Archivio per IVA

(55) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on settembre 29, 2013 by Sendivogius

Classifica SETTEMBRE 2013″

The Anthill Gang

«Ho trascorso i migliori anni della mia vita come un pubblico benefattore, dando alla gente piaceri più leggeri, contribuendo al suo divertimento, e tutto quello che ottengo sono insulti e l’esistenza di un uomo braccato»

A dispetto delle apparenze, non sono le parole del Pornonano ma quelle di un altro gangster matricolato, condannato anche lui per evasione fiscale. È Al Capone in una intervista del 1927.
Chissà? Se si fosse fatto eleggere senatore, invece di far nominare i suoi cavalli, forse la storia sarebbe stata diversa…
Col noto boss italo-americano, il Pornocrate di Arcore condivide il medesimo sarto, la stessa paranoia per i comunisti, e la pretesa di essere intoccabile. In quanto alle frequentazioni malavitose ed agli intrallazzi, Capone era solo un irruento dilettante.
Per descrivere questa larva quasi ottuagenaria, che come una metastasi tumorale infetta e debilita un intero Paese da oltre 30 anni, l’esempio più calzante è l’Hitler degli ultimi giorni prima della caduta, trincerato nel bunker della cancelleria e oggi sostituito dalla sobrietà dei postriboli sotterranei di Arcore. Incastrato nel vicolo cieco delle sue condanne giudiziarie, è il guastatore di ultima istanza, il Tamerlano della terra bruciata, pronto a far saltare tutto pur di aprirsi una via di salvezza.
Liberthalia - LA CADUTA DEL NANODelinquente abituale ritiene la sua permanenza al Senato, contro ogni legge e normale decenza, un atto dovuto; convinto com’è che l’impunità sia prerogativa imprescindibile del suo status criminale. È nella natura eversiva del personaggio. E nel farlo, stravolge tutte le procedure istituzionali aprendo una crisi di governo al buio nel momento peggiore, alla vigilia della presentazione della legge finanziaria di stabilità, per essere certo di far più danni possibili ed estorcere il proprio lucro come un volgare capo-racket.
L’aumento dell’IVA è solo il pretesto di comodo all’insegna del massimo sfascio, perché è nel caos che i mestatori di torbidi costruiscono la propria fortuna.
L’incremento di due punti percentuali dell’IVA (con innalzamento al 22%) era infatti già previsto nelle misure anti-crisi di Giulio Tremonti, il fu super-ministro dell’economia nell’ex Governo Berlusconi, fatte proprie dal Governo Monti e riprese poi dall’esecutivo Letta.

«Le ipotesi di lavoro dei tavoli tecnici coordinati dal ministro dell’Economia Tremonti sono note: riduzione delle aliquote Irpef e Ires con spostamento della tassazione dalle persone alle cose (cioè aumento dell’IVA)»
 Il Giornale (10/06/2011)

L’ipotesi viene ripresa e sviluppata meglio dal prof. Francesco Forte, ex ministro craxiano, ed editorialista economico del Giornale di Famiglia, complimentandosi con l’allora Berlusconi premier:

«Con saggia rapidità il Consiglio dei ministri ha irrobustito la manovra di finanza pubblica, mediante l’aumento dell’IVA che il premier da tempo avrebbe voluto e che io ho suggerito di introdurre, almeno come clausola di salvaguardia, dato che i recuperi dell’evasione stabiliti da Tremonti non erano convincenti.
Questo intervento aggiuntivo si è reso necessario non tanto per convincere il mercato, che per ora rimarrà turbolento, quanto la BCE e i tedeschi, che debbono votare l’aumento della dotazione finanziaria del Fesf, il Fondo Europeo di stabilità finanziaria, che dovrebbe comprare i titoli del nostro debito, come contro manovra rispetto alle vendite speculative rivolte a mettere in difficoltà l’Italia, per mettere in crisi l’euro.
I tedeschi, contrariamente a quanto pensa Montezemolo, che si focalizza sui patrimoni e sui risparmi, reputano che l’Italia consumi al di sopra delle sue possibilità. Ed hanno ragione in quanto abbiamo un deficit di bilancia dei pagamenti correnti dello 1-2% annuo. L’IVA colpisce i consumi ed esonerando l’export lo stimola, mentre tassando l’import riduce il deficit del commercio estero in entrata. Il gettito che si può ricavare dall’aumento dell’IVA oscilla fra i 6 miliardi annui, se saranno colpiti tutti i beni e servizi destinati al consumo, a poco più della metà, se invece si applicasse l’aumento solo ai beni e servizi tassati al 20% e non a quelli tassati al 4 o al 10. Infatti la base imponibile dell’Iva, ossia il valore aggiunto tassabile, è di circa 600 miliardi. L’1% di 600 è 6 (il gettito Iva del 2010 è di circa 115 miliardi, e aumenterebbe del 5%)»

  Francesco Forte
  “Mossa giusta per convincere l’Europa”
  Il Giornale  (07/09/2011)

Non si capisce dunque contro cosa stia insorgendo il vecchio puttaniere recidivo.
O meglio, lo si capisce benissimo….

Hit Parade del mese:

01. DATEGLI LE BRIOCHE!

[03 Sett.] «I suicidi dei senza lavoro per la crisi? Sono persone che hanno già una tara mentale che li porta a gesti disperati. Allora che parole useresti a gente che si trova in queste condizioni? Speranza è molto bello perché almeno ti fa riflettere. Lavorassero un po’ di più questi che si lamentano tanto. Che si mettessero a lavorare!»
 (Marisela Federici, Lady Cafonal-chic)

02 - Morra02. AKTION T4

[04 Sett.] «Ho detto ai miei colleghi di fare attenzione. Perché errori gravi e pacchiani che sono stati fatti in passato non saranno più tollerati. Siamo in guerra! E chi non è all’altezza verrà selezionato naturalmente.»
 (Nicola Morra, Kapò 5 stelle)

02b - Ma che cazzo te strilli02.bis PEDEGREE SELEZIONATO

[17 Sett.] «Non me la sento più di essere moderato, di rimanere entro ‘certi limiti’. Quali limiti? I limiti sono stati superati. Noi supereremo i limiti. Usciremo dalla gabbia. Saremo maleducati, civilmente maleducati. E, con la massima cortesia, li manderemo a fanculo!»
 (Beppe Grillo, Capo Chiavica)

03 - NON HO SONNO03. VITA SNELLA

[25 Sett.] «Sono 55 giorni che non dormo. Ho perso 11 chili, uno per ogni anno di galera che mi vorrebbero far fare»
 (Silvio Berlusconi, il Botolo)

03b- Beccamorto03.bis L’ESERCITO DEL MINCHIO

[12 Sett.] «Noi aspettiamo un gesto di Napolitano, perché il nostro Presidente abbia l’agibilità politica. Se questo non dovesse avvenire inizieremo a bloccare le autostrade, le ferrovie, i camion che portano la benzina, insomma siamo pronti a fermare il Paese perché si devono rendere conto che il centrodestra non sarà immobile dinanzi a qualcosa di così grave»
 (Simone Furlan, Generalissimo dei papiminkia)

04 - Biancofiore04. NEL NOME DEL PAPI (I)

[05 Sett.] «Il PD non riuscirà a mozzare Silvio, la nostra testa. Noi del Pdl non siamo acefali. Per il nostro gladiatore siamo pronti a tutto. Al via di Berlusconi, scateneremo l’inferno!»
 (Michaela Biancofiore, la Gladiatrice)

04b - Lo voglio lungo04.bis NEL NOME DEL PAPI (II)

[18 Sett.] «Il messaggio di Silvio è stato commovente, sentito, profondo, patriottico. Lui è l’Italia migliore. Bene il ritorno a Forza Italia, Forza Italia è l’Italia, quella berlusconiana, quella libera, quella che produce, quella che ama, quella che non odia. Grazie presidente, grazie ancora una volta di esistere!»
 (Michaela Biancofiore, Infoiata)

04c - Ciuccio04.ter NEL NOME DEL PAPI (III)

[08 Sett.] «Silvio Berlusconi è l’uno che rappresenta il tutto. Sancire la sua decadenza significa impedire al centrodestra di essere rappresentato. E questo, accade solo nelle tirannie. L’Italia ha bisogno di uscire dalla guerra dei venti anni contro Silvio Berlusconi, così come successe settant’anni fa con l’armistizio nella Seconda Guerra Mondiale»
 (Mara Carfagna, la Badoglia)

05 - DIBBA er Minchia05. ALL TOGHETER NOW!

