Archivio per Affarismo

DEMOLIZIONI ALTERNATE

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , on 6 marzo 2017 by Sendivogius

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Un cialtrone è per sempre. Nella sua infima mediocrità, qualunque siano le situazioni nelle quali si troverà a concionare nella sua inesauribile logorrea, il cialtrone si muoverà imperturbabile, con l’immutata faccia da culo, buona per tutte le circostanze e sempre pronta per l’esibizione di scena, nella garrula evanescenza del suo impettito non-essere che non conosce pudore, semplicemente perché non sa cosa sia la vergogna. Ovviamente il cialtrone ha una grandissima reputazione di sé medesimo. E peccato che quasi mai questa corrisponda alla percezione comune. Immune ad ogni critica, e dunque impermeabile ai fallimenti, è incrollabile nella persistenza con cui ripropone se stesso, variabile nella forma, immutabile nella sostanza, cialtrone sempre.
matteo-renzi-il-cazzaroDi conseguenza, il cialtronismo non è una semplice manifestazione provvisoria, ma una condizione dello spirito, che per alcuni diventa ragione cogente di vita, tanto da essere elevata a professione a tempo pieno, prima ancora che a presupposto esistenziale. In questo, la “politica” con la sua aleatorietà disgiunta dai risultati, l’inconcludenza nella libera reinterpretazione dei fatti, l’assoluta ininfluenza di qualunque competenza, offre prospettive inimmaginabili per il cialtrone che in essa trova la sua definizione ideale. E, proprio come una droga, della “politica” (o meglio: della vetrina che questa gli offre e dell’illusione di poter gestire un potere che è solo apparenza), il cialtrone non potrà fare più a meno. Anche perché, proiettato al di fuori di un simile alveo ideale, non saprebbe fare altro, nell’impossibilità di riciclarsi altrove.
renzi-nascita-di-un-cazzaro Matteo Renzi è così: un condensato gassoso di fuffa con il nulla intorno; uno di quei perdenti di successo che, esaurito il pur copioso campionario di panzane con cui ha imbonito gli elettori più irriducibili del partito bestemmia (ma con quelli ci vuole poco) e una parte degli italiani che ora si vergognano ad ammettere di averlo mai votato, cerca in ogni modo di rilanciare la propria immagine sempre più abborracciata in una pinguedine crescente, nonostante la catastrofe in cui ha lasciato il suo partito (e chissenefrega!), ma soprattutto l’intero Paese. Da cazzaro matricolato quale è, persiste nella sua narrazione fantastica di banalità senza fine, finendo col perdersi negli stucchevoli sbrodolamenti, sui quali galleggia il suo narcisismo nell’abnormità di un ego incontenibile. E non si rende conto di essere ormai un format scaduto, mentre si ostina ad incensare i mirabolanti successi del ‘suo’ governo; insistendo a magnificare proprio quei punti che più fanno incazzare i “giovani” (che infatti non lo votano) e quella che un tempo avrebbe dovuto essere la base elettorale del suo partito (la “sinistra”, che infatti lo schifa peggio di una merda). Scaduto il tagliando con largo anticipo, il Rottamatore sa che non supererà la revisione, essendo lui stesso un rottame politico ormai prossimo allo smaltimento per rifiuti solidi ingombranti (di quelli dove non si ricicla nulla, ma si butta via tutto). Adesso non twitta più, ha anche lui il suo bloghetto (col faccione di cartapesta in bella vista ed altrettanto finto come l’originale), dove ci delucida delle sue gesta come un Ecce Bombo qualunque: “faccio cose, vedo gente”, mentre se ne vola per le vacanze in America, come un personaggio dei film dei Vanzina; meglio se a scrocco (tirchio com’è) dell’amico Carrai.

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Sono gli ultimi rantoli di un renzismo di Affari & Famiglia, lievitato all’ombra degli Amici che contano, meglio se cresciuti sotto la loggia giusta, e concentrato in un’area che non supera i 20 kmq, a misura del suo piccolissimo mondo di provincia; poco più di un acquario, dove nuota il vorace squaletto democristiano coi suoi pesci pilota attorno.
lobby-fondazioni-e-renziE in quel sottobosco provinciale, fatto di relazioni sottobanco, raccomandazioni, clientelismi, camarille ed intrallazzi, familismo amorale e cupole affaristiche (che manco nella Sicilia romanzata di don Vito Corleone!), l’ambizioso putto di Rignano troverà probabilmente la conclusione della sua resistibilissima ascesa, meglio se insieme all’intraprendente babbo Tiziano, che per le sue irrinunciabili consulenza pare si accontentasse di soli 30.000 euro. Non s’è capito bene se pagati al nero o in voucher…!

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Nella saga del renzismo di greppia e di poltrona, i padri sembrano costituire la nemesi costante dei prodighi figliuoli in carriera, per una bulimia di potere e denaro, prossima ad un girone dantesco.
boschi-maria-elenaAltri tempi, quando il Rottamatore cavalcava la tigre del populismo e preparava la sua scalata al cielo… Ve lo ricordate?!? Un cialtrone onnipresente, capace di sostenere tutto ed il contrario di tutto, perché funzionale alla conquista del potere (meglio se assoluto), ed elevato ad ultima speranza di una “elite” più demente che disperata. All’epoca l’ex lobby-continuasindachetto di Firenze doveva conquistarsi il suo posto al sole, forte del sostegno (e dei quattrini) degli amici che contano. C’era un partito da occupare ed un paese da fottere. E quindi bisognava accreditarsi come l’inflessibile castigatore della rottamazione incipiente, in qualità di ennesimo avanzo di nuovo contro i vecchi arnesi della politica, ma soprattutto contro i propri rivali.
Governando infelicemente il Letta nipote, ogni pretesto era buono per invocare dimissioni e sollevare “questioni morali” un tanto al chilo, secondo la convenienza del momento, per asfaltare i propri avversari. E’ uno spasso rileggere gli anatemi di questo moralizzatore a corrente alternata, nell’ansia di piacere e piacersi, mentre prendeva già le misure della poltrona da occupare a Palazzo Chigi…

Caso Shalabayeva

«Se si è sbagliato qualcuno si assuma la sua responsabilità. Se Alfano sapeva, ha mentito e questo è un piccolo problema. Se non sapeva è anche peggio. In ogni caso dovrebbe dimettersi

(17/07/2013)

Per i maliziosi che insinuavano come le intemerate del Rottamatore, fossero soltanto squallide manovre per logorare l’esecutivo del rivale Letta e sostituirsi ad esso. Il machiavellico cialtrone si profondeva in una di quelle esibizioni di vibrante indignazione nelle quali è maestro consumato, come si conviene ad un bugiardo intemerato. Il piccolo Iago fiorentino non riusciva proprio a contenere lo sdegno:

matteo-renzi-il-cazzaro-1«Da qualche ora le redazioni dei giornali sono invase da agenzie di stampa di parlamentari del PDL e di qualche statista del PD che continuano a spiegare come la mozione di sfiducia contro Angelino Alfano, presentata da CinqueStelle e Sel in Senato sia una mossa del perfido Renzi per “pugnalare il Governo Letta”.
[…] Da cittadino sono umiliato rispetto all’atteggiamento che larga parte della classe dirigente del PDL e del PD ha avuto, cercando di usare questa vicenda per attaccare me. Dicono che tutta questa vicenda nasca dalla mia ansia di far cadere il Governo. Ma la realtà dei fatti è che io non ho alcun interesse a far saltare il Governo Letta. E il bello è che lo sanno tutti!
[…] Ma se non credete agli ideali, credete alla convenienza, perché c’è una ragione persino utilitaristica, per cui non ho alcun interesse a far cadere il Governo, specie adesso.
[…] E se anche si formasse un nuovo Governo non sarei io candidabile avendo più volte detto che se andrò a Palazzo Chigi un giorno, ci andrò forte del consenso popolare non di manovre di Palazzo. Dunque, di che cosa stiamo parlando?»

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Di cosa si parlasse, gli italiani lo hanno capito poi benissimo. Eliminato Letta (il Serenissimo), col patrocinio di Re Giorgio, il ducetto di Rignano si infeudava col la sua corte alla Presidenza del Consiglio, senza che per questo si andasse alle elezioni (su questo è stato di parola!). Salvo poi riprendersi quello stesso Alfano nel ‘suo’ governo, riconfermandolo al Ministero degli Interni. Evidentemente, certi problemi hanno una scadenza più ravvicinata di quella di uno yogurt, così come la parola data.

