La Congiura delle Salme

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O almeno è quello che deve aver pensato Nicola Mancino (classe 1931), ex vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ex Presidente del Senato, ex ministro degli Interni, e tutt’altro che casualmente indagato per falsa testimonianza, nell’ambito della più vasta inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia, durante un altro “governo tecnico” (Carlo A. Ciampi). Perché mentre in Italia scoppiavano le autobombe ed intere autostrade saltavano per aria, ‘qualcuno’ all’interno delle istituzioni trescava con le cosche dei Corleonesi, promettendo favori e trattamenti di riguardo per i boss detenuti.

Nicola Mancino fa parte di quel folto gruppo di smemorati, tra ex ministri ed ufficiali del ROS dei Carabinieri, che pressati dalla magistratura hanno finalmente ritrovato la memoria a 20 anni di distanza dalle stragi mafiose, dei depistaggi che ne seguirono, e delle intollerabili reticenze, per le quali questi “uomini (o ominicchi?) dello Stato” sono indagati.

Naturalmente, il problema non è il fatto che un privato cittadino telefoni a Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del Presidente della Repubblica, per chiedere l’intervento presidenziale sugli uffici giudiziari che indagano su di lui. E non è un problema che il dott. D’Ambrosio (invece di scaricarlo subito) si prodighi in consigli, garantendo il proprio interessamento.
Il problema non risiede nel fatto che un inquisito si rivolga direttamente alla massima carica dello Stato, trovando nel presidente Giorgio Napolitano un attento ascoltatore. Non risiede nel fatto che Mancino (non si capisce a che titolo) solleciti ripetutamente un intervento contro i magistrati delle procure siciliane di Palermo e Caltanissetta, intenzionati a vagliare le testimonianze dell’indagato Mancino e curare le sue amnesie, tramite quello che assomiglia tanto ad un incidente probatorio. Se così fosse, è lecito ipotizzare un prossimo rinvio a giudizio dell’ex sen. Mancino e meglio si comprendono le resistenze di quest’ultimo.
Il problema non consiste nel fatto che, non contento, il Mancino sotto indagine abbia preso contatti pure con l’ex Procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, e con il suo successore Gianfranco Ciani, opportunamente attivati dal presidente Napolitano, affinché facessero pressioni su Piero Grasso, procuratore nazionale anti-mafia, per sopire e troncare.
No, il problema è tutto concentrato nel fatto che le pressioni e le richieste improprie, che Mancino ha esercitato in questi mesi presso il Presidente della Repubblica, siano venute a conoscenza degli inquirenti che si occupano dell’indagine sul Mancino medesimo.
E invece di dare delle spiegazioni e, soprattutto, pretendere risposte coerenti su alcuni degli eventi più gravi della storia repubblicana, che coinvolgono settori non indifferenti delle Istituzioni, il presidente Giorgio Napolitano solleva un conflitto di attribuzioni, appellandosi alle sue prerogative costituzionali e trincerandosi dietro un formalismo pandettista, che in realtà elude il problema di base e non fa onore all’uomo né all’istituzione che rappresenta.
Come se non bastasse, se la prende con i pochi quotidiani che parlano criticamente della vicenda e sollevano dubbi legittimi, ai quali continuano a non essere date risposte.
Con una durezza che ha pochi precedenti, il Capo dello Stato sceglie la prova di forza e si rivolge invece alla Suprema Corte, chiedendo l’intervento dell’Avvocatura di Stato, presupponendo interventi sanzionatori nei confronti delle procure antimafia… È una procedura legittima, ma che sembra comunque spropositata e, a tratti, perfino inopportuna. Certo è discutibile questo giro anomalo di telefonate informali tra “compaesani” (è preponderante la componente campana tra i principali protagonisti), che ci restituisce un’immagine borbonica della Giustizia nel balletto istituzionale del clan ottuagenario dei Bella Napoli.
A noi la ritrovata intraprendenza del presidente Napolitano solleva qualche perplessità… Avremmo gradito più coraggio e più tempismo in altri frangenti ed in diverse circostanze: PRIMA che la Casa comune andasse in fiamme, tra i sollazzi del papi e la sua corte di ruffiani.

