Archivio per aprile, 2022

L’APOCALISSE GIOIOSA

Posted in Kulturkampf, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , on 27 aprile 2022 by Sendivogius

«Affermo che durante la guerra si sono resi colpevoli di tradimento contro l’umanità, tutti quegli intellettuali che non si siano rivoltati contro la propria patria, quando quest’ultima era in guerra, servendosi di tutti gli strumenti di cui un intellettuale dispone. Affermo che lo spettacolo offerto dai cantori della guerra e dai leccapiedi del mio stesso paese belligerante recandosi, a guerra finita, nel paese nemico per tendere alle popolazioni una mano insozzata dal contributo dei loro scritti allo spargimento di sangue, nonché l’improvviso cambiamento che li porta a fraternizzare con i popoli, è ben più ignominioso della loro attività durante la guerra, che tanto vorrebbero rinnegare

Karl Kraus
Gli ultimi giorni dell’umanità
Adelphi, 1996

Più che un “vertice straordinario” della NATO, quello tenutosi nella base aerea tedesca di Ramstein è stato un vero e proprio consiglio di guerra, in un tintillare di sciabole sguainate, dove i Dottor Stranamore dell’Anglosphera sono convenuti per mettere in riga le satrapie riluttanti dei dominions imperiali, in deroga alle regole di ingaggio dell’Alleanza e del più comune buonsenso, mentre lo spettro di una terza guerra mondiale si fa sempre più tangibile. E questo avviene nell’ipocrisia di poterla combattere per procura, usando gli ascari altrui come carne da cannone, e nell’illusione di non esserne travolti dopo aver dispiegato e dispensato tutto il consueto armamentario dell’industria organizzata per la macelleria umana.
 Come i sonnambuli del 1914, ci accingiamo a scivolare nel buco nero di un nuovo conflitto esteso a dimensione globale e dagli esiti imprevedibili, strisciando su una lama di rasoio sospesa sopra al baratro del non-ritorno.
La guerra si combatte con la guerra: più armi, più munizioni, più carri armati, più aerei, più obici di artiglieria, più missili… E poi? Quando questi non dovessero bastare, passeremo alle “atomiche tattiche”, che sono sempre ordigni nucleari ma più ‘accettabili’ di quelli “strategici”?!? Perché anche questo hanno fatto passare i nostri pennivendoli da trincea. Qui c’è gente che fantastica con la straordinaria idea di lanciare i contrassalti della Santa Alleanza, combattendo fino all’ultimo ucraino, armato coi propri arsenali ed addestrato dai propri “istruttori militari”, spingendo in profondità l’offensiva all’interno della Federazione Russa. E magari pensa pure di marciare verso Mosca (che poi si dovrebbe sapere come vanno a finire certe storie), avviando black OPS in territorio ‘nemico’, senza una dichiarazione esplicita di guerra… Quindi immaginare che la cosa non abbia alcuna ripercussione sugli imbelli stati clienti che si troverebbero a sperimentarne direttamente le conseguenze sul proprio territorio, in una escalation di rappresaglie incrociate, attendendo l’arrivo del 7° Cavalleria se le cose si mettono male. Il suicidio assistito di un continente, in un delirio di pura follia.

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NAZI-LIBERATI

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 24 aprile 2022 by Sendivogius

25 Aprile 2022. A cento anni dalla mussoliniana marcia su Roma, possiamo dire con cognizione di causa che non c’è proprio alcuna Liberazione da festeggiare, dal momento che il fascismo gode di ottima salute e lotta contro di noi, più longevo che mai nella mimesi delle sue infinite varianti mutogene, per congenita capacità di adattamento e riproduzione su brodo di cultura.
Altrimenti non dovremmo assistere tutti gli anni allo stesso schifoso teatrino revanchista, messo in piedi ad ogni ricorrenza dagli eredi di Salò, pienamente legittimati ed inseriti da sempre nelle stanze e stanzette dei bottoni, da dove poter condizionare il corso della repubblichetta eterodiretta e dettarne l’agenda. Non sono mai stati “sdoganati”; non ne hanno bisogno, semplicemente perché non se ne sono mai andati.
Ogni tanto, quando il merdone è troppo grosso per essere nascosto, costituendo in realtà più una fonte di imbarazzo che di sdegno, e senza che mai alle parole seguano i fatti, si sente pigolare qualche lamento dalle parti del partito bestemmia: quell’oscuro oggetto governistico subalterno a chiunque lo porti al potere, che infatti coi fascisti di ogni ordine e grado, raggrumati in quel cartello elettorale che si fa eufemisticamente chiamare “centrodestra”, ci si trova benissimo, scambiandosi poltrone e governandoci insieme senza ombra di turbamento. Rientra nel copione della recita condivisa. Giusto per fare un po’ di scena e tenere la parte, giacché nulla deve disturbare la splendida ammucchiata, a cui partecipare per “spirito di servizio” e per ovvio “senso di responsabilità”: la magica trovata semantica che rende possibile ogni porcata, senza che mai disagio alcuno cali ad offuscare la magnifica narrazione imbastita su mandato politico da nostri media, ormai espressione del peggior giornalismo giallo, in piena distopia orwelliana.
Ma ormai il fu “partitone”, completata la mutazione transgenica, in piena svolta atlantista su evoluzione guerrafondaia dopo l’americanizzazione coatta, è tutto preso nel definire la propria servile subordinazione coloniale agli interessi statunitensi, raccomandandosi a Washington per meno di un pugno di lenticchie.
Dunque, dicevamo: cosa festeggiamo in questo ultimo 25 Aprile? Certo non la Liberazione dal nazifascismo. E nemmeno celebriamo la Resistenza! Bisogna stare attenti a definire cosa si intende per “resistenza”, specificando bene quale e che uso se ne intenda fare, in consonanza col ritrovato spirito marziale…
Possiamo prendere lezione dai fascisti per questo, che con intraprendenza ci indicheranno l’interpretazione corretta. Che poi, mutato nomine, si facciano chiamare “patrioti”… “nazionalisti”… “sovranisti”… è sempre quella merda lì!
Si dissuade vivamente dal fare ogni riferimento alla lotta partigiana, ma è assai gradito legare la ricorrenza, in posizione ancillare fino all’annullamento per sovrapposizione, con la ‘resistenza’ ucraina contro i russi, intessendo le lodi e lanciando fiori in onore delle eroiche brigate nere di Azov.

