Banana Republic

Beetlejuice

Tra i giochini meno appassionanti possibili, l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica solitamente tutto attiene, tranne che alla sfera dei requisiti fondamentali che una simile figura istituzionale dovrebbe possedere, in riferimento alle responsabilità che la carica (almeno in teoria) impone…
In qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, dovrebbe essere un giurisperito di solida formazione, comprovata esperienza, e assoluta conoscenza dei gangli nevralgici del sistema giudiziario italiano.
In virtù della sua somma funzione legislativa, dovrebbe vigilare attentamente sul corretto rispetto dei regolamenti parlamentari, tutelare le prerogative delle Camere e l’esercizio delle medesime riguardo alla normale attività legislativa; porre un limite agli eccessi legati al ricorso della decretazione d’urgenza ed al voto di fiducia, verificare sempre la costituzionalità dei provvedimenti normativi con attenta valutazione prima di controfirmare gli stessi. E nel caso porre un argine alle pretese del potere esecutivo, avanzate a scapito di quello legislativo.
Dovrebbe avere altresì una perfetta conoscenza della Costituzione italiana (tanto da essere in grado di recitarla a memoria come una poesia), onde vigilare contro ogni forzatura o aggiramento delle norme previste nella Carta fondamentale.
Dovrebbe nominare il Presidente del Consiglio (meglio se eletto in democratiche elezioni), su indicazione delle Camere e dei singoli gruppi parlamentari. Dunque, in virtù del medesimo principio di rappresentatività, valutare lo scioglimento della Camere che non avviene mai a discrezione del premier uscente o in risposta a pretese con ritorno elettorale.
SenatusDovrebbe nominare i senatori a vita, tenendo conto dei meriti straordinari e delle doti di eccellenza dei medesimi, a lustro della Repubblica.
In quanto “capo supremo” delle Forze Armate, dovrebbe avere un minimo di conoscenza delle dinamiche inerenti la Difesa nazionale e soprattutto della geopolitica internazionale… Cosa che contribuirebbe ad accrescere anche le sue competenze nell’ambito della sfera diplomatica e della politica internazionale, non foss’altro perché è chiamato a ratificare i trattati internazionali e (nei casi più estremi) a dichiarare lo stato di guerra.
Soprattutto, dovrebbe rappresentare il meglio che il Paese è in grado di offrire, all’insegna della massima competenza, serietà, e rispettabilità…
AT-Walker attackCoerentemente, tra i principali papabili all’incarico circolano ‘statisti’ di primo piano:

Pier Carlo Padoan   Pier Carlo Padoan: economista, “oltre Keynes“, banchiere ed una carriera al FMI come impone il credo liberista, già vice-segretario dell’OCSE per la cura greca, è la migliore rassicurazione possibile per l’Europa del rigore e la prosecuzione dell’Austherity con altre forme. Una candidatura di garanzia, affinché tutto cambi perché tutto rimanga com’è.

Riccardo Muti  Riccardo Muti: direttore d’orchestra di fama internazionale e tra i massimi esperti di musica sinfonica. Senatore a vita per indiscutibili meriti artistici, ma nessuna vera esperienza parlamentare e competenza giuridica. Insomma, perfettamente idoneo alle cariche ed i requisiti fondamentali che si richiedono ad un Presidente della Repubblica.

Paolo Gentiloni  Paolo Gentiloni: vecchio cacicco democristiano, esperto in ogni compresso possibile ed (in-)immaginabile, rigorosamente al ribasso. È un figlio d’arte: tra i suoi antenati vanta quell’Ottorino Gentiloni che col suo omonimo “patto” spalancò le porte del potere allo squadrismo fascista.
Negli ambienti di partito, tra chi meglio lo conosce, è soprannominato “Sacro GRA”, per le sue radici tutte romane consacrate all’inamovibilità e l’indefessa avversione a spostarsi oltre l’anello del Grande Raccordo Anulare della Capitale. Sarà per questo che è stato promosso ministro degli esteri.

Francesco Rutelli  Francesco Rutelli: ex radicale anti-clericale e poi cattolico devoto. Candidato di bandiera del centrosinistra con vocazione alla disfatta, è stato l’uomo buono per tutte le elezioni e sempre votato a sconfitta sicura. È un perdente di successo ed uno straordinario scopritore di talenti: Matteo Renzi è stata la straordinaria promessa, coltivata nel suo vivaio post-democristiano.
A magnificenza del personaggio, Francesco Rutelli, altro personaggio in voga nel generone romano, è meglio conosciuto dai figli di Quirino come Er Piacione e soprattutto Er Cicoria: soprannomi che meglio di ogni altro segnano la caratura dello statista. È uscito dal PD perché, a suo infallibile giudizio, è un partito troppo spostato su posizioni di sinistra ‘radicale’ (!).