 

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Caso Cancellieri

«Il ministro Cancellieri deve dimettersi. In questa vicenda Io sono convinto che prima della mozione di sfiducia dovrebbe fare un passo indietro lei. Il punto è che in questa vicenda si intrecciano fin dalla prima telefonata…. una serie di messaggi in cui sembra che la legge non sia uguale per tutti; che se conosci qualcuno riesci a svicolare, è un meccanismo atroce.
Non è un problema giudiziario, ma politico. Purtroppo, dico purtroppo questa vicenda ha minato l’autorevolezza istituzionale e l’idea di imparzialità del Ministro della Giustizia. Talleyrand diceva: ‘è peggio di un crimine, è un errore’. Il Ministro non ha fatto niente di criminale, sia chiaro: ha sbagliato. Prima lo ammette, meglio è, innanzitutto per lei. Ecco perché secondo me dovrebbe dimettersi.
[…] Sono per le dimissioni di Cancellieri, indipendentemente dall’avviso di garanzia o meno. L’idea che ci siamo fatti dell’intera vicenda Ligresti è che la legge non sia uguale per tutti e che se conosci qualcuno di importante te la cavi meglio. È la Repubblica degli amici degli amici: questo atteggiamento è insopportabile.
[…] Il governo deve stare in piedi non su alchimie, ma per fare le cose che deve fare. Credo che la gente che sta a casa, dal Pd non si aspetta l’ultima posizione sulla presa di posizione del ministro, siamo fatti per qualcosa di più grande del destino della Cancellieri

  (18/11/2013)

Caso De Girolamo

«Nessuno fa processi politici in contumacia, alla luce di quello che dirà il PD prenderà sua posizione che sarà unitaria. Comunque sia, la Idem si dimise dal governo, dimostrando uno stile molto diverso.»
(14/01/2014)

Poi ad un certo punto, il “giustizialismo” di questo intrigante bugiardo matricolato conosce un virata di 360°, facendosi prima peloso ed ambiguo…

Caso Lupi

«La scelta di Maurizio di rassegnare le dimissioni è una scelta saggia, per sè, per Ncd, per il governo.»

(20/03/2015)

…E con l’ennesimo triplo salto carpiato approdare nuovamente al “garantismo” ad oltranza, quando le inchieste toccano i pretoriani del suo “Giglio Magico”, come nel caso dell’inamovibile Luca Lotti: un’altro di quegli irrinunciabili talenti su cui si regge il renzismo di consorteria e di loggia…

«Se deve dimettersi? A mio giudizio assolutamente no. Conosco Lotti da anni ed è una persona straordinariamente onesta, lo devono sapere sua moglie e i suoi figli. Io non scarico mai gli altri: non l’ho fatto con Del Rio, Boschi e ora Lotti. Non accetto processi sommari. Luca Lotti è indagato insieme al comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette. Sono pronto a scommettere che Lotti e Del Sette, cui va la mia stima, non hanno commesso niente. C’è un disegno evidente in queste ore di tentare di mettere insieme cose vecchie di mesi. L’indagine su Lotti e Del Sette è una cosa di tre mesi fa. Sulla vicenda Lotti non è cambiato niente in due mesi, stiamo costruendo le cose più incredibili.
[…] Se la buttiamo sulla questione processuale e penale devo dire con molta forza, a tutela della comunità di persone che ho rappresentato, a iniziare dal Pd, che si aspetta la sentenza sempre, si è garantisti e si rispetta la presunzione di innocenza

(03/03/2017)

Che cosa è cambiato nel frattempo?!? Be’ è semplice… Nel frattempo Renzi è diventato prima segretario del PD e poi presidente del consiglio, al posto di quell’Enrico Letta pugnalato appunto alle spalle in una di quelle congiure di palazzo che più di ogni altra cosa qualifica il personaggio.

Firenze, Matteo Renzi ed Enrico Letta a Palazzo Vecchio

Luca Lotti poi è roba sua e gli serve, tanto per tornare a ridiventare segretario e possibilmente premier. Per dire, Lotti è quello che tiene i fili della relazioni amorosa con quell’altro galantuomo recentemente condannato a 9 anni per bancarotta fraudolenta: quel Denis Verdini, senza il quale “non avremmo mai potuto realizzare le riforme” (!) e già aspirante padrino costituente.  Trombati i rivali, questa è una cosca elettorale che non s’ha da toccare!

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Posted in Muro del Pianto, Roma mon amour with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 novembre 2014 by Sendivogius

