Ma facitece ‘o piacere!

Ma davvero un placido vecchietto come l’ottuagenario Paolo Savona, economista liberale di lungo corso e comprovata esperienza, peraltro totalmente organico a quell’establishment finanziario e manageriale di cui ha fatto parte per una vita, e che ora si vorrebbe dipingere come sovversivo no-euro, sarebbe la minaccia in grado di destabilizzare la tenuta valutaria e la stabilità dei fantomatici “mercati”, ai quali tutto è supino prima ancora che subordinato?!?

«Parte importante dei problemi che ha incontrato e incontra l’Italia riguarda i modi in cui l’Unione europea è stata costruita e opera, ossia le strutture istituzionali e la politica economica decise nel 1992 con il Trattato di Maastricht e le successive scelte.
[…] Il mancato perseguimento degli obiettivi conduce a uno stato permanente di tensione all’interno dell’Europa per le ingiustizie che implica: i cittadini non sono tutti uguali nei diritti, ma solo nei doveri. L’esprit d’Europe si attenua e vengono meno le componenti sociali della pace, la vera forza che ha trainato all’inizio l’idea di Europa. I motivi di questa situazione sono due: l’unione non era ancora maturata nella coscienza dei popoli europei finendo con il peggiorarla per le cattive performance registrate nei momenti di crisi e perché le istituzioni create confliggevano con gli obiettivi. La scelta fu decisa da un’élite che procedette illudendo il popolo con le promesse contenute nell’articolo 3 riportato. Per l’euro, invece, la volontà delle élite divergeva e fu necessario un compromesso che assegnò compiti limitati all’eurosistema e condusse a una sua nascita prematura rispetto all’indispensabile unione politica. Le preoccupazioni erano dovute al fatto che l’assegnazione di poteri più ampi alla Banca centrale europea non avrebbe garantito un’inflazione contenuta e poteva condurre a una mutualizzazione dei debiti pubblici, entrambi aspetti che la Germania non intendeva accettare. Fu un atto di debolezza dovuto alla fretta.
[…] L’Italia era impreparata nel 1992 ed è ancor più impreparata oggi, per le difficoltà che si sono accumulate e perché ha capito con quali compagni di strada si è messa. Non accuso la sola dirigenza italiana della scelta errata, ma anche quella europea, che era ben conscia, anche spingendosi oltre la realtà fattuale, che l’Italia non fosse preparata per stare nella moneta unica così come era stata concepita. Nella riunione del 24 marzo 1997, tenutasi a Francoforte, l’Italia era fuori dall’euro, nonostante Ciampi, ministro del Tesoro del governo Prodi, avesse varato il 30 dicembre precedente una manovra fiscale di 4.300 miliardi di lire, imponendo quella che è ricordata come “eurotassa” per rientrare nei parametri fiscali concordati. L’Italia aveva chiesto inutilmente di prorogare l’avvio dell’euro, ma la Germania si oppose. Un anno dopo, il 28 marzo, l’Italia venne accettata nel gruppo di testa dei Paesi aderenti all’euro. Non si conosce che cosa sia esattamente successo nel corso di quell’anno; forse ha contato l’impegno della diplomazia monetaria, dove la Banca d’Italia svolgeva un ruolo importante, o forse il fatto che, fatti bene i calcoli, i Paesi-membri hanno compreso che, tenendoci fuori, avrebbero patito la nostra concorrenza sul cambio e, accettandoci, avrebbero bardato il nostro sviluppo. Ora la nuova sovranità da espugnare è quella fiscale con le stesse modalità che hanno ispirato la cessione della sovranità monetaria, ossia secondo una visione di parte, pregiudiziale, del suo funzionamento, accompagnata dalla solita dichiarazione che servirebbe a migliorare il benessere generale. Essa non sarebbe un passo verso un’unione dove i cittadini godono degli stessi diritti ma per consentire una buona performance dell’euro e del mercato unico che causa una divisione tra essi. L’uomo al servizio delle istituzioni e non viceversa, una concezione sovietica dietro il paravento della liberaldemocrazia. Semmai si decidesse di farlo – e i gruppi dirigenti italiani, la stessa cultura accademica prevalente sono pronti ad accettarlo – si rafforzerebbero ancor più le forme di coordinamento obbligatorio, di tipo burocratico, diminuendo quello spontaneo garantito dal mercato unico creato con gli Accordi di Roma del 1957. Il problema dell’Ue non è l’autonomia delle sovranità fiscali nazionali, peraltro già vincolate dai parametri di Maastricht e rafforzate con il fiscal compact, ma l’assenza di un’unione politica in una delle forme conosciute di Stato. Spiace doverlo evidenziare, ma, cavalcando l’ideale elevato di porre fine alle guerre tra Paesi europei, non potendo procedere per via politica, i gruppi dirigenti hanno deciso di seguire una soluzione dove i principi democratici non hanno accoglienza. La conseguenza di questa scelta ha i contenuti di un fascismo senza dittatura e, in economia, di un nazismo senza militarismo.
[…] I gruppi dirigenti apprezzano l’inversione dei rapporti di forza favorevole che l’Ue stabilisce tra loro e il popolo, in particolare i lavoratori, con i media che esaltano quasi quotidianamente “le magnifiche e progressive sorti” dell’Unione europea per il Paese, anche se esse non emergono dalla realtà. L’enigma (peraltro di facile soluzione) è a quale parte del Paese si riferiscono? Purtroppo la risposta è quella parte che già sta bene e sa difendersi, essendo in larga maggioranza. Siamo tornati indietro di secoli nelle conquiste raggiunte nella convivenza civile democratica. Poiché una politica monetaria comune non si adatta a tutte le esigenze o condizioni di fatto dei Paesi che aderiscono alla moneta unica, l’aggiustamento dovrebbe essere attuato con adeguate politiche fiscali, le quali, come si è ricordato, sono restate nelle mani dei singoli Paesi, ma sono vincolate da limiti ben precisi posti ai deficit del bilancio pubblico e al livello del debito sovrano sul Pil. Soprattutto per i Paesi, come l’Italia, che fin dall’inizio avevano una posizione squilibrata rispetto a questi due parametri fiscali (oltre il 7% nel deficit di bilancio e oltre il 100% nel rapporto debito pubblico/Pil), gli spazi per queste politiche sono di fatto attribuiti in modo asimmetrico, positivi per chi rientra nei parametri concordati, negativi per gli altri. L’ingiustizia è innata negli accordi.
[…] Non c’è verso di convincere i leader dell’Unione europea di seguire il principio di Franklin Delano Roosevelt che se qualcosa non funziona, si cambia. Ma il cambiamento richiede preparazione scientifica, fantasia creatrice e coraggio per intraprenderlo. Nell’Ue le forze della conservazione prevalgono. La storia economica brevemente percorsa suggerisce che è necessario mutare le politiche riguardanti gli investimenti, soprattutto pubblici, e la tutela del risparmio operando sui tassi dell’interesse e sul rischio, nonché il funzionamento del sistema monetario internazionale ed europeo, affrontando con adeguate politiche i divari di produttività tra aree geografiche, settori produttivi e dimensioni di impresa. Se non lo fa, la società prima o dopo si vendicherà, seguendo i movimenti di protesta non perché siano preparati ad affrontare il problema, ma solo perché insoddisfatti delle politiche seguite dai partiti tradizionali.
[…] Non ho mai chiesto di uscire dall’euro, ma di essere preparati a farlo se, per una qualsiasi ragione, fossimo costretti volenti o nolenti (il piano B da me invocato). Ritengo che uscire dall’euro comporti difficoltà altrettanto gravi di quelle che abbiamo sperimentato e sperimenteremo per restare. Il problema consiste nel fatto che non abbiamo né piano A, né B. Il piano A dell’Italia è quello della Ue con le conseguenze indicate. Ho il timore che il piano B sia quello di consegnare la sovranità fiscale alla “triade” (Fmi-Bce-Commissione) se le cose peggiorano, infilandoci nella soluzione greca. Il Paese è in un vicolo cieco. Le autorità hanno il dovere di approntare e attuare due diversi piani, quello necessario per restare nell’Ue e nell’euro, e quello per uscire se gli accordi non cambiano e i danni crescono. Invece si insiste nella loro inutilità essendo l’euro irreversibile e si è disposti a pagare qualsiasi costo pur di stare nell’eurosistema. La prima dichiarazione viene fatta a voce alta, la seconda raramente, ma viene comunque pensata dagli ideologi dell’Ue e dell’euro, ben sapendo che questo costo non verrebbe pagato da loro, ma da una minoranza, sia pure di dimensione significativa