[09 Sett.] «Chiediamo che il Papa riceva noi del Movimento 5 Stelle il prima possibile, per poter parlare di tutto quello che possiamo fare ORA per tutelare la Pace»
 (Alessandro Di Battista, un altro coglione a 5 stelle)

06 - Horror Family06. VIOLENZE DOMESTICHE

[24 Sett.] «Non può essere concepito uno spot in cui i bambini ed il papà sono tutti seduti, e la mamma serve a tavola… Merita una riflessione questo!»
 (Laura Boldrini, Tu quoque!)

07 - Cecile Kyenge07. DIAMO I NUMERI

[04 Sett.] «Mi sembra una buona idea quella di togliere i termini “mamma” e “papà” dai documenti scolastici, e sostituirli con “genitore 1” e “genitore 2”.»
 (Cecile Kyenge, ministra seriale)

07b - Kyashan07.bis CHIAMATEMI KASHETU

[06 Sett.] «Da oggi in poi io sono Kashetu Kyenge detta Cecile»
 (Kashetu Kyenge, eroina manga)

 

08 - Enrico Letta08. CONDOR E CONDOM

[19 Sett.] «Non c’ho scritto Jo Condor in testa. Ecco, lo voglio dire a tutti, io non c’ho scritto Jo Condor in testa!»
 (Enrico Letta, Jo Condom)

09 - L'analfabetismo paga09. DEMENZA SENATORIA

[23 Sett.] «Perché è stato condannato Silvio? Il reato?… Ehm… In qualsiasi paese del mondo il reato che viene accusato, perché è innocente, che è per questioni di… di… di dichiarazioni dei redditi… in Svizzera ad esempio non va assolutamente in galera! Il reato? Beh, tegnigamente io non sono un professore… reato di falsa… di redditi… quello, quello… io il giro di soldi non l’ho capito, per me è innocentissimo. Su qualsiasi cosa che noi parlammo, lui è innocente, perché è una persona vera»
 (Antonio Razzi, Senatore della Repubblica)

10 - Intelligenza padana10. IL NUOVO CHE RITORNA

[14 Sett.] «I 400 chilometri di catena umana della Catalogna sono solo l’inizio, la Padania verrà perché i grandi popoli sono in marcia. E riprenderemo anche il rito dell’ampolla!»
 (Umberto Bossi, Ladrone padano)

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THE SWEET SPIRIT OF CAPITALISM

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on giugno 21, 2012 by Sendivogius

 «Supponiamo che la casa del mio vicino prenda fuoco e che io abbia un tubo innaffiatoio lungo quattro o cinquecento piedi e anche più. Se il mio vicino può prendere il mio tubo e collegarlo al proprio idrante, potrei aiutarlo a spegnere l’incendio… E non sto certo a dirgli prima: “Vicino, il mio tubo da giardino costa 15 dollari; pagami 15 dollari per averlo”… Io non li voglio i 15 dollari! Rivoglio il mio tubo indietro una volta che l’incendio è spento.»

  Franklin Delano Roosevelt
(17/12/1940)

Tra gli economisti di matrice classica che furbescamente considerano l’euro (e le sue debolezze) come un insperato grimaldello con cui scardinare il public welfare in Europa, ed i sacerdoti del monetarismo più estremo, che guardano i ‘mercati’ alla stregua di una divinità trascendente alla quale prostrarsi deferenti, offendo sacrifici (meglio se umani) sull’altare di una turbo-finanza senza regole, prospera lieta in vaporosi fumi la nutrita processione di candide vestali dell’Austerità, che declamano il nuovo Wirtschaftswunder della Germania virtuosa e della ritrovata Austria Felix, finalmente riunite nel mitico modello tedesco contrapposto alle frivole cicale latine e all’appestato greco. E, per l’appunto, seppur abilmente costruito, di un mito si tratta…

LA REGOLA DEL RIGORE
 Per prassi consolidata, i rigorosi parametri per il contenimento del debito sono inflessibili e contemplano misure draconiane, ma solo quando vengono applicati agli ‘altri’. Diventano improvvisamente iperflessibili, aggirabili o semplicemente violabili, senza timore di incorrere in sanzione alcuna, quando invece vengono applicati ai ‘Grandi’: i virtuosi dei conti in ordine, i custodi del rigore più estremo… che dettano l’agenda all’intero continente, incassando utili e benefici, ma senza distribuire i dividendi agli altri azionisti i quali, più che condividere, subiscono oneri e rigori della moneta unica. Ciò che vale per la Grecia, e Italia… Irlanda… Spagna… Portogallo… Francia… Con ogni evidenza non vale però per la Germania.
Per dire, i rigidissimi Parametri di Maastricht, fortissimamente voluti dal Paese di Goethe, sono stati da questo sistematicamente violati ogni qualvolta la loro applicazione non era più conveniente. C’è da aggiungere che, se tali parametri fossero stati in vigore e applicati alla lettera ai tempi della riunificazione tedesca, questa non sarebbe mai stata possibile. E forse, col senno di poi, non sarebbe stato affatto un male.

I VIRTUOSI DEI CONTI IN ORDINE
Si obietterà: ma la Germania ha i conti in ordine, grazie ad una gestione oculata delle finanze pubbliche e alla trasparenza del bilancio statale… FALSO!
La Germania non disdegna, se la circostanza lo richiede, di ricorrere agli artifici contabili della finanza creativa, senza farsi troppi scrupoli. E del resto non sarebbe nemmeno la prima volta nel corso della sua storia recente. Insomma, la Germania si comporta ne più ne meno di quanto non facciano altri paesi dalla reputazione ben più spregiudicata. In fondo, si tratta di consuetudini universalmente praticate, unanimemente risapute, e ampiamente tollerate fintanto che garantiscono un ritorno anche agli investitori. Perciò non lasciatevi ingannare dal cipiglio severo del crucco da esportazione che vi guarda dall’alto in basso, reputandosi il prediletto dal Signore.
In dettaglio, nel 2011 la Germania è stata richiamata dalla Corte di Giustizia europea, in Lussemburgo, per l’applicazione di un’aliquota ridotta (7%) sulla riscossione dell’IVA (la Mehrwertsteuer) e ritenuta illegittima perché in contrasto con le regole europee sulla concorrenza. Ma già nel 2010 la Corte di Giustizia UE aveva in corso contenziosi giuridici aperti in materia fiscale, su versamenti ed esenzioni IVA, con la Repubblica Federale tedesca.
..Epperò la Germania ha un debito pubblico molto basso… VERO; o forse no..!
In base ai rapporti statistici di Eurostat 2011, il debito della Germania in effetti è contenuto intorno al 81,2% sul PIL e viene dato in potenziale ribasso. Si tratta di un buon risultato (non ottimo) rispetto al 120% del debito italiano, che comunque è in grandissima parte un’eredità craxiana degli anni ’80, quando l’infame triade Brunetta-Tremonti-Sacconi forniva le sue competenze (oggi come allora) al Tesoro [QUI].
E comunque, in termini monetari, il debito tedesco è più alto di quello italiano: 2.088 miliardi di euro contro 1.897 miliardi dell’Italia. Quello francese è dato all’86% con 1717 miliardi di debito. Tanto per dire, il debito della famigerata Grecia è stimato a 355 miliardi.
Soprattutto, ad inizio 2011, prima che la Spagna venisse travolta dall’esplosione della bolla immobiliare, e dalle prescrizione rigoriste teutoniche che hanno gettato il paese iberico nella depressione economica con lo spread oltre i 500 punti, c’è da rivelare che il debito pubblico della Spagna (66%) era tra i più bassi della UE.
Nel computo del debito pubblico, ed in particolare di quello tedesco, si è soliti distinguere tra:

1. “debito esplicito” (obbligazioni e buoni del Tesoro emessi per rifinanziare la spesa dello Stato);
2. “debito implicito” (Stipendi pubblici, Pensioni, Sanità, politiche sociali e spesa assistenziale);

 Secondo gli economisti convertiti al miracolo teutonico, nel computo del debito di uno Stato, va considerato unicamente il “debito esplicito”, ovvero gli interessi da pagare sull’emissione di titoli pubblici; e non il “debito implicito”, con le sue spese assistenziali e previdenziali, nelle quali si accumula il grosso del passivo di bilancio.
L’affascinante disamina si può leggere sull’International Business Times del dicembre 2011, in risposta ad uno dei soliti articoli farlocchi pubblicati dall’immancabile “Libero”:

«Uno studio del CERP (Centre for research on pension and welfare policies), ad opera di Beltrametti – Della Valle, due economisti dell’Università di Genova, intende analizzare proprio questo tema: è opportuno considerare la spesa assistenziale e pensionistica presente e futura, alla stregua del debito e degli interessi su di esso pagati?
Beltrametti e Della Valle concludono che, mentre la spesa pensionistica e assistenziale non sono un “bene di mercato”, i buoni del tesoro e quindi il debito pubblico “esplicito” sono oggetto del giudizio degli investitori, ed è su questo giudizio che si basano le oscillazioni dei rendimenti che lo stato deve pagare per ottenere capitali in prestito.
Le dimensioni di un sistema previdenziale/assistenziale, dunque, non possono essere computate nel calcolo del debito pubblico totale perchè non pesano allo stesso modo sul mercato del debito, bensì costituiscono un fattore interno ad ogni singola economia, che si riflette sul prelievo che lo Stato deve attuare sul settore privato per ripagare i trattamenti pensionistici e la spesa assistenziale.»