Sergo Mattarella  Sergio Mattarella: altro democristiano di vecchio conio, per tradizione di famiglia è in politica da tre generazioni. Ha attraversato tutte le correnti possibili, in groppa alla vecchia Balena Bianca, rimanendo immune a tutte le tempeste e passando per tutti i governi: Andreotti, De Mita, Goria… eppoi Amato, fino all’indimenticabile esecutivo D’Alema. Attualmente riposa in stand-by alla Corte Costituzionale.

Giuliano Amato  Giuliano Amato: con la freschezza dei suoi 77 anni vissuti pericolosamente a cavallo tra prima e seconda repubblica, tra i politici di lungo corso più amati dagli italiani, è il re delle presidenze e delle cariche onorarie che colleziona a ritmo vertiginoso come altri raccolgono francobolli. Per elencarle tutte ci vorrebbe uno speciale albo araldico con menzione speciale. Soprannominato il Dottor Sottile della politica italiana, è l’Alchimista rotto a tutte le formule possibili di governo e sperimentato nell’esercizio del potere in formule sempre nuove. Come il suo omologo scozzese, è orgoglioso ed ha un incommensurabile senso del sé. Attualmente, siede anche lui tra i giudici della Corte costituzionale.

Congresso Nazionale ACLI  Pier Ferdinando Casini: protesi governativa per eccellenza, è il Mister Poltronissimo buono per tutti gli esecutivi ed intercambiabile per qualsiasi maggioranza. Vive in simbiosi col Potere, in ogni sua forma, ordine e grado, ed è da esso inseparabile, fuso com’è con la poltrona. A tutt’oggi, costituisce la quintessenza della DC dorotea, immune a qualunque mutamento, nel solco della conservazione più reazionaria. Dovunque si trovi un cardinale, un banchiere, un industriale, un palazzinaro… Casini c’è!
Pierferdinando CasiniPiù falso di una moneta da tre euro, con Lui una poltrona è per sempre.

Gianni Letta  Gianni Letta: gran cerimoniere di corte e cardinale Richelieu del berlusconismo, è praticamente eterno, onnipresente, quanto trasversale agli schieramenti. Ultimamente le sue quotazioni sono in ribasso, ma mai sottovalutare le capacità rigeneratrici del principe-vescovo. Come Talleyrand, è inaffondabile.

 Graziano Del Rio Graziano Del Rio: ogni palazzo ha il suo maggiordomo di fiducia; quello che accudisce il Bambino Matteo e sovrintende alla cameretta dei giochi si chiama “Graziano”. E ovviamente è un altro ex democristiano. Servizievole, accomodante, sempre disponibile… è l’uomo a cui si può chiedere tutto in pronta consegna.

Walter Veltroni  Walter Veltroni: nel mare magnum del gran revival democristiano nella notte dei morti viventi, è l’unico esponente di area, proveniente in qualche modo dalla ‘sinistra’ che ha schiantata come un virus interno. A tutt’oggi costituisce la più letale arma di distruzione di massa, che mai si sia abbattuta sulla Sinistra italiana. Non per niente, è l’inventore e fondatore del PD.
Imbarazzante come un peto ad una veglia funebre, è il becchino che ha contribuito a tumulare ogni alternativa e ideale anche lontanamente socialista o vagamente progressista. E per questo andrebbe premiato con la massima carica della Repubblica, in virtù dell’ottimo lavoro svolto.

 Anna Finocchiaro Anna Finocchiaro: Considerata fino a qualche mese fa inesorabilmente avviata alla “rottamazione” dal principino fiorentino, perché non abbastanza gggiovane per il nuovo corso futurista, è stata ripescata prontamente in zona demolizione in virtù delle sue competenze legali, promossa a ghost-writer degli emendamenti governativi. Folgorata sulla via del Nazareno, è diventata la donna che suggeriva alla Boschi.
Rientra nelle quote di genere e costituisce dunque un candidato più di bandiera che di sostanza.
Ma non si può mai dire…

Mars AttackTuttavia, funzionale alla logica dell’utile idiota, il candidato ideale non dovrebbe brillare troppo per capacità di giudizio, autonomia decisionale, competenza costituzionale e personalità indipendente, nella convinzione totalmente erronea che un cretino ubbidiente, ancorché in posti di potere, sia facilmente malleabile e non faccia ombra al “capo del governo”.

