) così difficile, così drammatica quale essa è, vorrei ben vedere che cosa direbbe al mio posto l’On. Piccoli. Per parte sua ho detto e documentato che le cose che dico oggi le ho dette in passato in condizioni del tutto oggettive. E’ possibile che non vi sia una riunione statutaria e formale, quale che ne sia l’esito? Possibile che non vi siano dei coraggiosi che la chiedono, come io la chiedo con piena lucidità di mente? Centinaia di parlamentari volevano votare contro il Governo. Ed ora nessuno si pone un problema di coscienza? E ciò con la comoda scusa che io sono un prigioniero. Si deprecano i lager, ma come si tratta, civilmente, un prigioniero, che ha solo un vincolo esterno, ma l’intelletto lucido? Chiedo a Craxi, se questo è giusto. Chiedo al mio partito, ai tanti fedelissimi delle ore liete, se questo è ammissibile. Se altre riunioni formali non le si vuol fare, ebbene io ho il potere di convocare per data conveniente e urgente il Consiglio Nazionale avendo per oggetto il tema circa i modi per rimuovere gli impedimenti del suo Presidente. Così stabilendo, delego a presiederlo l’On. Riccardo Misasi.
E’ noto che i gravissimi problemi della mia famiglia sono la ragione fondamentale della mia lotta contro la morte. In tanti anni e in tante vicende i desideri sono caduti e lo spirito si è purificato. E, pur con le mie tante colpe, credo di aver vissuto con generosità nascoste e delicate intenzioni. Muoio, se così deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell’amore immenso per una famiglia esemplare che io adoro e spero di vigilare dall’alto dei cieli. Proprio ieri ho letto la tenera lettera di amore di mia moglie, dei miei figli, dell’amatissimo nipotino, dell’altro che non vedrò. La pietà di chi mi recava la lettera ha escluso i contorni che dicevano la mia condanna, se non avverrà il miracolo del ritorno della D.C. a se stessa e la sua assunzione di responsabilità. Ma questo bagno di sangue non andrà bene né per Zaccagnini, né per Andreotti né per la D.C. né per il paese. Ciascuno porterà la sua responsabilità.
Io non desidero intorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere. Voglio vicino a me coloro che mi hanno amato davvero e continueranno ad amarmi e pregare per me. Se tutto questo è deciso, sia fatta la volontà di Dio. Ma nessun responsabile si nasconda dietro l’adempimento di un presunto dovere. Le cose saranno chiare, saranno chiare presto.

  [Testo integrale QUI]

Andreotti ed i notabili democristiani

Lettera a Giulio Andreotti,
Presidente del Consiglio dei Ministri
  (recapitata il 29 aprile)

Caro Presidente,
so bene che ormai il problema, nelle sue massime componenti, è nelle tue mani e tu ne porti altissima responsabilità. Non sto a descriverti la mia condizione e le mie prospettive. Posso solo dirti la mia certezza che questa nuova fase politica, se comincia con un bagno di sangue e specie in contraddizione con un chiaro orientamento umanitario dei socialisti, non è apportatrice di bene né per il Paese né per il Governo. La lacerazione ne resterà insanabile. Nessuna unità nella sequela delle azioni e reazioni sarà più ricomponibile. Con ciò vorrei invitarti a realizzare quel che si ha da fare nel poco tempo disponibile. Contare su un logoramento psicologico, perché son certo che tu, nella tua intelligenza, lo escludi, sarebbe un drammatico errore.
Quando ho concorso alla tua designazione e l’ho tenuta malgrado alcune opposizioni, speravo di darti un aiuto sostanzioso, onesto e sincero. Quel che posso fare, nelle presenti circostanze, è di beneaugurare al tuo sforzo e seguirlo con simpatia sulla base di una decisione che esprima il tuo spirito umanitario, il tuo animo fraterno, il tuo rispetto per la mia disgraziata famiglia.
Quanto ai timori di crisi, a parte la significativa posizione socialista cui non manca di guardare la D.C., è difficile pensare che il PCI voglia disperdere quello che ha raccolto con tante forzature.
Che Iddio ti illumini e ti benedica e ti faccia tramite dell’unica cosa che conti per me, non la carriera cioè, ma la famiglia.
Grazie e cordialmente tuo
Aldo Moro

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E Cossiga se ne andò all’Inferno

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 agosto 2010 by Sendivogius

”La verità è che la menzogna, ben più della verità è all’origine della vita, perché se gli uomini si sono evoluti è stato solo grazie alla loro capacità di mentire agli altri e a sé stessi”

