Il Capolavoro

'Apocalypse Now' by Marie Bergeron

Congratulazioni vivissime! Con tempistiche e metodi indegni persino per una junta especial da caudillo Peronsudamericano, il partito sedicente ‘democratico’ è riuscito in un sol colpo a ricompattare tutte le opposizioni, presenti in un parlamento esautorato da ogni potere e ridotto a caricatura formale di se stesso, approvando la modifica unilaterale della Costituzione a minoranza assoluta in un’aula mezza vuota alle quattro passate del mattino, su testo blindato di un governo a prova di elezione.
Il Parlamento (vuoto) vota la riforma della CostituzioneL’espressione ghignante di un premier abusivo e sempre più grasso, che scruta soddisfatto gli scranni vuoti di un’assemblea deserta, era quantomeno inquietante. Il GallettoSoprattutto se osservato nella tracotanza ducesca con la quale irride alle opposizioni assenti, attorniato dalle sue groupies assonnate e sbadiglianti manipoli di complemento, in un’aula sorda e ancorché silenziata nel sonno della democrazia.
ninna nannaE sorvoliamo sulle provocazioni e sulla scena surreale di un capo di partito, diventato presidente del consiglio senza prendersi il disturbo di essere eletto, che si aggira nel cuore della notte e con aria smargiassa in un Mussoliniparlamento blindato, passando in rassegna le truppe pronte per il voto ad oltranza. Come certi illustri statisti prima di lui, questo è un altro di quelli che tireranno dritto!
SuinoAhh l’odore del “partito della nazione” la mattina presto… profuma come… di fascismo!
Matteo er Bullo by Danilo SantiniIn un sol colpo, si è riusciti a far passare il principio (assai preoccupante) che la Costituzione possa essere cambiata con una risicata maggioranza relativa, a piacimento e discrezione di un solo partito. E per farlo si stabiliscono tempi contingentati al massimo su tappe forzate, con sedute fiume da 20 ore consecutive, maratone notturne e votazioni ad orari improbabili, passando per lo stravolgimento di tutti i regolamenti parlamentari. Il ricorso al cosiddetto canguro, unitamente alla ghigliottina, che imbriglia le prerogative parlamentari, dovrebbe costituire un’eccezione straordinaria, non applicabile nelle revisioni costituzionali. Le deroghe alla norma si spingono persino oltre… attraverso la forzatura delle stesse procedure previste dalla Costituzione. L’Art.138 che ne disciplina le modifiche prevede infatti un doppio iter parlamentare, con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi.
Il Principe by Lupe Ma il Principe a maniche di camicia ha deciso che la ‘riforma’ deve essere varata entro il Sabato del 14/02/15. Ed alle prime luci dell’alba l’avrà, come ordinato, accorpando i tempi di approvazione. Anche per questo la seconda votazione è stata calendarizzata ai primi del mese di Marzo, a distanza di poche settimane ed in palese violazione di quanto per l’appunto previsto dalla stessa Costituzione. E si maneggiano le modifiche con le modalità di un decreto-legge, imposto per volere superiore contro il resto delle Camere.
Con ogni evidenza, fino ad ora, il “sommo garante” non ha avuto alcunché da eccepire: parliamo dell’austero e ancor più silente neo-presidente Mattarella, giudice costituzionalista e profondo conoscitore delle normative parlamentari: l’arbitro che si è prontamente defilato durante la partita, nonostante il crescendo di falli. Attendiamo eventuali segni di vita dall’alto del Colle… E se il buongiorno si vede dal mattino..!
Sergio Mattarella e Matteo Renzi sulla Lancia Flaminia (foto LaPresse)L’ultima volta che la Costituzione è stata cambiata a colpi di maggioranza risale al 2001. Si trattava, oggi come allora, del Titolo V. Ciò avvenne per scelta unilaterale del centro(sinistra?), che a distanza di 14 anni rilancia e raddoppia con qualcosa di ancor più raffazzonato. Quindi, visti i successi, il precedente va replicato in peggio.
TwittarelloLa modifica del 2001 è universalmente riconosciuta come una delle peggiori ‘riforme’ mai approvate, con effetti pessimi (ai limiti della catastrofe) sul contenimento dei costi della spesa regionale e la tenuta del sistema Il Caro Estintosanitario nazionale. Nel 2006 il governo del papi si sentì in dovere di presentare una sua riforma costituzionale, alla quale la cosiddetta bozza Boschi è sovrapponibile come una copia in carta carbone. All’epoca la modifica venne bollata come una deriva autoritaria di stampo fascista e sonoramente bocciata nel conseguente referendum confermativo. Oggi invece si chiama la volta buona! La stessa merda evidentemente cambia odore a seconda dell’appartenenza.
bullshitE rappresenta un precedente pericoloso…

«Tanto più se si intende modificare addirittura la Costituzione, una fonte che è chiamata a disciplinare le nostre istituzioni e quindi a reggere alle tante tensioni che si producono naturalmente intorno ai processi decisionali ed alla gestione dei grandi poteri pubblici: in settori del genere sono assolutamente necessarie un buon livello qualitativo e la piena coerenza delle nuove norme costituzionali, poiché altrimenti i danni possono essere gravissimi, tanto da far dubitare che in tal modo si possa produrre un effettivo miglioramento delle nostre istituzioni

In quanto all’efficienza della sedicente “riforma” da approvare in fretta e furia, nell’immutabilità sacrale di un testo chiuso ad ogni integrazione o correzione:

«Anzitutto non appare affatto probabile che possa diminuire l’attuale pesante contenzioso fra Stato e Regioni malgrado l’enorme espansione dei poteri legislativi dello Stato che ci si ripromette, dal momento che la tecnica elencativa di ciò che spetta allo Stato o, invece, alle Regioni, appare largamente imprecisa ed incompleta. Contemporaneamente i poteri legislativi del nuovo Senato sono così confusamente (ed insufficientemente) configurati, che ne potrebbero derivare dubbi di legittimità costituzionale su molte leggi statali approvate con l’uno o con l’altro procedimento previsto nel progetto di revisione costituzionale (se ne possono distinguere sette od otto).
In secondo luogo, tutta questa profonda riforma del nostro regionalismo in senso fortemente riduttivo, non si applicherebbe, se non in alcuni modestissimi ambiti, alle cinque Regioni ad autonomia speciale (Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia) e cioè alcune delle Regioni di cui – a ragione o torto – più si discute criticamente. Anzi, queste Regioni non solo manterrebbero i loro poteri attuali, ma conquisterebbero con questa modifica costituzionale il potere di condizionare l’ipotetica futura riforma dei loro Statuti speciali (che sono leggi costituzionali, ma che il Parlamento non potrebbe più approvare autonomamente, perché dovrebbe previamente ottenere l’accordo della Regione interessata). Ma un trattamento così manifestamente diseguale non solo produrrebbe nuove disfunzionalità legislative ed amministrative, ma susciterebbe naturalmente pesanti polemiche politiche

La Stampa
(10/02/15)

Sono le parole del costituzionalista Ugo De Siervio, che il principino di Rignano dovrebbe conoscere bene, visto che è stato suo professore e consigliere di fiducia Meo Pataccanell’inner circle costruito attorno al Bullo di Firenze, che per la bisogna ricorse ai servigi della dott.ssa Lucia De Siervio (non è un’omonimia, è la figlia) come capo-gabinetto al Comune, in virtù del famoso principio meritocratico [QUI].
Tuttavia, in tempo di “eccezioni” di sistema, di retorica futurista incentrata sul mito della velocità, e di bonapartismo strisciante, il vero obiettivo è un plebiscito di massa che possa legittimare il ricorso all’abuso permanente. Ovviamente, noi abbiamo una visione distorta della questione: adesso si chiama “modernità” al passo coi tempi..!

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10 Risposte to “Il Capolavoro”

  1. Fabrizio Bozzato Says:

    1) “One heartbeat away from the presidency and not a single vote cast in my name. Democracy is so overrated.” [Frank Underwood, House of Cards]
    2) “… alle cinque Regioni ad autonomia speciale (Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia)… queste Regioni non solo manterrebbero i loro poteri attuali, ma conquisterebbero con questa modifica costituzionale il potere di condizionare l’ipotetica futura riforma dei loro Statuti speciali.” — Guarda caso, sia il Presidente della Repubblica che quello del Senato sono espressione della Regione ad “autonomia specialissima” e facolta’ di spesa illimitata (tanto paga Pantalone).
    3) La democraticissima Presidentessa della Camera dov’era? Forse, era in moschea a trovare i suoi beniamini dai quali si sente protetta.

    • 1) Non per niente, “House of Cards” è il serial amatissimo e più seguito dal principe di Rignano.
      Per me, Underwood è insopportabilmente odioso. Per qualcun altro invece sembra costituire un modello da imitare…

      2) Diceva il Gobbo: “a pensar male si commette peccato, ma si indovina quasi sempre”.
      Diciamo che il pensiero malizioso ha più che sfiorato anche me…
      Spero di essere smentito dai fatti e che l’agire delle due principali cariche della Repubblica sia del tutto svincolato da certi ‘interessi’.

      3) Ho una spiccata simpatia per Laura Boldrini, che considero una persona seria ed intelligente.
      Proprio per questo, penso che l’utilizzo del “canguro” (e prima ancora della “ghigliottina” parlamentare) avrebbe dovuto essere soppesato con maggior prudenza, specialmente quando si tratta di revisioni costituzionali e leggi fondamentali dell’Ordinamento.
      Innanzitutto perché alla Camera (al contrario del Senato), il contingentamento dei tempi di discussione non esiste (e questo costituisce già di per sé una forzatura). Eppoi perché il contestatissimo provvedimento di revisione costituzionale approdava in aula, dopo una serie di anomalie su cui il Parlamento aveva il diritto/dovere di poter intervenire. Ad esempio:
      – La presentazione delle modifiche costituzionali, su iniziativa del Governo e su presentazione di un testo ministeriale (la “bozza Boschi”).
      – Lo sviluppo della “bozza” in questione, al di fuori delle aule parlamentari ed in sede extra-istituzionale; Leggi: “Patto del Nazareno”, che come nel caso del Primo Triumvirato costituisce un accordo politico tra privati cittadini.
      – La sostituzione dei membri di Commissione non allineati alle disposizioni governative.
      – L’interruzione dei lavori della Commissione Affari Costituzionali, prima che venisse completata l’analisi del testo presentato, con le eventuali eccezioni.
      – La blindatura del testo, con la negazione di ogni possibilità di modifica ed il contingentamento dei tempi di approvazione.

      Ecco, in virtù di ciò la Presidentessa della Camera avrebbe dovuto mostrare un po’ meno disponibilità ed un po’ più di severità.
      In fondo parliamo di riscrivere la Costituzione, mica della percentuale di amido nelle patatine fritte!

