Archivio per Abdul Hamid II

Medz Yeghern

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 aprile 2015 by Sendivogius

Paolo Cossi

“Avrei potuto espellere 100.000 armeni,
ma finora non l’ho ancora fatto”
Recep Tayyip Erdoğan
(15/04/2015)

Recep Tayyip ErdoğanIl presidente turco Erdogan, quando non blatera di cospirazioni straniere ed altre amenità complottarde, non è nuovo a certe uscite pubbliche che ricordano vagamente il Discorso del bivacco di Mussolini.
D’altra parte, questo pigmeo islamofascista in ribollita ultra-nazionalista, con un’altra delle sue sparate che tanto l’hanno reso famoso all’estero, ci aveva già elucubrato le sue perle di saggezza a misura di un’altezza che non supera i tacchi dello statista:

“Se fosse stato un genocidio, come potrebbero esserci ancora armeni nel nostro Paese?”
(29/04/2015)

Provate soltanto ad immaginare se un cancelliere tedesco pronunciasse una simile frase a proposito dello sterminio degli ebrei…!
ErdoganOrdunque, che cos’è esattamente un “genocidio”?
Raphael Lemkin a cui si deve l’elaborazione originaria del concetto, ne delineò le linee fondamentali nel 1944:

«Generalmente parlando, un genocidio non significa necessariamente l’immediata distruzione di una nazione, ad eccezione di quando viene effettuato eliminandone tutti i membri. È da intendersi piuttosto come un ‘piano coordinato’, costituito da differenti azioni mirate alla distruzione delle fondamenta dell’esistenza di gruppi nazionali, con l’intento di annichilirli. Gli obiettivi di un simile piano possono essere la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, del linguaggio, dei sentimenti nazionali, della religione e delle strutture economiche di un determinato gruppo nazionale, nonché la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e anche della stessa vita degli individui che fanno parte di questo gruppo

CossiPer la cronaca, gli Armeni censiti ufficialmente in Turchia sono meno di 25.000 (dei circa due milioni di fine ‘800) e risultano più rari dei panda.
Evidentemente, il presidente Erdogan dev’essere uno di quelli convinti che la sola presenza di un sopravvissuto, tra milioni di morti, possa escludere l’effetto genocida della pratica eliminazionista.
Non per niente gli Armeni, a scanso di equivoci, usano il termine “Medz Yeghérn” (il Grande Male), ma la sostanza rimane la stessa.

Paolo Cossi - Il Grande Male

D’altronde, lo sterminio messo in atto nel 1915 dal governo nazionalista dei “Giovani Turchi” non era che la prosecuzione in chiave moderna (e per questo più ‘efficiente’) delle stragi del ventennio precedente, per la soluzione finale della “questione armena”. Né le persecuzioni, che avevano raggiunto il loro acme coi massacri hamidiani del 1894-1896, erano mai cessate, continuando a fasi alterne ed intensità variabile anche negli anni successivi, fino al loro ultimo epilogo…
Paolo Cossi Medz YeghernDopo un tentativo di insurrezione a Sassun nel 1904, gli scontri con gli Armeni che ormai si sono organizzati militarmente sotto la guida dell’Hunchakian e del Dashnak proseguono sporadicamente fino al 1908, secondo le solite modalità di azione. E non riuscendo ad avere ragione militarmente degli insorti, l’esercito regolare e le milizie ausiliarie al suo seguito rivolgono le loro rappresaglie terroristiche contro la popolazione civile.

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I Giovani Turchi
Giovani Turchi (quelli veri) Le repressioni continuano fino all’estate del 1908, quando (il 24/07/1908) la III Armata di stanza a Salonicco, ispirata dall’esempio del maggiore di origini albanesi Ahmed Niyazi, si solleva contro il sultano Abdul Hamid II, chiedendo il ripristino della Costituzione del 1876 e l’indizione di libere elezioni. A guidare la rivolta militare è una eterogenea alleanza di ambiziosi ufficiali di formazione europea e piccoli funzionari della burocrazia imperiale, di ispirazione liberale e progressista, ma soprattutto nazionalista, che si fanno chiamare “Giovani Turchi” sulla falsariga della Giovine Italia” di Mazzini.

Giovani Turchi«Il golpe del 1908 segna l’ingresso in scena dei cosiddetti “Giovani Turchi”, eredi dei “Giovani Ottomani” che nel 1876 erano stati la spina dorsale del movimento costituzionalista. I Giovani Turchi sono una galassia di gruppi uniti da alcuni obiettivi comuni, che vanno dalla difesa dell’integrità territoriale dell’Impero alla instaurazione di un regime democratico-parlamentare. Auspicano uno stato laico e puntano al primato della cultura e dell’etnia turca in un paese modernizzato. All’interno di questo quadro generale di riferimento convivono però due tendenze divergenti: una liberale in politica, liberista in economia, e favorevole ad una evoluzione dell’impero in senso federalista; l’altra invece favorevole all’instaurazione di un regime autoritario, ultranazionalista e fortemente accentrato.
Soldati turchi della III ArmataÈ questa seconda concezione che predomina nell’Ittihad Ve Terakki Comyeti (Comitato per l’Unione e il Progresso), che ha guidato la rivoluzione di luglio e raccoglie adesioni soprattutto tra i giovani ufficiali superiori che ne costituiscono lo zoccolo duro