Tutto estremamente interessante. Peccato che questa indulgente distinzione venga applicata unicamente nel caso della Germania, in qualità di fortunata eccezione, mentre in tutto il resto d’Europa la sommatoria si pratica eccome. Altrimenti non si spiegherebbero le cure “lacrime e sangue” tutte incentrate sui tagli alla spesa pubblica e previdenziale e sanitaria.

IL BISCOTTO DI BILANCIO
(ovvero come ti pareggio i conti)
Cambiate le variabili di calcolo, il risultato sarà sempre quello giusto… La chimera del “pareggio di bilancio” da raggiungere in tempi impossibili è il perno della politica economica tedesca: si impone alla UE e, come al solito, non si applica a se stessi se non barando sui saldi.
La disamina del prof. Matthias Hartwig, del Max Planck Institut di Heidelberg, è abbastanza illuminante:

«Nonostante il generale apprezzamento a cui va incontro il “modello tedesco” di costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio (da intendersi qui in senso stretto, al contrario dell’Italia), le criticità non sono poche. Innanzitutto le ragioni che hanno condotto alla riforma costituzionale del 2009 sono varie: contenere la forte crescita del debito tedesco, registratasi dal 1949 al 2009; costituzionalizzare i parametri di Maastricht, sistematicamente violati dalla Germania dal 2002; limitare la possibilità di accendere crediti. Un altro problema prima del 2009, peraltro solo parzialmente risolto oggi, riguarda la mancanza di un controllo giurisdizionale effettivo. Il Tribunale costituzionale federale tedesco si è sempre astenuto dal decidere su questioni di politica fiscale, nonostante fossero stati presentati ricorsi in via principale da parte dei Länder. Peraltro, quando il Tribunale costituzionale federale giungeva a decidere su un ricorso mediamente passavano alcuni anni: la Corte scontava infatti un grande arretrato. Successivamente, con una decisione del 2007, che poi è stata interpretata come un avallo alla successiva riforma costituzionale del 2009, il Tribunale costituzionale federale ha assunto un orientamento più restrittivo quanto al suo intervento sulla sostenibilità della finanza pubblica.
Nel 2009, il nuovo articolo 115, comma 2 GG, introduce l’obbligo di pareggio senza ricorso a crediti. Previsione, quest’ultima, che però vale solo per i Länder e non anche per lo Stato, che quindi è senz’altro più libero dei Länder di derogare ai vincoli all’indebitamento (un indebitamento strutturale dello 0,35% è ammissibile per lo Stato). Inoltre i bilanci delle municipalità non sono sottoposti al vincolo costituzionale del pareggio di bilancio, innescando in questi anni una dinamica incrementale della spesa.
Il nodo ancora aperto, come si accennava, riguarda proprio il controllo di queste norme introdotte nel 2009. La strada che pare più facilmente percorribile è quella dell’accesso in via principale al Tribunale costituzionale. Dall’altra parte, però, se nel 2007 il giudice costituzionale era sembrato disposto a procedere ad un vaglio più rigoroso sulle norme riguardanti le entrate e le spese, cionondimeno in quella occasione la reticenza del Tribunale costituzionale federale in materia ha avuto modo di manifestarsi su un fronte decisamente contiguo. Infatti, nella già richiamata sentenza del 2007 il Tribunale ha comunque negato la sua competenza a decidere sul rispetto del principio del pareggio di bilancio. Pertanto, modificato il parametro costituzionale, nulla sembra cambiato. Il bilancio federale non è mai stato dichiarato incostituzionale dalla Corte; in senso diverso si è proceduto a livello dei Länder: i Tribunali costituzionali di tre Länder hanno ritenuto i bilanci statali incostituzionali

 Matthias Hartwig  “La costituzionalizzazione del pareggio di bilancio in Germania”
Intervento al convegno organizzato dalla Fondazione CESIFIN su “Crisi economica e trasformazioni della dimensione giuridica” – Firenze, 15/05/2012.

GLI EUROPEI VOGLIONO VIVERE SULLE SPALLE DELLA GERMANIA
È la più furba (e la più infame) delle favolette interessate, messe appositamente in circolazione…

«LA GERMANIA usa l’Europa per i propri fini, non viceversa. La dimostrazione è quanto accaduto alla Grecia. All’inizio della crisi greca sarebbe bastato dare 140 miliardi a quel paese per evitare il contagio che da Atene sta impoverendo tutta Europa. Ma l’ostinazione della Merkel è nel fatto che le banche tedesche erano esposte verso la Grecia per 400 miliardi. Se la Grecia avesse imboccato un regolare risanamento i crediti tedeschi si sarebbero allungati nel tempo. E così la Germania ha cercato di salvare le sue banche facendo pagare i propri errori a tutti i partners europei.
LO STESSO DISCORSO vale per gli Eurobond che, va ricordato, sono stati invocati ben prima dell’esplodere di questa terribile fase due della crisi dall’allora ministro dell’economia italiano Giulio Tremonti. Tutti sanno che l’Europa per fronteggiare la crisi, ma soprattutto per rilanciare il ciclo economico avrebbe bisogno (anche) di queste tre mosse: far diventare la Bce un istituto di emissione e prestatore di ultima istanza, emettere Eurobond in modo da omogeneizzare in un unico titolo i debiti sovrani degli Stati membri, svalutare parzialmente l’Euro immettendo liquidità nel sistema.»

  Marilena Palazzo
(23/05/2012)

Ci sarebbe da aggiungere che le banche tedesche, lungi dall’essere solide, dopo la farsa degli stress-test che hanno spostato i problemi del credito alla detenzione dei titoli pubblici, sono tra le più indebitate ed esposte al contagio dei titoli tossici, detenendo nello stomaco migliaia di derivati spazzatura.

«Se infatti l’economia ripartisse gli investitori avrebbero meno interesse a finanziare il debito e più a sostenere la produzione. E questo sarebbe un danno per la Germania. Primo perché la Germania sta guadagnando sul suo debito. Il Bund tedesco a dieci anni viene remunerato sotto il tasso di inflazione a dispetto peraltro dei fondamentali dell’economia tedesca.
LA GERMANIA può così ricapitalizzare le sue banche che sono intossicate molto di più delle altre da titoli spazzatura consentendo una sorta di riciclaggio del denaro. E inoltre deprimendo le economie dei suoi competitor e in particolare dell’Italia che è il secondo Paese europeo esportatore la Germania si assicura i mercati. Non a caso la Germania sta vivendo un periodo di euforia economica. Nel primo trimestre di quest’anno il Pil tedesco fa più 1,2% quello italiano fa il meno 0,8. Ma è un’euforia pericolosa.
LA MERKEL sa perfettamente che l’export tedesco dipende per il 60% dall’Europa. Se l’Europa si ferma rischia, appena i partners del Vecchio Continente ripiglieranno fiato, di vedersi sorpassare dalle altre economie. Per questo la Merkel ha bisogno di tempo, per iniziare a importare di più dai Paesi extra Ue a prezzi più bassi e sganciarsi dalla dipendenza economica europea.
[...] QUINDI la Germania ha tutto l’ interesse a frenare queste economie, a finanziare il suo debito a tassi di guadagno, a non creare un’unità economica dell’Europa ma solo a una unità fiscale che imbavaglia le altre economie.»