  2. Secondo me, quest’analisi sarebbe più precisa se includesse anche il comportamento delle cosiddette “opposizioni”, in quanto complementare all’interno di un medesimo campo di forze. Alla forza di uno deve corrispondere la debolezza dell’altro, o un’errata applicazione. Forza Italia aveva già sottoscritto questa riforma, e non si può considerare forza di opposizione. Il M5S, a parte la solita cagnara e la sua nullità programmatica, ha riproposto le solite stupidaggini di “democrazia referendaria” che non funzionano neppure nelle loro ridicole parlamentarie o quirinarie. Lega e SEL, per motivi opposti, risultano periferici e marginali. In assenza di qualsiasi movimento sociale reale che supporti un progetto diverso di costituzione, ci si affida, nell’impotenza, all’ostruzionismo, all’esasperazione dei regolamenti, alle risse e agli insulti. Ma non basta. Pensa te se nel 1946-47 la DC si fosse scritta la Costituzione da sola, cosa sarebbe successo! Ergo, finchè l’opposizione sarà rappresentata da Grillo, Casaleggio, Travaglio e il Fatto Quotidiano, il principino di Rignano dormirà sonni tranquilli (ho semplificato un po’, per non allungare il brodo)

    • Per quel che mi riguarda, tu potresti scrivere anche 2.000 pagine ed io le leggerei tutte fino all’ultima riga con identico piacere ed interesse… E sai che non lo dico per piaggeria..;)

      Tutto giustissimo e condivisibile. Purtroppo, la composizione del parlamento è quella che è. Le forze in gioco sono quelle che sono. Ma in democrazia l’opposizione te la ritrovi non te la scegli.
      E’ verissimo che la quasi totalità degli emendamenti era puramente strumentale, tramite una manovra meramente ostruzionistica finalizzata alla paralisi.
      E’ verissimo che “Forza Italia” contesta ora una “riforma” che ha sottoscritto punto per punto fino ad una settimana prima, per motivi che nulla hanno a che vedere con l’assetto costituzionale e la ridefinizione della forma istituzionale della Repubblica.
      E’ verissimo che il ricorso (esasperato ed esasperante) ad anomalie giuridiche come la “ghigliottina” ed il “canguro” si rende necessaria, dinanzi ai sabotaggi istituzionali (non saprei definirli diversamente) del M5S che punta al massimo caos, bloccando l’attività del Parlamento. Loro non fanno opposizione; si considerano forza “rivoluzionaria”. In merito, il sommo Vate® ha emesso la sentenza: sono in guerra. E boia chi molla!

      Ciò detto, se un singolo partito, che ama definirsi “responsabile” e “democratico” per antonomasia, esaspera i toni della contrapposizione, alza il livello dello scontro, stravolge i regolamenti, forza le norme parlamentari, mentre il suo capetto si sbrodola in provocazioni gratuite, esibendosi in atti di bullismo istituzionale, le cose non possono che peggiorare.
      In Politica la forma costituisce la sostanza che veicola il messaggio.
      Eravamo abituati a pensare che lo “stato d’eccezione” che fa della decretazione d’urgenza, del principio di necessità che la sottende, e dell’abuso permanente del diritto la sua espressione più cogente, fossero parti integranti dell’anomalia berlusconiana. Non per niente le categorie del politico, utilizzate per descriverne l’involuzione, vengono desunte da Carl Schmitt e vengono solitamente indicate, con una fortunata definizione, “deriva autoritaria”, oppure (a scelta) “involuzione democratica”.
      Oggi scopriamo invece che l’eccezione è la norma e l’abuso la prassi, perché la situazione contingente lo richiede.
      Ma così una Democrazia muore… ovvero, meno melodrammaticamente, finisce col trasformarsi in qualcos’altro, che sembra ‘democratico’ ma non è.
      Io vedo nella forzatura reiterata ed esasperata delle regole il riflesso della personalità narcisistica e manipolatrice del machiavellico Principe di Rignano, intento a costruirsi una sua signoria personalistica. Ovviamente, la presenza di una forza eversiva (sì, EVERSIVA!) come il M5S è assolutamente funzionale alla costruzione di questo nuovo assetto di potere, tanto da costituirne l’alibi fondante che tutto giustifica.
      Ciò detto, opposizione strumentale e ostruzionismo esasperato (che spesso è l’unico vero strumento a disposizione delle opposizioni dinanzi a maggioranze sorde) esistevano anche e soprattutto nei parlamenti della c.d. prima repubblica. Era una specialità dei radicali di Pannella, ma nomi come Giancarlo Pajetta dovrebbero rammentare qualcosa anche a sinistra; mentre nel Consiglio comunale di Roma ancora si ricordano le maratone oratorie dell fascistissimo Teodoro Buontempo, in arte Er Pecora, capace di parlare per 28 ore filate (!), ingurgitando miele e acciughe salate per lubrificare le corde vocali.
      Mi chiedo appunto cosa sarebbe accaduto se la DC nel 1947 si fosse scritta la Costituzione da sola, estromettendo tutte le altre forze presenti nelle Camere, su un testo preconfezionato (e immodificabile) di presentazione governativa…
      Mi chiedo cosa sarebbe successo se avesse rimosso dalle Commissioni parlamentari i relatori non disponibili al procedimento…
      O più semplicemente mi chiedo cosa avrebbe fatto e urlato il PD all’opposizione, se un bel giorno il papi regnante si fosse svegliato decidendo di riscriversi la Costituzione da solo, con Verdini e Gianni Letta, abolendo il Senato elettivo (ma riempendolo di nominati), trasferendo gran parte delle funzioni legislative a favore del potere esecutivo ed accentrando il più grosso numero di poteri possibili nella figura del premier.