Vietato ogni riferimento al nazifascismo: il pubblico potrebbe non cogliere la differenza e cadere in confusione.

I simpatici partigiani ucraini del ricostituito Battaglione Usignolo

Sarebbe inoltre bene interdire le piazze all’ANPI, l’Associazione Nazionale Putiniani d’Italia, secondo il brillante acronimo coniato durante un rigurgito d’ego da un patetico coglione glassato in crosta di zucchero, dopo le liste di proscrizione e la caccia agli eretici. E sfilare tutti uniti sotto i bandieroni munifici e salvifici della NATO. Questo perché l’ANPI non è abbastanza prona al nuovo corso guerrafondaio. C’è il rischio che ricordino come la Resistenza sia altro da ‘sta roba immonda…
È ovviamente vietato cantare “Bella Ciao”, in quanto faziosa e divisiva, ma in alternativa si può sostituire l’esecrato brano con l’inno ucraino (sic!), più consono alla ricorrenza liberamente reinterpretata. Oppure utilizzare la variante sempre ucraina del noto canto partigiano, musicato sulle note di “Bella Ciao”, ma completamente riscritto e riadattato alla bisogna dalla cantante folk Khristyna Soloviy, portata alla ribalta dalle ineffabili colonne de LaStampa-Repubblica-Corriere, ormai ridotte a carillon della nazi-fiabe ucraine, e che fa bagnare di lacrime il pannolone di qualche turgido coglione a sinistra che ne ignora il testo :

«Il vecchio Dnepr ruggì con rabbia. Nessuno lo so pensava, nessuno se lo aspettava. Quello che poteva essere la vera rabbia del popolo ucraino. I nemici maledetti senza pietà li distruggiamo. Quei nemici maledetti che la nostra terra invadono. Le nostre difese hanno i migliori ragazzi. Solo veri eroi combattono nell’esercito ucraino. E i Javelin ed i Bayractar combattono per l’Ucraina e uccidono i russi. E il nostro potente popolo, la gente dell’Ucraina, ha già unito il mondo contro i russi. E molto presto li sconfiggeremo. Presto li distruggeremo

Carina, vero?!? La Soloviy, alla quale si deve cotanto capolavoro artistico, è un’altra di quelle starlette dell’Est che ama farsi immortalare in pose da diva dei jet set, o a bordo di yacht in atteggiamenti ammiccanti, che più che altro fanno molto catalogo da escort di alto bordo. E che ovviamente non ha mancato di esternare tutta la sua devota ammirazione, per i nazisti dell’OUN (no, non sono le Nazioni Unite!) di Stepan Bandera, il santino nazionale dell’Ucraina ‘democratica’ (LOL!), nell’impossibilità di cogliere la contraddizione oscena. È che proprio non ce la fanno. Sono talmente imbevuti di nazifascismo, quasi a livello genetico, da esserne inconsapevoli, tanto riesce loro naturale.
Ecco, se questo è il nuovo 25 Aprile, tenetevelo!
La Liberazione è lontana, ma proprio oggi più che mai è necessario resistere. 

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MEDIACRAZIA (II)

Posted in Kulturkampf, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 aprile 2022 by Sendivogius

In parallelo con la guerra in Ucraina, sono bastati meno di due mesi di propaganda ininterrotta (ora si chiama “storytelling”), per cancellare ogni credibilità residua di un sistema mediatico rattrappito in servitù volontaria; talmente abituato a sguazzare nei propri escrementi elevati ad oggetto di meraviglia, da rasentare livelli feudali di piaggeria cortigiana, e sputtanarsi irrimediabilmente agli occhi di un pubblico sempre più sconcertato dinanzi al miserabile teatrino di guerra, imbastito da zelanti reclutatori in livrea.
È un rassemblement violentemente ideologico di incarogniti gaglioffi convertiti alla mistica bellica, esteti del pensiero unico, presenzialisti da salotto, e servi sciocchi in cerca di visibilità. Si tratta di un pastone fetido, in cui sembrano convergere meschineria congenita e mediocrità professionale, dove i livori personali (e padronali) vengono ammantati di “indignazione” ad uso delle telecamere; una fossa biologica, nella quale approssimazione e disonestà intellettuale sono travestite da “fermezza”, mentre incompetenza e presunzione vengono esacerbate da una supponenza parolaia ed arrogante. Ci troviamo a vivere e sorbire una grande mistificazione orwelliana, dove si distingue per furore e fervore La Repubblica dei cavalieri GEDI nella galassia degli Elkann, con contorno di truppe cammellate di rinforzo e sturmtruppen da terza linea, tra i quali spiccano alcuni casi più consoni alla psicopatologia clinica che altro, come quel Massimo Gramellini che ha fatto del prof. Alessandro Orsini la sua ossessione personale, con tanto di esegesi dei testi e delle parole del reprobo. Se uno dovesse sottoporre allo stesso trattamento le opere del Gramella nazionale, si potrebbere scrivere una nuova appendice comica sull’inesauribile lista dei libri merdavigliosi dei quali la nostra editoria abbonda. Sono i pretoriani di regime, specializzati nel vituperio generalizzato di ogni voce critica all’invio ad oltranza di armi; la compagnia di disciplina, schierata contro chiunque osi semplicemente richiamare a maggiore prudenza, rispetto alla foga declamatoria dei troppi guerrafondai su procura. Attualmente, i nostri inquisitori di redazione sono uniti nella character assassination del frastornato Giuseppi, maramaldeggiando sul fu avvocato del popolo, politicamente già morto, colpevole di non essere abbastanza allineato al nuovo corso bellico, ma soprattutto non supinamente sdraiato al cospetto del Draghi che ci conduce, e per questo da fustigare legato alla colonna infame.
Strepitoso è pure un Massimo Giannini, che buttati nel cesso anni di solida reputazione giornalistica, lascia sottintendere chissà quali inconfessabili complicità per intesa col Nemico (e non ovvie responsabilità penali, insinuando alti tradimenti), circa gli innominabili scopi della famigerata missione russa ai tempi del Covid, non capacitandosi come il personale medico militare inviato dall’Impero del Male potesse essere coadiuvato da un generale: un “GE-NE-RA-LE!!” scandisce un Giannini furioso, al culmine del suo vibrante sdegno a misura di telecomando, sconvolto da cotanta abnormità.
Perché, il generale Figliuolo che ha gestito l’epidemia pandemica cosa cazzo era?!?