Sergio De Santis
“Il genocidio degli Armeni”
(Marzo, 1996)

sultans-cavalryIn un primo momento, gli Armeni salutano con entusiasmo l’avvento del nuovo regime costituzionale, tanto che alla coalizione aderiscono anche i socialrivoluzionari armeni del Dashnaktsutiun, che stilano una piattaforma comune di riforme da condividere con l’Ittihad.
Anno 1909Il 13 Aprile del 1909 il governo costituzionalista deve fronteggiare un ultimo tentativo di restaurazione ad opera del vecchio sultano Abdul Hamid che, secondo una tattica già collaudata in passato, impiega gli studenti (taliban) delle scuole coraniche della capitale, come forza d’urto per ripristinare il suo potere assoluto (di natura califfale) ed il ritorno alla piena applicazione della sharia. Al contempo, soffiando sui rancori ed i pregiudizi degli strati più arretrati della popolazione rurale, i sostenitori del sultano aizzano la plebaglia delle campagne contro i soliti Armeni, i quali vengono investiti dallo spaventoso pogrom di Adana, che si estende ben presto a tutta la Cilicia in una esplosione di violenza primordiale. Dei circa 30.000 Armeni periti nella mattanza, molti vengono impalati, squartati, o spellati vivi.
1908 - Ingresso del generale Sevket a CostantinopoliIl 24 Aprile, il tentativo controrivoluzionario è già fallito, con l’intervento del generale Mahmud Sevket che al comando Abdul Hamid IIdell’Armata di Macedonia occupa Costantinopoli e costringe il sultano Abdul Hamid II ad abdicare, a favore del suo imbelle fratello (Mehmet Raschid) che assume il nome di Maometto V.
Tuttavia, il fatto che l’esercito regolare, inviato a sedare i disordini, si unisca invece ai massacratori nella loro caccia selvaggia, contribuisce non poco a pregiudicare in fretta i rapporti tra i partiti armeni e l’Ittihad, che si guastano in un clima di profonda diffidenza fino all’inevitabile rottura del 1911.
italsavoiaAd aggravare la situazione interna e la tenuta di governo, contribuisce inoltre l’annessione della Bosnia Erzegovina all’Impero asburgico e l’esito disastroso della prima guerra balcanica (che tanto contribuiranno all’incidente di Sarajevo), unitamente alla guerra italo-turca per il possesso della Libia. Sono eventi che, insieme all’ampio ricorso ai brogli elettorali, contribuiscono a minare profondamente la legittimazione ed il sostegno popolare verso l’esecutivo liberaldemocratico, dove la componente autoritaria e militarista diventa sempre più preponderante. Tra i più oltranzisti, si distinguono i colonnelli Enver e Jemal, nonché il funzionario delle poste Mehemed Talaat.
Lanceri 1890E ciò avviene in un Paese profondamente traumatizzato e confuso che, nella sua sindrome di accerchiamento, teme la dissoluzione, mentre al contempo vede affluire al suo interno milioni di profughi musulmani in fuga dai nuovi regni balcanici, dove sono oggetto di una vendetta feroce soprattutto ad opera di Serbi e Bulgari.

«La nuova situazione geopolitica dell’impero ottomano provoca una svolta sociale anche sul piano interno. Fallita la promessa di salvaguardare l’integrità dell’impero, arenata la politica di riforme, ed entrato in crisi anche il sistema democratico-parlamentare va sempre più rafforzandosi nell’Ittihad l’ala militare ultranazionalista.
Ismail Enver La rottura avviene il 23/01/1913 con “l’incidente della Sublime Porta”: Enver Bey alla testa di un drappello di militari irrompe nel palazzo imperiale, abbatte a colpi di rivoltella il Ministro della Guerra, Nazim Pascià, e costringe il gran visir (cioè il primo ministro) a cedere l’incarico al generale Sekvet. Ma anche Sekvet dura poco: il 21 Giugno di quello stesso anno viene assassinato e la carica di gran visir passa al presidente dell’Ittihad, il principe egiziano Said Halim.
1st Regiment of Lancers of the Imperial GuardIl potere reale si concentra in realtà nelle mani di Talat (ormai Talat Pascià), segretario generale dell’Ittihad e membro eminente del Djemiet, il circolo ristretto che controlla il vertice del partito. Talat torna ad occupare il Ministero dell’Interno (dove già era passato fuggevolmente durante il governo Sekmet) e nel giro di pochi mesi insedia i suoi allievi Enver e Jemal (anche essi elevati al rango di pascià), rispettivamente al Ministero della Guerra e a quello della Marina. Così, nel Febbraio del 1914 si insedia al potere il cosiddetto “Triumvirato” che resterà in sella fino alla fine della prima guerra mondiale, nel 1918.
Il potere è ormai nelle mani di un gruppo di fanatici del “governo forte” che punta verso la creazione di uno stato ultracentralizzato nel quale non c’è più posto per ‘millet’ autonomi

Sergio De Santis
“Il genocidio degli Armeni”
(Marzo, 1996)

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Il Triumvirato della morte
Soprannominati i “tre pascià”, Enver, Jemal e Talaat sono gli esponenti di una nuova generazione di quarantenni e uomini forti del regime. Stipuleranno un’alleanza suicida con la Germania e porteranno il paese alla disfatta della prima guerra mondiale.
1916, one of the Camels Raiders Troop companies became a 4th Army HQ Protection unitIl nuovo gruppo dirigente si riconosce in un’ideologia panturca, per la creazione di uno Stato identitario ed etnicamente omogeneo. L’obiettivo di questo progetto politico è la fondazione di una nazione basata sul primato esclusivo della componente turca (dagli azeri, ai tatari, ai turcomanni dell’Asia centrale), attraverso l’omogeneizzazione etnica dei territori dell’Anatolia e l’assimilazione forzata delle minoranze.
Jemal Pasha nel 1915 Djemal (Jamal) Pascià, il cui vero nome è Ahmed Gamal, coi suoi 42 anni è il più anziano del terzetto. È nato il 06/05/1872 sull’isola di Lesbo ed è il figlio di un medico militare. Seguendo le orme avite intraprende Djemal Pasciàla carriera militare e frequenta le migliori accademie; diventa geniere ed inaugura una brillante carriera. I suoi nemici (e ne ha parecchi) insinuano che l’origine dei suoi successi sia da ricercarsi nei favori, che come mignon ha dispensato a pascià dai gusti particolari…
Djemal pashaVersatile, efficiente, è un organizzatore nato, esperto in questioni di logistica. Sono tutte doti che gli torneranno utile nella pianificazione e realizzazione degli omicidi di massa, che persegue con spietata determinazione. Assertore del darwinismo sociale e fanatico sostenitore della superiorità razziale del ceppo turco, lui che probabilmente turco non è mai stato, ha fama di macellaio. È ossessionato da complotti e tradimenti che vede ovunque. Durante il suo mandato in Siria e Libano si distingue per i rastrellamenti e le esecuzioni sommarie. Egalitarista, non fa torto a nessuno: sciiti, alawiti, cristiano maroniti, assiro-caldei, armeni, arabi sunniti… tutti salgono sui patiboli che allestisce ovunque mette piede. Ma lui si definisce uno ‘statista’ ed un grande riformatore.
Djemal Mehmed Talat (1874-1821) è nato ad Edirne (l’antica Adrianopoli) e discende da una famiglia bulgara convertita, di origine pomaka (allevatori di bufali e pastori delle montagne). Come si conviene per le sue origini, è un uomo rude e dai modi spicci, piantato su un fisico imponente, da lottatore, e la faccia da pugile suonato. Inizia la sua carriera pubblica come impiegato per la società dei telegrafi. Per ragioni disciplinari viene trasferito a Salonicco, dove fa il postino e si avvicina al movimento dei “Giovani Turchi”. Come tutti i mediocri, trova una ragione di vita nel partito, facendo una sfolgorante carriera politica. All’interno del triumvirato, è l’unico che non possa vantare trascorsi militari. E la cosa gli pesa alquanto. Però è intelligente, freddo e metodico. Ha gusti semplici e vive in maniera spartana. Ama ostentare una certa bonomia, persino più minacciosa dei suoi scatti d’ira.