      Soprattutto, mi chiedo cosa succederà dopo… qualora una forza assai meno ‘democratica’ ed istituzionalizzata dovesse arrivare al potere e ritrovarsi tra le mani una simile concentrazione di poteri, senza più avere un sistema di bilanciamento e controllo.
      Direi che guardando all’attuale composizione politica italiana e le forze in campo, la questione sia tutt’altro che remota e aleatoria…

  3. ti ringrazio della tua attenzione e interesse, che naturalmente ricambio. Quando Ivan Scalfarotto descrive il comportamento nei seguenti termini non credo che stia dicendo il falso, come ben sappiamo :

    “5Stelle ha giocato come al solito allo sfascio. Gianni Cuperlo a ragione ha detto che il Movimento ha caratteristiche “diciannoviste“. In aula i grillini hanno chiarito a più riprese che o si faceva quello che dicevano loro o non si sarebbe fatto niente perché essi avrebbero impedito con la forza qualsiasi attività d’aula. La presidenza sempre caldamente “consigliata” di trasformare in decisioni le loro proposte. Urla belluine, scranni trasformati in tamburi, braccia levate come nella curva di uno stadio, parole irripetibili nei confronti della presidenza e del governo, l’impossibilità materiale di proseguire i lavori.”

    http://www.ilpost.it/ivanscalfarotto/2015/02/15/chi-rendere-conto/

    Ormai non si parla più del merito, cioè dei contenuti della riforma, ma di schiamazzi da una parte e tagliole dall’altra. La forzatura delle regole evidentemente sta da entrambe le parti: se l’ostruzionismo diventa fine a se stesso, come strumento di sabotaggio e di eversione nella speranza che prima o poi governo e maggioranza scivolino o s’incartino e si vada ad elezioni contando sullo strombazzamento urbi et orbi di questo insuccesso del nemico (tentativo già andato in onda un anno fa). Non siamo più davanti a un ostruzionismo vecchia maniera (radicali o altri), ma ad un ostruzionismo unica azione anti-politica del M5S, che ormai s’è capito, è una Lega un po’ più in grande 8e secondo me con gli stessi ispiratori e finanziatori). Sull’altro versante si risponde orami colpo su colpo. A questo punto non esistono più regolamenti pacificamente concordati e rispettati. Questa è la situazione di fatto, e non tifo né per una parte né per l’altra, diciamo che “osservo”, o che mi pongo “lateralmente” a questo conflitto. Conflitto di fatto, e che come nel caso della Lega, non sottovaluterei, e che anche al di là degli schiamazzi che fanno molto rumore corrisponde a conflitti e tensioni reali nella società.

    Non lo definirei però in termini di “stato d’eccezione”, che aveva ben altri riferimenti storici (stato d’assedio, guerra, guerra civile, emergency powers etc.) e teorici, e che per la sua eccessiva omni comprensività estesa ad ambiti differenti viene messo in discussione, come paradigma attuale, come rilevano ad esempio questi studiosi (http://www.carmillaonline.com/archives/2011/12/004137.html#004137), oppure http://www.nomos-leattualitaneldiritto.it/wp-content/uploads/2013/04/Recensione-Brancaccio-n-1-2012.pdf

    Qui però veramente il discorso s’allunga un po’ troppo, e sicuramente ci saranno altre occasioni per approfondire!

    PS
    “Soprattutto, mi chiedo cosa succederà dopo… qualora una forza assai meno ‘democratica’ ed istituzionalizzata dovesse arrivare al potere…”

    forse siamo GIA’ nel “dopo”

    • Probabilmente hai ragione tu, nel sottolineare come il “discorso eccezionalista” si presti nelle sue evocazioni ad un eccessivo riduzionismo, che non tiene conto della natura autoritaria della sospensione costituzionale, in bilico tra “dittatura commissaria” e “dittatura sovrana”, nell’attribuzione dei “pieni poteri”.
      Qui, più prosaicamente, abbiamo un premier che ha ‘deciso’ (pro domo sua) di cambiare alcune delle leggi fondamentali dello Stato. E che ciò vada fatta in fretta e senza compromessi. Perché ha promesso (ad organismi terzi e sovranazionali) di fare le “riforme”, e che queste debbano rispondere agli unici requisiti che per il renzismo contano davvero: decisionismo e velocità. Se poi vengono promulgate (motu proprio) contro il resto del Parlamento, tanto meglio ovvero peggio. Intanto si porta a casa il risultato, poi magari se ne correggono storture e vulnus con i decreti attuativi. Questa è l’essenza di una filosofia politica minima, dove il fine giustifica sempre i mezzi.
      Perché l’attuale esecutivo è indisponibile a qualsiasi cambiamento. La “bozza” si può discutere (gentile concessione), ma non si cambia. L’azione di governo non è infatti contro il solo M5S, che gli fornisce alibi a quattro mani, ma contro tutte le opposizioni, con un parlamento ridotto a “votificio” delle iniziative unilaterali del Governo. E ciò avviene nella costante mistificazione e irrisione di tutte le eventuali ragioni critiche: sono “gufi e rosiconi”, che vogliono tenersi la poltrona e lo stipendio, secondo il lessico mortificante ed il messaggio infame che il novello Principe ama veicolare nella sua comunicazione populista e semplicistica.
      Impermeabilità al dialogo è infatti totale: le “riforme” non si fanno con ma contro. E infatti l’indisponibilità a qualsiasi variazione (o emendamento) non è solo contro il M5S, o la Lega, o Forza Italia, ma anche contro SEL, contro la “minoranza del PD”, e contro chiunque si metta in mezzo. E questo ha molto della “eccezionalità” summenzionata, nello stravolgimento delle procedure ordinarie, per principio (presunto) di necessità.