“Gli Oligarchi della tivvù, sbugiardati dal pubblico”
Domenico De Masi
(19/04/2022)

«Man mano che passano i giorni della guerra in Ucraina si moltiplicano i sondaggi trasmessi dalle varie reti televisive per rilevare l’opinione pubblica su quanto sta accadendo. Il risultato è che cresce la divaricazione tra ciò che quelle reti cercano di accreditare con le proprie trasmissioni e ciò che “la gente” comincia a pensare con la propria testa. Questi media, pubblici o privati che siano, fanno a gara per dimostrare che Putin è pazzo, ma “la gente” comincia a pensare che sarà pure pazzo, ma di sicuro non è scemo. Questi media gareggiano nell’accreditare un’immagine salvifica degli Stati Uniti, ma “la gente” comincia a pensare che l’America sarà pure esportatrice di democrazia, ma i suoi interessi non coincidono con quelli europei. Questi media gareggiano nell’insinuare che in Russia monta un’ondata di dissenso per rovesciare Putin, ma “la gente” comincia a capire che la stragrande maggioranza dei russi concorda pienamente con le strategie belliche dello zar. Questi media gareggiano nel tranquillizzare i consumatori sulla disponibilità di fonti energetiche anche per il prossimo futuro, ma “la gente” è sempre più convinta che il petrolio e il gas raccattato presso altri dittatori comunque non ci affrancherà dalle forniture russe.
Da cosa dipende la sfasatura tra l’informazione fornita dagli anchor men dei media e l’opinione pubblica dei cittadini? A mio avviso dipende dall’abuso di potere esercitato dai primi, sottovalutando la qualità intellettiva dei secondi. Inoltre, gli anchor men soffrono di autoreferenzialità come ogni circolo chiuso in cui poche diecine di privilegiati fanno da guardiani al pensiero unico, mentre i cittadini comunque esprimono una pluralità di vedute garantita dall’essere milioni di teste disparate, appartenenti a classi diverse.
In 24 mesi, tra la realtà incombente della pandemia e della guerra e l’idea che ce ne siamo fatta, si è interposto il filtro distorcente di una ventina di anchor men, oligarchi nostrani dell’informazione che, armati di talk show, hanno imposto il loro punto di vista basandolo sulla propria cultura generica e sull’interesse dei loro padroni. Il metodo manipolatorio è semplice: ogni trasmissione viene articolata in uno o più panel di cosiddetti “esperti” scelti alla rinfusa in un mazzo consueto di giornalisti e politici. Il numero dei partecipanti a ciascun panel deve essere esuberante rispetto al tempo disponibile, in modo che ognuno degli interpellati abbia pochi secondi per esprimere giudizi su questioni cosmiche. Prima che l’interpellato di turno riesca a completare un pensiero, viene interrotto dal conduttore o viene contraddetto da altri partecipanti che sovrappongono il loro dissenso, spesso in tono forsennato, a ciò che si stava dicendo. Essenziale è che, alla fine della messinscena, tutti abbiano parlato senza nulla dire e resti salva solo la tesi che stava a cuore al conduttore, cioè al suo datore di lavoro.
Il sotterfugio sempre più frequentato sta nell’esibire giornalisti in veste di esperti. Quella del giornalista è una rispettabile professione che consiste nella capacità scientifica di raccogliere, vagliare e trasmettere notizie su una vasta gamma di accadimenti. L’esperto, invece, è colui che ha dedicato una vita intera ad approfondire una sola disciplina con qualche necessaria scorribanda nelle discipline confinanti. Ma ora vige il vezzo di promuovere al rango di storico o di geopolitologo o di virologo o di sociologo qualunque giornalista che sia stato impunemente intervistato un paio di volte su questioni di storia o di geopolitica o di virologia o di sociologia.
Tuttavia, quando gli eventi comunicati sono complessi e gravi come quelli attuali, si mette in moto tra “la gente” un meccanismo di autonoma elaborazione delle informazioni per cui l’ignoranza sapiente dell’opinione pubblica travalica la sapienza ignorante degli anchor men. Un aspetto particolarmente grave dell’attuale patologia informativa consiste nell’occultamento sia delle cause che hanno portato alla situazione presente, sia dei disastri cui stimo andando incontro e dei rimedi sbilenchi che gli stiamo opponendo. La carenza congiunta di grano e di fonti energetiche promette a tutto l’Occidente un prossimo futuro di fame per molti e di impoverimento per quasi tutti. Ciò comporta che masse pauperizzate accumuleranno un rancore esplosivo traducibile in sovversione autoritaria o in incremento democratico a seconda del colore delle forze politiche capaci di egemonizzarle e convogliarle. Dio non voglia che, nel frattempo, Le Pen conquisti la presidenza in Francia e Trump la riconquisti in America. A quel punto, Pandemia e guerra in Ucraina ci appariranno disgrazie minori. Ma di questo non si parlerà o ne parleranno i giornalisti, promossi esperti sul campo