24-Mehmet-Talaat-Pasha-1915

In qualità di Ministro agli Interni prima e Gran Visir poi, è il principale artefice dello sterminio degli Armeni, che persegue con lucida determinazione, animato com’è dalla convinzione ideologica ed il rancore per le persecuzioni patite dai musulmani nei Balcani.
Enver Pasha Ismail Enver è il più giovane del terzetto (è nato il 22/11/1881 a Costantinopoli). Ha praticamente combattuto su tutti i fronti di guerra ai quali gli è stato fisicamente possibile partecipare. Si conquista sul campo i gradi di colonnello, combattendo contro gli Italiani in Libia e tenendo peraltro una condotta sempre impeccabile, specialmente coi prigionieri di guerra, che gli farà guadagnare il rispetto del comando italiano. Tornato in Europa, combatte contro Bulgari, Serbi, Greci, Romeni, Russi… Respinge l’avanzata bulgara verso Costantinopoli, riconquista Edirne e l’entroterra tracico, guadagnandosi il titolo di pascià.
albero di nataleSi crede una specie di eroe romantico ed in patria è considerato un’icona nazionale, ma l’ostentazione marziale del suo elàn guerriero sono in controtendenza col suo aspetto. Ha un fisico minuto, i lineamenti morbidi e quasi efebici, con mani piccole e affusolate. Peggio ancora è terribilmente basso e compensa la cosa con tacchi rialzati e colbacco fuori ordinanza, per sembrare più alto in parallelo con la sua vanità. Però è dotato di un ego smisurato e trova la sua naturale prosecuzione in politica. Durante la sua permanenza a Salonicco si avvicina al “Comitato per l’Unione ed il Progresso” e nell’ambito del partito incarna l’ala destra e più oltranzista. Si reputa una grande condottiero e ricerca la collaborazione dei tedeschi, che invece lo reputano un incompetente totale. Di conseguenza, dopo il colpo di stato, diventa Ministro della Guerra, porta la Turchia nel grande mattatoio della prima guerra mondiale e, come comandante generale, va incontro ad una disfatta dietro l’altra, delle quali ovviamente incolpa gli Armeni.
Enver BeyÈ un sostenitore della laicità dello stato, per questo proclama la “guerra santa” e costituisce un suo personale “Esercito dell’Islam”. Avverso al potere del sultano, sposa una principessa imparentata con la casa reale degli Osmanli, che gli conferirà la qualifica di “genero all’ombra di Allah in terra”…

«…un titolo di cui si glorierà fino alla morte. È ambizioso, arrogante e magalomane. Nel suo studio tiene i ritratti di Federico il Grande e Napoleone. E “Napoleonik lo hanno soprannominato per dileggio i suoi numerosi nemici. È stato attaché militare a Berlino ed è tornato in patria con una sconfinata ammirazione per l’esercito e la disciplina prussiani

Sergio De Santis
(1996)

Enver e signora Dopo la caduta del regime dei “Giovani Turchi”, condannato in contumacia, Enver ripara all’estero e si reinventa agente segreto per conto della Repubblica di Weimar. Traffica in armi; viaggia in Russia dove si avvicina ai bolscevichi. Cerca di rientrare in Turchia e di accordarsi con l’uomo forte del momento, Kemal “Ataturk”, che non l’ha mai potuto soffrire. Nel Novembre del 1921 Lenin lo invia in Turkestan a combattere contro le armate bianche; quindi Enver passa dai bolscevichi ai “controrivoluzionari”, per cercare di unire tutte le popolazioni turco-islamiche in una grande “federazione caucasico-caspiana”. È talmente convincente che il suo esercito personale si defila alla svelte ed Enver praticamente si suicida in una carica di cavalleria, contro un battaglione armeno dell’Armata rossa che lo tira giù con un paio di fucilate.

White cavalry in Siberia

La Razza Panturanica
Mongol Della modernità europea nell’architettura del nuovo stato, i “Giovani Turchi” riprendono il darwinismo sociale e tutta l’accozzaglia di dottrine razzialiste, che vanno per la maggiore nel più civile Occidente.
Per dare una base scientifica ai deliri identitari, ci si affida a due medici organici al partito…

«Il Triumvirato infatti, aizzato da una coppia di fanatici dell’ideologia razzista, il dottor Nazim ed il dottor Behaeddin Chakir, ha cominciato ad accarezzare un ambizioso sogno destinato a esorcizzare la triste realtà quotidiana del declino ottomano: quello di unire in un nuovo impero panturanico (dall’antico termine “turan” usato per indicare le steppe dell’Asia centrale) tutti i popoli turchi, omogenei per lingua, etnia, cultura, dai Dardanelli a Samarcanda»

Marco Buttino
(1992)