      Nella decisione sullo stato di eccezione la norma è quasi del tutto annullata, a vantaggio della decisione, si realizza cioè uno stato di anomia che serve però, paradossalmente, a rendere possibile una normazione effettiva del reale. Si verifica insomma una situazione fattuale in cui la norma resta vigente, ma la sua attuazione è sospesa, e quindi l’elemento della norma non ha più alcun legame con la realtà concreta, semplicemente perché non si applica, è cioè privata della sua forza, e al suo posto sono prodotti dal potere sovrano altri atti (decreti e regolamenti emanati dall’esecutivo), che non hanno valore di legge, ma che tuttavia hanno la forza della legge, e si impongono con la stessa intensità ed efficacia di questa. Del resto lo stesso Agamben osserva che «il sintagma ‘forza di legge’ si riferisce, tanto nella dottrina moderna che in quella antica, non alla legge, ma a quei decreti – aventi, appunto, come si dice, forza di legge – che il potere esecutivo può essere autorizzato in alcuni casi – e, segnatamente, nello stato di eccezione – a emanare. Il concetto ‘forza di legge’, come termine tecnico del diritto, definisce cioè una separazione della vis obligandi o dell’applicabilità della norma dalla sua essenza formale, per cui decreti, provvedimenti e misure che non sono formalmente leggi ne acquistano tuttavia la ‘forza’». Nello stato di eccezione l’ambito dell’esecutivo e del legislativo si sovrappongono e confondono.
      […] Il giurista svedese Herbert Tingsten, autore del libro ‘Les pleins pouvoirs. L’expansion des pouvoirs gouvernamentaux pendant et après la Grande Guerre’…. mette in evidenza un aspetto significativo dell’evoluzione dei regimi parlamentari moderni: il ricorso sempre più frequente a leggi delega, dette dei “pieni poteri”, che estendono i poteri dell’esecutivo in ambito legislativo, in particolare il potere di modificare e di abrogare con decreti le leggi in vigore. Ma leggi di questo tipo contraddicono la gerarchia fra legge e regolamento delle costituzioni democratiche, ovvero il principio fondamentale della divisione dei poteri: legislativo ed esecutivo. L’autore sottolinea quindi che un uso sistematico e regolare di questo tipo di istituto porta, a lungo andare, ad un logoramento della democrazia, e ad una erosione della funzione legislativa del parlamento, che si limita sempre più spesso a ratificare provvedimenti aventi forza di legge emanati dal governo
      .”
      > [Roberto Simoncini]

      Mi sembra che siano i requisiti predominanti, ai quali più spesso si è attenuta l’azione degli Esecutivi in quest’ultimo decennio.
      L’abuso è sempre dietro l’angolo, nella reiterazione ‘normalizzata’ dell’anomalia a prassi standardizzata.
      E, per l’appunto, non promette nulla di buono.

  4. Secondo me, questo uso e abuso strumentale di un concetto come “stato d’eccezione” rispetto al suo senso e contesto originario, e rispetto anche alle intenzioni dei suoi autori (Schmitt, Agamben, etc.), orami ridotto a vulgata giornalistica, applicato a fenomeni di natura diversa, rende un pessimo servizio sia al concetto che a quegli autori, svilendolo in una serie di applicazioni polemiche per sostenere argomentazioni che forse sarebbero più efficaci se si usassero definizioni più pertinenti. Se si parla di abuso di decretazione d’urgenza o di forzature parlamentari o regolamentari, perché non limitarsi a questo senza tirare in ballo Schmitt che c’entra come un cavolo a merenda? Dove sono le leggi marziali, gli stati d’assedio o di guerra, i “pieni poteri”? In una querelle sui regolamenti in cui peraltro l’opposizione ha la coscienza sporca? Ma ovviamente, soprattutto in Italia, ogni opposizione grida “al lupo, al lupo” o al “colpo di stato” ogni 2 x 3 quando è all’opposizione, salvo poi fare il contrario quando è al governo, perché bisogna “decidere” : “Si tratti di una legge, si tratti di una procedura per fare una strada, si tratti di una qualsiasi autorizzazione, la decisione deve arrivare in tempi certi: o per il sì o per il no.” (Bersani, il feroce golpista).

    Del resto credo che anche Zagrebelsky se ne renda conto, quando rispondendo a un giornalista che insinua che “Renzi pare ispirarsi più a Schmitt che a Kelsen e Bobbio”, afferma:

    «C’è decisionismo e decisionismo. Schmitt aveva un’idea bellica della decisione: il nemico non va sconfitto, ma eliminato. L’attuale decisionismo mira piuttosto all’andreottiano tirare a campare. Serve a fronteggiare le difficoltà del giorno per giorno, a tappare buchi, a tamponare con urgenza le situazioni. Un decisionismo non tragico, diciamo in salsa mediterranea, all’amatriciana. Il governo non combatte nemici per imporre una sua visione strategica, che si stenta a vedere, ma cerca aggiustamenti temporanei, posticipando i problemi».

    Insomma, siamo ancora, se vogliamo al “decisionismo all’italiana” in salsa mediterranea, e si finisce per parlare ancora di Andreotti, Craxi, Cossiga e mettiamoci pure Fanfani (il “fanfascismo” di Lotta Continua e radicali pannelliani). Altro che “eccezione”! Altro che “sospensione temporanea” dello stato di diritto per imporre lo stato d’assedio o la legge marziale! Qui siamo all’emergenza permanente, ma anche un po’ comica! Alla continuità sonnacchiosa e “regolare” dell’eterno andreottismo italico! E neppure un carro armato, e i carabinieri a cavallo! Altro che Sturm und Drang tetesco o Apocalypse Now!