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Z come Zela

Posted in Kulturkampf, Masters of Universe, Muro del Pianto, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , on 19 aprile 2022 by Sendivogius

Consacrati alla ricerca di un santo patrono a cui votarsi anima e culo, i nostri mestatori d’inchiostro all’ingrosso hanno un disperato bisogno di ‘eroi’ (meglio se a buon mercato), per ravvivare l’intreccio delle loro narrazioni fantastiche e continuare a sguazzare nella palude della propria mediocrità salottiera, ingabbiati nei circoli chiusi delle loro piccionaie autoreferenziali, dove beccarsi a vicenda come capponi all’ingrasso, mentre piluccano nelle greppie sempre più risicate dei “grandi quotidiani nazionali”. La loro misura stilistica è l’agiografia, alternata alla denigrazione sprezzante, bastone e carota, nella mistificazione costante dei fatti, ritagliati e distorti, per essere strettamente subordinati alle opinioni e confezionati in pronto uso per il prossimo talk-show.
Come sapeva bene W.R.Hearst, niente incrementa le vendite e ravviva l’attenzione del pubblico più di un conflitto bellico, costituendo una ricetta di assoluto successo per orientare le opinioni e costruire la strategia del consenso… E fu così che, memori della lezione, i nostri menestrelli di corte si convertirono a cantori di guerra: un assatanato manipolo di invasati che, indossata la tuta da combattimento, si sentono autorizzati a sparare cazzate da mane a sera, senza rischio di esaurire le munizioni, onde ribadire il loro servaggio atlantico al padrone americano, strisciando pancia a terra e canna del gas stretta tra i denti.
Ovvio che i loro peana siano al momento riservati ad un ex guitto televisivo, a metà strada tra Beppe Grillo e Mr Bean, una sagoma di cartone imprigionata in un gigantesco Truman Show, prima della riconversione a set cinematografico di guerra per le recite a copione del presidente-soldato disperso in un universo distopico, dove realtà e finzione di mescolano lasciando la stura ad una propaganda martellante ed ossessiva.
Guardatelo, mentre prova strafatto le battute su canovaccio intercambiabile a seconda della platea osannante di riferimento, travestito da soldatino, ruotando sul seggiolone presidenziale..!

Il filmato è talmente surreale che pensavamo davvero si trattasse di una parodia grottesca dell’originale a fini denigratori, prima che ce ne venisse confermata l’autenticità tra l’imbarazzo dei pochi quotidiani che non hanno censurato la notizia. Perché l’ordine di scuderia che vige tra i Cinegiornali Luce embedded (praticamente tutti) è sopire, troncare.
QUI trovate un contributo esaustivo sul personaggio, al netto delle vulgate agiografiche, costruite attorno ad un personaggio da immaginario catodico.

«Prima dello scorso 24 febbraio, la maggior parte degli italiani probabilmente non aveva mai sentito parlare del presidente ucraino Volodymir Zelensky. Molti hanno imparato a conoscerlo con la sua t-shirt militare grazie ai passaggi dei suoi discorsi in Tv, mentre in rete girano le immagini della sua vita precedente, quando era un comico molto apprezzato dal pubblico per la sua satira del Potere, che gli è valso quel pizzico di notorietà utile a vincere le elezioni nel 2019 e a diventare capo dello Stato. Nella copertura mediatica (per la verità un po’ agiografica) che le tv italiane hanno riservato a Zelensky in questi giorni di guerra, è mancato però ogni riferimento ai suoi due anni e mezzo alla guida dell’Ucraina. Periodo invece che contiene aspetti molto interessanti, e anche utili a interpretare gli eventi di oggi.

Il programma
Zelensky si candida alla guida dell’Ucraina con un programma che ha tre punti fermi: rilancio dell’economia, lotta alla corruzione rappresentata dagli oligarchi (come i suoi avversari: il presidente uscente Petro Poroshenko e l’ex premier Yulia Timoshenko) e soprattutto pace nel Donbass e stabilizzazione dei rapporti con la Russia. Al primo turno delle Presidenziali, a sorpresa, è il più votato: raggiunge il 30,6%, una percentuale superiore ai voti di Poroshenko e della Timoshenko messi insieme.
Un risultato che, anche alla luce del fatto che la maggior parte dei consensi gli arrivano dalle Regioni sud-orientali russofone, contiene un messaggio eloquente: gli ucraini vogliono voltare pagina rispetto al decennio tumultuoso che va dalla Rivoluzione arancione del 2004, guidata dalla discussa Timoshenko, a Euromaidan del 2014, che portò poi Poroshenko alla presidenza. Si tratta di un no secco agli oligarchi e al loro potere occulto, ma soprattutto sa di netta bocciatura all’idea di una Ucraina mono–culturale e mono–linguistica auspicata prima dalla Timoshenko e poi da Poroshenko, che ammiccando quest’ultimo fin dal 2014 alle forze ultranazionaliste, si presentava come unico paladino dell’“identità ucraina” minacciata dai russi (non solo quelli di Mosca, anche gli ucraini lingua russa).

Dialogo e pace
Zelensky infatti in campagna elettorale è su posizioni opposte, parla di “popoli fratelli” e si dice contrario a questa sorta di discriminazione che i suoi avversari portano avanti da anni, consapevole di quanto la lingua e la cultura russa siano presenti in una grossa parte di elettorato, che pure si sente ucraina e non necessariamente guarda a Putin. Anzi, sa di andare incontro anche all’ala più liberale e moderata della società ucraina, la stessa che nel febbraio 2014 nelle Regioni occidentali (quindi non russofone) aveva protestato duramente, dopo che i neonazisti di Svoboda, arrivati al potere dopo Euromaidan, avevano immediatamente fatto abrogare la legge sul bilinguismo approvata due anni prima da Viktor Yanukovic. E questa posizione di pacificatore lo premia: al secondo turno trionfa con il 73% dei consensi.