  Marilena Palazzo
(23/05/2012)

In pratica la Germania sta rastrellando i capitali in fuga dagli altri paesi europei, in seguito alla crisi del sistema creditizio, indotta anche dalle politiche di ricapitalizzazione bancaria richieste da Francoforte, e soprattutto dall’implosione dei debiti sovrani generata dalla speculazione finanziaria e dalle politiche recessive imposte dalla Merkel e la Bundesbank al resto dei partners europei.
 In questo modo la Germania sta rifinanziando il proprio debito pubblico a costo zero, ma a scapito del resto della UE, drenando capitali per lo sviluppo dei paesi che più avrebbero bisogno di rilanciare gli investimenti, bloccati però in nome del “fiscal compact” (che impedisce ogni spesa pubblica fuori bilancio). Un’altra trovata teutonica. Al contempo, boicotta o lascia cadere ogni piano di rilancio economico, concentrando tutte le sue politiche nell’imposizione del rigore fiscale e rifiutandosi di ripartire gli oneri. Di fatto è una politica volta a distruggere i potenziali rivali commerciali. Questa, sotto la maschera del rigorismo, assomiglia molto ad una forma di neo-colonialismo.

«Eppure la Germania non può chiamarsi fuori, affermando che spetta ad ogni paese risolvere i problemi che esso stesso si è creato. Non può – non potrebbe, non dovrebbe – perché la moneta unica, se comporta vantaggi, comporta anche oneri. E la Germania dei primi ha usufruito e usufruisce.
La Germania è stata certamente la “prima della classe”. Dopo l’introduzione dell’euro ha ristrutturato la sua industria (lì, al contrario che da noi, i capitalisti investono); con le riforme a più riprese della commissione Hartz ha ridotto le spese del welfare; soprattutto, ha imposto la moderazione salariale, tenendo per molti anni il tasso di disoccupazione sopra la media europea. In questo modo ha messo a segno forti guadagni di competitività, collocandosi così nel Gotha dei grandi esportatori mondiali, insieme alla Cina e addirittura davanti al Giappone. Attenzione, però: l’aumento del suo export è avvenuto soprattutto all’interno dell’area euro, mentre al di fuori ha addirittura perso qualche posizione. Ha cioè sfruttato la sua virtù a scapito dei paesi meno capaci di seguire un analogo sentiero di aumento della competitività.
Ha potuto farlo, però, anche perché c’era l’euro. In passato – e noi italiani lo sappiamo bene – i paesi che perdevano competitività erano costretti, ad un certo punto, a svalutare la loro moneta. Il che, per il paese interessato, non era certo una soluzione ottimale, perché anche quella ha dei costi, ma da una parte impediva l’avvitamento dell’economia, dall’altra riequilibrava gli scambi con l’estero. In altre parole, in uno scenario del genere, la Germania non sarebbe riuscita a mantenere quell’alto livello di esportazioni verso i paesi dell’area.
C’è un altro aspetto almeno altrettanto importante. E’ stata appena diffusa la notizia che la Germania ha collocato 4,5 miliardi di titoli a due anni al fantastico tasso di rendimento dello 0,07%. Fantastico, perché significa che il rendimento reale è negativo, essendo l’inflazione intorno al 3%. In altre parole, gli investitori pagano la Germania perché custodisca i loro soldi, come se affittassero una cassetta di sicurezza. Pagano anche per i titoli a lungo termine, visto che i Bund decennali viaggiano a circa l’1,5%.
Perché accade questo? Perché in una situazione di grande incertezza, come quella attuale, il denaro cerca porti sicuri, e la Germania indubbiamente lo è. Logico quindi che attiri capitali.
Ma se non ci fosse l’euro questo provocherebbe un apprezzamento della valuta, con ovvie conseguenze negative sull’andamento delle esportazioni. Invece c’è l’euro, la stessa moneta che hanno anche gli altri paesi europei in difficoltà, che quindi ne tirano al ribasso la quotazione. E dunque la Germania può beneficiare di un afflusso di capitali – con cui si finanzia a costo sottozero – senza doverne subire contraccolpi

  Carlo Clericetti
  Repubblica.it – 23/05/2012

È chiaro anche che l’economia tedesca non può espandersi all’infinito, come è evidente che il suo punto di forza è fondato soprattutto sulle esportazioni, che ormai si concentrano quasi tutte in Europa, potendo contare su una moneta unica, sull’assenza di tassi di cambio e di dazi doganali, sulla libera circolazione delle merci ed una normativa condivisa.

«L’Europa è, per la nazione della signora Merkel, una specie di Pozzo di San Patrizio, da cui trae buona parte della sua ricchezza odierna. Basti pensare che il 75,7 per cento del surplus commerciale del 2011, pari a 158 miliardi di euro, proviene dalla Ue. A questo vantaggio derivante dal mercato unico, si aggiunge quello che proviene dalla moneta unica. Non bisogna infatti dimenticare che l’introduzione della moneta unica non è stata solo il frutto di un innamoramento collettivo verso un nuovo traguardo del processo di integrazione europea, né una semplice logica conseguenza del mercato unico, bensì anche uno strumento di convenienza economica per il commercio intracomunitario. Il vantaggio economico derivante dalla moneta unica è presto quantificabile. Le aziende che esportavano verso gli altri paesi comunitari oggi parte dell’Eurozona, anche in assenza di dogane, affrontavano due tipi di costo, derivanti dalla presenza di valute diverse. Un primo costo consisteva nella commissione di cambio, che gli operatori economici, al pari delle persone che si recano all’estero per vacanza o affari, devono pagare alle banche per trasformare la valuta estera nella propria moneta. Questo costo è in genere non inferiore al 2-3% del valore della transazione. Vi è poi un ulteriore costo, che è dovuto alla copertura dei rischi di cambio, ossia al rischio che il tasso di cambio esistente al momento della sottoscrizione del contratto di vendita, risulti poi diverso da quello in vigore al momento del pagamento, possibilità esistente anche nel precedente sistema dello Sme (Sistema Monetario Europeo), in cui le oscillazioni previste potevano raggiungere la soglia massima del 4,5% (+/-2,25% rispetto all’Ecu). In sostanza, il rischio di cambio poteva costituire un costo pari a 2-3 punti percentuali del valore dell’esportazione. In altre parole, l’introduzione dell’euro ha consentito di risparmiare almeno il 5% sul valore degli scambi intracomunitari tra i paesi dell’Uem (Unione economica e monetaria). Nel caso della Germania, applicando quel 5% ai 3.645 miliardi di euro di prodotti venduti negli altri 16 paesi dell’Eurozona negli ultimi 10 anni, si ottiene il non trascurabile importo di 182 miliardi di euro, che costituisce poco meno di quanto la Germania ha dato (211 miliardi) al fondo salva stati (Efsf). In sostanza, la Germania si è impegnata (senza però spendere) per un importo di poco inferiore al risparmio effettivo già ottenuto dalle sue imprese grazie all’euro. Un vantaggio che si aggiunge a quello derivante dall’avanzo commerciale, dovuto all’esistenza di un mercato unico.»

 Adriano Bonafede e Massimiliano Di Pace
“Berlino conta i dividendi dell’euro 1300 miliardi di surplus in dieci anni”
Affari e Finanza (18/06/2012)

Si tratta di una situazione ideale che, ovviamente, non è destinata ad essere eterna.

I TEDESCHI PAGANO SEMPRE I LORO DEBITI
 Da ciò scaturirebbe l’intransigenza e l’inflessibile severità dimostrata nei confronti dei greci e dei paesi UE in difficoltà con la quadratura dei conti pubblici.
Peccato che proprio i rigorosi tedeschi siano usciti dai loro momenti di maggior difficoltà economica NON pagando mai i propri debiti…
Nel corso della sua storia recente, l’Austria (quella che ci viene a fare i conti in tasca) ha dichiarato bancarotta per ben 6 volte, impiegando anni a rifondere parzialmente il default:
Anno 1802
 Anno 1868
 Anno 1914
 Anno 1932
 Anno 1938
 Anno 1940

La virtuosa Germania è andata in bancarotta per motivi bellici (aveva attaccato e invaso mezza Europa) nel 1932 e nel 1939.
Superfluo dire che la Germania non ha mai estinto il debito, glissando sulle riparazioni, e spalmando i pagamenti (poi sospesi) su scala pluridecennale.
Con la Conferenza di Londra del 1953 fu deciso che il debito tedesco della prima metà del ventesimo secolo avrebbe goduto di straordinarie agevolazioni che si risolsero, in realtà, nella sostanziale cancellazione.