«Quando mai uno stupido è stato innocuo? Lo stupido più innocuo trova sempre un’eco favorevole nel cuore e nel cervello dei suoi contemporanei che sono almeno stupidi quanto lui: e sono sempre parecchi. Inutile poi aggiungere che niente è più pericoloso di uno stupido che afferra un’idea, il che succede con una frequenza preoccupante. Se uno stupido afferra un’idea, è fatto: su quella costruirà un sistema e obbligherà gli altri a condividerlo.
Debbo precisare che la stupidità ha un suo fascino, si suol dire persino che è riposante. Difatti succede che le persone e i libri più sciocchi sono quelli che più ci ammaliano, che più ci tentano e che ci tolgono ogni difesa. L’esperienza quotidiana ci porta anzi a credere che la stupidità sia lo stato perfetto, originario, dell’uomo, il quale trova buono ogni pretesto per riaccostarsi a quello stato felice. L’intelligenza è una sovrapposizione, un deposito successivo, e soltanto verso quel primo stato dello spirito noi tendiamo per gravità o per convenienza.
[…] Conclusione, la stupidità ha un limite. Oltre certi confini la mente umana si rifiuta di procedere. Ad un certo punto la Stupidità (forza attiva) diventa Idiozia (forza negativa) e non si vende più.
Ho un solo motivo di consolazione. Si crede comunemente che gli stupidi sodalizzino. Non è vero. Nessuno odia e disprezza tanto uno stupido quanto un altro stupido. Se così non fosse… ma il guaio è che siamo in tanti

Ennio FlaianoEnnio Flaiano
“Diario notturno”
Adelphi, 1994.

Sarà per questo che tutti gli sforzi del cenacolo fiorentino attualmente in auge, e della nutrita guardia pretoriana schierata a quadrato intorno al reuccio di turno, è interamente concentrata nella ricerca di un Re Sciaboletta che svolga le funzioni di facciata ed esegua senza porsi troppo domande le indicazioni che arrivano da Palazzo Chigi.

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14 Risposte to “Banana Republic”

  1. Non ricordavo questo brano di Flajano, pur avendo letto il Diario Notturno da cui è tratta. Ma in qualche modo avevo assimilato il concetto, essendo convinto anch’io che alla stupidità c’è un limite. A differenza di Flajano, tuttavia, penso che in ambito politico tutto ciò che sembra travalicare il limite della stupidità non è ascrivibile all’idiozia ma piuttosto alla malafede.

    • ;) La citazione è estrapolata dal breve dialogo con il “Dottor Ross”, a proposito di letteratura, demagogia, e scrittori nuovi…

      Nel suo “Dizionario del diavolo” (1911), Ambrose Bierce definiva la ‘politica’ come un conflitto di interessi mascherato da lotta fra opposte fazioni, dove la conduzione degli affari pubblici risulta funzionale alla cura di interessi privati.
      Che strana sensazione di deja vù, eh?!?

  2. che ne pensi dei “magnifici 6” dei meetup di Roma che hanno “contestato” Walter Rizzetto (Marco Morbioli, Tiziano Azzara, Domenico Aglioti etc )? (qualcuno mi sa che è del tuo Municipio)

    • :) No, ne produciamo parecchia di merda come “municipio”, ma non di simile livello: questi vengono dai quartieri ‘alti’… Monte Mario e Prati, passando per il Trionfale, arrivando giù in fondo fino ai vivai fascisti di Primavalle.
      Cosa ne penso?!? Scene di ordinario squadrismo, aggravato da esplosioni (organizzate) di isteria collettiva, con tanto di tentativo di linciaggio.
      Che il sedicente moVimento sia quanto di più vicino al nazifascismo in stile anni ’20 l’ho sempre sostenuto fin dai suoi primi esordi. Ma la sua componente integralista di fanatismo settario non è da sottovalutare ed è ancor più pericolosa: un mix di messianismo e populismo forcaiolo che sogna esecuzioni di piazza, rinfocolato dall’Hébert del FQ (nostro Travaglio quotidiano) e dai vari Marat (ex inquisitori, specializzati in “teoremi” e mitologie giudiziarie, in libera uscita dalle procure) che si alternano sui palchi itineranti, per denunciare i nemici della “rivoluzione” pentastellata.
      Insomma, sembrerebbe quasi di trovarsi dinanzi al peggio del giacobinismo sanculotto declinato in farsa. Ma poi, a ben guardare, ci si accorge presto di avere a che fare con la solita massa poujadista di piccoli-borghesi arrabbiati e avanzi avariati di di-pietrismo, complottari da webbé, confluiti in una setta digitale di psicopatici e casi clinici, che avanzano a tastoni nel fumo di idee confuse, non sapendo a che albero impiccarsi.