Formula Steinmeier
Con l’obiettivo di raggiungere la pace nel Donbass, Zelensky nell’ottobre 2019 accetta a sorpresa la Formula Steinmeier, ovvero il progetto di pacificazione proposto nel 2015 dall’allora ministro degli Esteri tedesco, che prevedeva libere elezioni nelle zone separatiste sotto la supervisione dell’Osce, con la partecipazione di candidati di tutti i partiti, preludio al formale riconoscimento dello status speciale dei territori del Donbass, sotto la sovranità ucraina. La comunicazione presidenziale è però fallace, e così Zelensky si ritrova subito contro l’ultradestra e gli ambienti militari che lo accusano di aver ceduto dinanzi alle imposizioni di Mosca: «Nessuna capitolazione!» è il grido di protesta che ben presto si allarga anche ad ambienti liberali.
Zelensky però va avanti, e nel dicembre dello stesso anno incontra Vladimir Putin a Parigi, nell’ambito di rinnovati colloqui del Normandy Format, frutto dello spirito di cooperazione avviato dal suo consigliere Andryi Yermak e quello di Putin Dmitri Kozak. A Kiev l’opposizione nazionalista lo attacca ferocemente chiamandolo “marionetta del Cremlino” e lo accusa esplicitamente di arretrare davanti ai russi, quando nel luglio 2020 concorda con i separatisti il cessate-il-fuoco, in attesa di tenere finalmente le elezioni previste dagli accordi internazionali.

Primi insuccessi
Intanto però l’economia nazionale non decolla, complice anche la pandemia che si è abbattuta sull’Ucraina, alla quale il suo Governo non è stato capace di reagire. Anche la battaglia contro corruzione e oligarchi, sua bandiera in campagna elettorale, segna il passo: quando rinnova i propositi di un ingresso di Kiev nell’Ue, Bruxelles gli fa sapere che l’Ucraina non rispetta ancora gli standard di trasparenza previsti per avviare un processo di adesione, perché il Paese non si è ancora dotato di una legislazione tale da poter contrastare i corrotti.
Complice anche la solita errata comunicazione politica, Zelensky a luglio 2020 si ritrova con meno della metà dell’elettorato (43%) che crede in lui: la maggioranza degli ucraini (51%) dice di non fidarsi del proprio presidente. E il calo nei sondaggi lo accompagnerà anche nei mesi seguenti.

Lo sguardo a Washington
Ad inizio 2021 Zelensky è in evidenti difficoltà: nessuno dei grandi risultati promessi due anni addietro è prossimo al conseguimento. Anche l’indecisione nel proseguire sulla contestata Formula Steinmeier nel Donbass (che nel frattempo è tornato ad infiammarsi) allontana ulteriormente una pacificazione con i separatisti russofoni. Mosca ora lo guarda con diffidenza, lo considera poco affidabile, la stessa percezione che hanno Berlino e Parigi. L’unica via d’uscita per trovare appoggi internazionali viene dagli Usa, dove Donald Trump ha lasciato il posto a Joe Biden. La nomina di un clintoniano doc come Anthony Blinken a segretario di Stato lascia prevedere anche un cambio di strategia nella politica estera di Washington da isolazionista a interventista. Viene messo in agenda un vertice a due da tenere in autunno alla Casa Bianca, dal quale il presidente ucraino spera di tornare a Kiev con il sostegno statunitense.
Cercando di recuperare consensi al di fuori del suo elettorato, Zelensky comincia ad adottare un linguaggio più duro e meno conciliante con la Russia, e torna a parlare con insistenza di adesione dell’Ucraina alla Nato, trovando subito una sponda Oltreatlantico. Intanto, entra in rotta di collisione con il suo fidato spin doctor e speaker della Verchovna Rada (il Parlamento) Dmytro Razumkov. Dopo che questi ha espresso forti critiche sulla costituzionalità della governance presidenziale del Consiglio di Sicurezza ucraino, Zelensky lo fa rimuovere dalla sua carica, facendo votare i suoi deputati assieme ai nazionalisti della Timoshenko e gli altri gruppi legati a Poroshenko e agli oligarchi.

Il crollo nei sondaggi
Ma il macigno che pare assestare il colpo di grazia alla sua credibilità arriva in ottobre. Esplode lo scandalo dei Pandora Papers, ovvero viene resa nota in tutto il Mondo una serie di documenti riguardanti beni e proprietà offshore di alcune delle figure più ricche e potenti del Pianeta. Sono coinvolti 35 leader mondiali, e tra i nomi c’è anche quello di Zelensky. Gli ucraini scoprono che il presidente e gli uomini a lui più vicini hanno proprietà nascoste in paradisi fiscali come Belize e Isole Vergini.
I media governativi cercano di arrampicarsi sugli specchi, dicendo che le società di comodo legate al presidente ucraino erano note fin da prima della sua elezione. Il Governo fa trasparire l’idea che, in fondo, «così fan tutti». Un autogol clamoroso, l’ennesimo. Il messaggio che arriva agli ucraini, in buona sostanza è che Zelensky è un politico interessato al denaro come tutti gli altri. Gli stessi che voleva combattere.
A metà del suo mandato presidenziale, il disastro pare compiuto: in autunno il suo gradimento crolla al 24,7 per cento, i suoi elettori gli voltano le spalle. Siamo ormai a fine ottobre, quattro mesi prima dell’attacco russo.