Bahaeddin Shakir Il dottor Behaeddin Chakir, fautore di una politica di aperta discriminazione razziale e di eliminazione, è stato uno dei principali ispiratori del “Comitato di Unione e Progresso”. A lui si deve la creazione della struttura operativa dell’Ittihad, conosciuta come “organizzazione speciale”. È il famigerato Techkilat i Mahsousse (da distinguere dall’omonimo servizio segreto istituito da Enver Bey), che avrà un ruolo fondamentale nelle operazioni di sterminio su scala di massa. Si tratta di un organismo paramilitare costituito nel Luglio del 1914 sotto la supervisione del Ministero dell’Interno (e quindi di Talat pascià). L’Organizzazione speciale è guidata da un direttorio composto da due membri politici, dei quali si distingue il dottor Nazim, e due ufficiali militari con funzioni operative: Aziz Bey (capo dei servizi di sicurezza) e Djevad Bey (comandante della guarnigione di Costantinopoli). Il dott. Chakir si occupa della direzione del centro operativo di Erzerum, dal quale coordina tutte le operazioni, supervisionando i commissari politici inviati nelle province. cache_29036832Agli omicidi di massa ed alle stragi, provvede invece una manovalanza di 30.000 energumeni reclutati nelle prigioni, tra i criminali comuni e gli irregolari albanesi. Sono i Tchetté e si occupano di svolgere il lavoro sporco.
Doktor Nâzim Bey Il dottor Nazim dirige invece il Comitato centrale dell’Ittihad ed è il Ministro dell’Educazione. Da bravo medico, per lui la questione armena è soprattutto un problema di profilassi e di “microbi”. E le minoranze non turche sono la componente batterica che infesta il corpo sano della nazione.

«Ad eccezione dei Turchi, tutti gli altri elementi devono essere sterminati, senza badare a quale religione appartengano. Questo paese deve essere ripulito da elementi stranieri ed i Turchi devono effettuare la pulizia

Zadeh Riflat
“The Inner facet of the turkish revolution”
(1968)

esercito ellenicoNazim Bey è originario di Salonicco ed ebbe a patire duramente l’occupazione greca della città nel 1912. Il suo caso costituisce un tipico esempio di come una vittima possa trasformarsi facilmente in carnefice, una volta mutati i rapporti di forza. Ma Nazim è anche animato da un odio non comune contro gli Armeni. Le sue conclusioni sono semplici: il problema armeno si estingue con la scomparsa della “razza maledetta”.
bonesDopo il 1918, Nazim praticamente sfugge alla condanna a morte, alla vendetta armena e ad ogni altra spiacevole conseguenza. Ma finisce giustiziato nel 1926 per aver tentato di assassinare Kemal Ataturk.

L’Interludio
Fante bulgaro C’è da dire (e ribadire) che l’eliminazione di massa delle minoranze, al di là dei suoi postulati teorici, e di documenti molto contestati non solo in ambito turco, almeno nell’immediato non ebbe alcuna applicazione pratica di una qualche rilevanza. Così come moltissime furono le resistenze e l’elusione delle disposizioni all’interno dello stesso apparato amministrativo e militare, che pure avrebbe dovuto occuparsi materialmente delle eliminazioni. E che il passaggio di consegne e la loro esecuzione non fu così diretto ed immediato come solitamente si vuole far credere.
Sullo sterminio degli Armeni, troppo spesso, ci si concentra sugli aspetti “sensazionalistici” e orripilanti che, ovviamente, hanno più facile presa sull’immaginario collettivo e sono tesi ad impressionare con le loro evocazioni terrifiche.
Ma ci si dimentica con altrettanta facilità, senza nulla voler sminuire o negare del crimine genocida, che all’inizio del XX secolo le deportazioni forzate, i campi di internamento, le marce della morte, gli omicidi di massa… non erano una rarità né un eccezione. E gli anni successivi dimostreranno fino a che livelli possa spingersi la volontà genocida, sulla spinta dell’odio e della paura…
Rappresaglie bulgareInoltre, in Turchia veniva vissuta come un’intollerabile sperequazione il silenzio con cui le potenze occidentali (anche se in realtà denunce ve ne furono eccome), sempre solerti nel condannare la barbarie ottomana, accoglievano i massacri (che furono numerosi e non meno feroci) consumati nei territori occupati dai Serbi, dai Bulgari, e dagli stessi Greci, che meriterebbero una trattazione a parte ed in altra sede. Il ché non giustifica assolutamente, ma aiuta a comprendere la spirale di vendette, di ritorsioni e di rappresaglie, che si innestarono con lucida follia omicida su un disegno criminale ben più grande e pilotato, alla cui realizzazione infame contribuì non poco lo scoppio del primo conflitto mondiale, quando sugli Armeni cominciò a gravare pure l’accusa di tradimento in tempo di guerra.

Lanceri turchi«Quanto accadde nel 1915 seguì in parte le dinamiche sociali e politiche che ormai ci sono note: il riaccendersi del conflitto etnico in forme cruente, un intervento dall’esterno in funzione di detonatore degli scontri, il connotarsi quindi di uno schieramento musulmano contrapposto a uno cristiano. Nel 1915 vi fu indubbiamente una differenza di intensità rispetto al passato: le province armene furono a lungo campo di battaglia tra l’esercito turco e quello turco; la comunità armena si organizzò anche militarmente; Costantinopoli fu la più decisa a voler eliminare tutti gli armeni dalla regione; i curdi furono i più spietati

Marco Buttino
(1992)

Per gli Armeni, già sospettati di intesa col nemico russo, in seguito all’entrata in guerra dell’Impero ottomano, le cose precipitano drasticamente a partire dall’inverno del 1914.
Accantonato ogni scrupolo di tipo laico, il 16 Novembre del 1914 il Triumvirato induce le autorità islamici ad indire la jihad contro gli infedeli, col risultato di scatenare una sorta di isteria collettiva contro i non musulmani, in un paese già eccitato dalla propaganda di guerra.
Cosacchi contro turchiIl 18 Dicembre, Enver pascià, che ha assunto il comando diretto della III Armata, in pieno inverno e con equipaggiamenti inadeguati, lancia un’offensiva sulle montagne del Caucaso contro i reparti russi che aspettano un nemico semi-assiderato e affamato, restando trincerati nelle loro solide posizioni difensive, supportati da una Legione di volontari armeni che accorpa circa 8.000 combattenti. Per i turchi è un disastro: il generalissimo Enver perde 75.000 effettivi e riesce a sopravvivere a stento, pare, soccorso proprio da un soldato armeno. E, se fosse vero, mal gliene incolse!