A ben vedere, si tratta di argomentazioni di assoluto buonsenso (ed in gran parte condivisibili), nonché piuttosto ovvie per chiunque non sia accecato dai fumi tossici dell’ideologia ordoliberista che domina l’intera struttura dell’illusione europea, sotto il costante diktat di un allucinante Psycho-Reich a dominazione tedesca.

Quelle di Savona sono osservazioni che non contengono proprio niente di “estremistico” o “delirante”. E che tanto bastano però a terrorizzare l’elite degli euroburocrati, con la nutrita pletora dei volenterosi carnefici che gattonano ubbidienti a braghe calate nelle celle di rigore di quella distopia mercantilista che chiamano UE.

Gli stessi che tutti insieme ci hanno cacciato nelle peggiore recessione economica dai tempi della Grande Depressione del 1929, senza soluzione di uscita. Se così fosse, allora sarebbe davvero un’ottima notizia, nonché l’uomo giusto al Ministero dell’Economia.

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2 Risposte to “Ma facitece ‘o piacere!”

  1. De Sad Says:

    Mi perdonerai la banalità ma non riesco a non pensare o credere che “usciamo dall’euro” is the new (in realtà ormai vecchio) “chiu pilu pi tutti” di Laqualunquista memoria. Fa specie che l’abbia utilizzata pure questo Savona che non conoscevo ma di cui posso condividere alcune idee riguardo l’europa e i suoi diktat. Ecco mi piacerebbe conoscere a tal proposito il tuo/vostro pensiero.
    Tutti hanno sbandierato o minacciato l’uscita dall’euro per poi miseramente ritrattare tutto, che lo facciano i naifzisti grillini o il Mussolini di ghisa ci può stare (purtroppo) ma non è assurdo che certe cose vengano fuori dalla bocca di professoroni come Savona?