      • “piccoli-borghesi arrabbiati e avanzi avariati di di-pietrismo, complottari da webbé, confluiti in una setta digitale di psicopatici e casi clinici, che avanzano a tastoni nella nebbia, senza uno straccio di idea concreta, non sapendo a che albero impiccarsi.”

        :-) quando ti ci metti freghi pure Karl Kraus!

        pare che dal dipietrismo e dall’IDV siano usciti anche i vari ConteZero & Co. del noto sito capronide, curioso no? opposti scismi, ma stessi metodi! ( lo dico come sostegno affettuoso a Split o Detestor che ancora si ostinano a dialogarci! e cmq sono abbastanza adulti per cavarsela da soli)

        ovviamente scherzavo sul “tuo” Municipio, mi sa che ho confuso Monte Mario con un altro Monte….

        • :) Sì, lo chiamano “Sacro”… è quello della secessione della plebe e del celebre apologo di Menenio Agrippa.
          E il paragone con Karl Kraus mi lusinga parecchio, si parva licet componere magnis.
          Non si finisce mai di imparare: non sapevo che il ‘Conte’ provenisse dalla dissolta IdV… adesso mi spiego parecchie cose.
          Devo confessare (mea maxima culpa) che in passato l’ho votata persino io (senza troppa convinzione), ma si trattava di 15 anni fa ed allora ero ‘giovane’: il giustizialismo come malattia infantile della sinistra?!?
          Insomma, quel tanto che è bastato per maturare e circostanziare una radicale diffidenza, contro ogni forma di tribunismo e personalizzazione della politica.
          Ammiro il ‘Conte’ che vive (fortunato lui!) di lapalissiane certezze, mai increspate dall’ombra di un dubbio, nella matematica convinzione di avere sempre ragione, felice com’è di mettere la sua intelligenza al servizio del Partito e massimamente del suo “leader”: il fascino sottile e perverso del decisionismo, incarnato in una personalità istrionica. Cosa spinga poi Destestor e compagni a seguire i panegirici curtensi del nostro prolifico ingegnere siciliano è perversione della mente che non voglio indagare..;)

          • “Io in passato ho votato per l’Italia dei Valori e per certi versi sono stato una specie di “giacobino giustizialista” tale e quale ai vari commentatori che, in questi giorni, fanno un gran casino su internet… solo che io, e mi riferisco a quel me che votava Di Pietro ed eleggeva Razzi, non sarei stato come questi.”

            http://movimentocaproni.altervista.org/blog/i-picchiatori/

            non è il solo, e ovviamente di per sè non è una “colpa”, diciamo che in un certo periodo il crogiuolo è stato queelo (più i Girotondi, i Disobbedienti, i Viola, etc)

          • :D Oh, intendiamoci: io “giacobino giustizialista” non lo sono stato mai..;) Intimamente, ho sempre nutrito il massimo disgusto per i cultori della forca e gli esteti del linciaggio.
            Diciamo che sono una persona profondamente onesta. E come anarchico ho un profondo rispetto delle regole comuni, senza le quali nessuna società libertaria potrebbe mai nemmeno essere ipotizzata.

            «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza.
            […] La legge morale mi manifesta una vita indipendente dall’animalità e anche dall’intero mondo sensibile, almeno per quanto si può riferire dalla determinazione conforme ai fini della mia esistenza mediante questa legge: la quale determinazione non è ristretta alle condizioni e ai limiti di questa vita, ma si estende all’infinito

            Immanuel Kant
            Critica della ragion pratica

            A suo tempo, la preferenza accordata all’IdV rientrava nel classico “voto di protesta”, dopo il deludente Governo D’Alema, con le sue ambiguità ed i suoi “inciuci”. Nell’augurio, totalmente illusorio e mal riposto, che fosse più intransigente contro le anomalie del berlusconismo e meno disponibile a certi consociativismi. S’è visto come è andata a finire!
            Poi certo ogni volta che sentivo parlare il Tonino nazionale mi vergognavo per lui, chiedendomi se non si fosse laureato per corrispondenza al CEPU. In quanto ai personaggi gravitanti all’interno del partitino… definirli imbarazzanti era un eufemismo!
            Al rigetto crescente e repentino per i suoi esponenti, s’è presto unito il disgusto per lo spirito cripto-fascista e per l’ideologia poliziesca da neo-inquisizione, con la sua “magistratolatria” ed il manicheismo di facciata, coi suoi continui ammiccamenti al protestarismo becero e alla demagogia oratoria. Il tutto rigorosamente urlato.
            Tra le varie, ho capito in fretta che nella peggiore delle ipotesi al “voto di protesta” è di gran lunga preferibile l’astensione: in genere si fanno molti meno danni.