1915 - Volontari armeni nell'Armata russa del Caucaso

La Grande Purga
l_8274_turkish_cavalry Il 25/02/1915, Enver pascià emana una direttiva a tutti i comandi militari in cui ordina il disarmo dei soldati armeni all’interno dell’esercito imperiale, giudicati inaffidabili, e dispone il loro accorpamento in piccoli reparti del Genio, da impegnare in lavori lontano dalla linea del fronte. Si tratta di almeno 300.000 uomini tra i 16 ed i 60 anni, che costituiscono il grosso della popolazione maschile più valida della comunità armena. E quindi il nucleo principale su cui intervenire subito e mettere in condizioni di non nuocere. Le singole compagnie di genieri vengono condotte alla spicciolata nelle retrovie e fucilate in blocco.
Nel frattempo, per contenere la controffensiva di primavera dell’esercito russo, lo stato maggiore turco mobilita una nuova armata rinforzata dalle milizie irregolari dei curdi e mercenari turcomanni reclutati nella provincia persiana dell’Azeirbaijan ad est del vilayet di Van e nell’Hakkari, dove è forte la presenza degli Assiro-Caldei che vengono investiti dalla rappresaglia.
Come d’abitudine, ogni volta che l’esercito turco non riesce a contrapporsi militarmente ai suoi nemici, infierisce sulla popolazione locale, molto meglio se indifesa, che dopo il ripiegamento dei Russi viene sottoposta ad ogni atrocità possibile.

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Purgato l’esercito ed ogni possibilità di sollevazione, nel mese di Aprile la comunità armena viene decapitata del suo ceto dirigente, con l’arresto di tutti gli intellettuali, professori universitari, medici, liberi professionisti, esponenti politici e persino deputati, presenti a Costantinopoli, che vengono dapprima imprigionati e successivamente assassinati in carcere o giustiziati in pubbliche esecuzioni.
1915 - Impiccagione dei leaders del DashnakA questo punto, è la volta del grosso della comunità, che inizia a capire bene qual’è il destino che le è stato riservato….

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PROFONDO ROSSO

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 aprile 2015 by Sendivogius

Saluti da CostantinopoliAd un secolo di distanza, parlare della grande mattanza degli Armeni non si può e non si deve, a meno che non si voglia urtare la suscettibilità della Turchia… Basti pensare alla reazione spropositata del governo di Ankara, ogni qualvolta viene evocata la parola proibita: “genocidio”.
In alternativa, si può incorrere nel rischio concreto di venire oscurati da qualche solerte hacker, in vena di vendicare l’onore nazionale così ferito nella sua identità villipesa.
esibizione delle teste Che lo si voglia chiamare genocidio oppure no, lo sradicamento e la distruzione delle comunità armene dell’Anatolia non fu un fatto sporadico e nemmeno isolato, giacché l’opera di annientamento interessò quasi tutte le minoranze non musulmane (percepite come una minaccia alla stabilità) presenti all’interno dei territori imperiali… Un trattamento non dissimile fu riservato infatti alle popolazioni assiro-caldee, distribuite tra gli altipiani del Taurus Orientale fino alle province di Diyarbakir e Hakkari (regione curda attualmente incastonata al confine tra Iraq e Iran). E di grazia esteso anche agli sventurati Yazidi del Sinjar, tanto per non farsi mancare proprio nulla al ricco carniere delle repressioni.
Eastern_provinces_Ottoman-Empire-Western ArmeniaSoprattutto, le persecuzioni degli Assiro-Caldei (cristiani nestoriani), degli Armeni (monofisisti), dei Greci del Ponto (ortodossi), che si intensificano in epoca moderna dopo secoli di relativa convivenza, segnano un torbido spartiacque nel difficile periodo di transizione dall’Impero alla Repubblica General Mustafa Kemal Ataturknazionale, sull’onda lunga della prima guerra mondiale e dei suoi stravolgimenti geo-politici, con la creazione dell’attuale Stato turco, se non etnicamente omogeneo (cosa peraltro impossibile), sicuramente omologato in un’unica matrice etnico-culturale. La predominanza dell’elemento nazionalista, il primato del potere militare sulla vita pubblica e politica, l’asfissiante censura e la repressione poliziesca di uno stato dai forti richiami autoritari, sono gli elementi che (in negativo) condizionano la moderna Turchia e ne contraddistinguono le prese di posizione ogni volta che, nolente, è costretta a fare i conti con le ombre del proprio passato.
19 - Fanteria Grande Guerra (2)C’è pure da dire che agli albori del XX secolo il fragile Impero Ottomano non era politicamente attrezzato per fronteggiare le spinte verso il cambiamento e le rivendicazioni dei movimenti Sultano Abdul Hamid IIindipendentisti, né il Sultano della Sublime Porta sembrava più davvero in grado di disinnescare con efficacia la minaccia delle forze centrifughe che rischiavano di sbriciolare il suo impero, sotto i colpi e la pressione sempre costante dell’Impero russo ai suoi confini, con lo zar che amava atteggiarsi a gran protettore dei cristiani ortodossi.
1877 - Conquista della piazzaforte di PlevenDopo la Guerra turco-russa (1877-1878), l’Impero Ottomano deve rinunciare alla quasi totalità dei suoi territori europei e negli anni successivi (1881-1882) perde anche gran parte delle suoi possedimenti mediterranei (Tunisia ed Egitto); costretto ad arretrare ovunque, ripiega in una crisi profonda.
Abdul Hamid II Dinanzi all’insorgenza dei nazionalismi ottocenteschi ed agli irredentismi dei millet (le comunità etnico-religiose in seno all’impero), spesso e volentieri fomentati dalle potenze coloniali europee tutt’altro che disinteressate, il sultano Abdul Hamid II reagisce come può, ricorrendo a ciò che gli riesce meglio: una repressione brutale e spietata, ovunque si accendano focolai di rivolta. Perché gli autocrati quando fondano la loro autorità su un potere incerto non sono mai magnanimi.
Caricatura sultanoIn questo contesto già ampiamente compromesso, a farne le spese furono soprattutto gli Armeni che, a torto o a ragione, vennero identificati come una sorta di “quinta colonna” ostile, che operava nelle retrovie d’intesa con il nemico straniero, agendo dall’interno dei territori imperiali.
The Six armenian Vilayets in Ottoman AnatoliaCon una considerevole presenza nelle grandi città di Smirne e Costantinopoli, dove si concentrano gli elementi più dinamici e più istruiti della borghesia armena, il grosso della comunità è distribuita in Cilicia (Piccola Armenia), vanta un insediamento importante a Trebisonda sul Mar Nero, e soprattutto si concentra nelle regioni interne dell’Anatolia sud-orientale. Le province (vilayet) col maggior numero di Armeni sono sei: Bitlis, Erzerum, Van, Diyarbakir (Diabekir), Sivas, e Karput.