Che Giorgio Napolitano stia travalicando il suo ruolo istituzionale, sulla scia di un’emergenza oggettiva, con un’intraprendenza politica e decisionale quantomeno anomala, attraverso l’esercizio costante di un potere di condizionamento ai limiti delle proprie funzioni, è un sospetto che comincia a prendere sempre più sostanza nella sua evidenza.
Le prove in tal senso non mancano… facciamo qualche esempio:
A) L’imposizione di Mario Monti, insieme ai continui interventi, anche duri, contro ogni atto parlamentare che possa limitare l’azione di quello che si configura, a tutti gli effetti, come un “Governo del Presidente”, nell’attribuzione di un potere ormai senza vincoli né contrappesi. E per di più in assenza di un mandato elettivo e di una vera legittimazione democratica.
B) L’assoluta inerzia con la quale (non) viene affatto considerato lo spropositato ricorso alla decretazione d’urgenza ed il ricorso esasperato al “voto di fiducia”, che in passato erano stati invece sanzionati più volte dal presidente Napolitano coi suoi appunti alle Camere. A questa si aggiunga la costante forzatura dei regolamenti parlamentari e della stessa dinamica legislativa. Forse il Presidente non se ne è accorto, ma qui siamo dinanzi ad un Parlamento in cui non si discute più di nulla; dove non si legifera alcunché; dove le proposte di legge vengono presentate in pacchetti blindati, sotto forma di decreti, su diretta presentazione governativa, senza possibilità di emendamenti né di modifiche da parte delle Camere. Da votare a scatola chiusa ed in tempi serrati (ce lo chiede l’Europa!). Un parlamento, di fatto cassato, dove è il Capo dello Stato, insieme alla sua emanazione alla Presidenza del Consiglio, a decidere l’agenda legislativa… E d’altronde parliamo di un’Assemblea che ha rinunciato da tempo ad ogni forma di rappresentatività ed iniziativa, abdicando di fatto alle proprie funzioni.
C) E quantomeno discutibile è l’attivismo dei consulenti giuridici del Quirinale, nella stesura di provvedimenti legislativi come la normativa sulle intercettazioni ambientali (che guarda caso coinvologono lo stesso presidente Napolitano) e sulle cosiddette “leggi bavaglio” che limitano la circolazione di informazioni eterodosse, fuori dalle meglio controllabili piattaforme mainstream. Attualmente, la priorità è la revisione della legge elettorale, per arginare l’ascesa del fenomeno Grillo alle prossime elezioni politiche, che nella sua confusionaria imprevedibilità rischia di scompaginare giochi già decisi. Evidentemente, l’eco del famoso ‘BUM’ alle elezioni amministrative è arrivato in ritardo alle orecchie del presidente Napolitano, che ora freme per approntare le contromisure e tutelare la sua creatura: il Frankenstein-Monti.

Tuttavia, in questa sagra tutta gerontocratica di livorosi nonnetti, ancora più anomalo è l’iper-attivismo di Eugenio Scalfari, proprio in merito allo strano caso di Nicola Mancino. L’anziano fondatore de La Repubblica, con un’iniziativa pressoché isolata, in queste ultime settimane si è dato molto da fare e non ha mancato di comunicarci i suoi incontri riservati con Giorgio Napolitano, attivando una difesa per procura del Presidente e polemizzando ripetutamente con i magistrati di Palermo, coi quali ha intavolato un estenuante botta e risposta. Con una serie di repliche ad oltranza, da parte di chi è abituato ad avere l’ultima parola, la vittoria dialettica gli ha arriso per sfinimento della controparte. E naturalmente il buon Scalfari non ci ha risparmiato le solite lezioncine sulla democrazia liberale, secondo l’unica prospettiva possibile (la sua).  Né poteva mancare la rievocazione dei miti scalfariani, pescati direttamente dal suo personale album delle figurine antiche e moderne (si fa per dire!). È curioso che l’intera azione avviata dal Quirinale sia stata anticipata proprio dall’intraprendente Scalfari e ne ricalchi fedelmente i suggerimenti, quasi fosse stata concordata in comune…
A voler essere maliziosi, è come se si fosse costituito una specie di asse tra il “Partito del Presidente” e certa parte del mondo dei media (sarebbe la prova dell’esistenza del cosiddetto “Partito Repubblica-L’Espresso”, se non fosse che l’instancabile Scalfari si muove in splendida solitudine), quasi a costituire una sorta di cordone sanitario attorno al (fallimentare) esperimento del Governo Monti, in difficoltà sempre più evidenti, rinsaldando l’intangibilità supra-leges del Capo dello Stato, qualora il Professore, come probabile, dovesse succedere a Giorgio Napolitano nell’incarico.

A parità di fattori, ci si chiede quale mai sarebbe stata la reazione del battagliero Eugenio Scalfari, e di un’opposizione ormai annichilita oltre che inesistente, qualora una simile vicenda (con le sue pressioni e le sue ingerenze indebite) avesse visto come protagonista il Pornocrate di Arcore invece dell’innocuo Nicola Mancino, oppure (iddio ce ne scampi!) al posto di Giorgio Napolitano…
Certi comportamenti sono forse meno deprecabili a seconda di chi se ne fa autore?!?

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3 Risposte to “La Congiura delle Salme”

  1. In un articolo che forse potrebbe interessarti ( http://www.byoblu.com/post/2012/07/10/Sotto-sotto-zitto-zitto.aspx ) si analizza come il nostro Napolitano stia, in un certo modo, modificando i poteri attribuiti sua carica senza passare per la Costituzione – con le sue stesse azioni, in pratica! (controllo preventivo sull’emanazione dei decreti-legge, “Governo del Presidente”, impulsi per la nuova legge elettorale…)
    Il punto è questo: lui ormai i sette anni li ha quasi finiti. Chi avrà la carica dopo di lui, probabilmente avrà possibilità che i precedenti non avevano.