«Il London debt agreement del 1953 divise l’esposizione tedesca globale in due capitoli. Il primo precisava che il debito accumulato fino al 1933 andava pagato subito, ma a condizioni di straordinario vantaggio, con interessi così bassi da determinare uno sconto che alcuni hanno fissato nella metà, circa, del totale dovuto. Il secondo, quello su debito e riparazione dei danni dell’epoca nazista e della guerra, era messo in correlazione con la riunificazione tedesca»

Albrecht Ritschl, tedesco, docente di storia dell’economia alla London School of Economics

All’epoca, ad opporsi agli accordi di Londra furono propri i greci, appena affrancatisi dalla brutale occupazione nazista…

«Gli Usa non volevano commettere gli stessi errori emersi dopo il primo conflitto e per questo imposero ad Atene di abbassare la voce. La Grecia non era favorevole e cercò di opporsi alle condizioni del London debt agreement. Prevalse la tesi americana e dei maggiori alleati che non volevano zavorrare Berlino con un debito asfissiante. Quanto? Secondo calcoli approssimativi un anno di Pil, ovvero 90 miliardi di marchi nazisti del 1944. Il cambio alla valuta di oggi è impossibile. Per questo si potrebbe parlare di un debito semplicemente pari a un anno di Pil». Oggi siamo a circa 3.600 miliardi di dollari (nominale).
Non è a oggi che si deve guardare, ma al 1990 (all’epoca era 1.500 miliardi di dollari), quando il debito, invece, di essere saldato con l’atto di riunificazione in ottemperanza agli accordi di Londra, sparì del tutto. “Atene contestò un’altra volta quell’intesa – ricorda Ritschl – ma il passaggio giuridico era inoppugnabile. Nei documenti finali sulla riunificazione delle due Germanie non si fa alcun riferimento agli impegni del London agreement e tanto basta per considerare nullo il debito pregresso”. Una dimenticanza, piuttosto costosa se fosse una dimenticanza che, ovviamente, non fu. Il cancelliere Helmut Kohl lo disse chiaramente: una richiesta del genere non era sostenibile dalle casse di Berlino e ribadì, in cambio, il forte impegno economico tedesco nello sviluppo del progetto europeo»

  Leonardo Maisano
  “Il Sole 24 Ore” – 03/04/2012

Nell’Accordo sui debiti germanici, concluso il 23/02/1953 a Londra, si può leggere:

“I Governi degli Stati Uniti d’America, del Belgio, del Canada, di Ceylon, della Danimarca, della Spagna, della Repubblica Francese, del Regno Unito della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord, della Grecia, dell’Iran, dell’Irlanda, dell’Italia, del Liechtenstein, del Lussemburgo, della Norvegia, del Pakistan, della Svezia, della Svizzera, dell’Unione Sudafricana e della Jugoslavia, da una parte animati dal desiderio di rimuovere gli ostacoli che impediscono di stabilire relazioni economiche normali tra la Repubblica federale di Germania e gli altri paesi e di contribuire in tal modo allo sviluppo di una comunità prospera di nazioni; considerando che da circa vent’anni i pagamenti relativi ai debiti esterni germanici non sono in generale più stati eseguiti conformemente alle stipulazioni dei contratti; che dal 1939 al 1945 lo stato di guerra ha impedito qualsiasi pagamento a conto di un gran numero di questi debiti; che dal 1945 siffatti pagamenti sono stati in generale sospesi e che la Repubblica federale di Germania desidera mettere fine a questa situazione: considerando che gli Stati Uniti d’America, la Francia e il Regno Unito della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord hanno prestato alla Germania, dopo l’8 maggio 1945, un’assistenza economica che ha notevolmente contribuito alla ricostruzione dell’economica germanica, favorendo una ripresa dei pagamenti a conto dei debiti esterni germanici [...] detta Commissione ha comunicato ai rappresentanti del Governo della Repubblica federale di Germania che i Governi degli Stati Uniti d’America, della Repubblica Francese e del Regno Unito della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord erano disposti a consentire notevoli concessioni circa la priorità dei loro crediti concernenti l’assistenza economica del dopoguerra rispetto a tutti gli altri crediti verso la Germania e i suoi cittadini nonchè l’importo totale di tali crediti, alla condizione che fossero regolati in modo equo e soddisfacente i debiti esterni d’anteguerra della Germania.”

Oggi, in virtù della generosa lungimiranza di allora, veniamo ripagati con la favoletta rigorista da raccontare, alla luce di algidi neon, mentre un pupazzo meccanico si accinge ad asportare pezzi carne viva da offrire al dio dei mercati, prescrivendo i compitini da fare al riottoso donatore legato sulla tavola operatoria. È ovvio che l’aspetto punitivo serva ad insegnare il valore della sopravvivenza attraverso la sofferenza, secondo una riedizione estrema dell’etica protestante nello spirito del capitalismo.
A tal proposito, l’insufflata seriale di NEIN! che Angelona Merkel continua ad inzaccherare di fila, ad ogni proposta o tentativo di porre un argine all’avanzata della spirale recessiva, ricordano la parodia di altri ‘bastardi’ più o meno senza gloria…

Con le economie europee strettamente interconnesse attraverso il sistema della moneta unica, non esistono paesi immuni al contagio della crisi. Ma questo i tedeschi fanno finta di non saperlo, trincerati come sono nel loro ricostituito Reich che prospera sulle disgrazie altrui, esternalizzando i danni collaterali della ritrovata supremazia tedesca, ripetendo il mantra della “stabilità di bilancio”. E quella che si è rivelata una circostanza favorita da una serie di condizioni fortunate è diventata una condizione ideale da imporre al resto della UE in tempi strettissimi, tali (come sta avvenendo) da stroncare ogni economia in difficoltà. C’è da chiedersi se la cosa non sia intenzionale…

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La matematica è un’opinione

Posted in Business is Business, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on giugno 6, 2012 by Sendivogius

