Good Luck & Good Night

The Red Moon PreachersMarco Tullio Cicerone, che ora ottimo retore e pessimo politico, considerava l’arte oratoria come la capacità di padroneggiare il potere della parola e con essa dominare l’immaginario del pubblico, determinandone le emozioni a proprio piacimento e vantaggio.
Consapevole che demagogia, finzione e mimica, ne costituiscono i corollari fondamentali, l’intrigante avvocato di Arpino arrivò a prendere lezioni di recitazione da attori teatrali, per allenare la favella e affinare la propria abilità. Sicché, con la modestia che lo contraddistingueva, al culmine della sua carriera, Cicerone si considerava l’oratore perfetto e sintesi vivente dell’arte in questione, tanto da perderci la testa…
Ovviamente, l’ars dicendi, lungi dall’estinguersi con la dipartita del vanaglorioso ciociaro, nel tempo si evolve, muta pelle, si arricchisce di nuovi strumenti che ne esaltano la potenza e ne estendono la portata oltre le anguste piazze del foro o i palchi estemporanei dei comizi… In epoca contemporanea, per dire, ci sarebbe da chiedersi cosa sarebbero stati un Hitler, un Churchill o un Roosevelt, senza il potere onnipervasivo della radio.

«L’uomo politico è anzitutto “oratore”. L’oratore è l’artista della parola. L’uomo politico non è soltanto questo: egli è l’attore della parola. Oratore è colui che domina il pubblico; oratore politico colui che si serve della propria arte per dominare il pubblico.»

  Camillo Berneri
“Della demagogia oratoria”
(Almanacco libertario, 1935)

Attualmente, convogliata nei circuiti mediali del grande circo televisivo, con le sue cacofonie indistinte di urlatori catodici, telepredicatori e apocalittici da salotto, l’antica arte ha perso fronzoli ed allori, per tracimare nel “facilismo retorico” che sempre si accompagna alla facondia tribunizia di politicastri con aspirazioni da presunto ‘statista’ e ben più mediocri ambizioni.
CatilinaIn fondo, l’Italia è sempre stata patria di inesauribili cazzari, per un paese inguaribilmente malato di ‘ducismo’: quello paternalistico e arraffone dei Re Travicello. Dagli imbonitori da fiera ai giggioni da avanspettacolo, ha sempre contrapposto soluzioni minime a grandi problemi, nella prevalenza del cialtrone travestito da decisionista di successo. Per questo siamo passati da un fenomeno fuori competizione alla sua copia ringiovanita e ancora crinita, in perfetta sintonia di amorosi sensi, per un’overdose di proclami, annunci, promesse, nella fanfaronesca faciloneria del Bambino Matteo, perso tra le esplosioni pirotecniche ed i crepitii dei suoi fuochi d’artificio, e quanto mai ansioso di sembrare ‘grande’ nella piccineria dei suoi semplicismi.
Perché lo strombazzante neo-premier Renzi riscuote tanto successo di pubblico e di critica presso una stampa più prona che pronta?

«Perché è prestante, perché ha eloquenza fascinatrice e resistente, ma soprattutto perché la sua psicologia somiglia sinceramente a quella del popolo: ottimista, semplicista, facilona, ricca più d’immagini che di idee, e di forme più che di cose»

Il fenomeno d’arresto e d’involuzione;
l’ottimismo ferriano e le sue conseguenze
Critica Sociale (1908)

Sono le parole di Giovanni Zibordi, socialista riformista di inizio ‘900, che ovviamente non si riferiva al Giamburrasca fiorentino ma allo scoppiettante Enrico Ferri che da socialista rivoluzionario si riciclò fascista.
Del resto, Anna Kuliscioff aveva già liquidato il personaggio con poche sferzanti parole:

«Il gran cialtrone non ha né cultura solida né ingegno. È un vanesio, che non vive che dell’approvazione pubblica, se gli manca questa non è più niente»