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Piaga antica, il Trasformismo è una costante della politica italiana di cui costituisce la norma, contrassegnando il degrado della vita pubblica: dai feudi elettivi su base ereditaria ai notabili locali, coi loro pacchetti di voti in dote al miglior offerente; dai corporativismi castali, ai cacicchi del trasversalismo consociativo; dai signori delle tessere, ai padrini delle clientele e delle cosche elettorali… È il gusto arcaico di un ‘potere’ dalle forme barcocche, inteso innanzitutto come arbitrio personale ed esercitato all’ombra degli ‘affari’, nella presunzione dell’impunità.
Boardwalk EmpireIl proliferare di certi figuri istituzionali misura l’intorbidamento di valori e prospettive ideali, progressivamente imputridite nelle acque di una politica tossica, impantanata nelle torbiere della grande palude centrista. Nessun corpo ne è immune. Una volta effettuato l’innesto per ibridazione democristiana, la contaminazione è irreversibile. Si diffonde come una neoplasia tumorale ed agisce alla stregua di un virus mutogeno, che rigenera le cellule dell’organismo ospite a propria immagine e somiglianza. In questa prospettiva, la trasformazione di un PD impollinato dalle spore della Margherita può ritenersi un processo ormai compiuto.
Luigi Lusi ed i milioni sparitiDopo il caso di Fracantonio Genovese, purosangue DC, stavolta è il turno dell’onorevole Marco Di Stefano, per una vicenda passata tutta in sordina e che invece vale la pena delineare nella sua valenza paradigmatica…
Marco-Di-StefanoApostolo del renzianesimo nei circoli della Capitale, mentre alla Leopolda si è occupato di coordinare il tavolo sui “pagamenti digitali”, il deputato Di Stefano è una sorta di emblema del trasformismo applicato a forma vincente di ascesa tutta personale, nel nuovo corso intrapreso da un “centrosinistra”, senza più aspirazioni né funzionalità storica che non sia mera transizione spartitoria.
MARCO DI STEFANOCinquantenne rampante (Roma, il 12/05/1964), Marco Di Stefano nasce politicamente a destra; attraversa tutto l’arco centrista e infine approda a ‘sinistra’, sotto l’illuminata leadership veltroniana, con una di quelle operazioni di mera cooptazione elettorale per acquisizione voti di cui Goffredo Bettini è sempre stato l’immaginifico deus ex machina.
Le sue evoluzioni acrobatiche nelle brughiere della politica romana, che ha fatto delle piroette trasformiste la prassi ordinaria di sottogoverno capitolino, rappresentano un certificato di garanzia.
riot controlEx poliziotto, è stato (manco a dirlo!) un ‘fascista’; bazzica gli ambienti della destra romana e nel 1989 aderisce ufficialmente al MSI. Nel 1993, conosce il MSIsuo primo esordio elettorale di successo, venendo eletto consigliere circoscrizionale, per l’immenso suburbio dell’Aurelio che accorpa i quartieri di Casalotti, Boccea, e Primavalle, nella periferia ovest della città. Sui banchi consiliari della XVIII Circoscrizione di Roma, fa la Stefano De Lilloconoscenza di un altro ras della politica capitolina: quello Stefano De Lillo che, insieme ai suoi fratelli, tanto si darà da fare nella Roma di Alemanno, piazzando mezzo parentado in ogni posto disponibile a carico pubblico. De Lillo, transumato nel “Nuovo Centrodestra” di Angelino Alfano, fa parte a pieno titolo dell’attuale maggioranza di governo di “centrosinistra”. Tornando a Di Stefano, nel corso di un ventennio, passa al CCD (Centro Cristiano Democratico) della triade D’Onofrio-Casini-Mastella, e Mario Baccininel 1997 diventa consigliere comunale. Si mette sotto l’ala protettiva di Mario Baccini, il ferale impresario di pompe funebri in stile anni ’30 recentemente passato anche lui al NCD di Alfano. Aderisce all’UDC di cui diviene segretario provinciale. Segue il grande balzo a ‘sinistra’, quando forte delle sue 14.000 preferenze viene eletto nella lista civica che sostiene la candidatura di Piero Marazzo alla Regione Lazio.
beating-a-dead-horse-call-me-maybeTra un incarico e l’altro, nel 2000 svolge anche le funzioni di sub-commissario governativo dell’UNIRE (Unione nazionale incremento razze equine), feudo personale di Franco Panzironi e della “destra sociale” di Gianni Alemanno, che schiantano l’ente sotto una cascata di debiti.
Goffredo Bettini - Er SeccoNel 2007 passa all’UDEUR di Clemente Mastella, che lo promuove vice-segretario nazionale. Ma nel Febbraio del 2008 molla tutto per entrare nel nuovo PD di Walter Veltroni in quota Fioroni (ex Margherita), per scoprirsi fan accanito di Letta (Enrico) e poi renziano di ferro.
Il governatore Marrazzo, prima di essere travolto dalla sordidissima storiaccia di ricatti, prostituzione transessuale e cocaina, lo nomina assessore al Demanio ed al Patrimonio, con un occhio di riguardo alla cassa ed alle potenzialità di investimento che la sua gestione comporta.
buco neroE qui cominciano i primi guai per il sanguigno Marco Di Stefano… Infatti, secondo la Procura di Roma, l’ex consigliere regionale nel 2008 avrebbe condotto una serie di trattative agevolate, in deroga ai regolamenti previsti dai bandi di gara, con i fratelli Pulcini, noti costruttori romani, assai attivi nel settore immobiliare, per l’affitto di due palazzi alla Regione Lazio (in deficit di bilancio e surplus di immobili), alla Lazio Servicemodica cifra di 7 milioni e 327 mila euro l’anno, per conto della Lazio Service (altra controllata regionale e noto carrozzone clientelare), nell’Agosto del 2008.
pulciniIl ‘bello’ (o il brutto) è che i Pulcini sembrano non detenere nemmeno la proprietà degli immobili interessati alla locazione, ma tramite la propria società di investimenti ne gestiscono l’assegnazione, ricavando lucrose plusvalenze.
Guardia di Finanza Secondo il nucleo di Polizia valutaria della Finanza, attraverso una serie di triangolazioni societarie (la Belgravia Invest srl e la Coedimo), Di Stefano avrebbe predisposto i contratti di locazione al solo fine di soddisfare gli interessi economici degli imprenditori Antonio e Daniele Pulcini a canoni esorbitanti e completamente fuori mercato. Per il disturbo, Di Stefano si sarebbe fatto pagare una ‘provvigione’ pari ad un milione e 800 mila euro, dei quali 300.000 sarebbero stati destinati al suo Lostsegretario e collaboratore personale, tale Alfredo Guagnelli di cui non si hanno più tracce dall’08/10/09 dopo un suo misterioso viaggio a Firenze. Una scomparsa provvidenziale, che priva gli inquirenti della procura romana di un tassello fondamentale dell’inchiesta in atto, insieme al corpo del reato (il denaro).
Alfredo Guagnelli Alfredo Guagnelli (classe 1972), viveur e fama di donnaiolo, è uno dei tanti faccendieri dei quali l’Italia abbonda, sempre a cavallo tra affari e politica. Con la sua Internazionale immobiliare e la Genco Srl gestisce compravendite di immobili ed intermediazioni di affari. È di casa in Costa Azzurra ed a Montecarlo, con un occhio sempre attento alla politica domestica per rapporti trasversali… Attraverso la propria concessionari di auto di lusso, World Rent Car si preoccupa di carrozzare Marco Di Stefano. È in ottimi rapporti con Paolo Bartolozzi, eurodeputato di Forza Italia, di cui sosteneva le campagne elettorali. Ed è grande amico di Michele Baldi, un altro specialista nel cambio multiplo di casacche: Alleanza Nazionale, poi Forza Italia, e infine capolista della “Lista Zingaretti” alle ultime elezioni regionali, folgorato anche lui sulla via del Nazareno. Ma Guagnelli in passato ha frequentato pure l’ex consigliere provinciale del Pdl Enrico Folgori e Giulio Gargano (ex DC, ex AN, ex FI, ex tutto), prima di volatizzarsi nel nulla diventando uccel di bosco.

la società dei magnaccioniLa truffa degli enti previdenziali
Gli enti previdenziali costituiscono da sempre la cuccagna per affaristi e politicanti senza scrupoli, che scambiano le casse pensionistiche (altrui) come una specie di bancomat personale a cui attingere liberamente.
Nel 2008, le palazzine già interessate dalla trattativa tra Di Stefano e Guagnelli e Pulcini sullo sfondo della Regione Lazio, tutte situate in Via del Serafico, nel quartiere Ardeatino dove il valore immobiliare di mercato si aggira attorno ai 4.000 € al m², sono oggetto di una seconda transazione…
Enpam Il 14 Ottobre del 2008, la commissione patrimoniale dell’ENPAM (l’Ente di Previdenza ed Assistenza di Medici e Odontoiatri) prende in esame l’acquisto del palazzo di via Serafico 107 già affittato alla Regione. A curare la trattativa è sempre la Belgravia Investimenti.
Il 21 Ottobre i fratelli Pulcini avviano la compravendita dell’immobile con prezzo fissato a 29 milioni di euro, firmando un contratto preliminare con versamento di 2 milioni di euro.
Il 22 Ottobre, la Belgravia Invest Srl, per gentile intercessione dell’assessore Di Stefano partecipa al bando regionale per l’affitto dei nuovi locali della “Lazio Service”.
A Marzo 2009, l’immobile viene venduto all’ENPAM per 58 milioni di euro, con una plusvalenza del 100%. Nel 2010 viene acquistato (tramite la Coedimo Srl) anche il secondo immobile per 31 milioni di euro e subito rivenduto all’ENPAM al costo di 59,7 milioni di euro.
Per una così lungimirante operazione immobiliare, soprattutto per la cassa previdenziale degli odontoiatri, la Procura di Roma ha disposto una indagine per truffa aggravata nei confronti dell’ex presidente dell’Ente Eolo Parodi, Maurizio Dallocchio, docente all’università Bocconi ed ex consigliere esperto dell’ente, l’ex direttore generale Leonardo Zongoli e l’ex responsabile degli investimenti finanziari Roberto Roseti. L’ex direttore del dipartimento immobiliare dell’ente, Luigi Antonio Caccamo che, in cambio dell’affare avrebbe ottenuto dai Pulcini l’uso di una casa di sei stanze a Trastevere, è invece accusato di corruzione.
WackyRacesAntHill_MobLe gigantesche creste ai danni dei bilanci degli enti previdenziali, che oltre a salassare le categorie professionali di riferimento sono chiamati a corrispondere le future pensioni dei medici (tra cui giovani e precari che pagano contributi salatissimi) ed erogare quelle dell’oggi, vista la sostanziale impunità del reato con la restituzione del malloppo, passando per la (s)vendita degli immobili pubblici, tendono a ripetersi con modalità più o meno sempre uguali.
D’altronde, da Pietro Lunardi a Claudio Scajola, le case sono da sempre una grande passione della “politica”, con immobili di pregio che variano di prezzo tra una cessione ed una compravendita, a velocità della luce, dove a guadagnarci sono in pochissimi e quasi sempre gli stessi…
Enpapi È il caso dell’ENPAPI (l’ente previdenziale degli infermieri), con l’acquisto della sua nuova sede in Via Farnese capace di rivalutarsi del 25% in un solo giorno, con immobili che passano di mano nel giro di 24 ore…

«Una sede prestigiosa acquistata per un controvalore di 20 milioni di euro. È quanto ha fatto Enpapi, cassa previdenziale degli infermieri, il 29 aprile 2009 comprando la villa di via Farnese 3, in Roma (quartiere Prati), dalla società Dm Immobiliare. Villa che, nello stesso giorno, Dm Immobiliare aveva rilevato da Citec International (gruppo Citec, specializzato in soluzioni informatiche) per un corrispettivo di 16 milioni.»