Errate valutazioni?
È dinanzi all’oltranzismo assunto sul Donbass da Zelensky, che intanto è volato a Washington dove ha chiesto agli Usa di sostenere l’ingresso dell’Ucraina nella Nato e che in patria sembra sempre più ostaggio dei nazionalisti anti-russi, che Putin probabilmente comincia a pensare ad un regime change. Il presidente russo arriva forse a supporre che la forte contrarietà della popolazione ucraina verso il governo di Kiev e verso la classe politica locale possa rivelarsi un alleato cruciale in un’operazione militare su larga scala. Può essere stata la cialtroneria di Zelensky ad aver fatto credere agli strateghi del Cremlino di poter prendere l’intera Ucraina tra gli applausi della gente?
Non si può escludere che in un primo momento Putin avesse pianificato un’occupazione del solo Donbass, come avvenuto nel 2014 in Crimea. Poi però la sfiducia dei cittadini ucraini verso i loro amministratori può aver contribuito a cambiare i piani del Cremlino, erroneamente convinto di trovare ampio consenso nella popolazione. Anche il linguaggio usato dal leader russo nell’immediata viglia dell’invasione e nelle prime ore successive (ricordate l’ambiguo appello all’Esercito a sollevarsi e a deporre il Governo?) lascerebbe pensare a questo. L’”operazione speciale” scattata il 24 febbraio scorso avrebbe così una logica: ma come spesso accaduto nei conflitti del passato, potrebbe essere frutto di un grave errore di valutazione. Forse è proprio in uno di questi incroci che la Storia prende un percorso preciso

Alessandro Ronga
(09/03/2022)

E per questo tizio buffo, a cui ‘qualcuno’ ha fatto credere che sarebbe stato inondato di miliardi a sbafo con l’entrata nella UE e che tutto l’Occidente avrebbe marciato compatto alla riconquista del Donbass per spezzare le reni alla Russia con l’ingresso nella NATO (scatenando l’apocalisse nucleare), salvo trasformare il proprio paese in un immenso campo di battaglia, con un conflitto per procura tra Russia e USA (dove gli ucraini forniscono la carne da macello), noi rischiamo la terza guerra mondiale o, nella migliore delle ipotesi, il ritorno al medioevo, tra razionamento viveri e carenza energetica, iperinflazione e recessione economica, in regime di guerra permanente e ridotti a colonia atlantica in stato di dipendenza servile per garantire la primazia americana, in attesa dello scontro finale con la Cina (la guerra che gli USA stanno preparando da 20 anni).

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MEDIACRAZIA

Posted in Kulturkampf, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , on 15 aprile 2022 by Sendivogius

C’era una volta il “giornalismo d’inchiesta”… brillante invenzione di una stampa del tutto ideale (e per questo irreale), che aspira ad essere qualcosa d’altro e di più, rispetto ad una cassa di risonanza di poteri consolidati; o ridursi a mero strumento di manipolazione delle coscienze, per la promozione di interessi particolari su diffusione propagandistica.
Da noi, dove il giornalismo libero non è mai stato, nell’imprescindibilità di un’atavica vocazione cortigiana, le inchieste si limitano più che altro a tirar di conto nelle tasche altrui, con indignazione variabile in base alle appartenenze di scuderia. Oppure finiscono nel vuoto cosmico del disinteresse generale su ottundimento di massa. Più che i fatti, prevalgono i teoremi. E tutto si riduce ad appendice di un romanzo criminale senza fine, da tirare avanti fino ad esaurimento dei lettori disponibili.
Questo quando va bene, nel minimo di approfondimento che ne consegue, perché di preferenza il giornalista italiano riporta opinioni, di solito le proprie (meglio se mutuate da quelle del suo interessato padrone editoriale), elette ad imprescindibile verità di fede disciplinata in dogmi apodittici, da circostanziare al limite con poche battutine su twitter e condensabili in slogan rifritti, riassumibili in una mezza dozzina di parole vuote. “Altrimenti il pubblico non capirebbe”.
Per questo predilige i sensazionalismi della comunicazione emozionale, che lo dispensano dalla confutazione critica nell’onere della prova su verifica indotta, nella prevalenza dei patetismi mediatici su base regressiva, attraverso la delineazione dei fronti di appartenenza su divisione manichea. Il giornalista non deve mediare un’informazione verificata, ma creare un “animus” particolare e soprattutto funzionale ad altro…
Il fenomeno era già in essere da tempo, ma il conflitto in Ucraina scatenato dall’invasione russa ha ingenerato in un sistema mediatico embedded una sorta di catechesi propedeutica alla pedagogia di guerra. Più che formare coscienze, si preparano i futuri soldati alla guerra di domani, che ormai viene data quasi per certa, considerata accettabile… E per questo va resa desiderabile nell’ineluttabilità della stessa.
È una narrazione mitopoietica, che aborre la complessità; né tollera dubbi o esitazioni di sorta: nel migliore dei casi sono intesi come cedimenti al Nemico e nella peggiore delle ipotesi come un atto di tradimento della patria (ucraina, per proiezione).
L’addestramento è affidato ad un battaglione di invasati 50/60enni, con contorno di supponenti bimbiminkia in carriera e figlie di papà, preferibilmente parcheggiate sul seggiolone di qualche consiglio d’amministrazione a mantenimento pubblico. Che più che altro, sembrano i servi sciocchi di una compagnia di giro per l’intrattenimento ed indottrinamento delle reclute, mentre si infervorano come un Tirteo redivivo e leggono le veline della propaganda eletta a verità incontrovertibile, giacché nessuna panzana dal fronte ucraino pare loro abbastanza grande né assurda, da non essere esaltata o dal dover essere confutata, senza che mai ombra di dubbio alcuno sfiori le loro granitiche certezze.
Si distinguono per foia guerriera una mandria assortita di pasciuti e panciuti maschi adulti in fase senescente, che hanno superato la crisi di mezza età sostituendo i pruriti erotici di ritorno con le fregole di guerra in orgasmo surrogato, dopo aver riscoperto i soldatini con mezzo secolo di ritardo, per giocare alla guerra sul divano di casa travestiti da grandi strateghi, in un ritrovato vitalismo su eccitazione bellica.
E che ora imperversano a tempo pieno su reti unificate diffondendo il Verbo, mentre si passano la staffetta e randello per la bastonatura collettiva su pestaggio in gruppo dell’Orsini di turno.
A loro tempo imboscati, dopo essere ricorsi a qualsiasi espediente utile per sfangare il servizio militare di leva (“obbligatorio” per tutti, ma non per loro), oggi si sentono tutti generali, promossi sull’aia dei pollai televisivi per meriti di corte, mentre piantano bianderine e spostano carrarmatini di plastica sul tabellone del Risiko!, con l’aria tronfia e compiaciuta di ogni citrullo ingallonato che giochi alla guerra senza mai averne vista una.
Sono gli emuli contemporanei di quel giornalismo parolaio ed interventista che condusse l’Italia al mattatoio della prima guerra mondiale, in un’epifania sanguinaria di nazionalismo sciovinista ed esaltazione bellicista contro i “panciafichisti” di allora. All’epoca, le voci critiche o diffidenti erano bollate così. Oggi possiamo contare su un maccartismo di ritorno, molto più consono all’american spirit che pervade i nostri concionanti guerrafondai da salotto. Ma a differenza dei nostri eccitabili rambo da tastiera, gli “interventisti” di un secolo fa almeno ebbero la compiacenza di arruolarsi volontari in prima linea e farlo con convinzione, spesso rimanendoci secchi. Qui invece abbiamo solo un commando di indecenti pennivendoli d’assalto, che in guerra preferiscono mandarci gli altri, per spacciare qualche copia in più dei loro insulsi giornaletti in crisi di vendite e credibilità, appagando il proprio narcisismo da salotto e magari riciclarsi con un ingaggio da zerbino sull’uscio di qualche panel NATO.

