Aggiungi un posto a tavola


Profumo di incenso e odor di sacrestia, direttamente dai salotti vellutati di Casa Caltagirone, comincia la belle epoque del ‘bel Pier’, entreneuse politica d’alto bordo e dalla verginità ricostruita, in cerca di un buon marito di governo.
Il Casini pontifex appartiene a quella divertente schiera di alieni che, appena sbarcata dal pianeta Marte, declina ogni complicità passata per riciclarsi come il nuovo pacchetto costituente: ago perfetto di una bilancia truccata che, dal Centro di galleggiamento permanente, pende sempre nelle direzioni contingenti, là dove il piatto è più ricco, gli interessi sono sempre “nazionali” e mai personali.
Il potere logora chi non ce l’ha. Per consolarsi dalla momentanea astinenza governativa, nel frattempo, il ‘responsabile’ Pierferdy ha compensato l’assenza occupando ovunque fosse possibile poltrone e incarichi nelle amministrazioni locali, dovunque fosse certo della vittoria, con accordi trasversali senza badare troppo al colore dell’alleato di turno. Per spirito di sacrificio, s’intende! Giammai per convenienza!
Emblema di perfezione, il cinguettante canarino da compagnia non lesina lezioni di democrazia e buon governo applicato alla convenienza del momento. Lui coglie l’attimo e di null’altro si duole.
Da bravo democristiano, nato per ‘governare’, fotte a man bassa. I risultati elettorali sono ininfluenti e le maggioranze variabili, in sintonia col suo umore mutabile come le opportunità.
Indipendentemente dalla sua rappresentanza politica, Lui decide il nome del premier, la composizione della maggioranza di governo, il tipo di coalizione, i programmi, quali partiti possono partecipare e chi vada invece escluso. A prescindere dai numeri elettorali e dall’esito delle votazioni. Magnanimo, si preoccupa anche dell’opposizione parlamentare; ne stabilisce i programmi, le politiche di indirizzo, le future alleanze e persino la scelta dei candidati altrui.
È la Democrazia secondo Casini: il voto è una iattura; vinco o perdo decido comunque io; con Spagna o Francia basta che se magna
È l’estensione della formula sulla sostanza: “governo di armistizio”“di solidarietà nazionale” “collaborazione dinamica nella distinzione”… così come vuole la tradizione; perché i tempi cambiano ma certi vizi restano:

 Siamo collaborazionisti rispetto al governo di Mussolini affinché esso arrivi a spostare il pendolo verso il centro equilibratore temperando e regolando il moto iniziale.
In verità osservatori lontani, stupiti da certe esercitazioni verbali di tono dittatoriale e da certe pose gladiatorie, che i minori proconsoli imitano in ogni villaggio riuscendo ad apparire buffi, ma non sempre innocui, possono trovare ragione per dubitare che tale veramente sia il proposito e la meta del fascismo. Ma osservatori più vicini e attenti credono di sapere che Mussolini, pur facendo al periodo rivoluzionario delle concessioni, non dimentica né può trascurare il monito di Giuseppe Mazzini, il quale scriveva che «prima legge di ogni rivoluzione è quella di non creare la necessità di una seconda rivoluzione».
Si proclama anzi di voler dare una disciplina alla nazione. E noi non dovremmo approvare e incoraggiare tale sforzo?
(…)
O possiamo noi come cattolici e come italiani, augurare e favorire il ritorno delle forze negative che il fascismo ha contribuito a bandire, cioè lo spirito di scetticismo e di disgregazione, il senso di sfiducia nelle proprie fortune e lo svalutamento di ogni forza morale?
Ecco quindi, o amici, perché non ha fondamento l’accusa che il nostro collaborazionismo sia inquinato da una riserva mentale che si riferisca ad uno stato d’animo incerto ed equivoco, il quale attenda per rivelarsi un momento favorevole.
No, nessun equivoco nello stato d’animo, nessuna riserva nel nostro pensiero che possa trovare domani un’espressione contraddittoria alle affermazioni di oggi. Il nostro collaborazionismo non ha riserve equivoche, ma incontra dei limiti chiari e precisi e nelle nostre dottrine e nelle condizioni di fatto in cui la collaborazione si svolge.
(…)
Il problema della collaborazione non è quindi un problema della statica, ma è un problema della dinamica; un problema del divenire politico i cui termini si spostano non solo secondo la maggiore o minore convergenza di volontà nei collaboratori, ma anche per modificazioni che subiscono le condizioni di fatto, nelle quali la collaborazione è tentata o attuata.
Ora su quale terreno, in quale misura, entro quali limiti si compie la collaborazione fra popolari e fascisti? Nell’attività amministrativa e legislativa essa è data dalla partecipazione dei nostri amici al governo.
(…)
Dare un giudizio complessivo e definitivo sull’opera legislativa e parlamentare del consiglio dei ministri e giudicare quindi dei risultati della nostra collaborazione per mezzo della partecipazione al governo sarebbe oggi intempestivo.
Vi sono dei provvedimenti buoni come quelli scolastici e la riforma giudiziaria, abolizione degli enti autonomi e parassitari alcune sagge economie di bilancio, alcuni provvedimenti tributari; vi sono delle misure discutibili e dei provvedimenti errati (…) ma non si può ignorare che le riforme principali entro cui si inquadrano tutte le altre, dalle quali anzi dipende la relativa bontà e tollerabilità di provvedimenti già presi, sono quella amministrativa e quella tributaria.
Ora la riforma dell’amministrazione e la sistemazione del bilancio sono in studio o in corso, il che vuol dire che l’esperimento di governo per quanto riguarda la fase ricostruttiva è in atto. Ci pare quindi giusto che il governo possa ottenere un giudizio sospensivo per quei provvedimenti che, non accettabili in sé, non rappresentano però per un governo il definitivo e l’inesorabile.”

 Alcide De Gasperi
 IV Congresso Nazionale del P.P.I.
 (Partito Popolare italiano)
 Torino; 12-14 Aprile 1923

È la saggia lungimiranza democristiana  nell’eterno  ritorno al sempre uguale: se proprio devo scegliere, meglio optare per il peggio purché ci sia in cambio almeno un posto nella greppia.

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2 Risposte to “Aggiungi un posto a tavola”

  1. bè, oltre ad apprezzare la Marie Pierferdette simil verginella dell’immagine, non posso far altro che ridere per quanto sia ridicolo. Gli unici voti che gli arrivano sono quelli della mafia (Cuffaro…?) e non gli bastano nemmeno.

    • Ohh ma per la nostra cinguettante amichetta parrocchiale i voti costituiscono una pura formalità di contorno. Come un parassita, attecchisce nel corpo dei partiti più grandi e rappresentativi, condizionandone il metabolismo: ne infetta l’organismo e ne orienta le decisioni.
      A prescindere dagli effettivi consensi elettorali, il “Centro” prospera sui voti altrui vampirizzando gli alleati per consunzione interna e poi passare a nuovi ospiti da infettare. In natura, simili calamità si chiamano virus.
      E’ curiosa la foga con cui molti corrono ad iniettarsi il morbo.

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