Tuttavia, più che le menzogne, sono le verità non dette, surrogate dalle esternazioni salaci di un professionista della provocazione, a caratterizzare la vita e le ‘opere’ di Francesco Cossiga: presidente emerito, e dimissionario, della Repubblica; l’Intransigente; il Picconatore; il Gladiatore; il KoSSiga, massacratore di studenti; il guerriero anticomunista più amato dal PCI… È stato altresì l’uomo dei misteri della “Ragion di Stato”, tutta democristiana, e delle mezze rivelazioni, sputate con l’irruenza mordace di chi ha fatto del primato di una certa politica una scelta non negoziabile.
Quello che di Cossiga non si poteva accettare da vivo, e che non si riesce a perdonare da morto, è stato il suo ergersi ad oracolo danzante, castigatore e moralizzatore di un sistema del quale è stato parte integrante e dal quale, specialmente negli ultimi anni, ha più volte finto di distaccarsi con l’assunzione fittizia di responsabilità, declinate in progressione per moto auto-assolutorio. Ad essere insopportabile era quel gusto narcisistico della polemica referenziale, nell’appagante indulgenza di sé, che sorvolava volentieri sulle sue gravi responsabilità personali per muovere assalti all’arma bianca, brandendo il piccone del risolutore, con divertita irruenza e parole taglienti come lame, dal cinico esibizionismo verbale. E in questo modo appagare nell’anticonformismo di soliloqui sprezzanti, e ricercatamente provocatori, le bramosie celebrative di un Ego smisurato, nella demistificazione della sostanza, dove la sfrontatezza delle reiterate invettive presidenziali sfocia spesso nell’offesa gratuita verso coloro che di determinate decisioni politiche portano un pesante tributo di sangue.

La sostanza è che Cossiga è stato un protagonista della politica italiana, assolutamente organico al Potere, articolato nelle sue forme più repressive e violente, sempre rivendicate con malcelato orgoglio e sottile compiacimento, dove i (pochi) dubbi non hanno mai lasciato spazio ad alcun pentimento in chi, con ogni evidenza, si credeva esente da colpe gravi.
E questo risulta ancora più insopportabile per uno che, vuoi per scelta vuoi per ventura, si è ritrovato a gestire (male quando non malissimo) alcuni dei più delicati incarichi di governo in momenti difficilissimi della storia repubblicana, che (dati gli esiti) avrebbero richiesto un maggior pudore nel loquace presidente dimissionato. Ma la convinzione di essere una specie di immacolato era talmente radicata in Cossiga, da fargli credere di aver diritto ad un posto speciale nell’empireo dei giusti ed un posto riservato in Paradiso.

Una passione antica per i servizi segreti e di sicurezza, conduce infatti quest’ennesimo Grande Statista nei gorghi oscuri delle Leggi straordinarie, nella creazione di corpi speciali, nella difesa di organizzazioni segrete paramilitari, sempre sul filo sottile della legalità costituzionale. L’ordine pubblico, nella visione manichea dei blocchi contrapposti, è inteso dal Cossiga ministro come cristallizzazione immutabile dell’esistente, nella preservazione dello statu quo democristiano, con un’unica finalità: controllare, reprimere, e in caso sopprimere, ogni movimento spontaneo che esuli dal gioco partitocratico delle elite dominanti. È una convinzione che Cossiga persegue con convinzione e cinica determinazione, nel corso della sua carriera istituzionale.
Soprattutto, sembra quasi che l’esistenza di Francesco Cossiga sia stata caratterizzata da una sorta di odio viscerale nei confronti dei giovani e contro ogni forma di idealismo anarcoide, non veicolato nella forma partito. Istanze giovanili e studenti sono infatti l’oggetto prediletto del disprezzo di un uomo nato vecchio (come quasi tutti i professionisti della politica), che non ha mai vissuto una vera giovinezza, imbalsamata nelle grisaglie del potere perseguito e praticato, in una società irreggimentata in una concezione da caserma.
Durante il III° Governo Andreotti, che gode dell’appoggio esterno del PCI di Berlinguer, in una delle tante brillanti tattiche che condurranno la sinistra italiana all’autodistruzione, Francesco Cossiga è Ministro dell’Interno (12/02/1976 – 11/05/1978).
L’11 Marzo 1977, lo studente universitario Pierfrancesco Lorusso viene ucciso dai Carabinieri durante la rivolta studentesca di Bologna, nata durante la protesta contro un’assemblea degli integralisti di ‘Comunione e Liberazione’ all’interno della facoltà di Medicina dell’università felsinea.
Per il ministro Cossiga si tratta di un’ottima occasione per “dare una lezione” agli studenti e stroncare i movimenti dell’ultrasinistra extraparlamentare (in particolare, Autonomia Operaia e Lotta Continua).