Donne armene«Gli Armeni rappresentano la più grande tra le varie minoranze non-turche presenti nella regione anatolica (greci, circassi, curdi, ebrei). Sono circa due milioni su una popolazione di oltre 15 milioni, ma la percentuale cresce nei vilayet della Grande Armenia pur senza raggiungere la maggioranza in alcun luogo. Come composizione sociale, gli Armeni sono per l’80% contadini poveri cui si aggiunge una modesta, piccola borghesia provinciale urbana, composta da artigiani e negozianti. La classe dirigente si concentra nella capitale e nelle città più importanti, e comprende una ricca oligarchia bancaria e mercantile, e una vivace elite intellettuale

Sergio De Santis
“Gli Armeni” (1996)

Ben più precaria è la condizione di chi vive nelle regioni interne dell’Anatolia, lungo il massiccio del Tauro, dove gli Armeni, che sono in massima parte contadini sedentari e chiusi in comunità Donna armenarigidamente endogamiche come sovente avviene per le minoranze emarginate, devono affrontare una difficile convivenza con le tribù di pastori seminomadi che vivono sull’altipiano e coi quali si contendono lo sfruttamento delle terre e dei corsi d’acqua. Soprattutto, devono subire la piaga endemica del banditismo curdo, con le sue bande di predoni che taglieggiano le popolazioni stanziali delle pianure, ai quali si aggiunge la rapacità dei funzionari ottomani e dei governatori provinciali (vali).
16 - Irregolari curdiIn quanto “infedeli”, gli Armeni, insieme a tutte le altre comunità non musulmane, sono tenuti al pagamento di una sovrattassa per la ‘protezione’, come prevede la legge islamica, e tenuti in una pesante condizione di inferiorità giuridica che ne pregiudica i diritti e le tutele, né li salvaguardia dagli abusi e dalle violenze.
turkish rebelsLe prime tensioni erano già esplose in tutta la loro terribile violenza tribale già nella metà del XIX secolo, quando le comunità armene ed assiro-caldee della provincia di Diyarbakir, pessimamente consigliate dai loro intriganti patriarchi ecclesiastici, s’erano lasciati coinvolgere nelle beghe di potere dei sangiaccati autonomi dei signorotti curdi in lotta tra loro per la secessione dall’Impero ottomano, col risultato di trovarsi esposti alle rappresaglie degli uni e successivamente a quelle delle truppe ottomane inviate nella regione per reprimere la rivolta, che senza troppe distinzioni si scatenarono soprattutto contro le popolazioni cristiane (le più ‘ricche’ da depredare), in un primo devastante assaggio (stimato in 50.000 morti) delle mattanze che sarebbero avvenute in seguito.
CircassiAd esasperare ulteriormente i rapporti, contribuisce inoltre l’arrivo dei profughi balcanici e soprattutto dal Caucaso, i circassi (ceceni), che il governo ottomano reinsedia in massa nelle regioni armene a scopo di contenimento. E che in concreto porta ad un intensificarsi delle scorrerie a danno degli Armeni e dei cristiano-caldei.

Basibozuk-1877-78

È la prima concreta risposta che il sultano Abdul Hamid fornisce alle ingiunzioni delle potenze occidentali e dell’Impero russo che gli intimano di “realizzare senza alcun ritardo i miglioramenti e le riforme rese necessarie dalle esigenze locali nelle province abitate dagli armeni”, come prevede l’Art.61 del Trattato di Berlino (1878) e che il sultano interpreta come un’offesa personale ed un’indebita ingerenza al suo potere assoluto.
circassi (ceceni)Per rintuzzare la minaccia russa ai confini orientali del suo impero e tenere sotto controllo gli Armeni, nel 1891 il sultano Abdul Hamid istituisce dei nuovi reggimenti di cavalleria 1890 Ottoman Hamidiye Corpleggera ad imitazione di quelli dei cosacchi e che vengono chiamati in suo onore “Hamidiye”. Già che c’è, pensa pure a risolvere in un sol colpo anche il problema del banditismo, reclutando i nuovi cavalleggeri tra le bande di predoni curdi, circassi e turcomanni, ai quali pone a capo un ufficiale turco. Per il mantenimento degli squadroni irregolari di “Hamidiye” viene istituzionalizzata una doppia tassazione ovviamente a carico di Armeni e Assiri, in aggiunta alle grassazioni già abbondantemente praticate. Tutte le unità vengono formalmente poste sotto il comando di Zekki pascià, maresciallo generale dell’impero, vengono rifornite dall’esercito regolare unicamente di munizioni e fucili a ripetizione, con la fornitura occasionale di tuniche grigie come uniforme. Per il resto, ogni squadrone di cavalleria si auto-finanzia con i frutti dei saccheggi e delle requisizioni arbitrarie, godendo di una libertà d’azione quasi illimitata.
Capi tribali curdi degli HamidiyeNel frattempo anche gli Armeni, animati da un nuovo ceto intellettuale che spesso si è formato all’estero nelle università europee, iniziano ad organizzarsi spingendo per un nuovo corso politico.
Fedayees armeni 1890-1896Nel 1887 un gruppo di studenti in esilio fondano a Ginevra una organizzazione politica, l’Hunchakian (la “Campana”), o Hintchak; di orientamento marxista, è vicino alla socialdemocrazia russa da cui sostanzialmente riprende l’impronta socialrivoluzionaria e lo spirito anti-zarista. Pochi anni dopo, nel 1890, viene costituito in Georgia la Federazione Rivoluzionaria Armena: il Dashnaktsutiun (Dashnak). È un partito di ispirazione socialista, ma dai riferimenti ideologici più bakuniani (anarchismo) che marxisti. Nati per chiedere il ripristino della Costituzione del 1876, promulgata e subito abrogata dal sultano Abdul Hamid, entrambi i partiti condividono molti elementi in comune col populismo russo della Narodnaja volja ed avranno un ruolo di primo piano, nell’organizzare la resistenza armata contro lo sterminio degli Armeni.