Vitaliano D’Angerio
La villa che si rivaluta del 25% in un giorno
Il Sole 24 Ore – (02/02/2012)

Plusvalenza alla vendita: 4 milioni di euro. Tanto a pagare sono gli infermieri.
ENPAPMa niente batte l’incredibile vicenda dell’ENPAP (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza degli Psicologi), con un intero palazzo comprato e rivenduto in un solo giorno, con una cresta da 18 milioni di euro tutta a carico delle casse previdenziali dell’ente.
Il 31 gennaio 2011, l’immobiliare bresciana Estate due srl acquista dal Fondo Omega, un palazzo di oltre 3.000 mq (cinque piani con seminterrato) in pieno centro di Roma, in Via della Stamperia nello storico rione Trevi, al costo di 26 milioni e mezzo di euro e nello stesso giorno rivenduto all’Ente previdenziale degli psicologi per la modica cifra di 44 milioni e mezzo di euro.
Riccardo Conti Amministratore unico dell’immobiliare di Brescia (con un capitale sociale di 73.720 euro e nessuna struttura organizzativa) è Riccardo Conti, che all’occorrenza è anche senatore PdL e che per inciso in tutta la compravendita non sborsa un solo euro.
Il Fondo Omega che detiene la proprietà del palazzo a prezzo variabile è il fondo immobiliare della banca Intesa San Paolo, su gestione della Fimit. A presiedere Angelo Arcicasal’ENPAP e sottoscrivere l’acquisto è invece il lungimirante Angelo Arcicasa, al quale potevano vendere benissimo anche la fontana di Trevi data la sua disponibilità di spesa ed il valore che attribuisce al denaro, peraltro non suo.
In pratica, la nuova sede dell’Enpap viene pagata 14.000 euro a mq. E con IVA inclusa l’intera spesa arriva a sfiorare i 54 milioni di euro. Come invece il costo di un immobile possa aumentare di 18 milioni di euro in una sola giornata lavorativa, è mistero che non l’oculato Angelo Arcicasa, né la FIMIT di Massimo Caputi si sono mai dati la pena di spiegare per un ‘affare’ clamorosamente in perdita.
L’unico a guadagnarci (e parecchio pure!) è il senatore Conti, che non contento si guarda bene dal versare l’IVA dovuta. E si dimentica pure di pagare la ditta che effettua (da contratto) i lavori di ristrutturazione. Si tratta in fondo di una peculiarità distintiva per tutti i ladri che affollano la corte dei papiminkia.

Pappone costituente

En passant, la società immobiliare del senatore Conti si dimentica anche di fornire i certificati di agibilità e le planimetrie catastali del palazzo venduto all’ENPAP, senza che peraltro il presidente Arcicasa si sia mai preso il disturbo di richiederli, col risultato che in tal modo la proprietà risulta invendibile né cedibile a terzi.
Denis VerdiniCom’è, come non è, un milione di euro legato alla compravendita della sede ENPAP finiscono rigirati dal senatore Conti nelle tasche del senatore Denis Verdini, suo degno collega di partito, senza che si capisca bene a che titolo (la penale per un precedente prestito mai chiarito di 10 milioni di euro).
E d’altronde l’amico Denis non è nuovo a simili intrallazzi. Infatti, oltre ad illecito finanziamento (si sospetta la creazione di una provvista di fondi neri), l’intraprendente Verdini dovrà rispondere anche per gli appalti pilotati nella costruzione della nuova Scuola per la formazione dei marescialli dei Carabinieri a Firenze, nell’ambito della sua indefessa attività di “mediatore” al centro di alcuni dei più torbidi intrighi del ventennio berlusconiano nell’ambito della cosiddetta P3 (ne avevamo parlato QUI).
Renzi e VerdiniAttualmente, Denis Verdini è l’interlocutore privilegiato (e si può dire unico) del Telemaco trapiantato a Palazzo Chigi: quello che litiga tutti i giorni con ogni cosa sia collocabile vagamente a sinistra, insulta i sindacati, e odia i “professoroni” a meno che non gli diano sempre ragione. Però è pappa e ciccia con la Confindustria (che gli paga Leopolda e campagna elettorale) e riscrive la Costituzione col pappone di Arcore, di cui Verdini è il plenipotenziario di fiducia.
CUOREIn quanto a Marco Di Stefano, l’entità dell’affare e dell’aggravio di spesa ai danni della Regione Lazio, non hanno impedito al nostro eroe di essere ricandidato a tutte le tornate elettorali successive e maturare il suo bel vitalizio. Inserito nel listino bloccato alle ultime elezioni amministrative, in quota PD nella circoscrizione Lazio1, Marco Di Stefano è risultato essere il primo dei non eletti alla Camera, ed è potuto entrare in Parlamento solo ad agosto 2013, per la rinuncia di Marta Leonori entrata come assessore al Comune di Roma.
Shingeki no kyojinIn virtù delle sue passate e straordinarie esperienze gestionali, a Di Stefano è stato subito assegnato un posto come membro della Commissione Finanze del Parlamento. Attualmente (bontà sua!) si è autosospeso.
Boardwalk-EmpireSono i soliti avanzi di ‘nuovo’, che non passano mai.

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L’Eterno Ritorno

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 novembre 2011 by Sendivogius

Se è vero che la Storia si ripete sempre due volte, non è detto che rispetti necessariamente le modalità dell’alternanza tra la “tragedia” e la “farsa”…
L’indicibile bubbone purulento in cui sembra precipitata Finmeccanica, da modello di eccellenza a collettore politico del parassitismo clientelare, ricorda per dinamiche e somiglianze l’immane scandalo che coinvolse l’Enimont al principio degli anni ’90 e che segnò il passaggio tra la “prima” e “seconda” Repubblica, all’apice di Tangentopoli in concomitanza dei primi “governi tecnici” (Ciampi-Amato). Ma al contempo l’affaire Finmeccanica surclassa lo scandalo originario (Enimont), trasformando la pietra nel macigno che potrebbe innescare la frana pronta a travolgere questa immonda ‘Seconda Repubblica’ dell’intrallazzo generalizzato e dell’affarismo estremo.
Al confronto con lo scempio tuttora in atto a FINMECCANICA, senza peraltro che il neo-superministro Monti se ne stia dando troppa pena, la maxitangente ENIMONT sembra quasi una bagattella insignificante, all’insegna della sobrietà. Il contrasto è stridente, specialmente se si paragonano i Gardini o i Cusani ai personaggi d’operetta di questa ennesima ed indecentissima tornata sul palco osceno di una delle principali holding del pianeta (ancora ma per quanto?) all’avanguardia in alta tecnologia aero-spaziale…
Voraci falangi di maneggioni quarantenni, cortigiane raccomandate dal papi, neo-nazisti con la passione per i rally ed ex arnesi dell’eversione nera, cowboy cogli stivali perennemente ai piedi, pedofili e miracolati della “prima repubblica”, che si muovono insaziabili sullo sfondo di Enav-Finmeccanica, trasformate in un mandamento privato della ferale coppia Guarguaglini-Grossi: l’Olindo e Rosa della meccanica italiana.
Un giro vorticoso di mazzette, appalti truccati, commesse gonfiate, creste milionarie giocate su consulenze farlocche, affari opachi e fondi nere, poltrone vendute all’asta della corruzione politica… che hanno fatto precipitare i rendimenti delle azioni di Finmeccanica ai minimi storici, con perdite per milioni di euro, e i bilanci devastati di una holding infeudata dai partiti. In particolar modo, la società sembra essere diventata il personale giocattolo dei vari ras fascisti, transumati da AN al PdL, e soprattutto sembrerebbe assurta a banca di finanziamenti illeciti per l’UDC, che parrebbe gestirne le nomine (previa supervisione dell’intramontabile Gianni Letta) ed i flussi di denaro verso le casse del partito.
Tuttavia, alla greppia di Finmeccanica pare abbiano mangiato davvero tutti, a seconda delle possibilità e dell’influenza politica. Naturalmente, senza la piena conferma dei riscontri oggettivi, il condizionale è d’obbligo.
Dinanzi al particolare attivismo del partito centrista (che dalla fetida carcassa della vecchia balena bianca porta in dote vizi e appetiti smisurati) attorno ai vertici di Finmeccanica, come non credere alle reiterate smentite dei suoi vertici e le recise prese di distanza?!? Collusioni e fenomeni di concussione sono infatti quanto di più estraneo possibile alla collaudata tradizione democristiana dell’UDC, formazione politica che tra le sue fila vanta il record assoluto di pregiudicati per reati di natura patrimoniale…
A tal proposito, vale la pena di riportare per intero un lungo reportage realizzato nel Luglio 2004 dal giornalista Alberico Giostra per conto del settimanale “Diario”. Si noterà come tutto torna in una girandola perversa di nomi e di abitudini, che magari si riciclano sotto diversa casacca, si reinventano “responsabili”, ma non mutano mai… Quasi non si possa fare a meno del loro nefasto ‘contributo’.
Nonostante siano trascorsi ormai 7 anni, la lettura dell’articolo resta illuminante nella sua inalterata attualità. Ve lo riproponiamo per intero nella versione integrale. Ab uno disce omnis:

IO DENTRO: Il libro nero dell’Udc

“Mafia, corruzione, usura, estorsione, abusi edilizi e persino sessuali. Dall’Abruzzo alla Sicilia, la nuova Dc conta decine di indagati e condannati. Il partito di Follini e Casini li protegge e li promuove, perché i suoi voti stanno tutti lì.”

  di Alberico Giostra (da “Diario” del 9 luglio 2004)

Nel corso della trasmissione Porta a porta dell’8 giugno (2004), affrontando il tema del voto europeo nel Sud, Achille Occhetto identificava la questione meridionale con la questione morale. Contro Occhetto si scagliava subito il ministro Rocco Buttiglione, dell’Udc, rimproverandogli di aver diffamato il capo della sua segreteria Giampiero Catone che Occhetto aveva appena definito «pluricondannato».
L’ultimo segretario del Pci in quell’occasione commetteva due errori. Il primo: Giampiero Catone non è mai stato condannato in via definitiva, è stato solo rinviato a giudizio. Il secondo: Occhetto ha sbagliato a identificare la questione meridionale con la questione morale. In verità è l’Udc la questione morale del Mezzogiorno. Per dimostrarlo, vi proponiamo un breve viaggio nelle viscere sudiste di quel partito.

 Abruzzo. Iniziamo proprio da Catone, che alle elezioni europee del 13 giugno ha ottenuto 44.213 voti, 2.868 voti in più del capolista Buttiglione, ma non è stato eletto. Il politico abruzzese, che è anche direttore del quotidiano La Discussione, fu arrestato il 9 maggio del 2001 insieme a suo fratello Massimo, allora candidato del Ccd, per i reati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, falso, false comunicazioni sociali e bancarotta fraudolenta pluriaggravata. L’inchiesta del pm romano Salvatore Vitello riguardava 12 miliardi di finanziamenti a fondo perduto del ministero dell’Industria ottenuti tra il 1995 e il 1999 dalle società di Catone. Secondo la Procura di Roma, il denaro pubblico fu ottenuto attraverso atti e perizie falsi che consentirono all’organizzazione di cui Catone faceva parte di ricevere più volte lo stesso contributo per un’industria tessile mai esistita. A Catone i giudici contestarono anche due bancarotte fraudolente per 25 miliardi di lire. I magistrati romani ritenevano che le circa 50 società italiane ed estere che facevano capo a Catone fossero solo delle scatole cinesi all’interno delle quali si verificarono movimenti finanziari economicamente irragionevoli, che avevano il solo fine di mettere in atto delle truffe. Catone, inoltre, il 13 dicembre 2003 è stato rinviato a giudizio dal gip del Tribunale di Chieti per bancarotta fraudolenta per il fallimento della Abatec, un’azienda di Chieti Scalo che produceva macchinari per fabbricare pannolini e di cui Catone era stato amministratore. I fatti risalgono al periodo compreso tra il 1988 e il 1996. Tra le accuse contestate figuravano l’aumento del capitale sociale dell’Abatec, da 96 a 450 milioni di lire, deliberato con l’attribuzione di nuove quote societarie prima ancora che fossero sottoscritte le prime. Inoltre, tramite altre società e operazioni finanziarie all’estero, sarebbero state emesse fatture per operazioni parzialmente inesistenti.

 Molise. Dall’Abruzzo spostiamoci in Molise, a Termoli. Il 12 maggio scorso il capogruppo Udc alla Camera Luca Volontè e il deputato Udc Remo Di Giandomenico, sindaco di Termoli, in una conferenza stampa, anticipando il contenuto di una interrogazione parlamentare, attaccavano i carabinieri della cittadina adriatica accusandoli di fare tutto tranne il proprio mestiere, cioè reprimere la criminalità. E il giorno dopo il sindaco Di Giandomenico annunciava addirittura lo sfratto per morosità dei carabinieri dalla loro caserma di proprietà del Comune. Una strana vicenda, se solo si considera che il 4 dicembre 2003 il sindaco aveva consegnato ai militari un attestato di benemerenza. La sparata del sindaco arrivava cinque giorni dopo un’operazione condotta dagli stessi Carabinieri che aveva portato al sequestro, in un ambulatorio privato della moglie del sindaco, Patrizia De Palma, di un ecografo del valore di 100 mila euro risultato rubato dal reparto di Ostetricia dell’Ospedale San Timoteo di Termoli, reparto di cui è primario proprio la moglie del sindaco. «Anche a me capita di portare delle carte dall’ufficio a casa», ha minimizzato il deputato dell’Udc a La Repubblica. Ma non è la prima volta che la De Palma, che per questa vicenda ha ricevuto un avviso di garanzia, ha problemi con la giustizia: risulta infatti condannata in via definitiva per alterazione di stato civile, avendo falsamente attribuito la paternità di una bambina nata nel suo reparto a un suo amico. Poi Di Giandomenico ci ha ripensato, ha rinunciato a sfrattare i Carabinieri e dell’interrogazione si sono perse le tracce.
Di un altro rappresentante della classe dirigente dell’Udc, ovvero Aldo Patriciello, vicepresidente della Regione Molise con due condanne passate in giudicato, i lettori di Diario sanno già molto (vedi il numero 46/47 del 2003). Basti aggiungere che il suo nome è stato citato nell’ordinanza di arresto dell’editore casertano Maurizio Clemente emessa l’11 dicembre scorso. Secondo i giudici della Procura di Santa Maria Capua Vetere, Clemente è un estorsore che ricattava politici e imprenditori con i suoi giornali e che avrebbe diffamato il proprietario di una clinica di Caserta per costringerlo, in cambio della cessazione degli attacchi giornalistici, a vendere la sua clinica ad Aldo Patriciello. Un acquisto poi non andato in porto. Mentre il 4 aprile scorso i giudici di Campobasso hanno posto sotto sequestro il Centro di Riabilitazione di Salcito che la clinica Neuromed, di proprietà dei Patriciello, aveva avuto in comodato d’uso gratuito dalla Regione. Alle ultime europee Patriciello ha avuto un successo personale straordinario con 69.230 preferenze, non risultando eletto per poco e togliendosi lo sfizio di prendere, in Molise, più voti di Berlusconi. L’unico che al Sud è riuscito a battere Patriciello è stato Lorenzo Cesa, eletto a Strasburgo con 99.682 preferenze. Cesa, capo della segreteria di Follini, è stato condannato il 21 giugno del 2001 insieme all’ex ministro dei Lavori pubblici Giovanni Prandini a tre anni e tre mesi di carcere per corruzione aggravata. Cesa era stato arrestato nel 1993 dopo essere stato latitante e dopo aver ammesso di aver percepito qualche centinaio di milioni di tangenti. Il 16 giugno del 2003 la Corte d’appello di Roma ha annullato la sentenza sostenendo che il pm aveva svolto funzione di gup (giudice dell’udienza preliminare), rinviando a giudizio gli imputati: che si salveranno perciò grazie alla prescrizione.
Della Dc, Follini e Casini non buttano via niente: sempre in Molise nelle file dell’Udc milita Enrico Santoro, già presidente della Dc regionale e condannato in via definitiva nel 2002 per concussione. Santoro è membro della direzione nazionale Udc.