Tale è l’assatanato manipolo di ringhiosi cagnetti da riporto, pronti a scondinzolare dietro a Padron Sam (nei panni di un vecchio rincoglionito, che non riesce a trattenere le sue flatulenze) in cambio di qualche croccantino, ridotti come sono a sbavanti mascottine da CCS di caserma.

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(157) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , , , , , , , , on 2 aprile 2022 by Sendivogius

Classifica MARZO 2022″

Rimossi i corrispondenti da Mosca perché non abbastanza imparziali, irretiti come sono dal lato oscuro della Forza, rimangono i fior di professionisti schierati sul fronte occidentale a supporto delle Forze del Bene delle quali costituiscono il megafono in servizio organico permanente.
E nonostante l’unico compito loro richiesto sia quello di leggere le veline della propaganda di guerra, a cura del Ministero della Verità, ogni tanto i pupazzi animati peccano di zelo e provano ad agire in proprio con risultati grotteschi. È il caso dell’inviato del TG1 della RAI, Giacinto Pinto (e con un nome così!) in missione speciale ad Odessa, a riprova che il livello ormai miserabile raggiunto dal “servizio pubblico” può essere superato, trascendendo l’indecenza per tracimare nell’ucronia, tramite l’invenzione di una realtà parallela, funzionale alla propaganda ideologica su mistificazione a tempo pieno.
Pinto è uno che scambia la Rivoluzione russa del 1905 per ribellione contro i bolscevichi ed i cosacchi dello zar per le guardie rosse. Usa i fotogrammi de “La corazzata Potëmkin” (che no, non è una cagata pazzesca, ma un capolavoro assoluto del cinema) e presenta gli ammutinati di Odessa come nazionalisti ucraini in rivolta contro i comunisti russi. Quando la bugia supera se stessa… 
È questa l’informazione corretta, e soprattutto documentata, per la quale ci viene imposto il pagamento di un canone di abbonamento, onde coprire i costi di cotanta merda profusa a piene mani. Giusto a proposito di riduzione delle bollette, eliminando i balzelli inutili.
Ma niente raggiunge e supera lo schifo di un Massimo Gramellini, elevato all’ennesima minchioneria, che in piena fermentazione saccarolitica, col suo Lirismo esegetico nell’ora di catechismo pedagogico, dedica un ispirato peana a Vyacheslav Vasilievich Abroskin, il generale ucraino che su un post di Facebook si è offerto ai russi in cambio dei bambini di Mariupol, suscitando per questo suo memorabile annuncio le polluzioni incontrollate dei media nostrani. Tale è il plauso ammirato per l’eroico gesto del cavaliere senza paura che a chiacchiere si vende benissimo, dopo la pubblicazione della letterina aperta sul network preferito da ogni mitomane in vena di millanterie, che quasi spiace interrompere il coito dei nostri giornalai per cotanto coraggio condensato in un clic.
Secondo l’ispirato Gramellini, sdilinquito in orgasmi multipli da coito bellico, il generale Abroskin è uno di quelli che “gli ebrei definirebbero un Giusto”… forse i diretti interessati avrebbero qualcosa da ridire, ma il nostro cerimoniere di corte non si è dato pena di verificare.
Più prosaicamente, Vyacheslav Abroskin, già funzionario dell’Anticrimine nella Crimea occupata, diventato vicecomandante della polizia nazionale ucraina, si è distinto nella repressione degli insorti del Donbass, liquidati (nel senso letterale del termine) come “terroristi”. Nella guerra per bande, che contraddistingue l’organizzazione di uno stato semifeudale, Abroskin si è occupato di “brigantaggio”, dando la caccia agli oppositori politici del governo nazionalista e facendosi parecchi nemici, che di rimando lo hanno accusato di aver messo su un traffico internazionale di stupefacenti, approfittando delle coperture in Polizia, e che tutto il suo zelo di incorruttibile sarebbe piuttosto volto all’eliminazione della concorrenza. Ma nei gineprai ucraini noi non vogliamo entrare.