 3,5 miliardi di euro. Secondo la Ragioneria dello Stato, a tanto ammonterebbero i mancati introiti dalle entrate tributarie nei primi quattro mesi del 2012, con un differenziale del 2,9%.
Contrordine! Per il Ministero dell’Economia, nel primo quadrimestre di quest’anno il gettito fiscale è aumentato dell’1,3%.
Ovvero, le entrate sono inferiori rispetto a quanto preventivato dal DPEF (documento di programmazione economica e finanziaria), stilato a cura del Governo Monti, ma comunque superiori a quanto incassato dal Fisco nell’anno 2011 epperò minori a quanto previsto per il 2012.
In attesa che Governo e Ragioneria si mettano d’accordo per far quadrare i numeri e arrotondare la cifra da presentare a saldo finale, ci si chiede se i grandi professoroni del direttorio tecnico sappiano almeno tirar di conto..!
In ‘soldoni’ (perché proprio di questo si parla), vuol dire che il recupero dell’evasione fiscale è di gran lunga inferiore al previsto e quindi, al di là delle operazioni di facciata, non si sta davvero incidendo là dove l’evasione è più radicata e sostanziosa.
Vuol dire pure che, se il Governo ha sottostimato il mancato gettito erariale, di converso sta sopravvalutando le sue capacità di spesa, peraltro falcidiata dal patto di stabilità. E questo implica il rischio concreto di una mancata copertura fiscale per i progetti di rilancio della crescita economica e per lo sviluppo. In merito, è difficile capire dove si pensi di andare a pescare il “miliardo” per l’ennesima (e pessima) riforma dell’Istruzione… Il resuscitato Pornonano, con la lungimiranza che gli è consueta, ha proposto di stampare banconote direttamente in casa: “pazze idee” in pieno delirio senile.
Ma, se il Governo non incassa quanto stabilito, ciò vuol dire anche che verranno viste al rialzo le aliquote dell’IMU con un ulteriore aumento della tassa sulla casa, già priva di ogni requisito di progressività. A tal proposito, una suprema Corte più solerte avrebbe dovuto da tempo prendere in considerazione i possibili vizi di costituzionalità della norma che impone il tributo in questione.
E, con ogni probabilità, vuol dire altresì che sarà necessaria la famosa “manovra aggiuntiva”, così pervicacemente negata ma persistentemente evidente da mesi e nei fatti.
D’altra parte, gli innesti tecnici trapiantati al primo governo biodroide della repubblica non sono nemmeno sfiorati dall’idea che una eccessiva pressione fiscale possa comportare una pericolosa flessione del gettito fiscale ed un drammatico calo dei consumi, in conseguenza alla caduta del potere d’acquisto dei salari. A maggior ragione se una tassazione è tanto più iniqua, quanto più si fonda sulle imposte indirette, perché risparmiano le grandi rendite patrimoniali e gravano maggiormente sui lavoratori dipendenti e famiglie, erodendone capacità d’acquisto e livelli di vita.
Si tratta davvero di una cosa difficilissima da prevedere; specialmente dopo l’aumento esponenziale delle accise sui carburanti, in un paese dove le merci viaggiano prevalentemente su gomma ed ogni rincaro della benzina viene ricaricato inevitabilmente sui beni al consumo. Per questo, in una congiuntura fortemente recessiva, per calmierare l’aumento dei prezzi, in risposta alla stagnazione dei salari, al crollo dell’occupazione, ed alla contrazione dei redditi (integrati dal prosciugamento dei risparmi privati), il Governo tecnico sta pensando bene di elevare l’IVA al 23%.
La scusa ufficiale è il terremoto in Emilia. Infatti, per rilanciare l’economia delle zone colpite, il Governo si guarda bene dallo sbloccare i crediti alle aziende e cancellare i tributi agli abitanti, che però si vedranno sospendere le tasse per il momento fino a Settembre. Per consolazione, il prossimo inverno, quegli emiliani che rimarranno senza casa e senza lavoro, ma coi tributi da pagare, si scalderanno il cuore ripensando alle marcette militari del 2 Giugno.
Nella psiche contorta dei super-professori-tecnici, il nuovo aumento dell’IVA (che a sua volta incide sul prezzo della benzina) costituisce un fondamentale contributo per il rilancio dei consumi, che certo non mancherà di mostrare presto i suoi effetti tra gli italiani che stanno rinunciando a tutto, comprese le cure mediche. Coerentemente, avanzano le prime ipotesi di introdurre un’assicurazione integrativa parallelamente allo smantellamento del servizio pubblico. I grandi gruppi assicurativi, le cliniche private, e le fondazioni (esentasse) ringraziano sentitamente.
Con 28 milioni di persone a rischio povertà (parola del ministro-banchiere Corrado Passera), più difficile sarà capire dove gli italiani troveranno i soldi per potersi pagare l’assicurazione medica… 28 milioni di persone che indubbiamente hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, come ama ripetere l’ineffabile ministra Elsa Fornero, e che per questo vanno castigati senza remore; al massimo con una lacrimuccia!
Almeno moriremo col bilancio in pareggio ed i complimenti della Merkel per il brodetto dei crucchi.
 D’altra parte la professorina indemoniata, che mai avremmo creduto potesse farci rimpiangere un Maurizio Sacconi, sta finalmente portando all’incasso la sua controriforma del lavoro, dove la questione non è come creare più occupazione e più garanzie, ma come estendere i licenziamenti a tutti e renderli più facili, in nome di una percezione opportunamente incoraggiata e molto aleatoria dei ‘mercati’, dietro la quale si nasconde una più concreta rivalsa ideologica del peggiore padronato confindustriale. Ce lo chiede l’Europa… E soprattutto Marchionne! Il grande “innovatore” del quale si attendono ancora i 20 miliardi di investimento promessi, dopo l’estorsione dei contratti capestro con lo straordinario contributo di Cisl e Uil: i sindacati responsabili, al servizio del capitale ed al soldo del padrone.
È ovvio che a preoccupare gli investitori stranieri non sono certo i tempi biblici della nostra giustizia civile coi suoi tempi di prescrizione dimezzati, la corruzione endemica, la presenza di una criminalità organizzata profondamente infiltrata nel mondo imprenditoriale, la mancanza di tutele per le imprese oneste contro i concorrenti che falsificano i bilanci e truffano sulle forniture…
Di conseguenza, grazie al formidabile contributo Monti-Fornero ed alla loro riforma del lavoro fortissimamente voluta, già si registrano file di imprenditori esteri incolonnati ai confini, che scalpitano e sgomitano tra di loro per investire per primi in Italia, tanto che quest’anno la disoccupazione giovanile è arrivata al 36% sfondando al ribasso le peggiori statistiche europee. Evidentemente, anche il decreto ‘Cresci-Italia’ sta funzionando a pieno regime..!
Tra le novità epocali della sedicente “Riforma Fornero” vale la pena di ricordare:
a) L’introduzione di misure contro la pratica illegale delle cosiddette “dimissioni in bianco”, già sanzionate dalla Legge n.188 del 2007, e opportunamente abrogata del Governo Berlusconi l’anno successivo… Ad Emma non piaceva.
b) L’estensione dell’obbligo di reintegro dei lavoratori ingiustamente licenziati anche per le piccole imprese, o la concessione di indennizzi in assenza di reintegro.
I provvedimenti introdotti dalla Fornero sono in realtà già previsti dall’Art.3 della Legge 109 del 1990 ed integrati dal Decreto legislativo n.368 (del 06/09/2001), ai quali si aggiungono le ulteriori modifiche in materia di lavoro a tempo determinato, disciplinate dalla Legge n.247 del 2007 e dal Decreto Legge n.112 del 2008 (l’omnibus tremontiano).
In dettaglio,

 Sul reintegro dei dipendenti per le aziende sotto i 15 dipendenti:

Il licenziamento determinato da ragioni discriminatorie ai sensi dell’art. 4 della Legge 15 luglio 1966, n. 604, e dell’art. 15 della Legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall’art. 13 della Legge 9 dicembre 1977, n. 903, è nullo indipendentemente dalla motivazione addotta e comporta, quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro, le conseguenze previste dall’art. 18 della Legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dalla presente legge”

  [Legge 109/90; Art.3]

 Sugli indennizzi corrisposti ai lavoratori, in assenza di reintegro:

“Con riferimento ai soli giudizi in corso alla data di entrata in vigore della presente disposizione, e fatte salve le sentenze passate in giudicato, in caso di violazione delle disposizioni di cui agli articoli 1, 2 e 4, il datore di lavoro è tenuto unicamente a indennizzare il prestatore di lavoro con un’indennità di importo compreso tra un minimo di 2,5 ed un massimo di sei mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati nell’articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni.”

  [D.L. 112/08; Art.4bis]

 Dopo l’imbecille analfabeta che bruciava le leggi a pacchi, o il Governo Monti produce normative senza nemmeno conoscere la giurisprudenza pregressa, oppure c’è un’enorme malafede che confida nell’ignoranza collettiva. E questo vuol dire che la Fornero, ed il resto dei ‘tecnici’ e la grande stampa liberale che fa loro da sponsor, ci prendono compostamente per il culo.
Intanto l’Italia è in recessione, che è già bella che arrivata da almeno 8 mesi! E la cosa sarà lunga… Altro che ripresa nel primo trimestre del 2013!!
Se questi sono gli risultati dei “tecnici” e del loro decreto ‘Salva-Italia’, tanto valeva tenersi i partiti coi loro esecrati “professionisti della politica”… peggio di così non potevano fare.
E, d’altro canto, per noi profani condannati a lenta agonia, morire impalati non è una valida alternativa dall’essere bolliti vivi.

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Regalo di Natale

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on dicembre 6, 2011 by Sendivogius

A dispetto delle teorie tanto care ai ‘complottisti’, non servono cospirazioni globali e organizzazioni (nient’affatto segrete), per imporre un Ordine più o meno “mondiale” e tutt’altro che “nuovo”.
In realtà si tratta sempre delle stesse ricette, confezionate nei templi sacri del capitalismo più estremo, che dopo aver generato la ‘crisi’ propone ora la soluzione fino alla prossima ricaduta, perpetuando intatte le storture di sistema per auto-assoluzione. ‘Sistema’ che si vuole immutabile nella sua presunzione di perfezione, in nome del “Liberismo” e di quella astrazione divinizzata che chiamano “mercati finanziari”.
Gli ingredienti sono vecchi di almeno due secoli: dal sapore pessimo e dagli effetti collaterali sempre più devastanti. Muta il dosaggio, ma non la sostanza del prodotto scaduto.
Da questo punto di vista, il Governo Monti è solamente il Maître cuisinier, che si prepara a servire pietanze a cottura personalizzata di un ricettario comunque scritto altrove…
E, se la prima portata rischia di rimanere indigesta ai più, il secondo piatto su Lavoro & Licenziamenti potrebbe rivelarsi letale per molti.