 Puglia. Passando in Puglia, ci accorgiamo che Marco Follini, in visita a Bari il 31 ottobre scorso, dichiarò ai giornali locali che «la questione morale esiste». Evidentemente era al corrente che il consigliere comunale dell’Udc Michele Carbonara era stato arrestato nel maggio del 2003 con l’accusa di concorso in concussione continuata in compagnia di altri quattro esponenti del Polo: secondo quanto accertato dagli investigatori, per convincere un imprenditore a pagare, i consiglieri di centrodestra minacciavano di insabbiare la sua pratica o di bloccare la lottizzazione dell’area che lo interessava. E a Follini non sarà sfuggito il caso di Andrea Silvestri, assessore regionale pugliese alla Formazione dell’Udc, arrestato nell’aprile del 2004 e già condannato a un anno di reclusione per abusi sessuali su una ragazza di 14 anni a cui avrebbe toccato i seni e le parti intime dopo averla baciata sul collo. L’uomo politico cattolico, secondo il gip barese, si sarebbe distinto per un «pantagruelico approfittamento del denaro pubblico» e «disprezzo verso il contribuente» ed è stato rinviato a giudizio con 65 capi d’imputazione. Sessantadue fanno riferimento alle accuse di falso, truffa e peculato per viaggi e soggiorni in diverse località d’Italia che l’assessore avrebbe addebitato alla Regione Puglia, ma compiuto per interessi personali (anche di natura erotica). Silvestri ha deciso di riparare versando 9 mila euro. Tre sono poi i reati di concussione e tentata concussione per aver preteso da tre società denaro, assunzioni e imposto acquisti di materiale vario, oltre al pagamento di consulenze fantasma. Silvestri, dimessosi da assessore, ha ricevuto la solidarietà del partito e in un’occasione il suo ingresso in un’assemblea dell’Udc è stato accolto con applausi.
Ancora in Puglia, ricordiamo l’arresto del sindaco Udc di Sannicandro Garganico, Nicandro Marinacci, avvenuto l’8 gennaio scorso per abuso e falso materiale in atto pubblico. Mentre nel Salento il senatore Udc Salvatore Meleleo nel novembre del 2003 è stato indicato dall’ex boss pentito della Sacra Corona Unita Filippo Cerfeda come destinatario di voti mafiosi insieme all’altro eletto del Polo. Meleleo ha smentito di aver cercato appoggi nella Sacra Corona Unita. Non può smentire di essere anche un produttore di acqua minerale: nel giugno del 2001 un lotto della sua acqua Eureka è stato posto sotto sequestro e Meleleo è stato indagato per commercio di sostanze nocive.

 Basilicata. Arrivando in Basilicata, ci si imbatte nell’arresto di Antonio Melfi, capogruppo dell’Udc in Consiglio regionale, finito dietro le sbarre il 30 ottobre del 2000 con l’accusa di concussione, abuso d’ufficio e turbativa d’asta, per una vicenda che risale a quando era sindaco di Tricarico. Secondo l’accusa, Melfi avrebbe pilotato alcune gare d’appalto in cambio di voti.

 Campania. In aprile, un big della politica campana degli anni Novanta, Alfonso Martucci, ha aderito all’Udc. Già deputato del Partito liberale italiano e vicepresidente della commissione Giustizia della Camera, Martucci è un noto penalista difensore di numerosi camorristi tra i quali il boss Lorenzo Nuvoletta. Nel 1997 Martucci ha patteggiato una condanna a dieci mesi di carcere per associazione camorristica ottenendo la derubricazione dell’accusa di corruzione elettorale. Secondo i giudici, l’ex parlamentare si «sarebbe avvalso della forza di intimidazione del clan dei Casalesi» per ottenere voti alle politiche del 1992, quando le preferenze per Martucci nel comune di Casal di Principe portarono il partito oltre il 30 per cento. Secondo alcuni collaboratori di giustizia, durante la campagna elettorale del 1992, diversi esponenti del clan Schiavone avrebbero accompagnato Martucci agli incontri con gli elettori e avrebbero svolto propaganda presentandosi, anche armati, nelle abitazioni di Casal di Principe e altri comuni del Casertano, impedendo agli altri candidati di affiggere i propri manifesti.

 Calabria. In Calabria la memoria va subito a un caso rivelato il 26 giugno 1998 dal giudice Nicola Gratteri: il boss della Locride Antonio Romeo, accusato di associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di droga, aveva svolto attività legale nello studio dell’allora senatore del Ccd Bruno Napoli (ora Udc), che si difese ammettendo la circostanza, ma sottolineando che il rapporto di lavoro era durato un solo anno e risaliva al 1987. Romeo, detto «l’avvocato», latitante per quattro anni, nel luglio del 1998 è stato condannato a 24 anni di carcere e nel 2002 ad altri sei. Calabrese è anche il sottosegretario udiccino alle attività produttive Giuseppe Galati, coinvolto ma non indagato nello scandalo della cocaina scoppiato nella Roma bene nel novembre del 2003. Nell’ordinanza del Gip si legge che Galati «soprannominato “Pino il Politico”, si rifornisce stabilmente di cocaina dal pusher Martello. Gli acquisti hanno cadenza almeno settimanale e sono effettuati direttamente, o tramite Armando De Bonis, suo uomo di fiducia che ha libero accesso presso il ministero delle Attività produttive».
Pino Galati, avvocato, classe 1961, è il leader incontrastato dell’Udc nel catanzarese e soprattutto nella sua Lamezia Terme, cittadina il cui Consiglio comunale è stato sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2002. Tra gli eletti nel Consiglio sciolto c’era Giorgio Barresi del Ccd, messo in lista per volere di Galati. Barresi è stato arrestato per usura il 30 settembre 2002, mentre nel luglio del 2001 era rimasto ferito in un conflitto a fuoco a Sambiase mentre si trovava in compagnia di due presunti affiliati alla ’Ndrangheta, Vincenzo Iannazzo e Bruno Gagliardi. Secondo l’accusa, Barresi avrebbe fatto parte di un’organizzazione che gestiva un giro di prestiti a tassi di usura collegata ad ambienti della criminalità organizzata lametina. A Barresi i giudici hanno sequestrato il patrimonio giudicato sproporzionato rispetto al suo reddito. Tornato in libertà il 18 febbraio 2003, il giorno dopo è stato di nuovo arrestato: il gip di Lamezia ha sottolineato nell’ordinanza «i gravi indizi di colpevolezza in ordine ai reati contestati» e la «non comune professionalità di Barresi nell’attività di prestare denaro a tassi d’interesse usurari». E infine Barresi è stato ancora una volta tratto in arresto il 16 giugno scorso con l’accusa di associazione mafiosa, estorsione e usura. Tra i motivi dello scioglimento del consiglio, la presenza di consiglieri imparentati con esponenti di cosche locali e tra questi Peppino Ruberto dell’Udc. Il sindaco di Forza Italia lo ha difeso: «Parentele del quinto o sesto grado», ha detto. Sarà sicuramente una coincidenza, ma il 26 novembre 2003 un nutrito gruppo di deputati dell’Udc ha presentato la proposta di legge n. 4254 volta a rendere più difficile lo scioglimento per infiltrazioni mafiose delle assemblee elettive degli enti locali.