          • ai tempi della “discesa in campo” del Nano sarei stato volentieri un “giacobino” anch’io. Il fatto che poi i governi successivi di centrosinistra non abbiano risolto il conflitto di interessi e gli abbiano lasciato il monopolio delle tv private su scala nazionale, ha poi spinto molti sulla via del populismo e della protesta generica. Forse però è l’intera società italiana che, avendo perso le tradizionali caratteristiche di classe e le rispettive ideologie, si è amalgamata al ribasso in una indistinta brodaglia che qualcuno chiamava, non molti anni fa, “mucillagine”

          • Con maggioranze risicate, a geometria variabile, che si reggono sul voto fondamentale di un Luigi Pallaro, o quando ti allei coi cocci democristiani del peggiore consociativismo, hai ben poco margine di manovra e nessuna resistenza per poter affrontare prove di forza troppo impegnative. Vale la pena ricordare come a far cadere il Prodi II furono i voti determinanti dei mastelliani e dei ‘margheriti’ di estrazione liberaldemocratica, molti dei quali raccattati tra ex berlusconiani (Dini) e monarchici filo-fascisti (Fisichella), anche se ai nostri attuali ‘riformisti’ piace tanto raccontare la storiella di Rossi e Turigliatto, additando tutte le colpe alla solita “sinistra radicale”. Per non parlare della cagnara indegna, montata a suo tempo e ad arte, contro Marco Ferrando.
            In un paese conformista e reazionario come il nostro, il giochino funziona sempre. E con la memoria da pesce rosso che hanno gli italiani il successo è assicurato.
            La “mucillagine”, di cui credo abbia parlato il sociologo Giuseppe De Rita in uno dei rapporti del CENSIS (di solito li leggo tutti), in realtà è solo la conseguenza di un riflusso che viene da lontano ed ha cominciato ad esplodere verso la fine degli Anni ’80. Ma in fondo, nel suo profondo, la società italiana non è mai stata molto diversa. Tolte le sue propaggini ideologiche, la natura è quella:

            Come i vermi che formicolano su un cadavere consentono di stabilirne il grado di decomposizione, così la specie di avventurieri che riescono ad imporsi in un dato momento storico illuminano lo stadio di decadimento di una nazione.”

            Era il 1934, e la citazione è presa in prestito da Camillo Berneri. Con ogni evidenza, è sempre valida.

  3. Il Ribelle Says:

    ———————————————–
    Tra le varie, ho capito in fretta che nella peggiore delle ipotesi al “voto di protesta” è di gran lunga preferibile l’astensione: in genere si fanno molti meno danni.
    ————————————————

    Questo è un punto interessante. Ho applicato il tuo principio (non sono andato a votare) quando alle comunali si presentò l’inguardabile e riesumato Rutelli contro Alemanno.

    Sapevo delle bombe sapevo delle radiazioni (The day After, Meyer) ma alla fine incazzato, ho deciso di non votare “per protesta”.

    Ancora ad oggi incolpo me stesso, per aver contribuito (non votare, specialmente al ballottaggio significa mettere sullo stesso piano) all’elezione di un delinquente fascista, tra i peggiori sindaci che la storia repubblicana possa ricordare, capace di mettere su, una organizzazione di stampo fascio-mafiosa che è permeata pure nei cessi pubblici.

    A volte l’astensione sortisce gli stessi effetti, se non peggio, del voto di protesta.

    Che Dio abbia pietà di me!

    • :) No, fossi in te non la farei così drammatica…
      Io, partendo dalle stesse identiche constatazioni, trattenendo la nausea e forzandomi oltre i limiti della violenza psicologica, a votare ci sono andato (ad entrambi i turni!). E sapendo benissimo chi fosse Alemanno, ho votato Er Cicoria come male minore, nonostante il disgusto e sapendo che me ne sarei pentito un secondo dopo. MAI ho considerato voto più inutile e sprecato, ai limiti del pernicioso: ancora oggi, se ci ripenso, mi mordo le mani e arrossisco di vergogna.