    • Il problema è che (al netto delle distorsioni, volte più che altro a ridicolizzarne la figura onde screditarne le idee) Savona non ha mai detto di voler uscire dall’euro. O almeno non lo ha mai fatto esplicitamente, come vorrebbero invece far credere i suoi detrattori (perché questo è il messaggio che è passato).

      Per riassumere in sintesi, Savona ha semplicemente detto che l’Italia, qualora le condizioni per aderire ad una moneta unica dovessero rivelarsi insostenibili per la tenuta socio-economica del cosiddetto “sistema-paese”, e che per sua somma sventura si trovasse ad essere costretta ad uscire dall’euro, deve quantomeno possedere uno straccio di “piano”, che la metta in condizione di non affrontare del tutto impreparata quella che potrebbe rivelarsi una catastrofe economica senza precedenti ed arginare in qualche modo i danni.
      Insomma, si tratta dell’ormai famoso “Piano B” di Paolo Savona: una exit-strategy ipotetica che è stata intesa come un piano ‘segreto’ per uscire dall’euro. E che non è esattamente la stessa cosa.
      Per rendere l’idea, prendo in prestito un paio di esempi…

      Se attrezzo un transatlantico con scialuppe e boe di salvataggio, non lo faccio perché ho la certezza che il transatlantico affonderà, ma semplicemente perché in caso di naufragio devo essere in condizione di poter garantire un minimo di sopravvivenza ai passeggeri, affinché non affoghino.
      Dotare un palazzo di moderni sistemi anti-incendio costituisce un valore aggiunto per l’immobile ed un incremento della sicurezza, non un limite che ne sancisce l’inagibilità nella certezza che questo andrà a fuoco.

      Paradossalmente, Paolo Savona (peraltro un liberista vecchio stampo di scuola economica neo-classica) è uno di quelli che ha sempre insistito per una maggiore integrazione europea soprattutto a livello politico (una roba che farebbe orrore ai “sovranisti”), insieme ad una migliore coesione economica attraverso l’incremento delle “aree valutarie ottimali” di libero scambio nell’ambito dell’unione monetaria. Parliamo di Robert Mundell, per intenderci: non certo un keynesiano! E costituiscono una parte integrante del Trattato di Maastricht mai davvero messa in pratica. Sostanzialmente perché prevedeva, in un rigido regime di cambi fissi, l’istituzione di un federalismo fiscale con riallocazione delle risorse, onde limitare gli effetti degli shock asimmetrici che inevitabilmente conseguono dall’impostazione di un simile sistema macroeconomico.
      Il fatto che una tale impostazione non sia stata mai messa in pratica (pur essendo prevista) è legata all’opposizione di uno specifico paese (ed i suoi satelliti). E questo spiega il “pregiudizio anti-tedesco” che anima le disquisizioni di un Paolo Savona, che non è un imbecille qualunque né un fanatico incompetente, anche se questo è il messaggio che si è voluto mutuare, al di là del fatto uno possa concordare o meno con le sue tesi che pure nessuno si è preso la briga, tra i suoi numerosi oppositori, di confutare. Al di là del fatto le si possa condividere o meno.
      Il fatto è che Savona queste cose le ha sempre dette (il personaggio non difetta in coerenza) e ciò non gli ha impedito nel corso di una lunga carriera, di presiedere importanti board internazionali (a partite dall’Ocse) ed occuparsi di politiche monetarie come alto funzionario della Banca d’Italia, ministro dell’industria, accademico e amministratore di istituti bancari. I problemi (per lui) sono iniziati quando ha cominciato a contestare, dati alla mano, l’impianto della moneta unica (non l’euro in quanto tale), mettendo in discussione non quella che è una teoria economica, ma una religione assurta a verità di fede.
      Questo non vuol dire che io, nella mia pur infinita ignoranza, possa concordare con tutto quello che Savona dice; o che ne condivida l’impostazione dottrinaria. Personalmente, ho scoperto il personaggio una decina di anni fa, quando fu tra i pochissimi a denunciare i rischi dei prodotti derivati e la crisi che inevitabilmente ne è scaturita, avendo modo di apprezzarne l’analisi. Peraltro molto moderata. Tanto che la voce che l’Enciclopedia Treccani dedica alla finanza derivata porta proprio la sua firma [QUI].
      Poi perché un Savona, pur col suo imponente curriculum, abbia deciso di accompagnarsi al Mussolini di ghisa ed ai nazi-grillini è un mistero che bisognerebbe chiedere a lui di sciogliere (peraltro si trova in nutrita compagnia), svelando le ragioni di un simile sputtanamento.
      Da parte mia, credo sia una questione di vanità, nella presunzione di dirigerne le scelte e guidarne le linee strategiche in ambito economico, data l’ignoranza abissale dei due dioscuri e dei loro accoliti. Certo ci sono modi migliori per concludere una carriera professionale.

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