 Sicilia 1. Dulcis in fundo la Sicilia. Secondo il pentito Nino Giuffré, il boss dei boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano avrebbe dato indicazioni di voto a favore di Antonino Cosimo D’Amico, già consigliere provinciale dell’Udc, risultato non eletto per pochi voti in Consiglio regionale nel 2001 e poi arrestato nel dicembre del 2002 per aver favorito un’impresa edile legata a Provenzano, in compagnia di un altro consigliere provinciale dell’Udc, Gigi Tomasino. Mentre, nel 1999, il pentito Francesco Marino Mannoia aveva dichiarato che Pippo Gianni, attuale deputato dell’Udc, era uno dei medici amici di Cosa nostra e aiutava i picciotti in carcere a simulare false malattie. Gianni, che ha querelato Mannoia, è stato arrestato per droga all’inizio degli anni Ottanta insieme a uomini della cosca di Raffadali e poi prosciolto. Dopo una condanna a tre anni per concussione è stato assolto dalla Cassazione.
Curiosa è la storia del senatore catanese Domenico Sudano, ex Dc e ora Udc, che il 23 novembre 1995 è stato condannato con rito abbreviato a un anno e quattro mesi per abuso d’ufficio, dopo aver concesso illegalmente un ricongiungimento di carriera e un cambio di funzioni a un dipendente dell’Unità sanitaria di Catania di cui era dirigente. Curiosa perché Sudano ora si ritrova in maggioranza insieme a tre suoi implacabili censori: Gianfranco Fini, Altero Matteoli ed Enzo Trantino, che nel 1993 lo indicarono pubblicamente come sospetto di voto di scambio con la mafia.
Tra i parlamentari dell’Udc che hanno riportato una condanna di primo grado c’è anche il messinese Giuseppe Naro, ex presidente democristiano della Provincia, cui il Tribunale della sua città ha inflitto il 6 aprile del 2002 una condanna a un anno e sei mesi per associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta. Naro, secondo i giudici, ha fatto parte, al tempo della tanto rimpianta Dc, di una cupola affaristica che controllava i più importanti appalti pubblici cittadini, per circa 4 mila miliardi di lire. Naro, che era già stato arrestato nel 1993 e poi assolto per l’acquisto di un palazzo che valeva 24 miliardi e che fu pagato 30, nel 1994 è stato condannato in primo grado a tre anni di reclusione per aver fatto acquistare dalla Provincia fotografie di Messina a un prezzo sproporzionato. Anche la Corte dei Conti gli chiese un risarcimento.
 A spadroneggiare in Sicilia sono alcuni big del partito, come Totò Cuffaro, presidente della Regione, o Calogero Sodano, il mitico ex sindaco di Agrigento. Quest’ultimo, eletto al Senato con oltre 50 mila voti, il 28 gennaio scorso è stato condannato dalla sesta sezione penale della Corte di Cassazione a un anno e sei mesi di reclusione per omissione di atti d’ufficio, non avendo ostacolato il fenomeno dell’abusivismo edilizio. Prosciolto da un’accusa di favoreggiamento personale nel dicembre del 2003, il 24 luglio dello stesso anno Sodano è stato rinviato a giudizio per abusivismo edilizio, alterazione di bellezze naturali di luoghi sottoposti a vincolo paesaggistico, falso ideologico e abuso d’ufficio. Quando era sindaco avrebbe abusivamente trasformato in villa un ovile intestato prima alla suocera e poi a sua moglie e situato nella zona A del Parco della Valle dei Templi.
Sodano, che dovrà pagare 80 mila euro per aver diffamato Legambiente, il 17 maggio e il 20 dicembre 2003 è stato condannato in primo grado rispettivamente a due anni e quattro mesi di reclusione per truffa, abuso d’ufficio e falso nell’ambito dell’urbanizzazione del quartiere Favara Ovest e a dieci mesi per abuso d’ufficio nell’attribuzione di un appalto per un depuratore. Sodano aveva anche cercato di utilizzare la Legge Cirami per trasferire i suoi processi dal Tribunale di Agrigento, inquinato secondo lui da un libro dell’ambientalista Giuseppe Arnone, ma il 27 marzo del 2003 la Cassazione gli ha detto di no. Nell’agrigentino si trova Palma di Montechiaro, dove nello scorso aprile 16 persone sono state arrestate con l’accusa di avere costituito un’associazione dedita alle estorsioni. Tra loro Totuccio Pace (fratello di uno dei killer del giudice Rosario Livatino), condannato per mafia, e Rosario Incardona, consigliere comunale dell’Udc, già arrestato nel dicembre 2003 per tentata estorsione. Secondo gli inquirenti taglieggiavano anche i pensionati.

 SICILIA 2/CUFFARO E I SUOI AMICI. Magna pars dell’Udc siciliano è Salvatore Cuffaro detto Totò, presidente della Regione, medico e allievo di Calogero Mannino, l’ex ministro dc e ora Udc appena condannato in appello per associazione mafiosa. L’ex «ministro dei lavori pubblici» di Cosa nostra Angelo Siino ha dichiarato di aver appoggiato la campagna elettorale di Cuffaro quando militava nella Dc: «Calogero Mannino, tramite l’imprenditore Antonino Vita, mi aveva raccomandato Salvatore Cuffaro, che si presentò a casa mia accompagnato da tale Saverio Romano» [“responsabile” ex ministro delle Politiche Agricole nell’ultimo Governo Berlusconi]. Cuffaro che in passato è stato condannato in appello e poi assolto per voto di scambio, appena eletto presidente ha nominato capo del suo staff Fabrizio Bignardelli. Bignardelli, ex assessore provinciale di Forza Italia, è stato arrestato il 23 novembre del 2000 con l’accusa di corruzione. Avrebbe incassato somme di denaro per oltre mezzo miliardo, per favorire le cooperative sociali «la Provvidenza» e «Madre Teresa di Calcutta» nell’aggiudicazione di appalti assegnati dalla Provincia. «Fabrizio Bignardelli mi disse chiaramente che gli avrei dovuto dare 50 milioni di lire, altrimenti non avrei più lavorato per la Provincia», ha dichiarato un impreditore. Bignardelli è sotto processo anche per simulazione di reato. Denunciò di aver subito intimidazioni, ma in realtà avrebbe chiesto a un imprenditore di recapitargli anonimamente una corona di fiori viola, di quelle che si depongono sulle tombe, cercando di far cadere i sospetti sui bidelli che gestivano una palestra e affidarne poi la gestione all’imprenditore che lo pagava.
 Tornando a Cuffaro, attualmente il governatore ha due indagini a carico per concorso esterno in associazione mafiosa, rivelazione di notizie coperte dal segreto istruttorio e contributo illecito per un finanziamento elettorale di 20 milioni di vecchie lire, che sarebbe stato versato da un’imprenditrice milanese. La prima inchiesta coinvolge anche il deputato dell’Udc Saverio Romano, anch’egli rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione, il medico Salvatore Aragona, che ha chiesto di patteggiare la pena, e l’ex assessore del Comune di Palermo Mimmo Miceli, anch’egli Udc. Cuffaro è sospettato dagli inquirenti di avere rivelato agli indagati che i loro telefoni erano sottoposti a intercettazioni.
Questa prima inchiesta è collegata all’altra indagine sulle «talpe in Procura», che il 5 novembre scorso ha portato all’arresto dell’imprenditore Michele Aiello, titolare di un importante centro oncologico palermitano, e dei marescialli della DIA e del ROS Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo. E per questa vicenda a Cuffaro, è stato notificato un secondo avviso di garanzia. Nell’indagine, denominata «Ghiaccio», tra i protagonisti figura anche il deputato regionale dell’Udc ed ex maresciallo dei Carabinieri Antonio Borzacchelli, arrestato a febbraio per concussione. Secondo i magistrati, Borzacchelli avrebbe incassato elevate somme di denaro da Michele Aiello in cambio di informazioni riservate su indagini a suo carico. Borzacchelli avrebbe minacciato l’imprenditore di fargli revocare le autorizzazioni sanitarie ottenute per l’apertura della clinica e di fare avviare indagini su di lui se non avesse «pagato». Richieste, arrivate fino a 5-6 miliardi di lire, a cui Aiello avrebbe in parte aderito. Le somme di denaro sarebbero servite anche all’acquisto di una villa che Borzacchelli avrebbe formalmente comprato dal cognato di Aiello, ma che in realtà sarebbe stata «regalata» al politico attraverso il pagamento delle rate di mutuo. Le indagini hanno inoltre accertato numerose operazioni sui conti correnti del deputato, con «rimesse in denaro contante», materialmente versate da Antonino D’Amico, ragioniere delle imprese di Michele Aiello. Il gip Montalbano ha scritto: «Quelle prevaricazioni e vessazioni, quel disonore e slealtà, quella scorrettezza e biasimo che invece trasudano dalle esaminate condotte, grondando copiose, marchiano indelebilmente chi in esse si è avvoltolato come nel fango di una immonda pozza». Per un erede di Don Sturzo e De Gasperi non c’è male.
Tornando ancora a Cuffaro, l’ accusa di concorso esterno si basa sulle intercettazioni registrate nel salotto del boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro. Durante le conversazioni tra il padrone di casa, Miceli e Aragona, è emerso che Guttadauro avrebbe ottenuto che l’Udc candidasse Miceli, divenuto il politico di riferimento della cosca, alle regionali di tre anni fa. Secondo gli investigatori, il medico sarebbe divenuto il tramite con Cuffaro, allora candidato presidente della Regione. E proprio l’ex assessore comunale palermitano Domenico Miceli, dopo l’arresto del giugno 2003, il 14 maggio scorso è stato rinviato a giudizio per concorso in associazione mafiosa e finanziamento illecito dei partiti. Inoltre, secondo il Corriere della sera e i Ds siciliani, Cuffaro sarebbe gravato da una serie di conflitti di interesse avendo partecipazioni in società alberghiere e di trasporti insieme ai suoi fratelli. Una di queste, la Raphael SpA, è partecipata da Sviluppo Italia, la società del Ministero del Tesoro.