«E la disposizione che avevo dato alla Polizia era: se sono operai, giratevi dall’altra parte; se sono studenti, picchiate tosto e giusto»

Il PCI naturalmente si schiera a favore della repressione più brutale, per far bella figura coi moderati e spazzare via ogni possibile “concorrente”.
Rassicurato dall’acquiescenza del Parlamento, il ministro mobilita persino gli M-113: veicoli cingolati da combattimento per il trasporto truppe, in dotazione all’Esercito, e mitragliatrici pesanti.
Il risultato fu che le frange più estreme del ‘movimento’ optarono per la lotta armata, vista come l’unica scelta possibile contro la repressione dello Stato ed il totale autismo degli organi di rappresentanza parlamentare.
Il dubbio deve aver sfiorato anche l’energico Cossiga, perché anni dopo dichiarerà in un’intervista al Corriere della Sera (25/01/07):

«Ho uno scrupolo. Io ho stroncato definitivamente l’autonomia: mandando i blindati a travolgere i cancelli dell’università di Roma e rioccuparla dopo la cacciata di Lama; poi inviando a Bologna, dopo la morte di Lorusso, i blindati dei Carabinieri con le mitragliatrici, accolti dagli applausi dei comunisti bolognesi. Tollerammo ancora il convegno di Settembre; poi demmo l’ultima spazzolata, e l’autonomia finì. Ma la chiusura di quello sfogatoio spostò molti verso le Brigate rosse e Prima Linea»

Il 12 Maggio 1977, il copione di ripete a Roma dove viene uccisa la 19enne Giorgiana Masi durante una manifestazione non autorizzata del Partito Radicale, intento a raccogliere le firme per l’abrogazione (tra gli altri) dei reati di opinione, previsti dal vecchio codice Rocco di stesura fascista, e delle leggi speciali di Polizia. Da sottolineare che per disposizione ministeriale dello stesso Cossiga, il divieto di manifestare era stato imposto a tutti i partiti o movimenti esterni all’arco costituzionale (cioè senza una rappresentanza in Parlamento). La tattica utilizzata dalla Polizia diventerà una prassi consolidata: infiltrazione di agenti provocatori nel corteo, poliziotti in borghese che sparano ad altezza uomo tra la folla. Ai pistoleri con la divisa, si aggiungono anche i vigili della Polizia Municipale di Roma, ai quali il sindaco Alemanno ha recentemente restituito l’arma.
Ad ogni modo, è lo stesso Cossiga a spiegarci la tecnica nei dettagli, consegnandoci un’efficace ricetta democratica, o almeno quello che lui intende per democrazia:

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perchè pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito… Lasciarli fare. Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì… questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio.»

(24 Ottobre 2008, in merito alle proteste studentesche sulla riforma Gelmini)

 Ogni riferimento ai fatti di Genova (Luglio 2001) è puramente casuale…
Per ribadire meglio il concetto, il presidente emerito, preso dall’incontenibile nostalgia dei bei tempi che furono, chiarisce il pensiero sulle colonne de La Repubblica:

«Un’efficace politica dell’ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti […] L’ideale sarebbe che di queste manifestazioni fosse vittima un passante, meglio un vecchio, una donna o un bambino, rimanendo ferito da qualche colpo di arma da fuoco sparato dai dimostranti: basterebbe una ferita lieve, ma meglio sarebbe se fosse grave, ma senza pericolo per la vita.
Io aspetterei ancora un po’ e solo dopo che la situazione si aggravasse e colonne di studenti con militanti dei centri sociali, al canto di Bella Ciao, devastassero strade, negozi, infrastrutture pubbliche e aggredissero forze di polizia in tenuta ordinaria e non antisommossa e ferissero qualcuno di loro, anche uccidendolo, farei intervenire massicciamente e pesantemente le forze dell’ordine contro i manifestanti.»
 
(Dalla lettera aperta alle forze dell’ordine dell’8 novembre 2008; citato in “I consigli di Cossiga”, la Repubblica, 08/11/08)

Ultimamente, questa specie di mamutones sardo travestito da Bava Beccaris ha dichiarato di aver sempre saputo l’identità di chi ha assassinato la giovane Giorgiana Masi, ma siccome sono passati tanti anni e si tratta di un buon padre di famiglia sarà mica il caso di rovinargli la vita proprio ora?!? Perciò silenzio totale, con buona pace di chi quella vita l’ha persa nel fiore degli anni senza mai capirne il perché. Anzi sì! Perché Cossiga voleva giocare alla guerra contro i sovversivi ed ergersi a salvatore della Patria.

