La politica come professione

Killzone-4Ai tempi grami di ristagni culturali e riflussi sociali, all’ombra delle grande depressione (economica e non), in un’Italia sotto sedazione delle ‘larghe intese’, cloroformizzata com’è dall’iniezione di un neo-centrismo narcolettico di derivazione morotea, c’è chi si interroga pensoso, tra uno sbadiglio e l’altro, dei destini della nazione in bilico tra “anti-politica” ed il mito austero della “governabilità”, secondo i cliché condivisi di una narrazione sempre più asfittica nell’autoreferenzialità dei suoi interpreti.
Tra derive populistiche, nell’effimera risacca di rigurgiti persistenti, e più concrete restaurazioni oligarchiche, torna in voga il ruolo del “politico” come categoria (tanto per parafrasare Carl Schmitt), tutta da delineare nella prevalenza dell’istrione alternato al cialtrone, con la loro interscambiabile (e quasi indistinguibile) sovrapposizione di ruoli per la reciproca erosione.
In proposito, per quei ricorsi della Storia che a noi divertono particolarmente, alla ricerca di un senso di cui la materia è sprovvista, sarà forse interessante riportare in parte il testo (pubblicato nel 1919) di una conferenza fiume che Max Weber tenne a Vienna sull’argomento, nel lontano 1918, durante ben altra crisi epocale…
Giocando sulla parola tedesca “beruf” che può essere indistintamente tradotta come vocazione o anche professione, Weber illustra il ruolo dell’uomo politico chiamato a responsabilità pubbliche. Depurato dai richiami mistico-religiosi, il testo ha una curiosa freschezza contemporanea… Noterete come certe valutazioni siano assolutamente calzanti a determinati personaggi attualmente in circolazione e, per l’appunto, iin riferimento al loro rapporto con l’attività politica…

«Quali gioie intime è dunque essa in grado di offrire, e quali attitudini personali presuppone da chi vi si dedica?
Ebbene, anzitutto essa procura il sentimento del potere. Anche in posizioni modeste dal punto di vista formale, il politico di professione ha la coscienza di esercitare un’azione sugli uomini, di partecipare al potere che li domina, e soprattutto ha il sentimento di aver tra le mani un filo conduttore delle vicende storiche e di elevarsi al di sopra della realtà quotidiana. Ma il problema che ora per lui si pone è questo: quali sono le qualità per cui egli può sperare di essere all’altezza di tale potere (per quanto limitato esso possa essere nel caso singolo) e quindi della responsabilità che gliene deriva? Sconfiniamo cosi nel campo delle questioni etiche; giacché a queste appartiene la domanda: che uomo deve essere colui al quale è consentito di metter le mani negli ingranaggi della storia?
Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza.
Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una “causa” (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. Non nel senso di quel fermento interiore, che il mio compianto amico Georg Simmel usava definire “agitazione sterile”, particolarmente caratteristica di un certo tipo di intellettuale russo (non certo di tutti) e che ora, in questo carnevale che si ammanta del nome altisonante di “rivoluzione”, ha una parte cosi importante anche tra i nostri intellettuali: un “romanticismo di ciò che è intellettualmente interessante“, campato sul vuoto, senza alcun concreto senso di responsabilità.
Beppe Grillo[…] La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell’animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev’essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente “si agitano a vuoto”, è solo possibile attraverso l’abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola. La “forza” di una “personalità” politica dipende in primissimo luogo dal possesso di doti siffatte. L’uomo politico deve perciò soverchiare dentro di sé, giorno per giorno e ora per ora, un nemico assai frequente e ben troppo umano: la vanità comune a tutti, nemica mortale di ogni effettiva dedizione e di ogni “distanza”, e, in questo caso, del distacco rispetto a se medesimi. La vanità è un difetto assai diffuso, e forse nessuno ne va del tutto esente. Negli ambienti accademici e universitari è una specie di malattia professionale.
Il TartarugaTuttavia presso gli studiosi, per quanto possa apparire antipatica, essa è relativamente innocua nel senso che di regola non nuoce all’attività scientifica. Per l’uomo politico è tutt’altra cosa. L’aspirazione al potere è lo strumento indispensabile del suo lavoro. “L’istinto della potenza” (Macht­instinkt) – secondo l’espressione in uso – appartiene perciò di fatto alle sue qualità normali. Ma nella sua professione il peccato contro lo Spirito Santo comincia quando tale aspirazione al potere smarrisce le “cause” per cui esiste e diventa un oggetto di autoesaltazione puramente personale, invece di porsi esclusivamente al servizio della “causa”. Giacché si danno in definitiva due sole specie di peccati mortali sul terreno della politica: mancanza di una “causa” giustificatrice (Unsachlichkeit) e mancanza di responsabilità (spesso, ma non sempre, coincidente con la prima). La vanità, ossia il bisogno di porre in primo piano con la massima evidenza la propria persona, induce l’uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di quei peccati o anche tutti e due. Tanto più, in quanto il demagogo è costretto a contare “sull’efficacia”, ed è perciò continuamente in pericolo di divenire un istrione, come pure di prendere alla leggera la propria responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi soltanto “dell’impressione” che egli riesce a fare. Egli rischia, per mancanza di una causa, di scambiare nelle sue aspirazioni la prestigiosa apparenza del potere per il potere reale e, per mancanza di responsabilità, di godere del potere semplicemente per amor della potenza, senza dargli uno scopo per contenuto. Infatti, quantunque, o meglio proprio in quanto la potenza è l’indispensabile strumento di ogni politica e l’aspirazione al potere una delle sue Massimo D'Alemaforze propulsive, non si dà aberrazione dell’attività politica più deleteria dello sfoggio pacchiano del potere e del vanaglorioso compiacersi nel sentimento della potenza, o, in generale, di ogni culto del potere semplicemente come tale.

