Machina ad excludendum

hypocrisymeterDel controverso Pierre-André Taguieff, tra i più importanti (e contestati) studiosi del razzismo contemporaneo, avevamo già parlato in relazione a tutt’altro contesto
Siccome ogni narrazione, grande o piccola che sia, si nutre di archetipi, meglio se sfruttando il sensazionalismo di momenti topici, e siccome l’omicidio (preterintenzionale) del nigeriano ucciso a Fermo è stato subito piegato ai pietismi costruiti dell’ennesima strumentalizzazione mediatica, il ricorso a Taguieff è funzionale all’analisi. Questo perché l’argomento è di quelli delicati, da maneggiare con cura per non alimentare equivoci e provocare la pronta reazione delle vestali dell’ortodossia. Non che la cosa sia un problema…
casse toiPerciò, nel
 giorno dei cordogli telecomandati a reti unificate, della melassa riscaldata e dell’esibizione stucchevole dei buoni Pierre-André Taguieffsentimenti all’ingrosso, attingere al pensiero del sociologo francese diventa quasi una necessità; onde pompare un po’ di ossigeno al cervello tra gli asfissianti sciami di mosche bianche, preti esuberanti, e ministre prontamente planate in quel di Fermo, sul luogo del fattaccio per esprimere le proprie solidarietà pelose, sgocciolate ad indignazioni alterne. Si segnalano per la recita governativa, la presenza di Nostra Madonna dei Boschi, in drammatico crollo azionario di consensi, e l’immancabile Santa Laura patrona del Migrante, dopo l’assordante silenzio e la plateale Simona Montiassenza alle esequie dei nove italiani (tra cui una ragazza incinta di 5 mesi!), massacrati a colpi di panga nell’accogliente capitale bengalese in quanto “stranieri”, e celebrate nel totale disinteresse di media e governo più che mai ansiosi di dimenticare in fretta lo sconveniente ‘incidente’. Lì, ai funerali privati, le dame dell’istituzional cordoglio proprio non si son viste (l’auto blu era in revisione?).
PangaL’analisi di Taguieff non basterà di certo a ristabilire un minimo di equilibrio, riconducendo alla sua dimensione ordinaria un banale fattaccio di cronaca locale trasformato in caso nazionale, pompato ad arte nell’obnubilamento collettivo delle coscienze, su ottundimento retorico per colpevolizzazione indotta e distorsione deduttiva…
Resto del Carlino..E che tanto ha ispirato gli esercizi di stile che ungono la punta dello stilo dei salivanti scribacchini di regime, specializzati nella produzione seriale di pensierini melensi, che grondano appiccicosi dalle fucine dell’ipocrisia politicamente corretta e certificata a marchio dop, col quale menarcela ancora a lungo fino alla naturale scadenza della notizia.
Al contrario, Taguieff ha il pregio di fornire una prospettiva in più, quando parla dell’uso strumentale dell’antirazzismo come una macchina criminalizzante per fabbricare esclusione, tramite l’abuso linguistico e intellettuale del termine “razzista”, nel gioco degli specchi distorti alla fiera dei conformismi piagnucolosi.

