Il Divo Giulio

Tracciare un profilo minimo ma esauriente sul fu Giulio Andreotti, brachiosauro della prima repubblica, sopravvissuto all’evoluzione della specie, dopo mezzo secolo di titanismo democristiano, non è semplicemente impossibile… È inutile. Perché il divo Giulio, che il potere più che viverlo lo ha incarnato nella sua stessa essenza, più che per i suoi motti di spirito con le sue battute salaci e l’eccezionale carriera politica, resterà per sempre famoso non per le sue parole, ma per i suoi silenzi. Più che i suoi motti di spirito dalla battuta salace, più che l’eccezionale carriera politica, ad essere ricordato sarà il silenzio assordante di mille parole non dette, i segreti mai svelati, le verità negate e sempre occultate, gli arcani di un sottobosco di potere occulto e pervasivo dove ogni mezzo giustificava il fine: la supremazia politica della DC (e soprattutto della sua corrente politica) identificata col bene supremo dello Stato.

Paradossalmente, la scomparsa del divino Giulio avviene in concomitanza con la rinascita di una nuova Democrazia Cristiana, o quantomeno con ciò che più le rassomiglia dopo due decadi di ibridazione, sulla scia di un nuovo compromesso che si vorrebbe “storico”, ma che è solo la squallida riedizione dell’antico trasformismo italico, ispirato alle liturgie curiali dei rituali neo-consociativi per la preservazione del potere nella sua spartizione allargata.
L’eredità di Andreotti, di quello che l’uomo (volente o nolente) rappresentato, oggi è più viva che mai. Come la fenice rinasce dalle ceneri e dalle sue miserie per incistarsi tra coloro che di quell’antico ordine precostituito furono gli eredi, le vittime, i complici, i carnefici…
In questa prospettiva, sulla scia di altre larghe intese: quelle cominciate nel 1976 (e delle quali il Governo Letta è un surrogato diretto) sotto il cosiddetto governo di solidarietà nazionale: monocolore democristiano, con Giulio Andreotti al suo terzo incarico come presidente del consiglio (1976-1978), che culminò con l’assassinio di Aldo Moro e l’inizio di una crisi inarrestabile della Sinistra italiana, con la scomparsa di una vera opposizione parlamentare.
Dunque, per un’epoca mai chiusa e che ogni volta ritorna vivificata sotto mutate forme nell’aspetto grottesco e mostruoso dei revenants, se si vuole davvero tracciare un ritratto politico di Andreotti e di una classe dirigente eterna nei suoi vizi (e le sue miserie), l’immobilismo scambiato per fermezza, la preservazione del ‘potere’ nella sua immutabilità, quale miglior necrologio delle lettere che Aldo Moro inviò dalla suaprigione del popolo, prima di essere assassinato dalle Brigate rosse?

Lettera al Partito della Democrazia Cristiana
  (recapitata il 28 aprile 1978)

Dopo la mia lettera comparsa in risposta ad alcune ambigue, disorganiche, ma sostanzialmente negative posizioni della D.C. sul mio caso, non è accaduto niente. Non che non ci fosse materia da discutere. Ce n’era tanta. Mancava invece al Partito, al suo segretario, ai suoi esponenti il coraggio civile di aprire un dibattito sul tema proposto che è quello della salvezza della mia vita e delle condizioni per conseguirla in un quadro equilibrato. E’ vero: io sono prigioniero e non sono in uno stato d’animo lieto. Ma non ho subito nessuna coercizione, non sono drogato, scrivo con il mio stile per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia. Ma sono, si dice, un altro e non merito di essere preso sul serio. Allora ai miei argomenti neppure si risponde. E se io faccio l’onesta domanda che si riunisca la direzione o altro organo costituzionale del partito, perché sono in gioco la vita di un uomo e la sorte della sua famiglia, si continua invece in degradanti conciliaboli, che significano paura del dibattito, paura della verità, paura di firmare col proprio nome una condanna a morte.
[…]
E’ nella D.C. dove non si affrontano con coraggio i problemi. E, nel caso che mi riguarda, è la mia condanna a morte, sostanzialmente avvallata dalla D.C., la quale arroccata sui suoi discutibili principi, nulla fa per evitare che un uomo, chiunque egli sia, ma poi un suo esponente di prestigio, un militante fedele, sia condotto a morte. Un uomo che aveva chiuso la sua carriera con la sincera rinuncia a presiedere il governo, ed è stato letteralmente strappato da Zaccagnini (e dai suoi amici tanto abilmente calcolatori) dal suo posto di pura riflessione e di studio, per assumere l’equivoca veste di Presidente del Partito, per il quale non esisteva un adeguato ufficio nel contesto di Piazza del Gesù. Sono più volte che chiedo a Zaccagnini di collocarsi lui idealmente al posto ch’egli mi ha obbligato ad occupare. Ma egli si limita a dare assicurazioni al Presidente del Consiglio che tutto sarà fatto come egli desidera.
E che dire dell’On. Piccoli, il quale ha dichiarato, secondo quanto leggo da qualche parte, che se io mi trovassi al suo posto (per così dire libero, comodo, a Piazza ad esempio, del Gesù), direi le cose che egli dice e non quelle che dico stando qui. Se la situazione non fosse (e mi limito nel dire) così difficile, così drammatica quale essa è, vorrei ben vedere che cosa direbbe al mio posto l’On. Piccoli. Per parte sua ho detto e documentato che le cose che dico oggi le ho dette in passato in condizioni del tutto oggettive. E’ possibile che non vi sia una riunione statutaria e formale, quale che ne sia l’esito? Possibile che non vi siano dei coraggiosi che la chiedono, come io la chiedo con piena lucidità di mente? Centinaia di parlamentari volevano votare contro il Governo. Ed ora nessuno si pone un problema di coscienza? E ciò con la comoda scusa che io sono un prigioniero. Si deprecano i lager, ma come si tratta, civilmente, un prigioniero, che ha solo un vincolo esterno, ma l’intelletto lucido? Chiedo a Craxi, se questo è giusto. Chiedo al mio partito, ai tanti fedelissimi delle ore liete, se questo è ammissibile. Se altre riunioni formali non le si vuol fare, ebbene io ho il potere di convocare per data conveniente e urgente il Consiglio Nazionale avendo per oggetto il tema circa i modi per rimuovere gli impedimenti del suo Presidente. Così stabilendo, delego a presiederlo l’On. Riccardo Misasi.
E’ noto che i gravissimi problemi della mia famiglia sono la ragione fondamentale della mia lotta contro la morte. In tanti anni e in tante vicende i desideri sono caduti e lo spirito si è purificato. E, pur con le mie tante colpe, credo di aver vissuto con generosità nascoste e delicate intenzioni. Muoio, se così deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell’amore immenso per una famiglia esemplare che io adoro e spero di vigilare dall’alto dei cieli. Proprio ieri ho letto la tenera lettera di amore di mia moglie, dei miei figli, dell’amatissimo nipotino, dell’altro che non vedrò. La pietà di chi mi recava la lettera ha escluso i contorni che dicevano la mia condanna, se non avverrà il miracolo del ritorno della D.C. a se stessa e la sua assunzione di responsabilità. Ma questo bagno di sangue non andrà bene né per Zaccagnini, né per Andreotti né per la D.C. né per il paese. Ciascuno porterà la sua responsabilità.
Io non desidero intorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere. Voglio vicino a me coloro che mi hanno amato davvero e continueranno ad amarmi e pregare per me. Se tutto questo è deciso, sia fatta la volontà di Dio. Ma nessun responsabile si nasconda dietro l’adempimento di un presunto dovere. Le cose saranno chiare, saranno chiare presto.