Il mero “politico della potenza” (Machtpolitiker), quale cerca di glorificarlo un culto ardentemente professato anche da noi, può esercitare una forte influenza, ma opera di fatto nel vuoto e nell’assurdo. In ciò i critici della “politica di potenza” hanno pienamente ragione. Dall’improvviso intimo disfacimento di alcuni tipici rappresentanti di quell’indirizzo, abbiamo potuto apprendere per esperienza quale intrinseca debolezza e impotenza si nasconda dietro questo atteggiamento borioso ma del tutto vuoto.
G.W.Bush[…] E’ perfettamente vero, ed è uno degli elementi fondamentali di tutta la storia (sul quale non possiamo qui soffermarci in dettaglio), che il risultato finale dell’azione politica è spesso, dico meglio, è di regola in un rapporto assolutamente inadeguato è sovente addirittura paradossale col suo significato originario. Ma appunto perciò non deve mancare all’azione politica questo suo significato di servire a una causa, ove essa debba avere una sua intima consistenza. Quale debba essere la causa per i cui fini l’uomo politico aspira al potere e si serve del potere, è una questione di fede. Egli può servire la nazione o l’umanità, può dar la sua opera per fini sociali, etici o culturali, mondani o religiosi, può essere sostenuto da una ferma fede nel “progresso” non importa in qual senso – oppure può freddamente respingere questa forma di fede, può inoltre pretendere di mettersi al servizio di una “idea”, oppure, rifiutando in linea di principio siffatta pretesa, può voler servire i fini esteriori della vita quotidiana – sempre però deve avere una fede. Altrimenti la maledizione della nullità delle creature incombe effettivamente – ciò è assolutamente esatto – anche sui successi politici esteriormente più solidi.»

  Max Weber
“La Politica come vocazione” (1919)
Tratto da “Il lavoro intellettuale come professione” (Einaudi, 1993)

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4 Risposte to “La politica come professione”

  1. Il Ribelle Says:

    “La vanità è un difetto assai diffuso, e forse nessuno ne va del tutto esente. Negli ambienti accademici e universitari è una specie di malattia professionale.”

    Io direi che è intrinseca nell’essere umano…

    “Tuttavia presso gli studiosi, per quanto possa apparire antipatica, essa è relativamente innocua nel senso che di regola non nuoce all’attività scientifica.”

    In effetti è vero, e forse funge anche da stimolante, per generare delle motivazioni che difficilmente si troverebbero altrimenti.

    A proposito…ma a Bersani qualcuno avrà spiegato cosa è la vanità, l’amor proprio e l’orgoglio? La sua predisposizione a farsi umiliare rasenta il confine tra l’essere umano e non esserlo…

    • Tra tutti i “vizi capitali” la Vanità è sicuramente il più diffuso…
      Personalmente, ritengo che sia anche il peggiore ed il più grave. Non per niente, nella casistica cristiana dei peccati, viene ricompresa nella Superbia. Per i Greci dell’antichità classica era “Hybris” che, contrapposta a “Nemesis” (la Giustizia), era la causa principale di tutti i mali dell’umanità e apportatrice di ogni sventura possibile per coloro che cedevano al suo influsso nefasto.

      P.S. Non credo che il povero Bersani pecchi di vanità, né che sia da precipitare nel girone dei superbi…
      Se dovessimo trovare un “peccato” equivalente, Il suo irritante livello di minchioneria politica potrebbe forse essere ricompreso nella Accidia, tramite la sua interpretazione peggiorativa.
      Sinceramente, è il peccato che preferisco… forse perché lo sento a me più prossimo, se inteso come malinconica inclinazione all’ozio creativo..:)

  2. a proposito di vanità:
    “Poichè pensiamo bene di noi, ma tuttavia non ci aspettiamo affatto da noi di poter mai fare lo schizzo di un quadro di Raffaello o una scena come quella di un dramma shakespeariano, ci persuadiamo che la capacità di fare ciò sia cosa immensamente meravigliosa, un rarissimo caso, oppure, se sentiamo ancora religiosamente, una grazia dal’alto. Così la nostra vanità, il nostro amor proprio favoriscono il culto del genio: perchè, solo quando questo è pensato lontanissimo da noi, come un “miraculum”, il genio non ferisce. Persino Goethe, l’uomo senza invidia, chiamò Shakespeare “la sua stella della più lontana altezza”; al qual proposito si potrebbe citare il verso: “Non si bramano, le stelle””
    (verso di una poesia di Goethe, ma non riferito a Shakespeare)
    (F.Nietzsche, Umano, troppo umano framm.162 “Culto del genio per vanità”9. Interessante anche il seguito, e l’intera pt. 4 dedicata agli artisti.

    • Sia che l’uomo tenga nascosti i suoi vizi e le sue cattive qualità, sia che li ammetta apertamente, in ambedue i casi la sua vanità desidera trarne vantaggio: si osservi solo quanto sottilmente egli distingua davanti a chi nascondere quelle qualità e davanti a chi mostrarsi aperto e sincero
      (F.313)

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