Evidentemente il genius ferriano è destinato a rivivere dilatato su scala nazionale, in sembianze fiorentine, mentre il Rottamatore (o “Riciclatore” di impresentabili?) si accinge a smantellare il Senato così come ci si disfa di un paio di scarpe rotte, sacrificando l’antichissima istituzione ai furori qualunquisti del momento. E per di più lo fa mentre si appresta a varare una legge elettorale che mortifica i più elementari criteri di rappresentanza democratica, dopo aver boicottato la parità di genere e riesumato la salma del Pornonano, improvvidamente elevato a compagno di merende (costituzionali).
E siccome nel grande villaggio di Borgo Citrullo non ci facciamo mancare proprio nulla, ci si è concessi pure la parentesi delirante del grullismo militante, insufflato dai rutti etilici di uno psicopatico barbuto che si crede il “dio” di una religione privata, mentre la sua setta si consuma in purghe staliniane e atti di contrizione interna, con l’inquisizione degli apostati del moVimento proprietario a marchio registrato.
moebiusNell’estetica plastificata del suo riduzionismo minimalista, il verbo si è fatto carne (e sangue.. e merda!), per essere consegnato agli appetiti della massa, quantificata in consistenza elettorale, e da questa consumata agevolmente, nell’ansia di piacere e di piacersi e più in fretta spendere i crediti di un consenso effimero, fondato sull’effetto temporaneo… sul coup de théâtre in teatrini politici a conduzione variabile per identico copione, col quale si celebrano i fasti dell’approssimazione. È il trionfo dello slogan, meglio se calzato d’infilata con sparate crescenti di colpi caricati a salve, dove il rumore ed il fumo delle cannonate in bianco copre la vacua inconsistenza del nulla.

«Se la grandezza dell’oratore fosse tutta nei gesti, nella voce, nel giuoco delle sue espressioni, l’ars oratoria non sarebbe che una branca dell’arte teatrale.
L’eloquenza di Mussolini è ricca di immagini, e le immagini sono nei discorsi ciò che gli aggettivi sono negli scritti. Più il pensiero è solido e l’espressione potente ed immediata, meno aggettivi ed immagini si incontrano nel discorso, che non è altro che prosa parlata. Il grande oratore è il Molière della parola, colui che crea i suoi discorsi e li pronuncia con arte, mentre l’oratore comune tesse con bei gesti e belle frasi, e con una sua mimica, un velo ricco di riflessi che però si ridurrà ad uno straccio quando non ci sarà più il suo tessitore ad agitarlo.
Dell’eloquenza di Mussolini come di quella di Gladstone non resterà che un’eco rumorosa. La vera eloquenza è quella della fonte perenne; quella del tribuno è una voce che muore appena tace: come quella del cantante.
Mussolini è dunque un grande tribuno. Gustave Le Bon ha detto: “Conoscere l’arte d’impressionare la immaginazione delle folle, significa conoscere l’arte di governare”. Ciò è vero psicologicamente, ma è falso storicamente poiché i grandi tribuni han saputo portare le folle all’esaltazione, condurle ove essi volevano condurle, ma il potere conquistato con la sola parola è sempre stato un pallone presto sgonfiatosi sull’abisso.»

 Camillo Berneri
 “Della demagogia oratoria”
(Almanacco libertario, 1935)

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6 Risposte to “Good Luck & Good Night”

  1. Lecran Says:

    I Fischiettanti (niente pifferi, non ci sono i soldi). Nella porcilaia dei predestinati molto ben adattati, il frastuono caotico, il forte calore, e l’aria irrespirabile. Si alza lievemente, umano, un fischiettare melodico, è il silenzio assoluto, l’animale in quel breve momento subisce l’incanto di quel suono trascendentale. Fine, il motivetto cessa e loro smarriti cozzano qua e la contro le pareti ed il ferro che li costringe, infine, sazi, riprendono a mordersi a sangue per l’immondo pastone. Era solo un gioco.

  2. le mie parole commenterebbero in modo alquanto piatto e insignificante, quindi lascio che siano altri ad esprimersi su un aspetto fondamentale dell’attuale situazione, non poco rilevante nell’ascesa di certi elementi:

    “Poco interessanti catene di cause e effetti terapeutici, dietetici, sociali, politici, tecnologici spiegano l’esponenziale proliferazione della “bêtise”. Figlia del progresso, dell’idea di progresso, essa non poteva che espandersi in tutte le direzioni, contagiare tutte le classi, prendere il sopravvento in tutti i rami dell’umana attività. È stato grazie al progresso che il contenibile «stolto» dell’antichità si è tramutato nel prevalente cretino contemporaneo, personaggio a mortalità bassissima la cui forza è dunque in primo luogo brutalmente numerica; ma una società ch’egli si compiace di chiamare «molto complessa» gli ha aperto infiniti interstizi, crepe, fessure orizzontali e verticali, a destra come a sinistra, gli ha procurato innumeri poltrone, sedie, sgabelli, telefoni, gli ha messo a disposizione clamorose tribune, inaudite moltitudini di seguaci e molto denaro. Gli ha insomma moltiplicato prodigiosamente le occasioni per agire, intervenire, parlare, esprimersi, manifestarsi, in una parola (a lui cara) per «realizzarsi».
    Sconfiggerlo è ovviamente impossibile. Odiarlo è inutile. Dileggio, sarcasmo, ironia non scalfiscono le sue cotte d’inconsapevolezza, le sue impavide autoassoluzioni (per lui, il cretino è sempre «un altro»); e comunque il riso gli appare a priori sospetto, sconveniente, «inferiore», anche quando − agghiacciante fenomeno − vi si abbandona egli stesso.”
    – Fruttero e Lucentini

  3. Lecran Says:

    Follia inconscio conscio ovvio .
    La naturale semplicità dell’ovvio contro il delirio e l’ipocrisia della complessità. Ormai stremato dal tentativo incessante di tradurre contraddizioni non più sanabili e sopperire alla distruzione dell’ovvio, ancora debole giunco, l’inconscio porta in superficie, banalizzandoli, comportamenti di malvagità assoluta così potente da rompere i margini dell’umanità e impazzire .

  4. Serata di citazioni latenti e patenti vedo..:)
    Dai richiami alla fenomenologia di Edmund Husserl, fino alla “Prevalenza del Cretino” di Carlo Fruttero e Franco Lucentini: opera incommensurabile della quale s’era pure parlato QUI.

  5. Anonimo Says:

    Renzi… la politica batte il disfattismo 1 a 0.

    Ci sono vari corsi e vari convegni, una vasta edizione di libri che ci spiegano come comportarsi per ottenere il top dalla vita.

    O ancora come essere bravi manager, come ricavare il meglio dalle nostre parole e dai nostri portamenti secondo le teorie più in voga, come essere uomini di successo.

    Esisteva già 2500 anni fa davano questo genere di istruzione, nell’antichità greca, erano noti come Sofisti.

    Essi procuravano le conoscenze a politici, borghesi e tiranni; ed è nota la polemica che li oppose a Socrate ed Aristotele.

    I sofisti sostenevano la superiorità dell’apparire sull’essere; l’impossibilità di conoscere la verità, anzi, la sua assenza; che la realtà è il nulla, quindi l’uomo è misura del nulla e il suo solo compito è prevalere sugli altri.

    Quello che poi qualche secolo più avanti si sarebbe appellato come relativismo e nichilismo.

    Oggi, invece, i saggi sarebbero i sofisti. Quasi che la ricerca del bene comune, della vera sapienza, dell’autentica verità non interessi più a nessuno. Salvo che ad un numero ristretto di persone, una minoranza bistrattata e derisa.

    “Sofista” oggi indica una persona che non ha una vera conoscenza o una vera scienza, uno che disquisisce di lana caprina quindi senza dire nulla di realmente importante.

    La virtù vera divenne la retorica, la capacità di difendere la propria tesi, a prescindere che fosse corretta o non corretta.

    Non era Fondamentale quello che si sosteneva ma come lo si diceva e la verità coincideva con le parole ricercate per esporre il pensiero.

    Quindi il verbo diventa lo strumento principe dell’individuo per entrare nelle relazioni, la capacità di parlare bene è l’unico modo per primeggiare nella relazione.

    I sofisti sono più o meno in accordo nel sostenere che non esistono valori e verità assoluti, non esiste il concetto di uomo sul quale è possibile argomentare in modo che ogni singolo uomo possa riconoscersi in quel concetto, ma i valori sono relativi e opinabili, sono valori solo quelli che confermano la propria opinione nei confronti di quella di un altro.

    L’educazione per loro è educazione alla carriera politica, all’esito positivo in pubblico con fini strumentali e non mezzo per penetrare il campo della conoscenza e del sapere.

    L’educazione è bravura nell’ottenere ragione sempre in qualunque discorso, abilità di dimostrare tutto e il contrario di tutto, di indurre in modo seduttivo gli altri del valore delle proprie ragioni.

    Un disagio mi assale perché non so più se sto parlando del 450 avanti Cristo o del 2014 dopo Cristo !

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