    Va detto, e qui concludo, che per Agamben “all’incertezza del concetto (di stato d’eccezione) corrisponde puntualmente l’incertezza terminologica”, e che è su questa “incertezza” che egli sviluppa la sua particolare interpretazione della “biopolitica” come terreno ambiguo e conflittuale sull’orlo dell’impossibile: “Dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva”. Tutt’altro dalle banalizzazioni giornalistiche successive del concetto. La sua è una interpretazione “teologica”, escatologica, miracolistica, della biopolitica come un qualcosa di assolutamente contrapposto al biopotere, al potere sulla vita, che sfocia in una forma di rifiuto, definita “inoperosità”, totalmente incapace di costruire un’alternativa (Jean Luc Nancy, La comunità inoperosa).

    Su questo probabilmente concorderebbe anche Zagrebelsky che si paragona al Bartleby di Herman Melville, “che improvvisamente smette di lavorare opponendo una resistenza filosofica agli ordini impartiti dall’alto: “Preferisco di no”” (http://www.lastampa.it/2014/11/03/italia/politica/zagrebelsky-quello-di-renzi-decisionismo-andreottiano-LI6YkPsmKP5N8QdGTFRSuM/pagina.html).

    Si intravede una forma di sdegnato elitarismo, di isolamento individualistico e snobistico, non certo una proposta alternativa, tanto meno un’analisi dei reali processi contemporanei in corso su scala globale. Se l’opposizione politica oggi è inefficace, non sarà certo demonizzando Renzi, ergendolo prima a Duce e poi a macchietta bullistica, che essa si riprenderà dal coma profondo in cui l’hanno sospinta i markettari de’ noantri e un elettorato invertebrato, umorale e malpancista, frustrato e rancoroso.

    • Epperò, nell’articolo da te citato, Gustavo Zagrebelsky dice anche che:

      «Tutte le riforme di cui parliamo non sono per la governabilità, perché non toccano la società, ma vogliono rafforzare il governo, razionalizzando uno spostamento di baricentro che c’è già stato.
      […] Per Bobbio una delle condizioni della democrazia è la presenza di una pluralità di offerta politica. Il partito-tutto non è concepibile secondo la nostra definizione di democrazia. C’è una classica definizione del partito politico come “parte totale”. Quando un partito sceglie una connotazione totalizzante, come la nazione, diventa parte totalitaria…. In una fase d’inquietudine, è ovvia la tendenza a compattare. Ma una cosa è la grande coalizione, in cui le parti restano tali contraendo un patto, altra è questa strana e melmosa combutta italica, senza nemmeno la nobiltà dell’union sacrée

      Non so quanto simili osservazioni possano essere ricondotte ad uno “sdegnato elitarismo, di isolamento individualistico e snobistico“, ma mi sembra che alludano all’esistenza di un problema concreto, che probabilmente meriterà pure definizioni più pertinenti di “stato d’eccezione”, per quanto riguarda l’esercizio delle forme giuridiche e dell’azione legislativa.
      Se si parla di abuso di decretazione d’urgenza o di forzature parlamentari o regolamentari” si possono escludere le similitudini con le categorie elaborate a suo tempo da Carl Schmitt, ma l’anomalia resta. E con essa permane il problema, che poi è una costante insita nel feticcio della “governabilità” che pervade ossessivamente la “sinistra” post-comunista, e soprattutto la “ditta” di cui Bersani è custode (quello che: non condivido ma ubbidisco, al massimo rettifico dopo il voto), nella costante dissociazione tra fatti e parole, coi bei risultati che tutti possono ammirare dall’appoggio suicida all’Esecutivo Monti, alla sottoscrizione incondizionata delle politiche di austerity e la sottomissione passiva alla moderna T.I.N.A. mercantilista. Perché tutto ciò è funzionale e fondamentale per la “stabilità”, che costituisce:

      l’esigenza primordiale dei mercati. Le spinte sociali non sono omologabili alle loro logiche, sono irrazionali, dunque vanno emarginate e neutralizzate. L’obiettivo è l’inamovibilità del ceto dirigente, il controllo dei cambiamenti, la cooptazione di soggetti fidelizzati.”
      Gustavo Zagrebelsky
      (24/01/2015)

      Tornando invece alla questione originaria della nostra discussione, personalmente, tendo a ravvisare in certi atteggiamenti politici gli stilemi tipici del “cesarismo democratico”, all’insegna di un certo bonapartismo di ritorno, al quale fanno da contrafforte le pulsioni boulangeriste di “un elettorato invertebrato, umorale e malpancista, frustrato e rancoroso“.
      Poi è ovvio che la mia analisi è parziale, limitata com’è da una prospettiva soggettiva. Ed è evidente che, inquadrato il problema, abbiamo approcci diversi secondo un’ottica differente.
      Il bello del confronto dialettico è proprio questo..;)
      Non mi permetto di paragonare un Matteo Renzi al duce: nel bene e nel male non sarebbe in grado di sostenerne il confronto. E di solito rifuggo da certe scorciatoie retoriche, come l’argumentum ad hominen. Più che altro, mi limito a sottilineare come certi atteggiamenti macchiettistici e caricature ducesche siano proprie del personaggio. E non è colpa mia se l’immagine che più mi viene a mente è quella di un bullo di provincia, ovvero: un fanfarone obeso, sempre più simile ad un surrogato doroteo in salsa fanfaniano-andreottiana: il nuovo che avanza..!
      Non sono io che ho tracciato le linee del ritratto: mi limito a descrivere quello che vedo, secondo interpretazione ovviamente personale.