Il Razzismo«Ciò che di solito viene definito “razzismo” non ha cessato, nonostante la banalizzazione del termine e la sua perdita di senso, legato al suo utilizzo politico e crescente uso mediatico, di porre problemi nella sua definizione. Per questo termine il significato sfuma di continuo, in mancanza di meglio, per essere impiegato in lavori di studio dove il suo status di termine polemico non cessa di contraddire il valore scientifico degli autori. Al contempo, la parola “razzista” è diventata un insulto nel linguaggio ordinario…. e dotato di una forza di delegittimazione ancora più forte dell’insulto politico.
[…] Trattare un individuo da razzista significa marchiarlo nel modo più definitivo possibile e rigettarlo come figura intollerabile sulla base di una condanna morale assoluta, che lo escluda da ogni dibattito pubblico. Proferire la parola “razzista”, applicare l’aggettivo ad un individuo, significa etichettarlo di una valenza negativa, riducendolo a mero esempio di quanto ci sia di peggio. Ma questo uso polemico, nel nome del Bene, ha svuotato il termine “razzista” di ogni contenuto concettuale. La routinizzazione del suo utilizzo polemico ha finito col rendere il termine inadatto a funzionare come categoria descrittiva.
[…Dalla difficoltà di definire il concetto] Il razzismo perde la sua dimensione specifica, finendo con l’essere considerato come un trattamento ingiusto, diluito in categorie onnicomprensive nell’ambito degli atti di imagesviolenza di uomini contro altri uomini……. Alcune organizzazioni antirazziste confinano sul ridicolo puntando le loro indagini sul “razzismo” e l’analisi di discriminazione razziale sulla selezione all’ingresso di discoteche. Ed esporre tali selezioni come se avessero qualcosa a che fare con le selezioni di ebrei deportati l’arrivo dei convogli per Auschwitz! Amalgama odiosa che riflette il triste stato in cui versa la “lotta contro il razzismo”. Ma perché parlare ancora di “razzismo”? Il riferimento alla “razza” che presuppone l’uso della parola “razzismo” è diventata metaforica. Il colore della pelle non è più significativo di quanto non lo siano la lingua, la religione, costumi, ecc E le reazioni chiamate “razziste” non presuppongono in alcun modo informazioni genetiche su soggetti “razziali”. L’assenza di ogni riferimento biologico nel concetto di “razzismo” è pressoché totale. La confusione si nutre di una applicazione indefinita della parola “razzismo”, a partire da analogie o accostamenti vaghi. Ad esempio: razza, sesso, età, classe sociale, provenienza della vittima….. Perché impiegare in modo surrettizio e generico una parola il cui significato è diventato indefinito?
[…] Tornando alla realtà sociale, non tutte le discriminazioni possono essere considerate “razziste”. E intendo una discriminazione un trattamento differente e diseguale delle persone o gruppi in ragione delle loro origini, appartenenze e apparenze (fisiche e sociali), delle loro credenze e delle loro opinioni, reali o supposte, e di un trattamento percepito di conseguenza come ingiusto che si traduce in pratiche e giudizi intollerabili attraverso i quali degli individui o gruppi di individui vengono privati dell’accesso a determinati beni.
taguieffLa discriminazione contro i giovani.. i vecchi.. gli handicappati.. non costituiscono forme di razzismo. Non più di quanto lo siano i criteri di razzializzazione, allorché si considera una categoria di immigrati come un fattore di contaminazione della popolazione maggioritaria.
Il criterio è semplice: in questi casi si verifica una essenzializzazione di gruppo da parte delle categorie coinvolte. Ma si ritrova anche l’elogio indifferenziato dell’immigrazione come un bene, un bene in sé ed un valore intrinseco. Un’immigrazione angelicata che a sua volta demonizza le politiche anti-immigratorie: tanto che certi difensori degli “immigrati” (considerati nella loro totalità) li celebrano come l’incarnazione del sale della terra (postulando la superiorità degli immigrati eretti a pseudo-razza), a tal punto che si può parlare ironicamente di un razzismo pro-immigrati, né più né meno giustificato di quanto possa essere il razzismo anti-immigrati.
[…] Tutto questo uso improprio dell’antirazzismo avvelena l’opinione pubblica e corrompe il dibattito politico, al contempo contribuisce a porre su un piano razziale i conflitti ed i rapporti sociali. Gli effetti perversi esistono, come si possono chiaramente vedere senza le lenti ideologiche le conseguenze indesiderate di un antirazzismo diventato una macchina per fabbricare esclusione, per sporcare e condannare a morte civile

Pierre-André Taguieff
(15/07/2011)

L’articolo completo, pubblicato giusto cinque anni fa sulla rivista “Atlantico”, lo trovate QUI (in francese). Se volete dilettarvi in una traduzione sicuramente migliore…

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