Mandatory Credit: Photo by STEPAN FRANKO/EPA-EFE/Shutterstock 
Vyacheslav Abroskin, the First Deputy of the Head of the National Police of Ukraine shows confiscated heroin during a briefing of National Police in Kiev, Ukraine, 24 April 2019. Police operatives have seized 300 kilograms of heroin worth some 25 million US dollars, which were to be transferred to Europe by a suspected international drug trafficking network.
Ukraine seizes 300 kilograms of heroin, Kiev – 24 Apr 2019

Come nella fantasia di Gramellini il generale ucraino sia diventato anche un nazista organico ai battaglioni Aidar ed Azov (quelli che nel tempo libero leggono Kant) non è proprio chiarissimo. E se davvero questo poliziotto fosse un guerriero fanatico, un violento, un simpatizzante nazista, a maggior ragione l’infatuazione sarebbe ancor più grave, anche perché a Gramellini sfugge il lapalissiano concetto che se l’eroico generale andasse con le sue Waffen SS a giocare alla guerra altrove, invece di utilizzare la città come il suo personale campo di battaglia, nascondendo truppe e mezzi militari tra le abitazioni, ed in tal modo facendo di ogni edificio un obiettivo militare, semplicemente Mariupol non sarebbe un luogo di combattimento, con la popolazione civile imprigionata nel mezzo del fuoco incrociato. Ah ma Gramellini è uno di quelli che ama le storie truculente e crede alla saga fantasy degli orchi russi da Mordor, che vanno a caccia di “bambini ucraini” coi quali insaporire il borsch.

Hitlerjugend in Ucraina

Di tutti gli altri bambini, di quelli che vengono trucidati nell’indifferenza generale e nell’ordine di migliaia in Yemen, in Siria, in Iraq, nella Striscia di Gaza… a Gramellini, ed ai tanti predicatori da salotto come lui, non frega nulla; oppure sono troppo impegnati a masturbarsi davanti allo specchio, mentre dedicano le loro omelie al Giusto tra i neo-nazisti, che in Ucraina vengono coccolati, protetti, ed onorati come eroi fondatori dello stato nazionale. Invero, Gramellini non s’accorgeva di nulla neanche quando le bombe cadevano un po’ più ad est, sulle città di Donetsk e Luhansk. La guerra lì già c’era da 8 anni, con tanto di palazzi sventrati e civili maciullati a colpi di mortaio, ma non faceva notizia. Figuriamoci ancor più lontano! Evidentemente, fuori dall’Ucraina, i bambini non sono abbastanza fotogenici (né abbastanza “ariani”), e dunque non  mediaticamente spendibili, per dire immani stronzate in tivvù, o da utilizzare per foto demenziali con lecca-lecca e fucile, coprendo il fumante merdone sotto una crosta di zucchero. E si eccitano per questo!

Pedopornografia di guerra

È il dramma dei nostri guerrieri da salotto, che imperversano a reti unificate; gli esteti dell’armiamoci e partite: il più devastante effetto collaterale della guerra in corso.

Hit Parade del mese:

01. IN CASO DI ESPLOSIONE ATOMICA

[07 Mar.] «Bisogna mettersi a terra col viso in giù; le mani sotto la pancia e non tenere le mani fuori; poi ci saranno ondate, folate di vento, non alzarsi alla prima ma ce ne saranno altre a seguire; oppure state 5 giorni in casa con l’acqua delle bottiglie, vi mettete nel rifugio i 2 litri al giorno e tutta roba in scatola… tutto qua.»
(Luca Zaia, pasticca di iodio)

02. FAI BEI SOGNI

[26 Mar.] «Questo generale è un guerriero fanatico, un violento, un simpatizzante nazista, ma è disposto a sacrificare la sua vita per mettere in salvo quella dei piccoli sopravvissuti di Mariupol. Non è un uomo buono, proprio no. Gli ebrei lo definirebbero un Giusto. Sì, un giusto. Come il nazista Schindler e il fascista Perlasca, che salvarono centinaia di ebrei dall’Olocausto. O come Zofia Kossak, la scrittrice ungherese famosa per le sue posizioni antisemite che durante la Seconda guerra mondiale salvò la vita di tanti bambini ebrei a rischio della sua, tanto che venne deportata ad Auschwitz. Perché i Giusti possono avere idee sbagliate. Ma i gesti, certi gesti, non li sbagliano mai….. Ed è proprio quando la vita ci mette sotto pressione che ci spogliamo delle ideologie, dei pregiudizi, delle paure. E scopriamo chi siamo davvero.»
(Massimo Gramellini, Pan di Zucchero)

03. CAMERATI DI STRADA

[11 Mar.] «Il Battaglione Azov non è un battaglione neonazista.»
(Enrico Mentana, non qualificabile)

04. IL GOVERNO DEI MIGLIORI

[17 Mar.] «Oggi è il 17 marzo, auguri alla Repubblica.»
(Carlo Sibilia, sottosegretario di Stato al Ministero dell’Interno)

05. LA GUERRA DEI CRETINI

[13 Mar.] «Su questi scalini, Odessa si ribellò ai bolscevichi nel 1905.»
(Giacinto Pinto, pennivendolo del TG1)

06. E SE MIO NONNO AVEVA LE ALI…

[23 Mar.] «Putin senza la NATO sarebbe già a Lisbona.»
(Beppe Severgnini, presenzialista da salotto)

07. IL FRASTUNO DELLE STRONZATE

[29 Mar.] «Il frastuono della guerra ha fatto cascare il castello di sabbia della narrazione progressista. Ora più che mai serve una svolta conservatrice per tornare ad affrontare la realtà.»
(Giorgia Meloni, fascio di lotta e di governo)

08. IL BAR E LA STORIA

[26 Mar.] «Segnatevi la data di oggi perché farà storia …il discorso di Biden di oggi a Varsavia cambia il passo delle Guerra. “Non abbiate paura”- citando Giovanni Paolo II- e “Putin non puo’ restare al potere”.»
(David Parenzo, commentatore autorizzato)

09. IPERSONICHE

[22 Mar.] «La Russia usa armi supersoniche»
(Alessandro Di Battista, l’Espertone)

10. DI PAPI IN FIGLIO

[21 Mar.] «Matteo Salvini è il politico più coerente, il più trasparente e affidabile.»
(Silvio Berlusconi, papi nobile)

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