      P.S. A proposito di Zagrebelsky e La Stampa, fermo restando la critica alle performance di certa ‘opposizione’, è curioso leggere le sue impressioni dopo il voto notturno di S.Valentino [QUI]:

      Quanto accaduto in Parlamento è la manifestazione di un degrado, quasi il punto zero della democrazia, ma bisogna interrogarsi sulle cause e su chi ha determinato le condizioni in cui ciò si è verificato.”

      E’ strano, perché ad un anno di distanza l’andreottiano tirare a campare, agli occhi del costituzionalista sembra essersi trasformato in qualcosa di ben più drammatico e preoccupante di “un decisionismo non tragico, diciamo in salsa mediterranea, all’amatriciana“.
      Che la pasta sia scotta ed il sugo acido?

  5. Faccio notare che l’intervista a Zagrebelsky da me citata è del 3 novembre 2014, non di un anno fa, e che un eventuale “stato d’eccezione” in senso schmittiano non si misura come una degradazione in peggio di un qualcosa, il “decisionismo andreottiano”, che è tutt’altra cosa; non credo che il “profexorone” sia impazzito e cambi opinione a seconda dell’umore e del vento, in tre mesi, né posso fare processi alle intenzioni; d’altra parte è vero che anche un “profexorone”, quando parla in pubblico o con un giornalista tende anch’egli a essere più divulgativo, e quindi a semplificare, ma guai se a livello di dottrina non sapesse di cosa stesse parlando.

    Fermo restando il “diritto alla satira” (meglio ribadirlo di questi tempi, non si sa mai!) faccio fatica a mettere insieme l’immagine di uno spietato Cesare aspirante Bonaparte o Caudillo (le foto di Mussolini e di Peron l’hai messe tu, e il suggerimento è quello, ma anche no) con quella di un bulletto di provincia. Probabilmente si escludono a vicenda, oppure sono compresenti entrambi, come nel collage di immagini in cui ci sono appunto sia Meo Patacca che Peron. Tutto lecito, per carità, purchè si sappia che è satira, e che non la si eregga ad “analisi della realtà”. Solo i jihadisti o i fondamentalisti di ogni religione prendono la satira per realtà!

    Per quanto riguarda l’”inoperosità”, l’”isolamento” o il “rifiuto”,
    elitario, consolatorio, ascetico, Bartleby, etc (a seconda dei casi) mi sono limitato a riportare dei riferimenti che chiunque voglia può approfondire di suo (c’è anche un libro di Deleuze e Agamben su Batleby).

    Chiudo dicendo che le criticità del paradigma dello “stato di eccezione” sono state ampiamente illustrate nei due articoli che citavo nel mio secondo commento, relativi a un libro di Guareschi e Rahola, quindi evito di ripetermi. Chi vuole può prenderle in considerazione approfonditamente, tempo e voglia permettendo, naturalmente.

    • Sull’articolo di Zag. (che mi par di capire non rientri nelle tue simpatie), negligenza mia: ho letto male la data, riportata col sistema anglosassone, e associato lo 03 a Marzo. Ma, al di là delle precisazioni (dovute), non credo che la sostanza cambi poi di molto.

      Tutto lecito, per carità, purchè si sappia che è satira

      Mi sforzo sempre di dosare le pubblicazioni con un pizzico di ironia, per quanto caustica o irriverente questa possa sembrare…
      Non pensavo di doverne precisare la valenza satirica. Grazie per avermi dato l’opportunità di confermare come le intenzioni fossero per l’appunto quelle. Giusto a scanso di equivoci..;)

      “..le foto di Mussolini e di Peron l’hai messe tu, e il suggerimento è quello, ma anche no..”

      Vedi le intenzioni di cui sopra.
      Invece, a proposito di somiglianze e bonapartismi, facendo il verso ai cicli vichiani, diceva il vecchio Marx che la storia si ripete sempre due volte: prima in tragedia e poi in farsa. A noi ci tocca decisamente di vivere la farsa…
      Il gigionismo politico, il bullismo istituzionale, la demagogia oratoria (di cui già parlava Berneri), il narcisismo declamatorio di una personalità istrionica.. declinati nelle formule classiche del cialtronismo decisionista, ricorrono tutti.
      E, svuotati dell’apparato autoritario e repressivo, cos’altro furono Peròn e Mussolini se non due cialtroni di successo, assurti al potere sull’onda di un populismo di massa?!?
      Da cialtrone matricolato qual’è, Renzi ne attinge per l’appunto lo spirito farsesco su coreografia scenica: cravatta su camicia bianca con le maniche arrotolate, yo soy un hombre del pueblo! Secondo modalità collaudate tipiche di tutti i demagoghi senza ideologia, nella personalizzazione della leadership e nelle evocazioni plebiscitarie, che vanno dai peronisti latinoamericani ai Willie Stark.
      Di Mussolini, non potevano mancare le pose ducesche, la retorica del “noi tireremo dritto”, l’arroganza strafottente, che all’italiano medio piace moltissimo; ne conquista l’immaginario dai tempi del “Re Travicello” di Giuseppe Giusti, che è molto più rappresentativo della politica italiana di quanto non sia il “Principe” di Machiavelli.
      Poi, in quanto ai riferimenti reali, stiamo per l’appunto dalle parti di Meo Patacca, passando per le fanfaronate del Barone di Münchhausen o (meglio ancora!) le rodomontate di un Falstaff!