      P.S: Sono state le mie ultime elezioni, in cui abbia optato per il meno peggio

  4. Il Ribelle Says:

    ” Vale la pena ricordare come a far cadere il Prodi II furono i voti determinanti dei mastelliani e dei ‘margheriti’ di estrazione liberaldemocratica, molti dei quali raccattati tra ex berlusconiani (Dini) e monarchici filo-fascisti (Fisichella), anche se ai nostri attuali ‘riformisti’ piace tanto raccontare la storiella di Rossi e Turigliatto, additando tutte le colpe alla solita “sinistra radicale”.”

    Verisssimo, verissimo! E questa è storia!

    Ma le cose andarono diversamente nel caso del Prodi I (a mio avviso il miglior governo da quando io voto).

    Che ne pensi della caduta del Prodi I?

    Alla fine il Prodi II aveva una maggioranza super-risicata al senato, dove bisognava portare a braccetto la Montalcini per avere la maggioranza al Senato.

    Quello che veramente mi lasciò l’amaro in bocca fu la caduta del Prodi I. Governo che aveva intrapreso la giusta direzione, sarebbe stata una svolta per l’Italia, non solo sotto il punto di vista economico, di credibilità internazionale ma anche sociale.

    Eppure le cose non andarono così…perché???

    Mi domando io…..

    • Perché a suo modo, io credo, era un governo di “transizione”, tra ‘prima’ e ‘seconda’ Repubblica. Da questo punto di vista, Romano Prodi era il candidato di compromesso, volutamente debole (non aveva un proprio partito), tra ex-DC ed ex PCI, in competizione per l’egemonia in un centrosinista a trazione moderata, con composizone variabile. Nell’ottica dei “poteri forti”, per continuità storica, gli ex democristiani erano considerati idonei a governare (però portavano in dote un esercito di generali e pochissimi soldati); gli ex comunisti invece no (però erano quelli che i voti ed il radicamento sul territorio ce l’avevano per davvero). Per contro, la nuova dirigenza PDS-DS, ansiosa di accreditarsi come forza ‘responsabile’ di governo, aveva contro l’intero estabilishment dell’epoca: confindustria e CEI su tutti.
      Da qui una politica di compromessi al ribasso, in aggiunta ai tentativi (catastrofici) di crearsi una rete di sostegno nei “salotti buoni” ed una cordata di “imprenditori amici” (da cui le privatizzazioni/svendite gestite alla caxxo: Telecom su tutte), con tatticismi che esasperavano le componenti più a sinistra dell’alleanza. Si aggiunga che lo schieramento ‘progressista’ dell’epoca si reggeva su rapporti di forza ed equilibri assai precari, assemblato com’era con alleanze di convenienza, ulteriormemte logorate dall’eterna dicotomia tra D’Alema e Veltroni. Molti nell’allora centrosinistra non avevano ancora pieno sentore della extra-ordinarietà dell’anomalia berlusconiana, che si credeva (a torto) superabile e ricomponibile nell’ambito delle cosiddette “riforme istituzionali” (in tal senso nascerà poi l’esecrata “bicamerale” che in linea di principio non era sbagliata), in una redifinizione dei campi di azione e delle linee politiche, per integrazione di sistema. La componente ideologica, legata alle dinamiche politiche della “prima repubblica”, era ancora fortissima e totalmente slegata dai mutamenti sociali in atto. Soprattutto non teneva in alcun conto la nuova dimensione economica, affermatasi con l’avvento della globalizzazione e dell’integrazione europea.
      Da lì la sottoscrizione a scatola chiusa di trattati vincolanti, all’insegna del neo-liberismo più estremo, e una politica economica totalmente affidata ai “tecnici” nel totale disinteresse dei partiti, troppo impegnati nelle lotte di potere interne tra correnti.
      Direi che il governo cadde per una straordinaria miopia politica: perché i partiti di allora erano ancora concentrati in una sorta di provincialismo auto-referenziale, non dando alcun peso a quanto invece avveniva al di fuori dei confini nazionali e non tenendo minimamente conto di quanto importanti fossero i processi di interazione, in una realtà globalizzata completamente nuova. Tutti troppo presi a contemplarsi l’ombelico e, nei casi peggiori, a gingillarsi con feticci massimalisti come l’utopia delle 35h a parità di salario.

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