Garegin Nzhdeh - Armenian freedom fighter during his voluntary service in the Bulgarian army«Sulla carta i due partiti puntano soprattutto al “Tanzimat” (cioè alle riforme) e si propongono come obiettivo più la liberazione di un popolo che di un territorio: in realtà entrambi sognano di ripetere l’esperienza bulgara, vale a dire l’inizio di una guerriglia capace di provocare prima un’insurrezione popolare, poi un intervento straniero, e infine l’indipendenza nazionale su pressione internazionale.
La prima rivolta dei guerriglieri della Federazione (i cosiddetti “fedais”) avviene a Sassun. La repressione lascia sul terreno 8.000 morti ed è così selvaggia da provocare una commissione d’inchiesta internazionale.
Hintchak - gruppo di ArdzivI fedais si illudono di aver messo in movimento il meccanismo della liberazione nazionale, senza rendersi conto che la loro posizione è estremamente debole. Il popolo armeno infatti non dispone di un solo “focolare” ben definito, ma si trova sparpagliato in tutta l’Anatolia e mescolato ad altre etnie; manca di un appoggio internazionale “forte” (salvo quello sello zar, che però a molti non fa meno paura del sultano), e non dispone neanche di collegamenti organici coi i grandi centri della cristianità, dato il carattere scismatico del Patriarcato apostolico armeno.
Inoltre (e non è cosa da poco), sia l’Hintchak sia il Daschnak destano sospetti per il loro orientamento rivoluzionario, non solo presso la Russia ma anche presso le grandi potenze liberali dell’Occidente

Sergio De Santis
(1996)

L’eccidio di Sassun in Cilicia (agosto/settembre 1894) è solo il preludio di una più vasta azione di repressione, che viene messa in atto dall’esercito turco con l’apporto determinante degli irregolari curdi arruolati negli Hamidiye e che sono comunemente ricordati come “massacri hamidiani”.
card-illustrating-hamidian-massacres-of-armenians-18891Il 30/09/1895 i movimenti armeni indicono una manifestazione pacifica a Costantinopoli, in duemila si riuniscono per presentare una petizione e chiedere il ripristino delle garanzie A Turkish army Bashi-Bazouk c-1880costituzionali del 1876. La risposta del sultano non si fa attendere… dopo aver disperso i manifestanti, una folla aizzata dalla gendarmeria si scatena contro i quartieri armeni della capitale che vengono messi a sacco. Rapidamente, la repressione si estende in tutti e sei i vilayet popolati da Armeni, dalla Cilicia ai distretti nord-occidentali dell’Anatolia, con una simultaneità che lascia supporre l’esistenza di un piano ben preordinato, tramite una serie di violenze ininterrotte che si estendono indiscriminatamente contro tutte le popolazioni cristiane e si susseguono per quattro mesi, fino al gennaio del 1896. Le stragi di massa dei cristiani sollevano lo sdegno delle abdul hamidcancellerie europee. Ma oramai il sultano ottomano ha mangiato la foglia e non se ne prende troppa pena. I fatti gli danno ragione… Mentre il Regno d’Italia mantiene una posizione più defilata, la Gran Bretagna, la Francia, gli USA, e perfino il piccolo Belgio minacciano di intervenire militarmente se non cesseranno, ma alla fine non andranno oltre una mera condanna formale e la compilazione di libri colorati (bianco..blu..azzurro..giallo) dove vengono riepilogate le consuete gallerie degli orrori: dagli scuoiamenti di Ezrerum ai 3.000 cristiani rinchiusi e bruciati vivi nella cattedrale di Urfa…
1895 - Massacro di ErzurumAttilio Monaco, console italiano nella città di Erzerum, ebbe Attilio Monacomodo di apprendere delle modalità di sterminio, parlando direttamente con i soldati turchi implicati negli eccidi, attraverso la testimonianza di tal Mustafà Ali-Oglù, ed inviare regolari rapporti all’Ambasciata d’Italia a Costantinopoli:

Hamidye di Hussein pascià«I Curdi erano quasi tutti armati d’eccellenti fucili e ricevevano le munizioni dalle truppe. Di queste il comando effettivo l’aveva Tewfik bey, e Ismail bey era rappresentante del “muscir”: fu Ismail che lesse alle truppe il firmano imperiale, che ordinava la distruzione dei villaggi ribelli. Egli [Ali-Oglù] ha raccontato il modo come i villaggi armeni furono attaccati e distrutti, ripetendo i particolari dati dagli altri due soldati: erano i curdi che mettevano fuoco alle case e che s’occupavano specialmente del saccheggio, portando via le donne giovani, mentre i soldati, benché qualche volta prendevano anche loro, s’occupavano più specialmente di dar la caccia agli abitanti, uccidendo quanti incontravano, uomini o donne, vecchi o bambini. Egli vide in Ghelié-Guzan un soldato uccidere barbaramente un bambino e alcuni altri che sventrarono una donna incinta e le estrassero il feto… Nelle uccisioni, e soprattutto nella caccia che si dava alla gente pei monti e nelle boscaglie, non era risparmiato nessuno e solo le donne giovani erano portate via

Attilio Monaco
(16 Maggio 1895)

Spesso e volentieri, sono i mullah delle moschee ad infervorare la folla coi loro sermoni infiammati e scatenarli nei linciaggi, che si traducono in veri e propri pogrom col supporto dell’esercito che interviene unicamente per reprimere le sacche di resistenza armene.
Ibrahim pasciàSe il sultano ha interesse a presentare i massacri come una reazione spontanea ed incontrollata di folle inferocite, al di fuori di ogni coordinamento militare o indirizzo ideologico, tuttavia, in qualità di testimone oculare, il 30/10/1895 il console Monaco comunica all’Ambasciata:

Sheikh Said of Piran«Senza alcuna provocazione da parte degli Armeni, il massacro è cominciato in tutta la città alla stessa ora, come a un segnale convenuto, quando i musulmani uscivano dalla preghiera di mezzodì. Quello che la plebaglia turca ha commesso è affatto secondario, giacché tutto, uccisioni, saccheggio, devastazioni, incendi, è stato perpetrato dai soldati, in potere dei quali la città è letteralmente rimasta. Coi miei propri occhi sono stato spettatore di tutto ciò, e la stessa sera e il giorno seguente quando ho potuto percorrere i mercati non ho incontrato che soldati, che nelle case e nelle botteghe devastate dai loro compagni cercavano il resto»

A proposito della “questione armena”, il diplomatico riportava nelle sue osservazioni che:

images «È soprattutto in questi ultimi dieci anni che questa quistione armena è entrata nello stato acuto con una serie continuata di oppressioni, che, deve credersi, abbia fatto sperare al governo turco, che il modo migliore di risolvere il problema era quello molto semplice di sopprimere gli Armeni o con l’esilio, o con la prigionia o con lo sterminio. A parte questa triste politica, da diciassette anni che è stato firmato il trattato di Berlino nessuna pratica e seria iniziativa è stata presa da parte del governo, come aveva promesso, per salvaguardare la sicurezza degli Armeni contro le ruberie dei Curdi e le persecuzioni degli impiegati turchi

Come una sorta di contagio diffuso ad arte, i massacri si propagano progressivamente per tutta l’Anatolia, a Bitlis, Kharput, Diyarbekir, Van…
card-illustrating-hamidian-massacres-of-armenians-1889Il 01 Novembre del 1895 le violenze investono il centro di Diyarbekir, quando una folla di invasati si riversa fuori dalla moschea principale della città per assaltare le abitazioni dei cristiani, che organizzatisi per tempo trincerano l’ingresso delle abitazioni e costruiscono barricate nelle strade d’accesso dei loro quartieri, respingendo gli assalitori a fucilate e combattimenti all’arma bianca. I meno fortunati vengono trucidati sul posto. I massacri, i rapimenti di donne, e le conversioni forzate si estendono ben presto nei villaggi distribuiti nei dintorni del capoluogo dell’omonima provincia, dove si abbatte la furia degli irregolari curdi a cavallo, e investe le comunità assire di Sa’diye, Silvan, Farkin, Qarabash… che vengono quasi interamente annientate.
Massacre of Armenians by Ottoman Turks under Abdul Hamid, 1895-1896. Armenian inhabitants of Akhisar, having their throats cut. Religious Conflict Turkey Trade Card French Chromolithograph'Il 09 Novembre è la volta del distretto di Mardin, dove il numero dei cristiani è preponderante. Si tratta di uno dei pochissimi casi, dove musulmani e cristiani, coordinati dal governatore che distribuisce armi ad entrambi, si uniscono per respingere le bande di predoni. Se la città resiste all’attacco e respinge i saccheggiatori, non sfuggono al saccheggio i villaggi dei dintorni, che in buona parte vengono rasi al suolo, innescando la diaspora degli Assiro-Caldei verso Mosul ed il nord dell’Iraq. Dato gli sviluppi odierni: dalla padella alla brace
assyrns7Il 03 Giugno 1896 è la volta di Van, dove l’azione congiunta degli irregolari curdi e dell’esercito turco, è volta distruggere la resistenza delle costituite squadra di auto-difesa armena. Bilancio dell’operazione: 20.000 morti.
Unità di auto-difesa armene all'assesio di VanNel loro complesso le cifre dei cosiddetti “massacri hamidiani” sono quanto di più impreciso possibile, in relazione agli approssimativi censimenti demografici dell’epoca e dalla totale assenza di una contabilità certa, insieme all’ovvio interesse delle autorità ottomane a minimizzare l’entità delle stragi. Quindi il balletto delle cifre schizza da un minimo di 80.000 morti ad un massimo di 300.000 (un numero sicuramente gonfiato).
Johannes Lepsius Il missionario tedesco Johannes Lepsius, che spese gran parte della sua vita nel documentare e denunciare lo sterminio degli Armeni, nella sua “Relazione sulla situazione del popolo armeno in Turchia” circostanziò così l’entità degli eccidi: 88.243 armeni assassinati nei linciaggi e la 4Christian headsdistruzione di 2.493 villaggi; la profanazione di 649 edifici religiosi, tra monasteri e chiese, delle quali 328 sono state trasformate in moschee. A questo si aggiunge un numero imprecisato di cristiani deceduti per le malattie, le ferite riportate, di fame o di freddo, che Lepsius non quantifica stimandolo però di molto superiore ai 100.000 morti.
Nel tentativo di attirare l’attenzione internazionale sulla causa armena, il 26 agosto del 1896 un gruppo di militanti della “Federazione rivoluzionaria armena” (Dashnaktsutiun) irrompe nella Banca Centrale di Costantinopoli, nell’illusione di spingere Gran Bretagna e Francia ad un intervento diretto per porre fine alle persecuzioni. Il risultato concreto sono altri Bashi-Bazouks (Turkish infrantrymen), Bayazid district, Istambul, 18886.000 morti falcidiati in un altro gigantesco pogrom, che investe i quartieri armeni della capitale e le province d’origine dei sequestratori che vengono sottoposte a “punizione collettiva attraverso l’omicidio di massa”. A guidare le rappresaglie ci sono le famigerate milizie degli irregolari balcanici, dal nome quanto mai evocativo “bashi-buzuk” (teste matte), rinfoltiti da chierici delle scuole islamiche.
basibozukPer definire l’abnormità dei cosiddetti massacri hamidiani, perpetrati con rara ferocia omicida contro le comunità cristiane dell’Impero ottomano, per la prima volta sulla stampa occidentale fanno la loro comparsa dei termini completamente nuovi… Si parla di “olocausto” e di “democidio”… Sarà proprio un armeno sopravvissuto agli eccidi a coniare nel 1943 il termine che oggi tutti conosciamo: “genocidio”.
Ma la vera tempesta che avrebbe spazzato via per sempre intere comunità, sarebbe arrivata soltanto un ventennio più tardi, a sancire il passaggio dalla barbarie ottomana all’epoca moderna…

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