  [Testo integrale QUI]

Andreotti ed i notabili democristiani

Lettera a Giulio Andreotti,
Presidente del Consiglio dei Ministri
  (recapitata il 29 aprile)

Caro Presidente,
so bene che ormai il problema, nelle sue massime componenti, è nelle tue mani e tu ne porti altissima responsabilità. Non sto a descriverti la mia condizione e le mie prospettive. Posso solo dirti la mia certezza che questa nuova fase politica, se comincia con un bagno di sangue e specie in contraddizione con un chiaro orientamento umanitario dei socialisti, non è apportatrice di bene né per il Paese né per il Governo. La lacerazione ne resterà insanabile. Nessuna unità nella sequela delle azioni e reazioni sarà più ricomponibile. Con ciò vorrei invitarti a realizzare quel che si ha da fare nel poco tempo disponibile. Contare su un logoramento psicologico, perché son certo che tu, nella tua intelligenza, lo escludi, sarebbe un drammatico errore.
Quando ho concorso alla tua designazione e l’ho tenuta malgrado alcune opposizioni, speravo di darti un aiuto sostanzioso, onesto e sincero. Quel che posso fare, nelle presenti circostanze, è di beneaugurare al tuo sforzo e seguirlo con simpatia sulla base di una decisione che esprima il tuo spirito umanitario, il tuo animo fraterno, il tuo rispetto per la mia disgraziata famiglia.
Quanto ai timori di crisi, a parte la significativa posizione socialista cui non manca di guardare la D.C., è difficile pensare che il PCI voglia disperdere quello che ha raccolto con tante forzature.
Che Iddio ti illumini e ti benedica e ti faccia tramite dell’unica cosa che conti per me, non la carriera cioè, ma la famiglia.
Grazie e cordialmente tuo
Aldo Moro

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2 Risposte to “Il Divo Giulio”

  1. il monologo che Servillo interpreta è da oscar: “perpetuare il male per garantire il bene” riassume perfettamente una certa parte di questa personalità importantissima e controversa della storia italiana. Chissà se mai si aprirà il leggendario archivio del Divino: nel frattempo, lui si è portato nella tomba moltissime verità.

    • Personalmente, e posso sbagliare, credo che nel famoso e fantomatico archivio del Divino non sia conservato alcun documento realmente ‘compromettente’ o comunque niente di così eclatante come invece si crede… Se documenti “top secret” ci sono mai stati, sono anche stati rimossi da tempo. Non foss’altro perché l’archivio Andreotti è consultabile pubblicamente alla Fondazione Don Sturzo.

      In fondo, è una vecchia tattica democristiana, e anche molto “pretesca”: dal momento che nessun uomo è senza peccato, e siccome anche i santi possono avere segreti inconfessabili, far credere ai propri rivali (e soprattutto agli “amici”) di conoscere ogni recondita verità sul loro conto e conservare con cura le prove in un luogo segreto, può essere uno straordinario strumento di controllo e implicitamente di potere.
      Non per niente, uno dei motti più famosi di Giulio Andreotti era:

      A pensar male si commette peccato, ma si indovina quasi sempre

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