THE SPIRIT OF CAPITALISM
Solitamente, in Italia, quando si cercano ‘tecnici’ per porre rimedio ai guasti irreparabili dei politicanti per professione, con salvataggi provvisori, si pesca sempre dalle parti della “Bocconi”: l’università privata, specializzata in business e management, dalla quale proviene il gotha delle elite confindustriali, dei grandi boiardi delle aziende di Stato, degli esperti governativi per le politiche finanziarie, degli amministratori pubblici, dei banchieri e degli stockbrokers, che la “crisi economica” non l’hanno prevista o, peggio ancora, l’hanno determinata, speculandoci sopra. È un gioco delle parti, tra soluzione e causa, dove non si tiene conto dei conflitti d’interesse, delle interscambiabilità di ruolo, delle entrature istituzionali e le responsabilità nella programmazione economica, di una compagine tecnocratica assai fluida e tutt’altro che distinta dalla controparte politica, con la quale condivide spesso interessi e prospettive di “riforma”. E riformismo è la parola magica, che spunta sempre in tempi di collasso economico e sociale, per puntellare le oligarchie al potere, opportunamente travestite da elite di ‘salvatori’.
A tempo di record, il neo-governo del prof. Monti ha sfornato l’ennesima manovra finanziaria (la quinta in pochi mesi), con unpacchetto di misure urgenti per assicurare la stabilità finanziaria, la crescita e l’equità, ma in continuazione ideale con i precedenti provvedimenti. A tal proposito:

«L’insieme degli interventi ammonta a circa 20 miliardi di euro strutturali per il triennio 2012-2014 con una forte componente permanente di risparmi conseguiti. La correzione lorda è di oltre 30 miliardi in quanto sono previsti interventi di spesa a favore della crescita, del sistema produttivo e del lavoro per oltre 10 miliardi. All’interno del pacchetto è inclusa e consolidata in norme la correzione dei saldi pari a 4 miliardi previsti quale “clausola di salvaguardia” nella manovra di agosto 2011.»

 Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri
 (04/12/2011)

L’ambizione esplicita è quella di avviare una riforma strutturale dell’economia italiana. Finora, bisogna dire che di “equità” se n’è vista pochina e anche le prospettive di “crescita” risultano piuttosto aleatorie.
Bisogna riconoscere che tra le finalità immediate c’è la necessità di puntellare i conti dello Stato contro le bordate della speculazione internazionale e gli isterismi delle Borse, e magari dare una ridimensionata al Gatto e la Volpe che giocano a rimpiattino sulla pelle dell’Europa, stilando pagelline di merito, prima della grande onda che rischia di travolgere l’euro.
Eppure, nell’ignoranza del profano, c’è da dire che da una squadra di esperti super-blasonati era lecito aspettarsi molto di più. E anche un qualche segnale di rottura con il passato, che invece non c’è stato, se non in minima parte.
Il complesso delle misure approntate, da varare in blocco tramite un maxi decreto-legge, sono imprescindibili per “salvare il Paese dal rischio default” (ovvero dalla bancarotta).
Se la situazione è davvero così grave, c’è da chiedersi cosa mai sia stato fatto prima di arrivare ad un simile ed irreversibile punto di rottura. E se non sia stato quanto meno criminale, aver permesso e tollerato per quasi tutto il 2011 il gozzovigliare di quel crogiolo di piduisti, affaristi, e mafiosi, colati in un unica lega attorno alla satrapia di Arcore. Soprattutto, c’è da chiedersi per quale assurda pazzia il novello Re Giorgio non sia intervenuto quando doveva (l’Ottobre del 2010), invece di predisporre il salvataggio del Pornocrate, e senza risparmiarci la vergogna della compravendita parlamentare dei vari Scilipoti d’Italia.

BASILISK (Iga di Tsubagakure)

UNA MODESTA PROPOSTA
 In merito alla manovra Monti, non si eccepisce sull’entità dei provvedimenti e sulle esigenze stringenti degli interventi. Tuttavia, stabilito il gettito delle entrate e la cifra da raggiungere, c’è modo e modo di fare cassa…
Se l’intento era quello di raggranellare subito risorse per 30 miliardi di euro, tramite tagli e imposte indirette (le più subdole), non serviva scomodare un professore di economia. Bastava chiamare un ragioniere.
D’altra parte, con provvedimenti a costo sociale zero si poteva mettere in piedi la stessa cifra. Per assurdo, proviamo dunque a stilare una contro-manovra; giocare non costa nulla.
Ad esempio, visto le necessità contingenti, si poteva:

1) Cancellare (o quantomeno ridimensionare) l’acquisto dei non indispensabili 131 caccia bombardieri F-35 JSF, velivolo multiruolo d’attacco a decollo verticale, che la nostra Aeronautica militare reputa “un’arma da combattimento economicamente sostenibile”. E così deve aver pensato l’allora Governo D’Alema che ne ha sottoscritto l’acquisto, senza ripensamenti da parte dei successori che hanno confermato la fornitura.
Prezzo base di ogni singolo aereo da guerra: 170 milioni di dollari; ai quali andrebbero aggiunti gli altri 8 milioni di dollari a seconda del tipo di propulsori da assemblare nel velivolo.
 Risparmio presunto: tra i 13 miliardi ed i 16 miliardi di euro.

2) Vendere all’asta o (meglio ancora) concedere in locazione le frequenze digitali terrestri previo pagamento di un canone adeguato e aggiornamento delle tariffe per le frequenze già assegnate. Attualmente, RAI e Mediaset pagano l’1% annuo del loro rispettivo fatturato per le frequenze già occupate. Per quanto riguarda invece l’assegnazione delle frequenze digitali, il precedente Governo Berlusconi le ha concesse a titolo gratuito all’azienda di famiglia (e alla RAI) fino al 2031, senza alcun corrispettivo.
Introiti presunti con regolare gara di assegnazione e canone di concessione: 16 miliardi di euro.

3) Annullare l’ordinativo delle 19 Maserati blindate e super-accessoriate per scorrazzare in giro gli alti funzionari (e famigli) del Ministero della Difesa, volute dall’ex titolare del dicastero (Ignazio La Russa).
Costo orientativo per ogni veicolo: 130.000 euro secondo listino, ma c’è da quantificare la blindatura, eventuali optional, bollo e assicurazione auto.
 Risparmio ipotetico: 3 milioni di euro.

Tirate un po’ voi le somme e calcolate la differenza sul debito pubblico tra ricavi e risparmi…

SALVATOR PATRIAE
Evidentemente, tali misure rischiavano di non essere comprese dall’Europa e dai mercati internazionali, risultando assai poco “liberali”… Molto meglio concentrare gli interventi là dove fa più male. Agli spiriti liberi della Finanza piace l’odore del sangue, specialmente se si tratta di quello altrui…
In pratica, nella manovra da 20 miliardi netti approntata dal direttorio Monti, a parte sporadiche contribuzioni, risultano sostanzialmente esenti dai provvedimenti più pesanti i principali sponsor del “governo tecnico”, per i quali sono previsti anche concreti vantaggi. E nessun sacrificio per la “casta” politica, che al massimo ha dovuto ingogliare una stretta sui vitalizi (che non verranno comunque aboliti). E se gli onorevoli di fatto non rinunciano a nulla, vengono azzerati gli stipendi dei consiglieri municipali che spesso, come nel caso di Roma, sono chiamati ad amministrare circoscrizione urbane con oltre 200.000 abitanti.
Intonsi rimangano pure gli emolumenti dei deputati siciliani o dei governatori di Regione che, come nel caso del Trentino Alto Adige, percepiscono stipendi superiori a quello del Presidente degli Stati Uniti.