Il 1978 è l’anno del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse. Tra i massimi sostenitori della “linea della fermezza”, Cossiga rivendica lucidamente di aver determinato la condanna a morte di Moro, rifiutando ogni compromesso o minima possibilità di accordo coi sequestratori.
Qualche anno (1981) ed il fronte della fermezza si discioglie come neve a Ferragosto, con un collettivo calo di braghe, nel caso di
Ciro Cirillo: assessore ai Lavori Pubblici per la Regione Campania. Ciò che non si fa per il presidente della DC, Aldo Moro, lo si fa per un oscuro assessore democristiano. Per l’occasione, non ci si fa scrupolo a mobilitare pure camorristi e piduisti. Cirillo verrà rilasciato col pagamento di un riscatto, dopo 3 mesi di prigionia.

Nel 1979, Cossiga diventa presidente del Consiglio (04/08/1979 – 18/10/1980) in uno dei più infausti governi della Repubblica.
Il 27 Giugno 1980 viene abbattuto il DC-9 ITAVIA sopra i cieli di Ustica. È nota l’interminabile serie di depistaggi, insabbiamenti, morti sospette di testimoni chiave, occultamento di prove, che hanno visto coinvolti militari, servizi di sicurezza e intelligence di mezzo mondo, senza che i sempre lungimiranti politici italici muovessero un solo ditino.
Il 2 Agosto 1980 è il giorno terribile della strage alla Stazione di Bologna. Per il Governo Cossiga e la Polizia le cause sono assolutamente accidentali, attribuibili allo scoppio di una caldaia difettosa.
Della strage di Bologna ci siamo già occupati
QUI.
Successivamente, nominato Presidente della Repubblica, il 15/03/1991 Francesco Cossiga decide che la matrice della strage non è “fascista” e si affretta a chiedere scusa ai diretti interessati ed eredi del MSI, chiedendo che la lapide commemorativa delle vittime venga corretta. È evidente che in tutti gli anni precedenti (e successivi) il presidente Cossiga non abbia mai ritenuto necessario rivolgere invece le sue scuse ai familiari degli 85 morti e degli oltre 200 feriti, per 30 anni di “segreti di Stato”, depistaggi, omissioni, e silenzi portati avanti dai vertici dei servizi segreti dell’epoca, che una ipocrita vulgata vorrebbe deviati.
Si scoprirà che tutti gli alti ufficiali del SISMI, massimamente coinvolti nella manipolazione delle indagini, sono affiliati alla Loggia P2. Naturalmente, Cossiga ha qualcosa da dire anche su questo:

«Io non so se alcune persone che sono state messe nelle liste ci fossero o no, io ho detto semplicemente che alcune di quelle persone le conosco, sono dei grandi galantuomini e per i servizi che hanno reso, essendo io al governo del Paese, sono dei patrioti.»

Infatti, seppur cattolicissimo, Cossiga ha sempre avuto una grande passione per le organizzazioni segrete e per la massoneria. Perciò, quando nel 1990 un giovane magistrato siciliano osa indagare sulle notorie connessioni che sull’isola (e non solo) intercorrono tra mafia e massoneria, il Presidente sbotta furente:

«Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno? … Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta.»

Il “giudice ragazzino” si chiama Rosario Livatino, ha 38anni e verrà assassinato dalla Stidda agrigentina il 21 Settembre 1990.
Dal buio del suo nuraghe, non risulta che Cossiga abbia trovato altre parole per dire l’unica cosa possibile: “Perdonami, sono davvero una vecchia merda.
Poi ci sarebbe la lunga vicenda inerente la struttura
Gladio e Stay Behind, che determineranno le dimissioni di Cossiga dalla Presidenza della Repubblica, non prima di aver glorificato questo gruppo di patrioti specializzato nell’addestramento clandestino di bombaroli e nel rifornimento di armi ed esplosivo, passati sottobanco a gruppi neo-fascisti ed eversivi di estrema destra in nome della santa crociata contro il comunismo: 40 anni di strategia della tensione, passando per Peteano

 In effetti, ci mancheranno le elucubrazioni incensatorie del Cossiga pensiero.
Chissà che giù agli Inferi non le trovino divertenti…

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