 SICILIA 3/LO GIUDICE E I SUOI GIUDICI. Il 29 marzo scorso ad andare in carcere è stato un altro deputato regionale dell’Udc, Vincenzo Lo Giudice, presidente della commissione regionale Sanità. Con lui sono stati arrestati Salvo Iacono, consigliere provinciale dell’Udc, e l’ex consigliere provinciale dello stesso partito Gaetano Scifo. I magistrati accusano Lo Giudice di associazione mafiosa sulla base di intercettazioni telefoniche dalle quali si ricava che l’esponente Udc è stato appoggiato dai clan mafiosi della zona nelle elezioni nazionali e regionali del 2001. Il parlamentare regionale, che nel 2002 il pentito Giovanni Calafato ha indicato come colluso con la mafia, è pure accusato di avere pilotato nel febbraio 2002 una gara d’appalto di oltre cinque miliardi di lire, nel Comune di Comitini. E poi, nella sua qualità di ex assessore regionale ai Lavori pubblici, appalti in numerosi centri. Secondo gli inquirenti, per questi suoi «interventi», avrebbe incassato tangenti che il politico, per paura di essere arrestato, aveva nascosto «sotto il mattone». Da un’intercettazione emerge, infatti, che Lo Giudice si rivolge a un imprenditore per convertire in euro 500 milioni di vecchie lire che aveva occultato per paura di «eventuali sequestri di beni». Nell’operazione si sarebbe fatto aiutare anche da suo figlio Rino, presidente Udc del Consiglio provinciale di Agrigento. Di Vincenzo Lo Giudice gli elettori ricordano la colonna sonora dei suoi spot elettorali tratta dal film Il Padrino. Lui almeno non citava Don Sturzo.
Per i politici che hanno avuto problemi con la giustizia l’Udc è vissuto come un rassicurante scudo, al punto che anche esponenti della sinistra ne abbracciano la causa. Come Leonardo D’Arrigo, già consigliere comunale palermitano eletto in una lista composta da Pds, socialisti e verdi, che nel 1993 è stato condannato in primo grado per abuso d’ufficio e che, dopo essere passato nelle file dell’Udc di cui è autorevole consigliere comunale, dall’aprile scorso è indagato per rivelazione di segreto d’ufficio e abuso d’ufficio, aggravato dal fatto che avrebbe avvantaggiato un’organizzazione mafiosa. Mentre restando nel gruppo consiliare palermitano dell’Udc, il capogruppo Felice Bruscia è indagato dallo scorso maggio per corruzione, perché secondo i giudici avrebbe esercitato pressioni su alcuni funzionari comunali in cambio di denaro affinché accelerassero l’iter per il rilascio delle concessioni di alcune pompe di benzina.
Dallo scorso aprile è indagato a Palermo anche Davide Costa, assessore regionale alla Presidenza, per concorso in associazione mafiosa: i giudici gli contestano di avere cercato appoggi elettorali dalla famiglia mafiosa di Marsala per le elezioni regionali del 2001, offrendo anche 100 milioni di vecchie lire. A scendere direttamente in campo per Costa, allora candidato Ccd e ora Udc, sarebbe stato l’allora latitante Natale Bonafede, per il tramite di Davide Mannirà, finito agli arresti. Contro l’assessore regionale ci sono le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Mariano Concetto, ex vigile urbano di Marsala e affiliato alla cosca mafiosa della cittadina, e numerose intercettazioni. Durante le perquisizioni nell’ufficio dell’assessore Costa, gli inquirenti hanno sequestrato decine di lettere di segnalazione per concorsi pubblici.
Spostandoci a Trapani ci imbattiamo in una vicenda che ha decapitato la locale Casa delle libertà. Il Tribunale ha condannato l’ex sindaco Nino Laudicina, ex Dc, a 21 mesi di reclusione per concussione e falso in atto pubblico. La vicenda giudiziaria si riferisce all’affidamento a una cooperativa della gestione degli asili nido comunali. Per la stessa vicenda, nel gennaio 2003, l’ex consigliere comunale dell’Udc Mario Toscano aveva patteggiato un anno di reclusione. Secondo i giudici, il sindaco e gli altri amministratori hanno falsificato una delibera che concedeva a una cooperativa 600 milioni per la gestione dei servizi di quattro asili nido. La cooperativa era un contenitore per racimolare voti e soldi e negli asili avrebbero dovuto lavorare anche familiari e amici degli amministratori e di alcuni consiglieri comunali. Nella ricostruzione del Tribunale, Toscano era in realtà la vera mente della coop ed era stato lui a gestire le promesse di assunzione a decine di giovani che hanno confermato le promesse ricevute. Nella stessa inchiesta è indagato anche l’ex deputato regionale del Ccd Francesco Canino, già arrestato nel luglio 1998 e indagato per concorso in associazione mafiosa. Secondo la Procura, Canino sarebbe la mente di molte decisioni politico-amministrative a Trapani.
Tra i candidati-indagati alle europee c’è anche il deputato regionale siciliano Carmelo Lo Monte, ex di Sergio D’Antoni e sotto inchiesta a Messina per associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta e truffa in relazione alla costruzione di un parco nel comune di Graniti, di cui Lo Monte è stato sindaco. E nel messinese, a Santa Teresa di Riva, sono indagati per associazione a delinquere, abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio nove membri della maggioranza: sette sono dell’Udc.
La musica non cambia se ci trasferiamo ad Acireale. Il 3 febbraio scorso l’ex sindaco Udc Nino Nicotra è stato arrestato per associazione mafiosa ed estorsione. È accusato di essersi servito di alcuni affiliati del clan Santapaola per risolvere una controversia finanziaria. Le indagini erano state avviate dalle Fiamme gialle dopo una denuncia dello stesso ex sindaco di Acireale, che sosteneva di essere vittima di un’estorsione. L’inchiesta avrebbe accertato che Nicotra non era la vittima, ma l’autore del reato. Alla cosca sarebbe stata offerta la «possibilità di assunzioni in sue aziende per ex detenuti, ottenendo in cambio ausilio da parte dell’organizzazione criminale nell’attività di recupero crediti e sostegno in campagna elettorale». Nicotra, che era già stato arrestato il 21 settembre del 2002 per associazione mafiosa e voto di scambio nell’inchiesta Euroracket, è stato rinviato a giudizio il 25 giugno scorso insieme a Vittorio Cecchi Gori. (at)trazione siciliana. È evidente dalla congerie degli esempi riportati che nell’Udc nessuno si è mai posto il problema di un’attenta selezione della propria classe dirigente nel Mezzogiorno. Ma questa omessa selettività è soltanto un incidente di percorso o si tratta di una consapevole strategia? Sorge il dubbio, infatti, che si voglia offrire l’immagine di un partito indulgente e accogliente, sempre pronto a perdonare certi atavici «difetti» delle classi dirigenti meridionali, un partito che intende riprodurre fedelmente la rovinosa indistinzione tutta democristiana tra pubblico e privato con gli annessi pendant del familismo, del parassitismo e della indifferenza verso la legalità.
 È per tutto questo che l’Udc piace tanto al Sud? Perché dopo i risultati del 13 giugno è chiaro che l’Udc è un partito a trazione meridionale: alle europee ha ottenuto il 5,9 per cento nazionale attraverso il 4 per cento del Nordovest, il 3,9 del Nordest, il 5,4 del Centro, il 7,9 del Sud e addirittura l’11,8 delle Isole. Su un totale di 1.917.775 voti, 948.129 vengono dal Sud e dalle Isole (il 49,4 per cento) e 361.638 dal Centro: totale 1.309.767, il 68,2 per cento del totale. Dei 442.550 voti in più ottenuti rispetto alle europee del 1999 (Cdu+Ccd), 381.922 provengono dal Centrosud, cioè l’86 per cento. Tant’è che nell’area più dinamica del Paese, il Nordest, l’Udc ha perso 4.942 voti: pochi, ma li ha persi. Dei 381.922 voti in più ottenuti nel Centrosud, ben 166.666 (pari al 43,6 per cento), provengono dalle isole e di questi 138.904 (l’83,3 per cento) dalla Sicilia, dove l’Udc ha il 14 per cento dei suffragi con 315.818 voti.
Vuol dire che il 37,6 per cento dei voti in più che l’Udc ha preso in queste europee proviene dalla Sicilia. Ecco perché se l’Udc è un partito a trazione meridionale, è a maggior ragione un partito a trazione siciliana. Al punto che il segretario dell’Udc siciliano Raffaele Lombardo (quello che chiese di estendere a Totò Cuffaro l’immunità del lodo Schifani) pretende per l’Udc un ministero del Mezzogiorno. Che sarebbe come affidare l’Avis a Dracula. In conclusione: una parte dei ceti medi meridionali ha lasciato la sirena berlusconiana per approdare all’Udc riproducendo quell’alleanza tutta andreottiana tra una borghesia amorale e in cerca di protezioni e la distratta e disfatta borghesia romana. Follini, Buttiglione e Cuffaro se ne gioveranno senz’altro, il Paese molto meno.

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