 CHI PRENDE La Confindustria di Emma Marcegaglia incassa il taglio dell’IRAP e le detrazioni sull’IREP. Cosa buona e giusta, se legata all’incremento delle assunzioni. Peccato che l’IRAP serva a foraggiare il gettito delle Regioni e degli enti locali, che nel 2012 conosceranno un’ulteriore sforbiciata di 3,1 miliardi di euro.
Questo vuol dire una riduzione esponenziale in termini di beni e servizi al cittadino, che però continuerà a pagare gli stessi tributi per avere meno asili, meno ambulatori, trasporti e servizi locali ancora peggiori.
Il Governo dice che compenserà i mancati introiti dell’IRAP con un aumento dei trasferimenti statali, ma non specifica né come né l’importo.
Al contempo, per i Comuni oltre i cinquemila abitanti sono previsti tagli per 1,450 miliardi nel 2012; della stessa entità, ma dal 2013, i tagli ai Comuni con popolazione superiore ai 1.000 abitanti. Per le Province, la riduzione dei trasferimenti sarà di 415 milioni a partire dal 2012.
In compenso verrà reintrodotta l’ICI sulla prima abitazione, opportunamente maggiorata con la revisione e l’aggiornamento degli estimi catastali. L’abolizione dell’ICI aveva suscitato grandi entusiasmi tra i glandicefali del berlusconismo militante, evidentemente ignoranti del fatto che l’imposta sulla casa foraggiava al 70% i bilanci comunali con relativi servizi alla cittadinanza, improvvisamente rimasti senza alcuna copertura fiscale.
La nuova imposta sugli immobili, accorpata nell’IMU, tuttavia non servirà a finanziare la spesa dei Comuni, giacché gli introiti verranno aggregati alle entrate del Tesoro. Pagare una tassa, e per giunta raddoppiata, sulla casa di proprietà (specie se si paga già il mutuo), magari in una zona di estrema periferia e in quartieri degradati, non fa mai piacere. Almeno, era consolante sapere che tali soldi avrebbero contribuito nell’insieme (e in teoria) a pagare l’illuminazione notturna, il rifacimento del manto stradale, la manutenzione degli impianti fognari, l’apertura di nuove strutture polifunzionali nel quartiere… Invece le entrate delle nuova tassa verranno sottratte alle casse comunali per essere incamerati dallo Stato, che però potrà potenziare il “fondo di garanzia per le imprese”, con almeno 20 miliardi di credito a disposizione di un’imprenditoria che non investe, non assume, non fa formazione, paga salari da fame, e spesso evade pure! Evasori che vengono premiati con l’ipotesi di una nuova fiscalità di favore, naturalmente per “far emergere il sommerso”.
 CHI PAGA In compenso, per i Comuni sono previsti ulteriori tagli per un miliardo e mezzo di euro, insieme ai 415 milioni detratti dai fondi per le Province. Però potranno aumentare le imposte locali per compensare le perdite, con un ulteriore aggravio di spesa per i contribuenti onesti.
Sicuramente, a NON pagare la nuova IMU, inclusa la tassa sui rifiuti, saranno gli immobili di proprietà del Vaticano, ad uso commerciale o meno che siano. L’esenzione costa alle casse dello Stato qualcosa come 500 milioni di euro all’anno ed è stata giudicata illegittima dalla UE, che infatti ha aperto una procedura di infrazione a carico dell’Italia. Ma, in questo caso, il parere dell’Europa non è assolutamente vincolante. A chi gli ha fatto notare l’anomalia, il devoto prof. Monti ha risposto: “non ci avevo pensato”. Be’ sarebbe ora di farlo!
 CHI GUADAGNA D’altra parte, non è prevista alcuna imposizione progressiva sulle grandi proprietà immobiliari. Una imposta sulle migliaia di appartamenti invenduti, che le grandi società di costruzioni usano come capitalizzazione bancaria per nuove lottizzazioni immobiliari, determinerebbe infatti un abbassamento dei prezzi alla vendita in risposta alla domanda inevasa di casa (per inaccessibilità al credito e per eccessività dei costi), riequilibrando il mercato secondo la più classica delle leggi.
Certo, ciò toccherebbe assai da vicino gli interessi di personaggi come Francesco Gaetano Caltagirone (il suocero di P.F.Casini che sostiene il governo “senza se e senza ma”). E questo non sta bene… non è cosa da farsi agli amici.
Non mancano nemmeno i regali per gli Istituti bancari. A partire dal 2012, lo Stato italiano fornirà (con fondi pubblici) nuova liquidità alle banche, prendendosi in carico passivi ed insolvenze:

“fino al 30 giugno 2012 è autorizzato a concedere la garanzia dello Stato sulle passività delle banche italiane, con scadenza da 3 mesi fino a 5 anni, o a partire dal 1° gennaio 2012 a sette anni per le obbligazioni bancarie garantite”

Di fatto, lo Stato diventa il garante delle banche e rifonde di proprio le perdite degli istituti privati, a causa di cattivi investimenti o speculazioni azzardate sul mercato dei derivati. E magari continuare a pagare ai vari Alessandro Profumo liquidazioni da 40 milioni di euro per lo splendido lavoro fatto all’Unicredit!
È evocativo che il ministro (e banchiere) Corrado Passera, in un lapsus quanto mai eloquente, faccia riferimento all’applicazione dei suggerimenti di ‘Emma’ (Marcegaglia?), riferendosi ufficialmente al ministro Elsa Fornero la quale si commuove (di gioia?) nel veder finalmente realizzata la riforma della previdenza, che va predicando da almeno dieci anni nelle aule universitarie.
Grande soddisfazione dei ministri tutti per aver esteso l’indicizzazione delle pensioni fino ad 936 euro mensili, recuperando i costi dell’inflazione. Ciò è stato possibile grazie alla fantasmagorica tassa dell’1,5% sui capitali (illeciti) rientrati in Italia grazie alla sanatoria del famigerato “scudo fiscale”. Per tutti gli altri assegni previdenziali invece non è previsto alcun agganciamento al costo della vita. Per le pensioni dai 1000 ai 1200 euro al mese (la quasi totalità delle restanti) si trattava di adeguamenti ricompresi tra i 2,5 ed i 4 euro. Una cifra davvero insostenibile per i bilanci dell’INPS. D’altra parte, non si poteva chiedere di più ai LADRI, che hanno fatto rientrare i soldi rubati nel totale anonimato in Italia e opportunamente “scudati”, liberi di gonfiare i costi del mercato immobiliare. In compenso, si era ipotizzato di elevare la tassazione ordinaria del 2% sui redditi tra i 55.000 ed i 75.000 euro, portando l’aliquota al 43% sull’imponibile.
Coerentemente, questa manovra finanziaria non prevede alcun reale provvedimento contro la (stratosferica) evasione fiscale, a meno che non si voglia reputare sufficiente la tracciabilità dei pagamenti in contanti (inizialmente prevista a partire da 300 euro e poi elevata a 1.000 euro) o la tassazione dei beni di lusso (senza però colpire i leasing o le intestazioni fittizie a società di comodo). Si tassano i natanti ed i posti barca, ma si dimentica che per sfuggire alla tassa questi ultimi possono essere ancorati nei porti adriatici della Croazia e del Montenegro oppure in Corsica.
E infatti i grandi patrimoni ed i grandi redditi sembrano completamente esentati dalla manovra finanziaria che invece falcidia gli imponibili medio-bassi.
LA SALVAGUARDIA DEL POTERE DI ACQUISTO.  In tempi di “recessione” (e noi ci siamo entrati da un pezzo), ci sono due cose da evitare assolutamente: l’aumento dell’inflazione e la stagnazione dei consumi, che innescherebbero la spirale perversa della stagflazione.
A tal proposito, i provvedimenti del Governo Monti sono eccezionali…
Dal 01/01/2012 le accise sui carburanti subiranno un nuovo rialzo, incrementando il prezzo già record della benzina. A questo va poi aggiunto l’aumento dell’IVA che inciderà ancora di più sui costi per il consumatore. Si prevede poi un ulteriore aumento dell’IVA dal 21% al 23% a partire dal 01/09/2012 qualora non fossero rispettati i saldi di bilancio.
In un Paese, dove il grosso delle merci si muove attraverso il trasporto su gomma, è chiaro che il rincaro dell’IVA e delle imposte sui carburanti verrà ricaricato sul prezzo dei prodotti al consumo, ricadendo sull’acquirente finale. In pratica, il cittadino comune a parità di salario pagherà più tasse locali e comunali e si troverà a pagare di più anche i beni primari, a scapito dei consumi e del potere d’acquisto. In compenso, le somme racimolate dal Tesoro andranno redistribuite tra famiglie, donne e giovani… A babbo morto!
Già, i “giovani”… ai quali verrà dedicato il prossimo piatto: la riforma del lavoro, che probabilmente non creerà nuova occupazione, ma falcidierà il posto dei “vecchi”: l’unico vero welfare a livello familiare che funzioni davvero.
Per il Governo Monti, il modello cardine a cui ispirarsi è il “piano Marchionne”, che così strabilianti risultati sta portando alla FIAT…
Dalla padella alla brace!

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