      Sulla questione del “cesarismo” (e del “bonapartismo”), scusa la prosaicità, mi ci giocavo un testicolo che avresti arricciato il naso..:D
      Ovviamente, non starò io qui a delineare il concetto… Sei persona troppo colta per aver bisogno di essere ammorbato dalle mie ‘spiegazioni‘, ciondolando da Gramsci a Max Weber; anche se io preferisco l’approccio degli elitisti come Robert Michels (che guarda caso guardava alle dinamiche interne al partito socialdemocratico).
      D’altronde, gli eventuali Lettori che abbiano avuto la pazienza di seguirci fin qui troveranno ottime definizioni del concetto sui dizionari on line, per liquidare in fretta la questione.
      Personalmente, e per praticità d’uso, sull’argomento non posso fare a meno di riportare le parole di un Angelo Panebianco, ‘liberale’ e conservatore. E lo scelgo proprio perché lo detesto cordialmente, oltre ad essere lontano anni luce dalle mie convinzioni politiche:

      Il cesarismo è un regime di transizione, intrinsecamente instabile. Sorge per fronteggiare uno stato di disorganizzazione e di crisi acute della comunità politica ed è destinato a lasciare il posto a forme diverse e più stabili di organizzazione del potere…. La definizione che proponiamo è allora la seguente: un regime politico di transizione, che sorge in risposta alla decadenza di istituzioni politiche preesistenti ed è fondato su un rapporto diretto – ove la componente emozionale è preminente – fra un leader e gli appartenenti alla comunità politica, veicolato da tecniche plebiscitarie di organizzazione del consenso.
      Due precisazioni sono necessarie. In primo luogo, NON è ritenuto essenziale, ai fini della definizione, che il leader sia in origine un capo militare
      .
      […] La seconda precisazione è che la definizione che abbiamo adottata non basta, normalmente, a definire compiutamente nessun regime politico (neanche quelli che sono stati così catalogati nel corso del tempo), per la ragione che nessun regime politico può basarsi solo su legami emozionali diretti fra un leader e il suo seguito. Anche in un regime cesaristico saranno sempre presenti gruppi elitari di diversa estrazione (politica, economica, religiosa, ecc.) e l’organizzazione cesaristica avrà connotati molto diversi a seconda delle caratteristiche di queste élites e dei rapporti che esse instaurano con il leader. Inoltre, sono possibili variazioni forti fra un caso e l’altro a seconda dei rapporti che esistono fra il capo e il ‘cerchio interno’ dei seguaci, il che dipende dalle caratteristiche dell’organizzazione (militare, partitica, ecc.) che il leader controlla.”

      Come vedi, il tintinnar di sciabole o il rumore di un milione di baionette non sembra essere una variabile fondamentale.
      Per dire, Panebianco (e non è il solo) include nel “cesarismo” anche il gollismo francese.

      Per usare termini schmittiani potremmo dire che il cesarismo è il regime dello “stato d’eccezione” in cui però l’assunzione di pieni poteri da parte del leader si sposa con un consenso plebiscitario, o semiplebiscitario, della comunità politica (delle sue componenti maggioritarie). In questa prospettiva si può spiegare facilmente anche la scarsa attenzione che la scienza politica presta ai fenomeni cesaristici. Trattandosi di regimi di transizione, i regimi cesaristici hanno una vita effimera. Essi sorgono in risposta a una crisi e si trasformano più o meno rapidamente in regimi diversi. A parte la difficoltà di trattare il caso dei regimi personalistici, anche la tipica provvisorietà e instabilità del fenomeno spiega la disattenzione della letteratura. Ma si tratta di una disattenzione ingiustificata, soprattutto perché i fenomeni cesaristici sono spesso all’origine dei più duraturi regimi politici che li seguono.”

      Com’è come non è, alla fine rispunta sempre fuori Schmitt..;)
      Usare “termini schmittiani” per declinare un concetto, non vuol dire applicarne le tesi in blocco come categoria unica di riferimento.

      Essenzialmente due fenomeni, fra loro intrecciati, sembrano favorire l’affermazione di tendenze plebiscitarie, e quindi cesaristiche, nelle democrazie contemporanee. Il primo è rappresentato dal ruolo dei mass media e, in particolare, della televisione nella competizione politica; il secondo dalla ‘crisi degli intermediari’, ossia la crisi delle strutture-ponte, o cuscinetto, fra gli individui e il potere politico (un tema classico della letteratura sulla società di massa). Quella che, sia pure con una certa dose di esagerazione, è stata chiamata la “democrazia elettronica” (v. Saldich, 1979) svolge un ruolo potentissimo nel guidare in direzione cesaristica i processi politici poliarchici. La ‘crisi degli intermediari’ è in parte un effetto del ruolo assunto dai media, ma in parte, e forse si tratta della parte preponderante, deriva anche da modificazioni più profonde delle società occidentali: dai mutamenti della struttura di classe, dall’innalzamento dei livelli di istruzione, dai cambiamenti nel ritmo della mobilità sociale, ecc.
      […] Il cesarismo è potere monocratico nelle condizioni politiche proprie della società di massa. La democrazia plebiscitaria, involucro di un cesarismo diluito, vincolato da norme costituzionali, potrebbe essere, a sua volta, la versione occidentale contemporanea, democratico-rappresentativa, di un fenomeno antico e ricorrente.”

      La pubblicazione risale a tempi non sospetti: il 1991.
      Il papi non era ancora disceso in campo.
      In quanto a Matteo Renzi, credo che all’epoca ancora andasse cojoneggiando in giro tra i boyscout

      Come diceva Jack BennY: Un reparto scout è formato da dodici piccoli bambini vestiti da cretini, che seguono un grande cretino vestito da bambino.

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