  2. Carissima Lady,
    Per quel pochissimo che posso capire di materia costituzionale, ho l’impressione che il Presidente stia più che altro forzando le procedure, senza modificarle, utilizzando gli strumenti che ‘formalmente’ la Costituzione gli mette a disposizione, incidendo in tal modo sulla ‘sostanza’ dei provvedimenti legislativi.
    E’ una prassi incostituzionale? Assolutamente no.
    E’ un comportamente inconsueto? In teoria, sì.
    Ma, come si fa ben notare nel post che mi hai segnalato, è una pratica in corso dal almeno 30 anni… E quindi, dopo tre decadi, inizia ad avere una sua ‘ordinarietà’. Secondo me discutibile.
    Come giustamente si fa notare, l’azione presidenziale, a livello formale, si muove nel solco previsto dall’Art.77 della Costituzione, che a sua volta recepisce e disciplina il ricorso al “principio di necessità”.
    In pratica, il Presidente della Repubblica sta svolgendo in maniera sempre più palese un ruolo da “supplente” nei confronti di un potere politico sempre più incapace, orientando e condizionando (indirettamente) le scelte del Parlamento che di tale potere è espressione.
    Il suo ruolo di garante istituzionale e di controllo preventivo sulle leggi in discussione alle Camere, io credo, è dovuto al fatto che la maggior parte delle iniziative legislative degli ultimi 10 anni sono raffazzonate, improprie, pessimamente formulate e ancor peggio articolate.
    Per l’appunto, in virtù di un “principio di necessità”, il Presidente ci mette una toppa preventiva, cercando di limitare al massimo i danni di una pessima legge. Sta travalicando il suo ruolo per questo?
    Secondo me, sì. Il Presidente non deve togliere le castagne dal fuoco ad un legislatore incapace, rendendo presentabile una legge che altrimenti non supererebbe il vaglio di costituzionalità. Non deve mettere a suo disposizione i propri consulenti giuridici per la riscrittura di una legge altrimenti impresentabile. Cosa che invece in questi anni è stata fatta più volte, per contenere la “eccezione” berlusconiana (soprattutto sotto la presidenza Ciampi).
    Il Presidente della Repubblica deve limitarsi a dire se una legge rispetti la Costituzione o meno, e in quest’ultimo caso rifiutarsi di firmarla, prendendosi tutti i tempi previsti per la sua valutazione.
    In caso, può rivolgere messaggi e appelli motivati alla Camere. E non riscrivere il testo sottobanco o, peggio ancora, dettare la linea politica.
    L’abuso del “principio di necessità”, motivato o meno che sia, configura inevitabilmente i rischi di uno “stato d’eccezione”, che è alla base di ogni stato totalitario. Napolitano dovrebbe saperlo bene, visto che ha studiato il pensiero giuridico di Carl Schmitt. E per questo dovrebbe essere ben consapevole del pericoloso precedente che una simile prassi reiterata comporta.
    In concreto, il Presidente Napolitano è preoccupato: vuole garantire continuità e stabilità al suo personale Governo Monti; e probabilmente vuole assicurare una successione indolore al proprio settennato, rendendo più agevoli le condizioni di elezione allo stesso Mario Monti. C’è un precedente in tal senso.. e si chiama Carlo Azeglio Ciampi.
    Tuttavia, nella caparbia cocciutaggine dei ‘vecchi’, al Presidente sembrano completamente sfuggire le spiacevoli conseguenze di certi effetti collaterali, legati ad un simile attivismo…

    Secondo il mio personale parere, e posso sbagliare, Napolitano sa che ai berlusconiani preme come non mai la legge sulle intercettazioni. D’altronde, il Pornocrate è preoccupatissimo per le inchieste della Procura di Palermo. Sa che su questi due temi, il PdL è capace di far cadere il governo. Il presidente detta dunque la “linea” alle Camere, favorendo l’approvazione di una legge che limita le intercettazioni (tanto cara ai berluscones) ammorbidendone però i contenuti. Per questo mobilita i suoi consiglieri giuridici che di fatto la legge la stanno scrivendo. In tal modo, mette il PD a fatto compiuto. E il partito “serio e responsabile” per non sconfessare il suo presidente si vede costretto ad appoggiare l’eventuale provvedimento, cacciandosi in un cul de sac senza uscita.
    Al presidente preme pure la riscrittura della legge elettorale, la cui funzione primaria è quella di disinnescare un eventuale trionfo elettorale del Movimento di Grillo, che renderebbe impossibile la riedizione di un “governo di larghe intese” per la prossima legislatura; renderebbe assai ardua la prosecuzione dell’esperimento “tecnocratico” e, di fatto, bloccherebbe l’elezione di Mario Monti alla Presidenza della Repubblica.
    In tal senso, vorrebbe preparare il passaggio di consegne, scongiurando quello che a lui pare un pericoloso salto nel buio. Si può essere d’accordo o meno con le preoccupazioni del Presidente, ma l’invocata tutela delle prerogative costituzionali è solo una comoda scusa.

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